IPERBOLE

DEMOCRATICAMENTE CRITICO


La delusione e il disincanto stanno prendendo il sopravvento, la rassegnazione è dietro l’angolo, secondo me difficilmente il nascente partito cosiddetto “democratico” con il suo apparato di “otri” buoni per tutte le stagioni, riuscirà a contenere il vino nuovo della tanto decantata “nuova stagione” e a  produrre una classe dirigente altrettanto “nuova” e capace di risolvere gli annosi problemi della politica italiana, sempre più incancreniti dall’ingombrante e irriducibile presenza di una oligarchia  interessata solo a perpetuare i propri privilegi di casta. La chiamano “nuova aristocrazia” ma sono solo degli arroganti parvenu, a scuola di onorevole cafonaggine, che vivono di rendita sfruttando la res publica come se fosse “cosa loro”.Si dicono “prestati” alla politica, ma è la politica che ha loro concesso un prestito a lunghissimo termine che non hanno mai onorato e che, anzi, hanno sfruttato fino a renderlo inesigibile; incuranti degli interessi che il popolo bue quanto creditore inutilmente reclama, senza peraltro avere la forza sufficiente di p…ignorarli e cacciarli a pedate. Lorsignori continuano, chissà come, a riscuotere consensi, a manifestare altri “interessi”, il più delle volte, conflittuali, spesso illeciti, ostentando una credibilità che hanno ampiamente dimostrato di non possedere. Eppure sono sempre lì, inamovibili, forse intercambiabili, solidali fra loro, in uno spirito di corpo che li porta ad esprimere “solidarietà” ad uno dei tanti notabili in odor di mafia.  Destra e sinistra (c’è ancora la sinistra?), ormai si equivalgono e convergono al centro, inghiottiti dal buco nero del falso perbenismo clerico-borghese: una tendenza influenzata da variabili difficilmente riconducibili a leggi fisiche o a dottrine politiche; duole ammetterlo, ma “questo e quello per me pari sono”.Non basta la fusione a freddo di due partiti senza ideali per scatenare una reazione a catena che porti alla nascita di una nuova forma di energia che dia impulso ad un Paese piegato su sé stesso e in balia dei soliti “poteri forti” che, con o senza il partito sedicente democratico, con o senza il partito-azienda della telelibertà, continueranno a fare il bello e il cattivo tempo, imbavagliando la libera stampa e impedendo alla Magistratura di violare i loro santuari.Invece di rottamare per sempre gli otri vecchi e riciclati, si è preferito utilizzarli per il buon nome (sic) che portano per travasare in loro, un vino che sa già di aceto.Un’operazione di facciata, un maquillage per nascondere le rughe di una decrepita democrazia, mai cresciuta, ancorché incompiuta e sottotutela, ora dal papa re, ora dallo zio sam, una “demo-gerontoligarchia” che scimmiotta comportamenti falsamente democratici ed eticamente riprovevoli, dove a dettar legge è la giungla degli interessi e delle cointeressenze, in cui ad avere l’ultima parola e il diritto di veto, è la nomenklatura di ogni latitudine e legislatura, e i partiti vecchi, seminuovi e riciclati dall’imperante trasformismo ideologico, non sono altro che meri contenitori di altri “vuoti a perdere”.Chiedo scusa, ma non riesco ad entusiasmarmi per quei tre milioni e passa di elettori che l’altro ieri, con un atto puramente notarile, hanno per così dire votato per l’elezione del segretario e della costituente del partito “democratico”. Si sono prestati ad un gioco visibilmente truccato, avallando scelte e operazioni fortemente verticistiche, già fatte dalle segreterie dei due partiti che hanno copulato per far nascere un ibrido che di “democratico” ha solo il nome.Si è tanto criticato, e a ragione, il “porcellum” da finire per adottarne il metodo: il paradosso delle liste bloccate è un nonsenso che di democratico, evidentemente, ha ben poco a che spartire con la partecipazione popolare chiamata a ratificare accordi già fatti. Il plebiscito ottenuto dal “giovane” Walter è solo fumo negli occhi.La politica, semmai lo ha fatto, non mi entusiasma più, lo scetticismo che circonda la neoformazione nata dai petali di una vacua margheritina e da un’avvizzita e fiacca quercia assurta a simbolo di una sinistra senza più radici, va di pari passo con l’illusione da molti manifestata che l’ennesimo partito possa davvero servire a cambiare le cose. D’altro canto non è mai successo che coloro i quali hanno tutto l’interesse a mantenere lo status quo, rinuncino “per partito preso” ai propri privilegi, alle proprie rendite di posizione e facciano il classico passo indietro, a favore di un cambiamento che in primo luogo penalizzerebbe, guarda caso, proprio chi, da decenni, rimane con il culo incollato alle poltrone.    