Avrei voluto dedicare l’intero post alle malefatte del signor pierino gelmini, il prete-lupo sotto inchiesta per abusi sessuali compiuti anche su minori (da qui l’auspicabile rinvio a giudizio e la conseguente contestazione del reato di pedofilia) al quale ieri, i giovani aennini, nell’ambito della loro festa nazionale, hanno pensato bene di assegnare un premio con una motivazione che mi lascia a dir poco perplesso.Liberissimi di premiare chi vogliono, ormai si omaggiano cani e porci, ma dovrei coartare la mia coscienza fingendo un totale disinteresse che davvero non riesco a dissimulare dinanzi ad una così plateale provocazione che offende in primo luogo le vittime degli abusi sessuali compiuti dal prete pierino gelmini e poi quanti sono stati oggetto della più turpe delle nefandezze che un prete possa compiere.Ciò che più mi lascia perplesso non è tanto il riconoscimento attribuito all’avanzo di galera pierino gelmini che, grazie alla veneranda età, eviterà nuovamente l’onta del carcere, quanto il fatto che a premiarlo sono i sedicenti paladini di una legalità secondo cui l’azione penale prescinde dal ruolo sociale rivestito, dalla nazionalità e dal censo.La Legge non è uguale per tutti, c’è sempre qualcuno che in ragione del proprio status riesce a circondarsi delle amicizie giuste e a tramare in modo da tale da farla franca, si chiami egli silvio,pierino o come altro diavolo l’attualità quotidianamente riporta con dovizie di onorevoli retroscena, spregevoli complicità e protezioni, senza riuscire ad alimentare quel comprensibile moto di sdegno che in un Paese normale avrebbe già esposto questi psudo signori al pubblico ludibrio. Ma proprio perché questo non è un Paese normale, non meraviglia più di tanto che nella stessa festa di “azione giovani” in cui si è scelto di premiare il pregiudicato pierino gelmini, ci sia stato uno stucchevole confronto fra i due pretendenti al trono della politica italiana, nel quale, ad un certo punto, si è sfiorato il concetto di “legalità” con alcuni distinguo dettati più dall’appartenenza partitica, dalla demagogia, dall’ideologia degli opposti schieramenti, che dalla logica e dal buon senso.D’altronde da una legislatura nata da una “porcata” è difficile attendersi una netta presa di distanza da comportamenti moralmente riprovevoli e legalmente mai abbastanza perseguibili col rigore che meriterebbero; in questa “porcilaia” c’è anche chi, come il ministro di troppa disgrazia e tanta ingiustizia, si fa aviotrasportare con rampollo al seguito, a spese del contribuente, per assistere ad una manifestazione sportiva davvero poco istituzionale, o come il legaiolo calderoli, già famoso per le sue rodomontate, il quale avendo partorito il “porcellum” ha buon gioco nel presentarsi come un suino geneticamente modificato dall’orgoglio padano e dal disprezzo che nutre verso chi professa una religione diversa da quella in cui crede sua suinità.Sul web gira un’immagine che rende molto bene il concetto, il “ritocco” vale più di mille parole, se non fosse per l’accostamento che offende in primo luogo proprio i suini, dovrebbe diventare l’emblema dell’attuale legislatura, nata da una porcata, pasciuta dal foraggio statale e osannata dall’inconcludente acrimonia di quelli che amano sguazzare nel letame dell’intolleranza e della xenofobia per insudiciare ancor di più un porcile dove le mandrie politiche-intellettuali e il popolo bue si muovono in processione seguendo il cane pastore di turno, dietro il simulacro di una democrazia inquinata dalle deiezioni parolaie ed escrementizie dei suoi insulsi mistificatori, fra i quali un posto a parte merita il capo tribù delle camicie verdi al guinzaglio del caimano silvio.Il sommo legaiolo l’altro ieri si è recato in pellegrinaggio sul Monviso, alle