L'olio del titolo sta per pecunia, soldi, denaro, in questo caso sarebbe meglio parlare però di "sterco del diavolo" in quanto chi bussa a denari è un vescovo, rappresentante di una chiesa che con una ipocrisia tutta propria, da una parte condanna la corruzione, la ricchezza ostentata e il facile guadagno e dall'altra accumula e spala tanto di quel letame da trasformarlo rigorosamente in farina, sempre del diavolo, che, giusto per restare in argomento "va tutta in crusca". Ma per tornare all'olio di cui sopra, c'è un detto che in dialetto leccese recita più o meno così: "ungi l'assu ca a rota ggira" ovvero, oliare certi meccanismi è essenziale perché funzionino senza incepparsi.Le solite, famigerate, benedette, intercettazioni telefoniche, stanno offrendo uno spaccato quanto mai opportuno dei colloqui intercorsi fra "l'olio, l'asso e gli "ingranaggi" a loro vicini, un modo per capire il contesto in cui è nata la "notitia criminis" la pochezza morale, concettuale e verbale dei protagonisti e il modo col quale si voleva determina un consenso altrimenti difficile da perseguire. "Un linguaggio confidenziale non malizioso" ha sentenziato il monsignore in odore di corruzione, per rivolgersi al Raffaé del titolo, che altri non è se non l'onorevole Fitto, marcato a uomo dal vescovo Ruppi, il quale in cambio del suo eccellente appoggio per la rielezione a governatore della Regione Puglia, ottiene dalla giunta regionale presieduta dall'uscente Fitto, un congruo finanziamento, poi bloccato, per la costruzione di infrastrutture sportive negli oratori pugliesi di santa romana chiesa.Il prelato offre tutto il suo ascendente di presidente della conferenza episcopale di Puglia impegnato a finalizzare in modo alquanto discutibile le funzioni di carattere pastorale definite nel codice di diritto canonico e scende in campo per fare campagna elettorale per il suo pupillo che conosce "da quand'era bambino".Una forma di padrinato poco adatta ad un pastore di anime che, stante la sua funzione, avrebbe dovuto tenersi lontano da un ambiente in cui chi usa la "farina" finisce per infarinarsi, cosa che è successa ad entrambi, al Raffaé indagato per corruzione con l'accusa di aver intascato una presunta tangente di 500.000 euro per concedere un appalto e a lui, arcivescovo e monsignore, finito sul registro degli indagati per un filone della stessa inchiesta. Abbiamo letto di come ha speso i suoi sacri uffici per caldeggiare la rielezione del presidente forzista, delle pressioni esercitate e delle preghiere elevate pro eligendo Raffaé, abbiamo letto di suore mosse come pedine e di come alcune di loro orientate al non voto, siano state definite "stronze" e "disgraziate" dalla mammina di quel Raffaé che in seconda battuta, per sua fortuna è diventato onorevole, perché sennò a quest'ora avrebbe già subito oltre all'onta della plurilamentata gogna mediatica anche quella degli arresti domiciliari.Il presule di santa romana chiesa, così colluso e contiguo con quel potere temporale in cui l'ingerenza clericale è il prezzemolo di ogni immangiabile minestra italiota, ieri ha attenuto, come da sua gentile richiesta, di essere interrogato dai magistrati, in modo molto riservato senza cioè l'incubo delle telecamere. Ha dato, come suol dirsi, la sua versione dei fatti.Personalmente non mi interessano gli eventuali risvolti penali del suo agire, quanto l'immorale accattonaggio esercitato da un vescovo con uno stile e una protervia non degne di un uomo di chiesa, più attento alle cose di Cesare e di Raffaé e per nulla in sintonia con le canoniche cose di Dio. Tangenti, mazzette (sarebbe meglio aggiungere anche mozzette, visto che di mezzo c'è un vescovo) e secanti: il modo più facile e veloce per applicare la regola del do ut des, un padrinaggio teso a trasformare il voto in potere, un reciproco scambio di favori per riscaldare una poltrona in attesa di occuparne un'altra magari non prestigiosa come la prima, ma pur sempre in grado di assicurare una certa immunità parlamentare che ha permesso all'onorevole indagato di lamentarsi per aver sentito il solito "tintinnar di manette".
