IPERBOLE

ORAZIONE A PIE' DI LISTA


   
Mi si rimprovera il fatto di aver volutamente tracciato nel post precedente un ardito parallelismo fra il gesto sconsiderato di un fanatico epigono del regime nazifascista (un negazionista?) che ha pubblicato sul web la famigerata black list di proscrizione antiebraica in cui figuravano i nomi di 162 docenti universitari accusati di fare lobby a favore dello Stato di Israele e il cosiddetto “santo padre” il quale, dopo la promulgazione del Motu Proprio con cui ha liberalizzato l’uso del messale di san pio quinto e il vecchio Ordo Missae, continua a trovarsi al centro di polemiche per scelte liturgico-integraliste che, oggettivamente, offendono la sensibilità e le convinzioni di chi professa una religione diversa da quella cattolica, nella fattispecie l’Ebraismo.L’aver messo sullo stesso piano il fanatismo dell’uno e il fondamentalismo dell’altro, mi ha attirato le critiche, anche feroci e naturalmente anonime, di quanti (bello sforzo!) patteggiano apertamente per il secondo, pur condannando, giustamente, il primo, come se anche il buon ratzinger a suo tempo (all’età di 14 anni aderì alla gioventù hitleriana) non ebbe a che fare con quel regime che per folle e mussolininana germinazione attecchì anche in Italia, trovando l’humus adatto per far nascere, nel 1938, le aberranti leggi razziali, un mostro giuridico in cui “Civiltà cattolica” dell’epoca riconosceva “benefici elementi di opportunità” fra i quali, evidentemente, c’era anche l’antisemitismo che in certi ambienti viene tuttora abilmente mascherato e diventa oggetto di formule liturgiche.E se ieri c’era un papa (pacelli) che assisteva passivamente al compiersi dell’olocausto, vedendovi forse qualche “elemento di opportunità” nel gasare e incenerire un popolo accusato di deicidio, oggi ce n’è un altro (ratzinger) che considera gli Ebrei non più “Fratelli Maggiori”, come ebbe a definirli Lolek il Grande, ma pagani e prega il suo dio che li “illumini” (li converta) e “riconoscano Gesù Cristo come Salvatore di tutti gli uomini”.Il virgolettato è tratto dall’orazione per la conversione degli Ebrei, preghiera ultimamente rivista e corretta, che il messale tridentino prescrive di recitare durante la liturgia del Venerdì Santo.Cerco di spiegare meglio l’origine delle polemiche, che non è solo questione di lana caprina o di mera interpretazione lessicale o filologica, quanto fideistica e teo-logica, guardandomi però bene dall’addentrarmi in quel campo minato in cui solo i preti sanno muoversi a loro agio proprio perché sanno dove mettere i piedi (sulla Ragione), lo faccio da profano che, però, ha una certa infarinatura datami dal fatto di aver frequentato il loro mondo, prima che essi stessi facessero di me il vituperato laicista e l’anticlericale che a malapena traspare da questi post.Mi limito ad analizzare il testo, con qualche breve incursione nei Documenta e qualche altra citazione ripresa da chi ha voce in capitolo. In origine, nelle funzioni del Venerdì Santo si pronunciavano una serie di preghiere: per la chiesa, per il papa e tutto l’ordine pretesco, per il popolo fedele alla linea, per i catecumeni, per gli scismatici e gli eretici (io, essendo uno di questi, preferisco chiamarli dissidenti), per i pagani e, per ultimo, anche per gli Ebrei. La preghiera per la conversione di questi ultimi recitava: “Oremus et pro perfidis Judaeis” (“Preghiamo anche per i perfidi Giudei”) e poi dopo una genuflessione: “Omnipotens sempiterne Deus, qui etiam judaicam perfidiam a tua misericordiam non repellis…”.