sorgenti del Po, per celebrare con il consueto folklore, l’annuale cerimonia pagan-padana dell’ampolla. Ha tenuto il solito panegirico sparlando di tasse, ma non di evasione fiscale, è stato colto dalla solita crisi comiziale e ha denigrato “Roma ladrona” dicendo peste e corna dello Stato Italiano. Vedendolo agitare l’ampolla nell’aria come se fosse la reliquia di un nume tutelare, mentre il popolo plaudente inneggiava al dio Po, non ho potuto fare a meno di pensare ad un’altra ampolla e ad un altro rito: all’ampolla contenente il sangue di San Gennaro che, opportunamente agitato prima dell’uso miracolistico, si scioglie tra le mani del celebrante il quale poi lo mostra al popolo osannante che applaude cogliendo nel liquefarsi del sangue la portentosa manifestazione del divino.Tralascio le analogie di carattere antropologico e le suggestioni che il sacro e il profano provocano presso il popolo bue e nell’immaginario quotidiano per dire solo, prima di continuare con don gelmini, quanto sia pertinente il paragone recentemente fatto dal regista Ermanno Olmi tra il fiume Po e l’Italia.Richiesto di un parere sulle condizioni in cui versa il fiume più lungo d’Italia, l’unica grandezza di “valori” che quelli come bossi possono vantare, il regista dei “Centochiodi” ebbe ad affermare che il Po è un fiume che è diventato lo specchio dell’Italia: inquinato dagli scarichi reflui che confluiscono nei suoi affluenti, quasi in secca in molti tratti del suo corso perché facile preda di draghe voraci che ne scavano il letto rubando la sabbia, di idrovore che ne succhiano l’acqua inquinata e salmastra per irrigare campi bruciati dalla siccità e dalla produzione intensiva di colture che soffrono visibilmente per l’inquinamento; insomma, una fogna a cielo aperto, dove è ormai impossibile pescare, sia pure per diletto, qualcosa di commestibile.Prima, diceva il regista, l’acqua del Po si poteva tranquillamente bere, anche nel delta; forse per questo, bossi risale la corrente fino alla sorgente del Monviso, per riempire un’ampolla di acqua purissima, altissima, leghissima, che poi verserà nell’Adriatico come gesto apotropaico quasi a voler allontanare dal regno lombardo-veneto ogni nefasta influenza italica.Non può fare altrettanto il signor pierino gelmini per il quale neanche i suoi amici magistrati possono più fargli il favore di archiviare inchieste compromettenti per lui e per la sua congrega di ineffabili complici e tirapiedi che invano cercano di coprire le tremende responsabilità del pretacchione di nostra signora dei tossici, rischiando essi stessi di essere indagati, come minimo, per il reato di favoreggiamento. La stessa gerarchia catto-vaticana sta cercando, miserevolmente, di mettere le mani avanti dando ad intendere che nulla può contro un prete, notoriamente cattolico, che segue il rito greco-melchita e si esibisce indossando la mitra tempestata di pietre preziose, l’anello prelatizio, una pesante croce pettorale e un prezioso pastorale. Secondo me, una furbata o, per meglio dire, come si capirà dopo, un bizantinismo, scientificamente organizzato dal pretacchione gelmini, per vanificare eventuali provvedimenti disciplinari che il vescovo da cui dipende avrebbe potuto adottare nei suoi confronti, né può farlo il vescovo della diocesi dove il don delinquente fu ordinato prete, presso la quale, a norma del diritto canonico era “incardinato” prima che il gelmini stesso si “escardinasse” divenendo, chissà come e con quali referenze, esarca mitrato della chiesa greco-melchita. Se non erro, la setta greco-melchita, usa formule liturgiche di origine bizantina, ma riconosce “obbedienza” al papa di Roma, di conseguenza herr ratzinger non dovrebbe avere alcun problema nel richiamare all’ordine un suo sottoposto, fino a sospenderlo a divinis.