Percentuali alla mano, il nascente partito, come l’intero Parlamento, è formato per la stragrande maggioranza da membri passati dalle esperienze più varie e fallimentari; i nani e le ballerine che calcano la scena sono tutti compromessi con il passato regime (ma, è mai passato?) per questo si inventano nuovi ruoli, nuovi scenari, nuovi partiti e i politicanti per  mantenersi a galla e continuare a sfruttare l’onda anomala di un consenso popolare spesso estorto con promesse varie, hanno imparato a stare sulla cresta dell’onda, unendo l’utile al dilettevole, a comportarsi come degli intoccabili galletti, certi che mai nessuno oserà torcere il loro collo.Malgrado i proclami e gli slogan, nel partito democratico manca, per esempio,  l’attenzione alla irrisolta “Questione Meridionale” dai più sentita come una zavorra;  manca altresì l’attenzione ai problemi inerenti il variegato mondo delle nuove generazioni alle prese con un malessere e un disagio sociale in cui il precariato rappresenta solo la punta dell’iceberg, insieme a nuove forme di mercificazione del lavoro che pregiudicano le stesse libertà dell’individuo a sentirsi partecipe del suo futuro. D’altronde un partito “giovane” fatto di “otri vecchi” mai e poi mai potrà essere in sintonia con i bisogni dei giovani, proprio perché non li rappresenta.Perfino in Cina le cariatidi del comunismo, che in questi giorni celebrano il loro congresso, hanno deciso di fare spazio ai quarantenni e ai cinquantenni, raccogliendo, in tal modo, la sfida di un’economia di mercato sempre più globale e aggressiva; qui da noi invece il regime partitocratico per sopravvivere e vegetare, si affida agli oligarchi di una gerontocrazia che si autoperpetua mummificando un altro partito nato già vecchio.Dalle mie parti, già l’estate scorsa, il grosso della sinistra giovanile dei DS ha rassegnato le dimissioni per intraprendere un nuovo percorso nella “Sinistra Democratica per il socialismo europeo” con l’obiettivo proprio di rinvigorire una sinistra ormai spuria che si vergogna di definirsi “socialista”.Uno degli slogan vorrebbe che quel partito cosiddetto “democratico” fosse il partito di chi “nel 2010 avrà 20 anni”. Ma è solo uno slogan per vendere un prodotto che evidentemente si rivolge ai giovani solo per captarne la temporanea benevolenza, visto che, sempre da queste parti, ben il 75% degli iscritti della sinistra giovanile, memori delle promesse mancate, non si è lasciato abbindolare dalle sirene del trasformismo sinistro-centrico, aderendo coerentemente ad un altro progetto: quello della costruzione della “Sinistra Democratica” che, non fosse altro per costituzione, è più attenta ai bisogni di una società che non si sente più rappresentata dai partiti tradizionali.E’ facile demonizzare l’antipolitica, gridare “al lupo, al lupo” quando il recinto della casta si sente aggredito.Gli allarmi lanciati dai vari movimenti negli anni scorsi e quelli risuonati in questi giorni, subito tacciati di “qualunquismo” e tacitati dalla solita accusa di “terrorismo” (un ismo spesso preso a pretesto per seminare panico e tensione sociale) non hanno minimamente scalfito i sogni tranquilli dei nostri politic…anti i quali, per mantenere inalterato lo status quo, continuano a strizzare l’occhio alla società estorcendo il consenso elettorale con l’infallibile sistema del do ut des,  in termini di poltrone, favori, scambi, clientele e corruttele varie e disinteressandosi altamente dei problemi reali della società, della sua montante sofferenza e quotidiana insofferenza, del suo bisogno di spazio politico, sempre più irriso, disatteso e puntualmente negato dagli apparati di partito.I partiti sono espressione dei politici e di chi vive di politica, non più dei cittadini; i partiti, quelli veri, non esistono più, proprio perché il popolo “sovrano” è stato esautorato e da soggetto “costituente” è diventato oggetto passivo dell’arroganza di una classe dirigente sclerotizzata e autoreferenziale.Il cosiddetto “metodo democratico” così tanto sbandierato in questi giorni di inutile vittoria della democrazia incompiuta, consiste soprattutto nella conta di crani aggregati a vario titolo (“un cranio, un voto”), spesso secondo beceri calcoli opportunistici di vacui individui che starnazzano e zampettano da un partito all’altro a seconda del vento che tira. Lontani dalla società, i partiti sono solo espressione di una oligarchia che, come un tappo di immonda spazzatura, ha ostruito i canali di rigenerazione della classe dirigente, impedendo la partecipazione di fior di risorse della società civile e della cittadinanza attiva, portatrici di logiche disomogenee a quelle dominanti e per questo sbrigativamente tacciate di “qualunquismo”.E’ ovvio chiedersi: in assenza di una vera classe dirigente, non più collusa col passato regime, chi porrà mano ad una seria riforma dei partiti?Non certo coloro i quali si fanno votare per il nome che portano, quasi fossero (e forse lo sono) degli specchietti per le allodole, e non per gli ideali ai quali si ispirano o per un programma che probabilmente non hanno.  