(“Dio onnipotente ed eterno che non ricusi la tua misericordia alla perfidia dei Giudei, degnati di esaudire la nostra preghiera”).Come si vede, il problema deriva dal significato (letterale?) da attribuire all’aggettivo latino “perfidus” e al sostantivo “perfidia”. Mentre i tradizionalisti eccepiscono che etimologicamente in latino i termini “perfidus” e “perfidia” sono composti dal suffisso “per” (oltre, al di là) e dalla radice “fides” (fede), e vanno quindi intesi nel senso di “non fedeli di Cristo” e “ostinata incredulità”; per tutti gli altri, Ebrei inclusi, la formula conteneva l’ennesima dimostrazione del secolare antigiudaismo (se volete antisemitismo) della chiesa catto-vaticana nei confronti del popolo ebraico.Giovanni XXIII, alias papa Roncalli, tramite la sacra congregazione dei riti (dichiarazione del 19 marzo 1959), aveva perciò provveduto ad eliminare dalla preghiera per gli Ebrei l’aggettivo “perfidi” e il sostantivo “perfidia”: di conseguenza, nell’edizione del messale tridentino del 1962, l’ultima editio typica prima della riforma liturgica postconciliare promossa da Paolo VI, essi non compaiono. La stessa congregazione, nel novembre 1960, eliminò la frase “Horresce Judaicam perfidiam respue Hebraicam superstitionem (“Ripudia l’infedeltà giudaica, rifiuta la superstizione ebraica) dal rituale del battesimo per gli Ebrei che volevano convertirsi al cattolicesimo.E’ doveroso però ricordare che papa Montini, nel 1965 promulgò l’enciclica Nostra Aetate con la quale la chiesa cattolica scagionava gli Ebrei dall’accusa di deicidio, imputazione che per due millenni ha perseguitato il “popolo maledetto” e ghettizzato, senza peraltro avanzare alcuna pretesa evangelizzatrice nei loro confronti.Rimase quindi nella liturgia del Venerdì Santo, soltanto la preghiera per la conversione dei giudei.Preghiera che la comunità ebraica ha continuato a ritenere offensiva, oratione che, ripristinato l’antico rito di san pio quinto, per opera di papa ratzinger, è tornata ad essere pietra di inciampo nel dialogo tra cattolici ed ebrei. Ma, è risaputo, quando la gerarchia cattolica parla di dialogo, qualunque sia il campo e l’argomento, pensa sempre al monologo e un eventuale interlocutore che abbia a cuore la sua autonomia di giudizio, non può far altro che prendere atto che in certi ambienti il reciproco rispetto e la dialettica appartengono all’astrazione del pensiero dominato.Papa ratzinger ha così disposto che la preghiera di rito sia ulteriormente cambiata, lo ha annunciato nei giorni scorsi una nota della segreteria di stato vaticana pubblicata sull’organo ufficiale della cosiddetta santa sede. Il testo che sarà in vigore dal prossimo Venerdì Santo non prevede più che si preghi esplicitamente per “la conversione” degli Ebrei, ma se le parole hanno un senso, il significato rimane quello, giacché vi si formula a chiare lettere l’invito a riconoscere in Cristo Gesù l’atteso Messia, evento che gli Ebrei di sempre hanno sempre rifiutato. Questo il testo in latino della nuova preghiera: Oremus et pro Iudaeis Ut Deus et Dominus noster illuminet corda eorum, ut agnoscant Iesum Christum salvatorem omnium hominum. Oremus. Omnipotens sempiterne Deus, qui vis ut omnes homines salvi fiant et ad agnitionem veritatis veniant, concede propitius, ut plenitudine gentium in Ecclesiam Tuam intrante omnis Israel salvus fiat. Per Christum Dominum nostrum. Amen.In italiano la preghiera suona così: “Preghiamo per gli Ebrei. Il signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini. Dio Onnipotente ed eterno, Tu che vuoi che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, concedi propizio che, entrando la pienezza dei popoli nella tua Chiesa, tutto Israele sia salvo”.Ma per la comunità ebraica, la toppa, come suol dirsi, rischia di essere peggiore del buco: per David Rosen, presidente del Comitato ebraico internazionale sulle consultazioni