Sull’onda della stringente attualità ritorno quindi sulle nefande gesta del prete-lupo pierino gelmini e dei suoi scagnozzi per integrare la seconda parte di un post, pubblicato il 7 agosto scorso e “dedicato” ai precedenti penali di un malvivente che si fa chiamare monsignore, il quale, nel 1979, dopo qualche anno trascorso in galera, viene folgorato sulla via del recupero dei tossicodipendenti, scopre il filone aureo della disintossicazione e fonda una vera e propria holding.La prima comunità di recupero nasce ad Amelia, in provincia di Terni, dove don pierino riesce a farsi assegnare in comodato d’uso e per 40 anni, un frantoio abbandonato, il Mulino Silla, la “casa madre” della sua proteiforme attività pastorale che ben presto darà i suoi frutti con l’acquisizione dei numerosi casali circostanti abbandonati, ristrutturati e ampliati in violazione dell’originaria destinazione d’uso e del piano regolatore del comune di Amelia, un modus operandi più adatto al più spregiudicato degli speculatori immobiliari che ad un prete peraltro già condannato per le sue attività truffaldine. Tutto fu comunque “sanato” in sede politica, nonostante il parere contrario del sindaco del tempo (quel Luciano Lama che avrebbe tanto da insegnare all’attuale “casta” sindacale) e la “gelmini Spa” approfittò di quel viatico per estendere senza sosta le proprietà immobiliari acquisendo, nella sola provincia di Terni, boschi, uliveti, vigneti e pascoli per una estensione di venti ettari, oltre a diversi fabbricati sparsi nel territorio circostante. Oggi la holding di don gelmini conta ufficialmente 164 succursali in Italia e 74 nel mondo.Dati contestati, però, da Stefania Nardini, in un articolo apparso su Gente d’Italia, quotidiano italiano delle Americhe, la giornalista, che ha trascorso un periodo presso la comunità di don gelmini, racconta di straripante culto della personalità (silvio docet!) di body guard armati di pistola, di macchinoni di lusso (un vizio antico) di disparità di trattamento degli ospiti, ma anche di cifre gonfiate a beneficio dell’immagine pubblica del ras-monsignore: “Si parla di 164 sedi residenziali in Italia e invece sono 64, di 180 gruppi d’appoggio che in realtà sono una ventina, di un turnover residenziale di 12 mila persone (turnover in cui sono comprese semplici richieste di informazioni) di 126.624 ingressi in comunità tra il 1990 e il 2002, mentre attualmente, si registrano non più di 20 o 30 colloqui al mese, il che significa, al massimo 360 ingressi all’anno, cifra che si riduce della metà considerando coloro che rinunciano”.Anche sui cospicui introiti della comunità i numeri sono incerti.“La trasparenza amministrativa – scrive L’Espresso – non è mai stata una priorità della comunità. Sul sito internet non c’è traccia del bilancio. Bisogna andare alla Camera di commercio di Roma per scoprire che la Comunità Incontro , organizzazione non lucrativa a fini sociali, è presieduta da una sconosciuta: Umbertina Valeria Mosso, avvocatessa di 86 anni. Il comitato direttivo è composto dalle persone più vicine a don pierino e dal don medesimo, che è il segretario generale, con ampi poteri di gestione”.In ogni caso il suo piccolo impero, don gelmini, lo ha realizzato anche e soprattutto in virtù delle sue ottime entrature politiche, oltre che alle cospicue donazioni che il suo carisma ha saputo intercettare. Solo in occasione della megafesta per gli 80 anni di don pierino, nel 2005, berlusconi dichiarò di volergli devolvere 10 miliardi delle vecchie lire. Alla mega kermesse in onore del prete ottuagenario, c’era anche un altro grande amico di don pierino, l’allora ministro maurizio gasparri, insieme ad altri rappresentanti del malgoverno berluskoni come il bigotto rocco buttiglione