Ci vorrebbe un altro sessantotto! Altro che quarantotto, d’accordo il 1848 fu l’anno in cui in quasi tutti gli Stati europei scoppiarono i moti rivoluzionari per l’indipendenza e infuriò la “Primavera dei popoli”, Marx ed Engels pubblicarono il Manifesto del Partito Comunista, ma quel periodo è troppo lontano, meglio rifarsi ad un’altra primavera, a noi più vicina, il cui clima influenza ancora una stagione politica lungi dal diventare anacronistica e crepuscolare (che molti conservatori destrorsi vorrebbero liquidare ritenendola sovvertitrice dell’ordine costituito) proprio perché, oggi come allora, costituisce la cartina di tornasole di una crisi di sistema imperniato sul capitalismo selvaggio i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti.Non a caso il malgoverno berlusconi ha iniziato la sua opera di macelleria sociale colpendo e tagliando indiscriminatamente la scuola pubblica di ogni ordine e grado: un popolo per diventare ancora più bue deve essere anche ignorante e teledipendente, a questo mira il regime mediatico. L’istruzione pubblica non rientra nei piani di un governo di destra, per loro il pubblico è sinonimo di sperpero, per loro privato è bello. Si tagliano i fondi pubblici e si finanzia il privato, con maggiori oneri per lo Stato, contrariamente a quanto prevede la Costituzione. Le esigenze di cassa non giustificano un tale scempio e chi lo ha organizzato (tremonti+gelmini=berlusconi) non è stato abbastanza intelligente da prevedere il sollevamento popolare in atto nelle scuole di ogni ordine e grado contro la somara unica, alias mariastella gelmini, in arte ministra della pubblica distruzione. Come se non bastasse, una mozione razzista dei legaioli nordisti approvata col voto determinante del partito del cosiddetto popolo della libertà, ha previsto classi ghetto per i bambini extracomunitari. Una decisione aberrante degna di chi l’ha proposta e votata, esseri abietti che si fanno chiamare pure onorevoli. Bell’idea di libertà hanno coloro i quali, ispirandosi alle leggi razziali, introducono in Italia l’apartheid: “questi qui tra poco presentano una mozione per metterli nel forno e la votano pure…” Questi qui sono quelli che si fanno chiamare anche senatori, esseri più che spregevoli, i quali durante il minuto di silenzio in memoria di una delle tante tragedie di migranti consumatasi nel Canale di Sicilia, se ne uscirono con una farneticante dichiarazione che grida vendetta, davvero degna di chi l’ha pronunciata: “e non si capisce per quale motivo i nostri militari li devono andare a salvare”. Intanto, secondo il rapporto Caritas-Zancan, quindici milioni di italiani sono a rischio povertà costretti a vivere con 600 euro o poco più, mentre il 20% delle famiglie più ricche del paese se la spassa allegramente possedendo il 48% del reddito nazionale; di contro, il 20% delle famiglie più povere sopravvive con appena il 7% del reddito nazionale. A ben vedere ci sono tutte le condizioni politiche, sociali ed economiche affinché il sessantotto possa nuovamente rivivere sotto l’impulso di una protesta che, in Italia, interessa anche e non solo il mondo della Scuola (e presto toccherà alla Sanità) eroso dalla strafottente ignoranza di un esecutivo il quale per cupidigia mercantilistica e sete di potere si appresta a demolire quel poco di Stato Sociale che ancora si oppone alla deriva reazionaria di un sistema bulimico, liberista e antidemocratico impersonato dal malgoverno berlusconi e che su scala più generale e mondiale si alimenta in modo esponenziale sotto la spinta di una crisi finanziaria globale che presto incendierà l’economia reale trasformando in cenere il tanto decantato capitalismo azionario. Dalla reificazione borsistica e usuraia di un capitalismo azionario e straccione, del quale i titoli spazzatura e i fondi “sovrani” rappresentano insieme l’immagine più immonda e regale, che in altra epoca sarebbe stato più giusto definire imperialista, il passaggio a un capitalismo oserei dire più etico, eretico e rivoluzionario sarà breve, inevitabile e non certo indolore per gli oligarchi plutocratici e populisti fintamente democratici, perché imposto dalla improcrastinabile esigenza di un riscatto delle classi sociali lungamente sfruttate ed escluse dai benefici di uno sviluppo che finora ha interessato solo i ceti dominanti di ogni paese e latitudine ubriacati dagli