IPERBOLE

ALTEZZA, RIEN NE VA PLUS


Quando sbattono in galera un papavero, si scatenano tante di quelle polemiche da far gridare all'uso strumentale della custodia cautelare, quando invece un comune mortale finisce dietro le sbarre, per le stesse ipotesi di reato contestate al principe savoiardo, si parla di normale procedura penale.  Il principio di uguaglianza imporrebbe che tutti i cittadini a prescindere dal censo e dalla condizione sociale debbano essere uguali davanti alla legge, ma il doppiopesismo tipico di una certa Italia garantista a senso unico, si infrange dinanzi agli indizi gravissimi, all'evidenza dei fatti, alle prove documentali e alle intercettazioni telefoniche, il cui contenuto oltre che hard dovrebbero risultare offensive anche per quelle onorevoli donne parlamentari, che si sono dette indignate per il trattamento riservato all'augusto avanzo di galera, pretendente al trono di "re di taglia". Vittorio Emanuele di Savoia è stato arrestato per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, falso e sfruttamento della prostituzione, bazzecole si dirà rispetto ai ben più corposi reati societari e finanziari che da ultimo hanno interessato la creme de la creme italiota, ma il sangue blu, non ultimo alle disavventure giudiziarie, aveva fatto un uso più che spregiudicato del suo alto lignaggio tanto da ritenersi intoccabile e al di sopra della legge.Proprio come hanno fatto certi parvenu nostrani, novelli sovrani di un impero mediatico alla cui gogna è finito un principe da operetta, prodotto esclusivo di una repubblica delle banane che guarda sempre con un occhio di riguardo i potenti e gli amici degli amici.A sentire certe dichiarazioni di solidarietà espresse da un certo mondo politico così colluso con un ambiente in cui è pericoloso indagare, viene quasi da vomitare.Provo ribrezzo per certi rappresentanti democraticamente eletti che siedono in un Parlamento di una Repubblica di pulcinella i quali quasi fossero ministri della real casa, si sono aprioristicamente schierati a favore di un indagato che per il solo fatto di avere dodici nomi e un cognome altisonante, avrebbe dovuto essere al riparo da ogni sospetto e godere di una immunità più che diplomatica, regale!Fatta salva la presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva, trovo poco "regali" certi comportamenti contestati a quello che "per grazia di Dio e volontà della Nazione" non è diventato il re d'Italia.La Giustizia in Italia si amministra in nome del Popolo e certi politicanti da strapazzo invece di correre in soccorso di un monarca e di stringersi intorno alla sua corte, avrebbero dovuto stendere il più classico e dignitoso velo pietoso su di una  vicenda che ha tutti i presupposti per essere uno dei più clamorosi casi di criminalità organizzata in odore di mafia. Quella del "re pappone" non l'avevo ancora sentita ma a scorrere le motivazioni del Gip che ha firmato il mandato di arresto per sua maestà e per altri dodici sodali, soci in affari più che loschi, tutti di buona famiglia (sic) non si può che sorridere al pensiero di ciò che per gli avi dell'imputato poteva essere lo "ius primae noctis" con tutti gli annessi e connessi del caso e che per lui si è rivelato uno squallido caso di lenocinio e di meretricio. Faccio mia la tagliente battuta con la quale il movimento borbonico ha salutato l'arresto del penultimo dei Savoia: "buon sangue, non mente". Franceschiello di Borbone dall'oltretomba starà ridendo di gusto al pensiero che un Savoia è ospite delle prigioni del suo ex Regno delle due Sicilie per dei reati che avevano "il gioco" come fonte illegale di guadagno facile. Un casinò che si trova in un enclave italiana in territorio svizzero era diventato il quartier generale di un'organizzazione di truffatori che facevano capo al discendente di una schiatta reale fortunatamente decaduta, che aveva messo su una "vera e propria società criminale di servizi" dedita al gioco d'azzardo con slot machine rigorosamente truccate e alla corruzione con annesso giro di squillo d'alto bordo per coltivare e favorire "rapporti e relazioni deviate, patologiche ed ispirate al reciproco scambio di favori" con settori dello Stato, in particolare con i Monopoli che chiudevano più di un occhio.Scrive ancora il giudice a proposito del principe savoiardo: "Con allarmante sistematicità utilizza tutti i suoi legami istituzionali e massonici, per raggiungere e penetrare l'organo istituzionale di interesse, ponendo le basi e curando le linee fondamentali degli accordi corruttivi di volta in volta conclusi, con l'amministrazione o l'organo di turno".Di nuovo entra in scena, è proprio il caso di ripeterlo: in scena, la massoneria e in particolare la famigerata P2 alla quale il Savoia Vittorio Emanuele era iscritto con la tessera numero 1621.Per inciso, a scorrere la lista della P2 si incontrano nomi più che eccellenti, fra cui un certo Silvio, tutti esageratamente filantropi di se stessi e del loro "parco" mondo. Eh si, perché per loro il mondo è un parco in cui per diletto regalmente gozzovigliano con la complicità di quanti "onorevolmente" si indignano se un giudice osa scoperchiare il verminaio nel quale proliferano le imprese di un re senza corona e di un cavaliere con tante macchie e tanta paura (per i comunisti). Ma questa già è un'altra storia...