e il costruttore-ministro pietro lunardi (quello che “con la mafia bisogna imparare a convivere”) oltre a gustavo selva rappresentante di “ambulanza nazionale” e ad una sfilza di sottosegretari del sottogoverno di silvio.A tanta munifica benevolenza del leader e degli esponenti del casato delle cosiddette libertà, don gelmini ha sempre risposto con una indefessa militanza destrorsa, che oltre a convogliare verso berluskoni il consenso e le preferenze di migliaia di visitatori ed ospiti (nonché delle loro famiglie), si è più volte caratterizzata con l’augusta presenza del gelmini medesimo a manifestazioni politiche ed elettorali.Lo si è visto spesso accompagnarsi ad esponenti aennini, per i quali ha anche fatto il galoppino elettorale, alle ultime consultazioni per il rinnovo del consiglio comunale di Roma, era a fianco del candidato sindaco indicato dal casato delle cosiddette libertà.Nel 2006 don pierino fu uno dei maggiori sostenitori della nuova legge sulla droga che ha eliminato la differenza fra droghe leggere e pesanti.“Grazie, gianfranco, per la legge contro la droga, affido a voi di a.n. il compito di difendere i principi cristiani” disse don gelmini ai delegati aennini presenti ad una conferenza programmatica del partito di fini.Le recenti accuse di molestie sessuali hanno, per la verità, qualche precedente negli anni d’oro della comunità, stupisce il fatto che di competenza abbia usato i suoi buoni uffici per metterci una pietra sopra e archiviare evitando di approfondire le indagini.Come accadde, ad esempio, il 23 novembre 1991, quando venne ritrovato morto sgozzato a Rimini Fabrizio Franciosi, cittadino di San Marino, ospite, anni prima, della comunità del prete pierino gelmini.Durante le indagini, il fratello della vittima, raccontò che poco tempo prima di morire, Fabrizio gli aveva raccontato di aver subito abusi sessuali da don pierino gelmini in una casetta nel parco della comunità “incontro”.Nel 2003 don Antonio Mazzi, animatore della comunità per tossicodipendenti Exodus, ricevette la lettera di un ragazzo che raccontava di aver subito molestie sessuali da parte di don gelmini, quando, nel 1993, fu ospite per sei mesi della comunità “incontro”. In seguito il giovane si era trasferito in una struttura di don Mazzi, con il quale si era confidato e aveva continuato a mantenere un rapporto epistolare.Purtroppo, don Mazzi, ha raccontato questi fatti solo nelle scorse settimane, quando il bubbone don gelmini era già scoppiato. Sentito dagli organi inquirenti, il Mazzi ha comunque ribadito ciò che aveva già rivelato circa il contenuto della missiva.Nel 2004, un libro di Marco Salvia, Mara come me, racconta la vita all’interno di una comunità di recupero per tossicodipendenti, delineata nei termini di un lager gestito da un prete bigotto e fanatico, validamente spalleggiato da collaboratori violenti e brutali.La storia è romanzata, ma il 23 gennaio del 2005 il quotidiano il Manifesto, pubblica una lettera con la quale l’autore usciva allo scoperto, dichiarando che i fatti narrati nel libro erano reali e che dietro la figura di don luigi, il padre-padrone della comunità, si celava don pierino gelmini.E poi ci sono le accuse fatte da Bruno Zanin. Nel suo libro autobiografico Nessuno dovrà saperlo, l’Autore descrive le sue drammatiche esperienze, un durissimo atto d’accusa nel quale non è difficile individuare il lupus in fabula: il capitolo che parla dell’abuso è stato messo online dall’Autore stesso all’indirizzo internet
