IPERBOLE

silvio e giuliano? No, grazie!


              
Qualche giorno fa l’oggetto più conteso nelle famiglie italiane, il telecomando, ha compito 50 anni, un genetliaco che anch’io mi sento di festeggiare non fosse altro perché questo versatile strumento, pur essendo impiegato nell’uso quotidiano per le funzioni più varie, dagli antifurto alle aperture-chiusure di cancelli, tende e tapparelle, nell’immaginario collettivo resta essenzialmente legato all’uso del televisore, divenendo il mezzo mediante il quale la volontà dello spettatore si impone (o dovrebbe imporsi) sul tele-tentativo, sempre più smaccato, di condizionare il modus vivendi, di imporre scelte e comportamenti, quando non proprio di omologarne i convincimenti secondo la teoria del pensiero dominante e dominato che non tollera la critica e il dissenso.Una specie di protesi delle sinapsi cerebrali e cognitive, grazie alla quale schiacciando consapevolmente un semplice tastierino, si ottiene ciò che nella realtà è impossibile: cambiare programma, cancellare un volto, rimuovere dalla lista “canali preferiti” quelle emittenti che servono soltanto a manipolare realtà e informazione, mistificando fino alla degenerante assuefazione un messaggio così poco subliminale da essere da subito assimilato e percepito come unico e vero. Non importa quanta spazzatura (non solo ideologica e “programmatica”) ci sia nell’etere, non interessa quanta immondizia commerciale, quanto inverecondo politicume veicoli il sistema massmediatico, quel che più interessa è soltanto il numero dei cervelli (sic) da portare all’ammasso in quella discarica del consenso allestita unicamente in funzione degli interessi dell’innominato tycoon e dei suoi tirapiedi, sempre ben lieti di essere ancora al servizio del loro signore e padrone.Mai come in questo periodo di campagna elettorale ho usato il telecomando come se fosse un presidio terapeutico, un tecnologico antiemetico da usare ad libitum prima e dopo la visione di soggetti allergizzanti. Allergico come sono al fariseume trionfante (e al clericalume imperante) ogni volta che in qualche programma o telegiornale compare tal berlusconi silvio o i suoi scherani, fra i quali eccelle un certo giuliano ferrara, un senso di nausea mi pervade, conati di vomito mi assalgono, il telecomando-antidoto mi soccorre liberandomi da quell’agente patogeno che ha infettato i gangli vitali dello Stato: silvio, un tumore per la democrazia italiota; le sue televisioni, i suoi pennivendoli, il suo impero mediatico, metastasi di un processo da rimuovere e cestinare schiacciando il telecomando della ragion critica.Fosse per il ducetto di arcore, le elezioni sarebbero solo una inutile formalità giacché i sondaggi e i bookmaker lo danno vincente, fossi in lui (faccio per dire) non canterei così presto vittoria, le variabili sono ancora tante, il voto degli indecisi  è una di queste e di certo sarà determinate per l’esito finale; pertanto sua impunità continui pure a fare il mestiere che meglio gli riesce, il pagliaccio, il burlesconi, che si fa burla e prende per i fondelli una Nazione intera, poiché può esser certo che così facendo nel conclave elettorale entrerà sì da papa, ma uscirà da cardinale. Almeno così spero.Di quell’altro (si chiama forse water?) non parlo e tiro lo sciacquone: il buonista ha avuto il torto di non demonizzare abbastanza, come meriterebbe, il cavalier menzogna, fingendo di non sapere che finché ci sarà in giro il teleimbonitore, l’Italia non sarà mai un Paese normale.Continueremo a vedere un sedicente presidente del consilvio che starnazza pro domo sua, lo vedremo far le corna sulla testa di statisti allibiti da cotanta ilare demenza, lo vedremo mostrare il dito medio agli avversari politici, a fare il gesto dell’ombrello verso i giornalisti, continuerà a raccontare barzellette che fanno ridere solo i polli del suo pollaio, continuerà a spostarsi a spese del popolo bue nelle diciotto residenze sparse nel suo parco mondo e accumulare denaro esentasse in qualche paradiso fiscale.Avevo deciso di non scrivere più, questi post