RAFFAE' CI VUOLE MOLTO OLIO!
L'olio del titolo sta per pecunia, soldi, denaro, in questo caso sarebbe meglio parlare però di "sterco del diavolo" in quanto chi bussa a denari è un vescovo, rappresentante di una chiesa che con una ipocrisia tutta propria, da una parte condanna la corruzione, la ricchezza ostentata e il facile guadagno e dall'altra accumula e spala tanto di quel letame da trasformarlo rigorosamente in farina, sempre del diavolo, che, giusto per restare in argomento "va tutta in crusca". Ma per tornare all'olio di cui sopra, c'è un detto che in dialetto leccese recita più o meno così: "ungi l'assu ca a rota ggira" ovvero, oliare certi meccanismi è essenziale perché funzionino senza incepparsi.Le solite, famigerate, benedette, intercettazioni telefoniche, stanno offrendo uno spaccato quanto mai opportuno dei colloqui intercorsi fra "l'olio, l'asso e gli "ingranaggi" a loro vicini, un modo per capire il contesto in cui è nata la "notitia criminis" la pochezza morale, concettuale e verbale dei protagonisti e il modo col quale si voleva determina un consenso altrimenti difficile da perseguire. "Un linguaggio confidenziale non malizioso" ha sentenziato il monsignore in odore di corruzione, per rivolgersi al Raffaé del titolo, che altri non è se non l'onorevole Fitto, marcato a uomo dal vescovo Ruppi, il quale in cambio del suo eccellente appoggio per la rielezione a governatore della Regione Puglia, ottiene dalla giunta regionale presieduta dall'uscente Fitto, un congruo finanziamento, poi bloccato, per la costruzione di infrastrutture sportive negli oratori pugliesi di santa romana chiesa.Il prelato offre tutto il suo ascendente di presidente della conferenza episcopale di Puglia impegnato a finalizzare in modo alquanto discutibile le funzioni di carattere pastorale definite nel codice di diritto canonico e scende in campo per fare campagna elettorale per il suo pupillo che conosce "da quand'era bambino".Una forma di padrinato poco adatta ad un pastore di anime che, stante la sua funzione, avrebbe dovuto tenersi lontano da un ambiente in cui chi usa la "farina" finisce per infarinarsi, cosa che è successa ad entrambi, al Raffaé indagato per corruzione con l'accusa di aver intascato una presunta tangente di 500.000 euro per concedere un appalto e a lui, arcivescovo e monsignore, finito sul registro degli indagati per un filone della stessa inchiesta. Abbiamo letto di come ha speso i suoi sacri uffici per caldeggiare la rielezione del presidente forzista, delle pressioni esercitate e delle preghiere elevate pro eligendo Raffaé, abbiamo letto di suore mosse come pedine e di come alcune di loro orientate al non voto, siano state definite "stronze" e "disgraziate" dalla mammina di quel Raffaé che in seconda battuta, per sua fortuna è diventato onorevole, perché sennò a quest'ora avrebbe già subito oltre all'onta della plurilamentata gogna mediatica anche quella degli arresti domiciliari.Il presule di santa romana chiesa, così colluso e contiguo con quel potere temporale in cui l'ingerenza clericale è il prezzemolo di ogni immangiabile minestra italiota, ieri ha attenuto, come da sua gentile richiesta, di essere interrogato dai magistrati, in modo molto riservato senza cioè l'incubo delle telecamere. Ha dato, come suol dirsi, la sua versione dei fatti.Personalmente non mi interessano gli eventuali risvolti penali del suo agire, quanto l'immorale accattonaggio esercitato da un vescovo con uno stile e una protervia non degne di un uomo di chiesa, più attento alle cose di Cesare e di Raffaé e per nulla in sintonia con le canoniche cose di Dio. Tangenti, mazzette (sarebbe meglio aggiungere anche mozzette, visto che di mezzo c'è un vescovo) e secanti: il modo più facile e veloce per applicare la regola del do ut des, un padrinaggio teso a trasformare il voto in potere, un reciproco scambio di favori per riscaldare una poltrona in attesa di occuparne un'altra magari non prestigiosa come la prima, ma pur sempre in grado di assicurare una certa immunità parlamentare che ha permesso all'onorevole indagato di lamentarsi per aver sentito il solito "tintinnar di manette".