www.bispensiero.it/documents/DonGiustino.pdf).Romanzo di espiazione con accenti poetici in cui il tormento di un paradiso irrimediabilmente perduto dalle vittime delle violenze sessuali, si inabissa nel buio delle coscienze dei carnefici. Un libro che bisogna assolutamente leggere, anche solo per farsi una pallida idea di come si svolgono gli approcci, del clima che genera le violenze e di come poi vengono perpetrate, nella quasi indifferenza generale. Ho letto quel libro, dire che è bello è dire poco, perché è di una bellezza che fa male, per me alcune pagine sono state come delle pugnalate, hanno riaperto vecchie ferite, un dolore che si esacerba anche quando certi preti-lupo travestiti da agnelli, balzano al disonore della cronaca per le loro turpi nefandezze, come nel caso di don pierino gelmini.Nel libro, Zanin, che è stato negli anni ’90 collaboratore di Radio Vaticana, racconta anche di aver parlato degli abusi sessuali subiti da don gelmini, all’allora direttore dei programmi dell’emittente papale, quel “padre” federico lombardi (oggi direttore della sala stampa vaticana) e a monsignor giovanni d’ercole, pretacchione orionino, capo ufficio della sezione affari generali della segreteria di stato del vaticano, da sempre buon amico di don pierino e da qualche mese (udite, udite) direttore responsabile della rivista della comunità “il cammino” e dell’emittente “tele umbria viva” di cui il prete-lupo pierino gelmini è proprietario.Comunque, anche con la chiesa cattolica i rapporti, a dispetto delle difese d’ufficio e delle strategiche prese di distanza, sono sempre stati piuttosto tesi. Fin da 1963, quando don pierino iniziò a fregiarsi abusivamente del titolo di monsignore, meritandosi un richiamo ufficiale del vaticano che lo diffidò dall’utilizzare quel titolo, in seguito venne anche sospeso a divinis per meriti penali.Sospensione poi ritirata, ma il titolo tanto agognato non arrivava.Nel 1988 il pretacchione pierino gelmini, risolse il problema con un abile éscamotage che col senno di poi potrebbe davvero rivelarsi una via di fuga: pur essendo un prete di rito latino, aderì ad una chiesa cattolica di rito orientale, quella melchita, e si fece insignire del titolo di esarca mitrato.Titolo onorifico, non equipollente a quello di vescovo, ma in certi ambienti popolati da allocchi, le patacche clericali, monsignore, eccellenza ed eminenza, funzionano come gli specchietti per le allodole.Nelle biografie “ufficiali” di don gelmini, però, il titolo ottenuto dalla chiesa melkita è messo in grande evidenza, insieme ad un’altra lunghissima sequenza di bizzarri riconoscimenti: da “maggiore garibaldino e primo cappellano della Legione Garibaldina” a “gran comandante dell’Ordine di George Washington”.Monsignore (puh! Lo sputo è d’obbligo) è un titolo sfoggiato dal prete pierino gelmini, non solo per la sua farsesca ridondanza, ma anche perché concede al pregiudicato pretacchione il diritto all’uso dell’anello, della mitra, della croce e del pastorale quando si esibisce nella messa in…scena seguendo il “copione” del rito greco o, avendo ricevuto una speciale dispensa del vaticano, può indifferentemente esibirsi ed officiare col doppio rito, ostentando dei paramenti che lo rendono ancora più insulso e grottesco, più di quanto non lo porta ad essere la sua indole di inarrivabile fariseo.Ma al signor pierino gelmini certe sottigliezza liturgiche vanno strette e la messa in…scena continua tranquillamente a rappresentarla secondo il rito romano, mascherandosi però con i sontuosi paramenti greco-cattolici.Giusto per dire di che pasta è fatto il reverendo avanzo di galera, basta riportare la frase con la quale ha rispedito al mittente-vaticano, l’invito rivoltogli da un cardinale a fare il classico passo indietro: “Mi chiede di fare un passo indietro? Lo faccia lui in avanti, in un burrone!” E ancora: “Volevano colpire la comunità, pensavano di avere a che fare con un coniglio, ma hanno trovato un cane che morde” e, ringhiando rabbioso, saluta facendo il classico gesto dell’ombrello.