Il tentativo, smaccatamente buonista, di fondare un nuovo partito rivela tutti i difetti della classe politica in generale.“Vino nuovo in otri nuovi” ed invece questo partito democratico nasce già vecchio, programmato a tavolino, con una stentata sommatoria di sigle, rivendicazioni personali, correnti, diktat e determinazioni di boss locali e nazionali che non hanno mai smesso di guardarsi in cagnesco.Bell’esempio di Democrazia!Le primarie? Ah, sì le primarie, grande momento di democrazia diretta, grandissimo momento di democratica presa in giro, con le liste bloccate e un regolamento normato da “45 saggi” che hanno impedito, di fatto, l’espressione di una democrazia partecipata, attiva, aperta e avulsa da ogni gioco di potere.Ma dove sono i cittadini, dov’è il popolo sovrano?Dov’è l’elaborazione di una politica nuova, unitaria, finalmente attenta ai bisogni dei comuni mortali, che giustifichi la fusione di più partiti, che nasca da un confronto serio tra i cittadini senza più onorevoli mediatori sempre pronti all’incasso? In quale agorà si è dibattuto così tanto da portare all’elaborazione di un progetto che giustifichi la formazione di un nuovo soggetto politico dove gli aderenti, dimesse le casacche delle originarie appartenenze, si sono incontrati, senza pretese egemoniche ma con l’unica motivazione derivante dall’agire nell’esclusivo interesse della collettività?   Non so se mi sono spiegato abbastanza, ma il partito democratico non mi intriga per niente e non riesco davvero a capire tutto il trionfalismo manifestato dai suoi maggiorenti.Non hanno vinto niente, eppure sono lì a gonfiare il petto e a fiatarsi l’un l’altro come tanti rospi; se continuano così esploderanno, vittime della loro stesa boria o, come dice il caimano, imploderanno con le loro contraddizioni e lui starà lì, pronto a ingoiarli.Il “giovane” Walter ha scelto il Nord per la Costituente del suo partito, la cosa avrebbe dovuto lasciarmi del tutto indifferente, ma è sintomatica dell’interesse che nutrono lui ed altri, a cominciare da Massimo, per questo Sud considerato solo un serbatoio di voti. La scelta non può lasciarmi indifferente specie al pensiero di una classe dirigente indolente e incapace che assiste impunemente all’emigrazione di 270.000 terroni che nell’ultimo anno si sono spostati al Nord per motivi di lavoro, senza neanche provare a risolvere l’atavica “questione meridionale”.Un meridionale come me, al quale la sudità (non la sudditanza) ha reso ancor più forte il legame con questa terra dimenticata dagli uomini, ma non certo dal Buon Dio, non può tacere dinanzi alle quotidiane invettive legaiole e nordiste che vorrebbero “abrogare il Mezzogiorno” sentendolo come una palla al piede per lo sviluppo.Ma, di grazia, qual è stata la politica di sempre per il Sud?Quella di sovvenzionare, senza programmare, ben sapendo che così facendo si  tappava la bocca dei critici e si accontentavano gli amici degli amici, permettendo a molti di quelli, di provenienza nordista, di scappare con l’intera cassa del mezzogiorno, senza che fosse creato neanche un posto di lavoro.Basta leggere gli ultimi dati Svimez per capire, per esempio, che questo Sud è penalizzato più del lecito da una classe politica miope, resa ancor più cieca dagli sproloqui bossiani che vorrebbero questo Sud sprecone e popolato di parassiti.Forse, in alcuni casi, il sommo legaiolo ha ragione, ma in altri i dati incontestabili del rapporto Svimez lo smentiscono ampiamente.Il Rapporto Svimez dice che dal 2001 al 2006 (indovinate chi regnava) la quota di spesa pubblica per il Sud (spendaccione) è passata dal 40,6% al 36,3% ottenuta peraltro con risorse comunitarie, al netto delle quali il contributo dello Stato per il Sud scende al 22,3%.Sono d’accordo con chi afferma che i problemi del Sud non solo di natura economica e che la classe dirigente meridionale o, per meglio dire, borbonica ha le sue responsabilità, ma smettiamola con i luoghi comuni che vorrebbero un Sud scialacquatore e spendaccione, un Sud che assorbe enormi risorse e produce solo debito, di un Sud che toglie agli altri, quando poi avviene esattamente il contrario.Il “giovane” Walter in un congresso del Pds di qualche anno fa, adottò uno slogan che adattato al contesto meridionale suona quasi beffardo: “I care”.E dinanzi alle politiche di spesa riservate al Mezzogiorno quello slogan sembra confermare il giudizio espresso da un grande meridionalista, A. De Viti De Marco, il quale dinanzi ai “copiosi” finanziamenti a pioggia così scriveva: “Mirano più a tacitarci, che a curarci”.E' forse questo il programma del cosiddetto partito "democratico"?