IPERBOLE

IMPROMPTU


Qualche giornata storta è nell'ordine delle cose, ogni tanto capita di alzarsi col piede sbagliato e tutto, senza un apparente, valido motivo, sembra procedere in un modo tutt'altro che piacevole.La noia moschina mi assale e la solitudine diventa la cattiva compagna di sempre, non ho voglia di far niente e non è certo per il clima di festa che comunque mi lascia indifferente. O quasi.Le parate militari non mi piacciono e meno ancora mi va di sentire certi discorsi in cui la retorica del vacuo non "celebra" ma si autocompiace del proprio nulla. Una repubblica delle banane o delle fragole con una spruzzatina di limone per mantenere il gusto agrodolce del tirare a campare, magari con la convinzione di essere davvero alla frutta, dopo aver consumato quel piatto che lo storico e  meridionalista Vittorio De Caprariis, se fosse ancora in vita, avrebbe chiamato "l'Italia alle vongole". Una certa intellighenzia legaiola e destrorsa ha proposto per la nomina di senatore a vita il grande officiante della cerimonia dell'ampolla del dio Po, quello che ha scambiato il Monviso per le fonti di Clitunno, uno che invece dell'Italia sogna la vicina Helvetia e immagina di confederarvi come cantone la sua ricca Padania, rischia seriamente di essere annoverato fra i padri ( devoluti e degeneri) di questa "Povera Patria". Festa Nazionale, compleanno della Repubblica, l'Italia compie sessant'anni. C'è chi non l'ha mai amata e la vede già vecchia e decrepita tanto da volerla ripudiare, con la pretesa di  ridisegnarne curve e fattezze.Il magazine di ieri del Corsera ha dedicato la copertina ad una splendida sessantenne, ecco se l'Italia fosse come la signora effigiata, forse la donna turrita, insieme alla ruota dentata, emblema poco noto di una Nazione nata dalle ceneri di una guerra, sarebbe felice di poter dire che no, non ha bisogno dei lifting costituzionali per mantenere intatta una bellezza che qualcuno vorrebbe ad ogni costo deturpare con qualche maldestro colpo di bisturi. Giro per casa, se vedo un po' di polvere ci soffio su, i raggi del sole sembrano aspirarla verso l'alto, pulviscolo misto alle note che si levano dal pianoforte, un impromptu senza capo né coda, qualcosa che vorrebbe essere musica scuote i miei pensieri.Una marcetta militare, una di quelle che certe bande di paese suonavano in giorni come questi e mi rivedo bambino, mano nella mano con il mio bisnonno che mi portava vicino al monumento dei caduti. Una lapide ricorda i nomi di chi è nato qui andando a morire chissà dove e due piccoli cannoni arrugginiti ai lati stentano a voler essere quello che furono. Ha smesso di piovere da qualche ora, il profumo dei gelsomini è più intenso, l'aria è più tersa, più frizzante e il mare è lì, più vicino di quanto la distanza che mi separa dall'orizzonte lascia pensare.Provo a sfiorarlo, immergo lo sguardo e mi lascio sommergere dall'onda dei ricordi, sprofondo nel blu di un abisso che mi avvicina al buio della notte.