forse lasciano il tempo che trovano, ma costituiscono pur sempre una valvola di sfogo, la manifestazione di un disagio che vivo quasi con rabbia e mi scuso se urto la suscettibilità di qualcuno dicendo che non capisco quanti hanno già deciso di non andare a votare delegando ad altri scelte che comunque cadranno anche sulla loro testa.Bisogna andare assolutamente a votare, votate per chi volete, ma votate.Possibilmente votate per i partiti piccoli, in definitiva, quello è il vero voto utile; checché ne pensino i promessi sposi veltroni e berluskoni prossimi a celebrare un matrimonio d’interesse che è difficile chiamare diversamente considerando soprattutto il ruolo di silvio.Bisognerà votare, anche se manca una qualsiasi convinzione, anche se il qualunquismo e il disincanto indurrebbero a disertare le urne.Tanto sono sempre loro che decidono! Con quella porcata di legge che si sono costruita a loro immagine e somiglianza il voto popolare è un vu…oto a perdere.Pazienza, ma si voti, anche con un sistema elettorale, come il porcellum, che ha trasformato i cittadini elettori in sudditi, privandoli del potere di scegliere candidati che non siano la mera espressione del potere e delle sacrestie.Il tramonto delle ideologie e lo strapotere della televisione hanno trasformato la sacralità del voto in un rito stanco e stantio, dove più delle idee contano le facce e più dei sentimenti i risentimenti. Non si esprime più una preferenza, ma un disagio. Non ci si schiera “per”  ma “contro” e sono sempre di più quelli che, come diceva, Indro Montanelli, votano “turandosi il naso”.In un Paese senza grandi passioni politiche, anche la campagna elettorale è ridotta ad avanspettacolo dove gli attori, i guitti, si trasformano spesso in macchiette che cercano di attirare l’attenzione di un pubblico sempre più indifferente e annoiato.I confini fra politica e show sono ormai labilissimi, basta scorre i nomi dei vari candidati per compiere un viaggio nel variopinto mondo dell’italietta di oggi, fatto di fascio-legaioli, starlette, soubrette, veline, nani, ballerine, nazisti e fascisti, principi e principesse del pisello, generali di corpi deviati e disarmati, politici di professione, nullafacenti e tuttotenenti, avvocati e legulei, cerusici e luminari, pregiudicati e spregiudicati: su tutti eccelle lui, il signore di arcore, il re del biscione, il caimano che sguazza sovrano nella palude italiota. Una compagnia di giro dove la commedia si trasforma in farsa, in pochade e i più, i pupi, recitano a soggetto seguendo il canovaccio del nepotismo, degli interessi conflittuali, del mercantilismo, del capitalismo più becero e straccione applicato agli interessi di bottega, del clientelare do ut des assurto a trasversale programma elettorale: una marmellata lassativa fatta di voltagabbana, di improbabili manifesti 6X3, di slogan del tipo “la sinistra ha messo l’Italia in ginocchio…noi a novanta gradi” e di irrealizzabili programmi elettorali che qualcuno, con la spocchia che lo contraddistingue, ha pensato bene di strappare in diretta televisiva, volendo forse attribuire a quei pezzetti di carta straccia lo stesso valore che si da alla carta igienica.Su tutto domina la televisione che usa la politica e la politica che usa la televisione, vedasi il circo mediatico che ogni sera intasa i telegiornali e la cloaca notturna durante le sedute nel vespasiano del ronzante neo: il piccolo schermo, riflette il grande scherno senza provare vergogna alcuna e rimanda l’immagine di un Paese senza Patria, senza legami con la Res Publica , senza una “religione civile” che abbia come unico comandamento l’affermazione del Bene Comune.Sarà bene iniziare a farsene una ragione e votare a prescindere, direbbe Totò, anche se la memoria mi porta a ricordare la concezione che alcuni Grandi del passato avevano dell’esercizio del voto in quanto tale: per Balzac era un imbroglio, per Matteotti una tragedia, per Gramsci un mezzo, per Churchill un fine; mentre per Jean Paul Sartre “il voto è una trappola per fessi” e questa definizione al netto di ogni affrettata