indici azionari adulterati dal mercato e drogati dal facile guadagno. Dopo un’overdose c’è sempre una crisi di astinenza e gli epuloni tossico-dipendenti che fino all’altro ieri si sono fatti di titoli “derivati” sniffando allegramente al foro boario della finanza rincoglionita dai prodotti creativi, ora si ricoverano nelle comunità di recupero bancarie chiedendo aiuto e sovvenzione a uno Stato che solo una visione ideologizzata, da “paradisi artificiali” può giustificare nella sua incongrua partecipazione ad un salvataggio prossimo a risolversi in una nazionalizzazione senza la quale il naufragio sarebbe inevitabile nel suo essere cosa buona e giusta. Eppure così facendo quelli che ieri erano gli assertori del libero mercato e che oggi davanti al fallimento globale dell’ideologia liberista, invocano Keynes e il protezionismo statale, violano, felici di farlo, norme imposte dalle infami regole di un sistema capitalistico che, guarda caso, esiste in funzione della produzione di squilibri sociali e di rendite parassitarie i cui beneficiari non sono certo i plebei e i servi della gleba o, se volete, il proletariato, tutti termini desueti ma attuali quanto mai, la cui sola proposizione dà fastidio al falso perbenismo borghese, così intriso e ammantato di clericale ipocrisia. Come al solito si statalizzano le perdite e si privatizzano i guadagni e questo accade in Paesi come l’Italia in cui “la struttura classista e i perfezionati controlli che occorrono per mantenerla, generano bisogni, soddisfazioni e valori che perpetuano la servitù dell’esistenza umana. Questa servitù “volontaria” (volontaria in quanto viene introiettata dagli individui), che giustifica i padroni benevoli, può essere spezzata soltanto con una pratica politica che arrivi alle radici della repressione e dell’appagamento nell’infrastruttura dell’uomo, una politica di disimpegno metodico dall’establishment e di rifiuto di esso, mirante ad una radicale trasformazione dei valori.” Ho citato Herbert Marcuse, un passo del suo Saggio sulla Liberazione perché è attuale quanto mai e non mancherò di citarlo in seguito ricordando le mie vacanze “mordi e fuggi” a Parigi per visitare una mostra sul sessantotto tenutasi la scorsa estate presso la magnifica Biblioteca François Mitterrand. Per ragioni anagrafiche non ho vissuto il sessantotto, ma ho sempre guardato a quel periodo come ad uno dei più fecondi e coinvolgenti non fosse altro per l’impulso che a quella lotta di liberazione diede la meglio gioventù di allora. Se io in quanto patrizio e titolare di impresa privata fallisco, difficilmente lo Stato mi lancerà il salvagente, non capisco perché, invece, debba fare da garante per salvare delle banche che sono ugualmente imprese private e aziende quotate, ma che forse godono di partecipazioni azionarie detenute da gruppi di potere che sono delle vere e proprie polizze sulla vita: in pratica non è la banca che vogliono salvare, ma loro stessi e i loro interessi. Se fallisce una banca, il piccolo risparmiatore è coperto dal fondo di garanzia interbancario (non certo dallo Stato né dal malgoverno berlusconi) e sulla carta sembra non rischiare nulla, chi si espone è l’azionista e questo, essendo una forma di investimento non esente da rischi, non lo pone certo in diritto di rivalersi nei confronti di un mercato di cui loro stessi non sono che ingranaggi di un sistema che genera ingiustizie e mercifica tutto e tutti. E’ patetico e nel contempo sospetto il comportamento sintomatico della portata del conflitto finanziario in atto e degli inconfessabili interessi in cui è impelagato un noto riccastro sfondato, socio di maggioranza e azionista di riferimento in varie società quotate in borsa, inopinatamente diventato presidente del consilvio, il quale si preoccupa di evitare possibili opa ostili bloccando sul nascere eventuali acquisizioni di società controllate dal Tesoro finite nel mirino dei “fondi sovrani dei Paesi arabi produttori di petrolio”. In altre occasioni il caimano avrebbe parlato di salvaguardia dell’italianità delle aziende dell’ex belpaese, ora con il dimezzamento del loro valore, sussiste il rischio teorico di scalate ostili e con la crisi di liquidità in atto non ci sono cordate disponibili, né capitalisti senza capitale a presentarsi in veste di “capitani coraggiosi” per salvare qualche blue chip del principale indice