interreligiose “la nuova liturgia è un passo indietro rispetto alla strada intrapresa con le enunciazioni del Concilio Vaticano Secondo”. Anche l’ufficio di Gerusalemme della Anti-Defamation League ha parlato di “intervento cosmetico” con riferimento alla revisione della preghiera per gli Ebrei inserita nella liturgia del Venerdì Santo, aggiungendo che quella preghiera resta “profondamente preoccupante”, poiché insiste nel richiedere agli Ebrei “di riconoscere Gesù come il salvatore”.Per Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, con questo testo “si torna indietro di 43 anni perciò si “impone una pausa di riflessione nel dialogo ebraico-cristiano”. Per Di Segni è tutto sbagliato: “La sostanza, ma anche la formula” della preghiera. Il rabbino ha precisato inoltre che “non è vero che è stata abolita la frase che urta la sensibilità del popolo ebraico. Nella nuova formulazione, tutto urta contro questa sensibilità”.D’altronde, basta fare un confronto con le due formule per rendersi conto che il senso è lo stesso.Intanto non accenna a diminuire la mobilitazione del mondo della cultura e dell’università contro la black list di proscritti ebraici. Riprendo parte del documento di condanna redatto dal Senato Accademico dell’Università di Torino perché trovo un’eco di quanto anch’io, nel mio piccolo, ho scritto qualche giorno fa, documento che denuncia “il pericoloso salto di qualità nel rimanifestarsi di atteggiamenti e sentimenti fascisti e antisemiti…E’ ora di interrogarsi apertamente se gli atteggiamenti revisionisti, perdonisti e conciliatori espressi in questi ultimi anni nei confronti del fascismo e dell’antisemitismo, l’affievolirsi tanto incontestabile quanto irresponsabile della memoria su ciò che ha significato il nazifascismo, l’omaggio a tutti i caduti delle guerre tradotto in inammissibile omologazione dei valori a cui si ispiravano oppressi e oppressori, non stiano partorendo frutti avvelenati che rischiano di rendere accettabile o rilevante ciò che fino ad alcuni anni or sono non sarebbe stato in alcun modo tollerato né avrebbe trovato spazio nella comunicazione di qualunque tipo”.Da questo punto di visto credo che l’attuale classe politica debba fare un serio esame di coscienza, ammesso e non concesso che in quell’ambiente si possa ancora parlare di coscienza.  Considerato quel che accade oggi in Italia e la pretesa che taluni hanno di dettare la linea (politica, storica e morale) credo che sia utile ricordare il pensiero di un grande laico d’altri tempi, Immanuel Kant, il quale poneva la dimensione etica e morale nell’interiorità della coscienza individuale, nel celebre “tu devi” dell’imperativo categorico sottraendola così all’eteronomia delle  chiese, delle sinagoghe, delle moschee che si arrogano il diritto e il potere di parlare e di legiferare nel nome di Dio. “Tu devi” ascoltare solo la tua coscienza, io devo ascoltare solo la mia coscienza avendo “La legge morale dentro di me e il cielo stellato sopra di me” aggiungo con Kant proprio per rivendicare un’autonomia di giudizio che rifugge da qualsivoglia imposizione chiesastica.Ho sempre pensato che se c’è un Dio, Uno basta e avanza e nessuno, può pretendere di affermare, come d’altronde fanno tutte le varie religioni che infestano il pianeta, che il dio titolare della propria “setta” è migliore degli altri, ricorrendo spesso alla violenza, anche concettuale, per far passare come tesi indiscussa e indiscutibile, quella che è solo una ipotesi. Come tante.Se, come dicono, “siamo tutti fratelli” non capisco perché debbano esserci figli e figliastri! Quasi tutte le guerre si sono combattute nel nome di qualche dio, ancor oggi le guerre di religione scatenano conflitti, non solo