esagerazione ben s’attaglia al famigerato porcellum di marca berluskoniana.In questi giorni si continua a discutere di aborto, il feto è l’oggetto del contendere, l’utero il tabernacolo da violare, si strumentalizza vigliaccamente un dramma per fini stupidamente elettorali, un obbrobrio pari alla mole di chi ha promosso questa insulsa campagna antiaborista per condannare per “omicidio” le donne che ricorrono all’aborto.Il suicidio di un ginecologo dichiaratosi obiettore di coscienza nella struttura pubblica in cui lavorava, ma disponibile a interrompere le gravidanze nel suo studio privato e presso una clinica gestita da un ordine religioso, ha sollevato il velo sulla piaga dell’aborto clandestino.E’ a questo che si vuole ritornare, quando si parla di “moratoria”?La stampa riporta sovente analisi frammentate, visioni ideologicamente contrapposte, concezioni maschiliste e clericali che della maternità parlano per sentito dire.Sulla Gazzetta del Mezzogiorno di qualche settimana fa, è stata pubblicata una bellissima lettera che mi ha molto colpito e fatto riflettere rafforzando in me il convincimento di scelte già peraltro maturate dall’assidua frequentazione che ho per motivi professionali con questo tipo di problematiche, scelte che, invece, il clericalume imperante ritiene passibili di scomunica.Una lettera scritta da una ragazza disabile di 18 anni affetta da una rarissima malattia neuromuscolare, una lucida e coraggiosa testimonianza quella di Anita che colpisce nell'intimo, rifugge dal facile pietismo, fa riflettere fin già dall’incipit: “Sono un ex feto malato…” e apre ampi squarci di luce sul buio alimentato dalla vextata quaestio dei temi eticamente sensibili.Anita quando parla di “aborto” è più attendibile e convincente di tanti altri che pontificano e sparlano di “vita” perché sono già morti dentro e fanatici fuori; Anita quando scrive della sua malattia e della sua mamma è più credibile di tanti opinionisti che pensano per conto terzi. E’ attendibile, è titolata a farlo più di tanti soloni da strapazzo, allorquando nelle sue parole si accendono lampi d’amore per la sua mamma e per il suo fratellino che non ha mai conosciuto, la sua critica è condivisibile, quando rivolge il suo pensiero al fondamentalista giuliano ferrara e alla sua anacronistica crociata anti-abortista.Con parole semplicissime, dettate dal cuore, una dolcissima ragazza di 18 anni provata dalla malattia, mi ha insegnato il significato profondo della sacralità della vita, una vera antropologia del vissuto (altro che antropologia di riferimento evocata dai gerarchi catto-vaticani). La sacralità della vita non è un valore astratto di esclusiva pertinenza dei depositari dei vari assoluti, ma è un principio vitale e concreto immerso nell’incessabile fluire del genere umano che Madre Natura provvede a perpetuare.Ognuno di noi ha un rapporto diretto o indiretto con la malattia: siamo universi inconsapevolmente legati gli uni agli altri dalle catene dell’egoismo e dell’indifferenza, solo quando si viene a contatto con la malattia si avverte il dolore e quel senso di impotenza che ci riconcilia paradossalmente con la vita e con l’amore per il prossimo. In altri termini, per capire certi drammi bisogna viverli e allora anche l’interruzione della gravidanza, l’aborto terapeutico, può essere un sublime atto d’amore.Propongo alla riflessione degli occasionali lettori di questo blog la lettera di Anita, 18 anni, pubblicata dalla Gazzetta del Mezzogiorno il 26 febbraio scorso.