Muretti a secco ai margini di stradine polverose, li seguo come se fossero un doppio filo di Arianna che si dipana fra i campi assolati, un labirinto disegnato dal tempo, labili confini di pietra accompagnano bianchi sentieri da percorrere per ascoltare il silenzio frangersi nel verde intenso degli ulivi d'argento. Mi porto sempre qualcosa da leggere, ma quando arrivo in cima alla collina mi sembra di essere sul tetto del mio mondo, una piatta radura si apre quasi sul niente: giù nella valle case bianche stese quasi ad asciugare e all'orizzonte c'è il mare che balugina di azzurro e di turchese, qualche miglio al largo una piccola isola con un grande faro segna anche di giorno lo rotta dei miei pensieri. Nessun posto al mondo mi sembra così bello come questo, qui mi perdo nel rincorrere il vento che scuote appena gli ormai sfioriti asfodeli, bianchi fiori, pallidi e smunti; Omero nell'Odissea dice che le ombre dei morti vagano fra i prati di asfodelo, ma nulla di così funereo sembra intaccare la magia di un luogo che regala la percezione dell'Infinito. Lo spazio si apre nel paesaggio della mente, le immagini e i ricordi scorrono veloci come fogli di un calendario in balia di un una tempesta che agita e strappa le lacere vele di un'esistenza vissuta al confine tra una terra e due mari. Il mormorio senza tempo delle foglie, un lento discorrere fra terra e cielo, tronchi nodosi e scavati, si offrono come riparo, anfratti di strabilianti cattedrali echeggiano di note possenti e di preghiere sussurrate dietro l'uscio dischiuso di una chiesetta di campagna. Occhi di pietra sembrano spiare il volo radente di uccelli senza più nido, uno stormo di rondini garrisce nel cielo, sembra il lamento di prefiche senza più lacrime e nenia diventa nell'incedere mesto di giovani madri avvolte in lunghi scialli scuri. Secoli di incerti destini si snodano nel lento sgranarsi di giorni rischiarati dalla flebile luce di candele protette dal grecale con un calice di crespa carta oleata, migranti e valigie di cartone chiuse a fil di spago galleggiano fra i relitti di un sogno mai avverato.Speranze falciate dalle illusioni si spengono dentro sere sfilacciate di nuvole avvolte come zucchero filato avvolto all'albero maestro di un vascello fantasma che vaga sospeso nel cielo. Guardo con rimpianto il mare e aggiungo altra solitudine al peso di una zavorra che mi trascina via lungo la china di un cuore che si apre per trafiggermi ancora col diniego di sempre. Il buio della notte sembra di colpo svanire, a est il cielo si accende di nuova luce, un altro giorno inonda di quotidiana passione il mio girovagare intorno all'estate; inciampo in un un'altra stagione, il filo della memoria si aggroviglia fra le spine di una rosa che ancora sparge i suoi petali lungo il dedalo della mia mente.
PENSIERI SPARSI NEL CIELO DI SEMPRE
Muretti a secco ai margini di stradine polverose, li seguo come se fossero un doppio filo di Arianna che si dipana fra i campi assolati, un labirinto disegnato dal tempo, labili confini di pietra accompagnano bianchi sentieri da percorrere per ascoltare il silenzio frangersi nel verde intenso degli ulivi d'argento. Mi porto sempre qualcosa da leggere, ma quando arrivo in cima alla collina mi sembra di essere sul tetto del mio mondo, una piatta radura si apre quasi sul niente: giù nella valle case bianche stese quasi ad asciugare e all'orizzonte c'è il mare che balugina di azzurro e di turchese, qualche miglio al largo una piccola isola con un grande faro segna anche di giorno lo rotta dei miei pensieri. Nessun posto al mondo mi sembra così bello come questo, qui mi perdo nel rincorrere il vento che scuote appena gli ormai sfioriti asfodeli, bianchi fiori, pallidi e smunti; Omero nell'Odissea dice che le ombre dei morti vagano fra i prati di asfodelo, ma nulla di così funereo sembra intaccare la magia di un luogo che regala la percezione dell'Infinito. Lo spazio si apre nel paesaggio della mente, le immagini e i ricordi scorrono veloci come fogli di un calendario in balia di un una tempesta che agita e strappa le lacere vele di un'esistenza vissuta al confine tra una terra e due mari. Il mormorio senza tempo delle foglie, un lento discorrere fra terra e cielo, tronchi nodosi e scavati, si offrono come riparo, anfratti di strabilianti cattedrali echeggiano di note possenti e di preghiere sussurrate dietro l'uscio dischiuso di una chiesetta di campagna. Occhi di pietra sembrano spiare il volo radente di uccelli senza più nido, uno stormo di rondini garrisce nel cielo, sembra il lamento di prefiche senza più lacrime e nenia diventa nell'incedere mesto di giovani madri avvolte in lunghi scialli scuri. Secoli di incerti destini si snodano nel lento sgranarsi di giorni rischiarati dalla flebile luce di candele protette dal grecale con un calice di crespa carta oleata, migranti e valigie di cartone chiuse a fil di spago galleggiano fra i relitti di un sogno mai avverato.Speranze falciate dalle illusioni si spengono dentro sere sfilacciate di nuvole avvolte come zucchero filato avvolto all'albero maestro di un vascello fantasma che vaga sospeso nel cielo. Guardo con rimpianto il mare e aggiungo altra solitudine al peso di una zavorra che mi trascina via lungo la china di un cuore che si apre per trafiggermi ancora col diniego di sempre. Il buio della notte sembra di colpo svanire, a est il cielo si accende di nuova luce, un altro giorno inonda di quotidiana passione il mio girovagare intorno all'estate; inciampo in un un'altra stagione, il filo della memoria si aggroviglia fra le spine di una rosa che ancora sparge i suoi petali lungo il dedalo della mia mente.