IPERBOLE

L'INGANNO DEL TEMPO


A volte ho l'impressione di non avere il tempo necessario per fare tutto quello che vorrei, una strana sensazione forse data dalla consapevolezza di averne sprecato tantissimo inseguendo le chimere e i fantasmi di stagioni passate.  E' come se fuggisse via proprio come quel "tempus fugit" il cui motto spesso lo si trova inciso sulle antiche meridiane, un monito a non perderne dell'altro, per quanto ormai il mio fatalismo non mi consenta di accettare altro se non questo presente, propaggine di un passato mai passato che non conoscerà futuro alcuno.Non è un carpe diem, non ci sono più attimi da cogliere, è solo un quieto, rassegnato vivere alla giornata cercando di evitare il graffio lacerante della vita; è come scivolare via come un granello di sabbia nel vortice di una clessidra che un Benevolo Destino già altre volte ha capovolto a mio favore, aggiungendo altro tempo al tempo.Nodi mai sciolti, grumi di illusorie presenze frammentano l'ordito di giorni intessuti di effimero niente, otium e negotium si alternano nel lento dispiegarsi di un pesante sipario, si chiude una scena e se ne apre un'altra.Sotto un cielo di cerule nuvole sciolte dal sole dell'indifferenza si replica l'atto unico di una commedia dell'arte di vivere o di sopravvivere, ovvero la finzione del colpevole vegetare. Un déjà-vu in cui la piatta realtà deforma la curva spazio-tempo e la priva di quella eccelsa dimensione, l'Amore, che per Ovidio "scivola di nascosto e trae in inganno il tempo che vola".Lasciarsi soffocare lentamente da quelle spire in riva al mare che tu sai, contare le onde come se fossero i granelli di sabbia di un tempo senza tempo, lasciarsi sedurre dalla risacca, dalla voce del mare e dal respiro del vento, lasciarsi ammaliare da un serpente che ammalia, ma che non si lascia ammaliare, fino ad avvelenarti la mente e ad ucciderti col suo morso venefico.Una figlia di Zeus che riemerge dall'abisso del tempo sembra suggerirmi una metafora rubata a questo pezzo di nera scogliera: punta dell'aspide si chiama. Qui prima che con lei, venivo insieme ad altri compagni di liceo di un seminario da dimenticare, per recitare il Santo Rosario. Nel tardo pomeriggio, d'estate, ci facevano percorrere un lungo tratto a piedi, una passeggiata in fila per due lungo una strada che a percorrerla ora si rischierebbe come minimo il soggiorno in ospedale, per giungere qui e in altri posti vicini e, in riva ad un mare praticamente deserto, ci facevano pregare. Pregare contemplando i Misteri e quel mare in cui con la fantasia si navigava per approdare nel presbiterio di una chiesa che ora non mi vede più neanche fra i suoi più tiepidi fedeli. Da un opposto all'altro, anticlericale, non praticante, ma credente. E' strano come certi luoghi, come questa punta di un aspide pietrificato dallo sguardo di una Medusa dei miei giorni andati, conservino intatto il ricordo sedimentato nel friabile scomporsi di granitiche convinzioni.Refrattario al dissonante richiamo di un "religere" lontano da ogni Divino aspetto, vicino all'elemento Acqua ritrovo la Pluralità, l'Unicità di un Cielo e gli Infiniti Mondi che qualcuno vorrebbe ancora rinchiudere nelle quattro mura di una chiesa costruita da uomini per compiacere e divinizzare altri uomini.