“Mi chiamo Anita, ho 18 anni e sono un ex feto malato…ora sono una ragazza “malata”, ho una malattia neuromuscolare, in inglese Sma, molto simile alla sclerosi laterale amiotrofica, solo che la Sma colpisce i bambini. Si divide in tre forme: la prima, ossia la più grave, impedisce quasi ogni movimento, si manifesta nei primi mesi di vita del bambino e colpisce anche l’apparato respiratorio e spesso provoca la morte entro i primi anni di vita; la seconda (della quale sono affetta io) si manifesta entro il primo anno di vita, impedisce di camminare e porta alla scoliosi, anch’essa colpisce l’apparato respiratorio, richiede l’utilizzo di un respiratore durante la notte e già fin dai primi anni di vita è necessaria una carrozzina elettrica; la terza forma è la meno grave, ma porta comunque negli anni all’utilizzo della carrozzina.E’ una malattia genetica rara e quindi non rientra nelle patologie che vengono sottoposte al controllo prima della nascita, a meno che non ci siano altri casi in famiglia.Suppongo che la domanda sorga spontanea: sono contenta di essere nata?Ovviamente sì, sono fiera di ciò che sono, amo la mia vita con tutte le sua difficoltà, vivo una vita piena, molto più piena di quanto si possa immaginare, ho una famiglia stupenda che mi ha voluta, che quando ha saputo della mia malattia ha avuto un primo momento di sconforto, poi si è rimboccata le maniche e mi ha cresciuto normalmente come tutti gli altri bambini…Ora mi crescono come una ragazza “normale” (esiste la normalità?)…Nella mia vita sono passata da tante situazioni, dai reparti di neurologia pediatrica alle rianimazioni…ai convegni sulla mia malattia, che sono dei raduni carichi di speranza, di dolore e di gioia di vivere…Ho visto genitori straziati dal dolore di aver perso un figlio tanto velocemente e con tante sofferenze, ho visto bambini di 2 anni su di una carrozzina attaccati ad un respiratore, impossibilitati a muoversi dalla testa ai piedi, eppure carichi di vita, ne ho visti altri con lo sguardo stanco…Chi si batte tanto a parlare di vita, di diritto alla vita, temo che sappia ben poco del vero valore di questa parola, forse parliamo tanto di diritto alla vita di questi tempi perché ci sembra di vivere passivamente e allora ci battiamo, più che per il diritto di vita degli altri, per riaccendere la nostra volontà di vivere.Qualcuno potrebbe dirmi: “se tua madre avesse saputo della tua malattia, tu non saresti nata”.Sì, è vero mia madre avrebbe avuto il difficilissimo e dolorosissimo compito di scegliere se perdere un figlio o metterlo al mondo anche se malato…Bene, mia madre, dopo aver avuto me ha provato a darmi un fratellino, ha fatto tutti gli esami ed è risultato che anche lui era ammalato…potete immaginare l’intima tragedia di mia madre: abortire e perdere un figlio e in un certo senso rinnegarmi o mettere al mondo un bimbo malato (senza sapere quale forma di malattia potesse avere)…Bene, mia madre, da donna e da madre, ha preso la decisione più giusta, ossia abortire. E’ forse stata un’assassina, un mostro? O forse è stata coraggiosa, saggia, evitando di mettere al mondo un bimbo destinato a soffrire…Ognuno la può interpretare come vuole, ma è proprio questo il punto: la libertà.Per libertà non intendo poter fare ciò che si vuole (come spesso viene interpretata la libertà) ma essere liberi di poter compiere una scelta, dolorosa in qualsiasi caso, di non sentirsi per questo dei mostri se si compie una o l’altra scelta…Dio stesso ha fornito all’uomo il libero arbitrio…Concludo rivolgendomi a lei, signor Ferrara, io personalmente trovo la sua “lista-crociata” anti-abortista del tutto fuori posto, trovo decisamente inadeguato usare un tema così delicato che tocca così profondamente e personalmente milioni di donne e di uomini, come argomento di campagna elettorale. Lei ha messo sullo stesso piano la moratoria sulla pena di morte e l’aborto: trovo difficile comprendere questa comparazione, visto che nel caso della moratoria sulla pena di morte si parla di evitare che persone adulte che hanno compiuto un crimine atroce, e già per questo hanno perso la propria umanità, vengano uccise, per evitare che anche la giustizia si disumanizzi, mentre nel caso dell’aborto, parliamo di donne che si trovano davanti ad un bivio atroce e non hanno nessuna colpa se non quella di cercare il meglio per sé e per i propri figli…Finisco dicendole che se per lei abortire è come compiere un omicidio, bene, sono fiera che mia madre sia un’assassina.”                                                  Anita, 18 anni, ex feto malato                                           da La Gazzetta del Mezzogiorno 26 feb. 08