ideologici lasciando che il dio degli eserciti si schieri in battaglia per far vincere, naturalmente, il più forte. Ciò vale sia per le varie campagne militari strategicamente pianificate per espandere la propria influenza geopolitica in un determinato scacchiere, che per le competizioni elettorali in cui i vari “partiti di dio” (e dei vescovi) sovvertono ogni più elementare norma democratica pur di conseguire un effimero, quanto redditizio, primato.Per farsene un’idea basta vedere quel che sta accadendo in questo periodo nella cattolicissima Spagna con i vescovi che invitano gli elettori a non votare per il socialista Zapatero e nell’altrettanta ipocritissima Italia, dove più che altrove, la chiesa cattolica ingerisce, suggerisce, pretende e passa all’incasso imponendo i suoi diktat ad una classe politica inetta, corrotta e clientelare che si lascia condizionare e mettere in mora da una gerarchia ecclesiastica che sfrutta qualsiasi dramma, dalla povertà all’aborto, dalla procreazione assistita al testamento biologico, pur di riaffermare la supremazia della morale dogmatica su ogni aspetto dello scibile umano.I teo-dem, i teo-con, i cattolici “pagani” e gli atei devoti o diversamente inginocchiati, gli adoratori del totem papalino, hanno scoperto la gallina dalle uova d’oro: per difendere se stessi, le proprie posizioni e quelle delle loro lobby di appartenenza, hanno stretto un “patto d’acciaio” con la gerarchia ecclesiastica che ben volentieri si presta a ridurre la fede a instrumentum regni.E così se da una parte c’è la “sapienza” di strumentalizzare, ratzinger docet, dall’altra c’è la bieca mistificazione di un’affiliazione fideistica propagandata ai quattro venti per mero opportunismo. Si prenda il barrito di un lardoso “elefantino” che non sa cosa sia la maternità, lo si mischi con il criminale manicheismo di un cardinale che ignora cosa sia la paternità ed ecco pronta l’ultima crociata contro una Legge dello Stato, l’ennesima caccia alle streghe, nella fattispecie le donne che ricorrono all’aborto, le quali, per il clericalume imperante e il fariseume trionfante, devono essere delle semplici incubatrici da ingravidare e far partorire anche contro la loro volontà.A casa mia questa si chiama violenza, sopraffazione, non certo “moratoria”.D’altronde la “moratoria” per definizione si aggrappa etimologicamente all’inazione, alla sosta, di converso ad alcuni esagitati suggerisce invece l’urgenza di agire, di battere il ferro incandescente dell’intolleranza e con quello marchiare a fuoco le donne che, per esempio, ricorrono all’aborto terapeutico; un’impellenza “elettorale” dettata dall’urgenza di “agire adesso” e subito, nel momento in cui le contingenze e gli accidenti amplificano drammi, messaggi e soluzioni peggiori dei mali che vorrebbero curare; un’urgenza che, secondo Slavoj Zizek, è alla radice dell’indignazione ipocrita del ricco borghese (o prelato) di fronte ai dolori del mondo che egli, più di ogni altro, ha contribuito a provocare.Si qualifica come (in)azione politica apparentemente potente e risolutrice, ma è semplicemente il rinvio e l’occultamento della specificazione del messaggio dettato esclusivamente dall’ipocrisia e dall’utilitarismo. Pare esercizio di misura (la tanto decantata moderazione) in vista dell’auspicato confronto, ma è il rovesciamento repentino del tavolo e delle regole del gioco, l’astuzia strategica di barare e invertire le posizioni di forza, sottraendo all’oggetto contestato, il vantaggio di rappresentare lo status quo da scalfire, così che perfino un feto malformato e abortito può diventare un feticcio da portare in processione prima di sacrificarlo sull’altare del feticismo clericale notoriamente misogino e sessuofobico.