azionario dai voraci appetiti dei signori del petrolio. Ancora una volta, sorge il dubbio, legittimo, che quando il proteiforme silvio parla di salvaguardare gli interessi nazionali (sic) stia pensando a come fottere il pubblico e lo Stato per agevolare il privato difendendo in primo luogo il suo patrimonio e i suoi interessi. C’è un certo che di evangelico nella crisi che stiamo vivendo: i primi rischiano davvero di diventare ultimi sommersi dal panico da loro stessi alimentato, dalla paura di perdere tutto e da montagne di titoli spazzatura che non riescono più a piazzare, rifiuti essi stessi di una società dei consumi cresciuta a dismisura e pronta ad esplodere liberando tutte le contraddizioni di un capitalismo globalizzato che, come scrive Marcuse, ha sublimato la frustrazione e l’aggressività primaria volgendole ad uso socialmente produttivo su una scala senza precedenti – senza precedenti non in termini della quantità di violenza erogata – bensì nei termini della sua capacità di produrre appagamento e soddisfazione di lunga durata, causando unicamente la stabilizzazione di una crescente “servitù volontaria” e lo sviluppo esponenziale di un profitto che ha assicurato parassitarie rendite di posizione.Gli ultimi del Vangelo e della Terra difficilmente guadagneranno qualche posizione nella classifica di una presunta scala valoriale che pone il denaro in cima ad ogni aspirazione, comunque sia risuona profetica la maledizione messianica (Guai a voi, ricchi!) che continua a risuonare nei palazzi del potere, nelle borse-affari e nelle chiese (vere spelonche di ladri e briganti) scavando un solco incolmabile fra il dettato evangelico e la pratica quotidiana. Non sembri blasfemo l’accostamento, ma io metto sullo stesso piano Cristo e Marx entrambi rivoluzionari incompresi e strumentalizzati dalle opposte ecclesiologie di riferimento, la teologia della liberazione del gesuita salvadoregno Jon Sobrino (non a caso in odore di eresia) e la liberazione propugnata da Herbert Marcuse parlano lo stesso linguaggio, muovono da scaturigini molto diverse per convergere e sfociare nel grande mare della redenzione hic et nunc, combattendo una società definita da Marcuse “oscena nel senso che produce ed espone senza decenza una soffocante quantità di merci, mentre priva le sue vittime del necessario per vivere; è oscena nel senso che si rimpinza e riempie fino all’orlo i suoi bidoni di rifiuti mentre avvelena e brucia gli scarsi alimenti dei campi nei quali porta la sua aggressione; è oscena nelle parole e nei sorrisi dei suoi uomini politici e dei suoi divi; nelle sue preghiere, nella sua ignoranza e nella saggezza dei suoi pseudointellettuali…Oscena non è la foto di una donna nuda che mostra il pelo del pube, bensì quella di un generale vestito di tutto punto che sfoggia le medaglie della campagna del Vietnam; osceno non è il rituale degli hippies, ma l’alto dignitario della chiesa il quale dichiara che la guerra è necessaria per mantenere la pace…Le manifestazioni oscene della società opulenta non provocano normalmente né vergogna né senso di colpa benché questa società violi alcuni dei più fondamentali tabù morali della civiltà.” Il titolo della mostra organizzata presso la Biblioteca Nazionale di Parigi a quarant’anni dallo storico movimento di protesta studentesca, non poteva che essere “Esprits de mai 1968”. Una retrospettiva composta di volantini, stampe, manifesti, foto, cartelloni e ritagli di giornale dell’epoca, immagini perlopiù in bianco e nero di una stagione per certi versi onirica il cui slogan “siate realisti: chiedete l’impossibile” ben riflette il carattere utopistico di un periodo che prefigurava una società più giusta e meno oscena.Ci vorrebbe un po’ di quello spirito e forse c’è ancora nelle mamme di quei bambini che in vita loro non hanno mai protestato e che ora occupano le scuole elementari perché “bisogna fare qualcosa” per difendere l’Istituzione Scuola violentata da un ministro che dall’alto della sua beata ignoranza dice di non capire i motivi della protesta. C’è una foto in particolare, molti sessantottini la ricorderanno forse con nostalgia (ed è quella che correda questo post) scattata da Gilles Caron nella quale un insolente sorriso rivolto dal leader studentesco Daniel Cohn-Bendit a un poliziotto in tenuta antisommossa finisce con il rendere le forze del’ordine schierate a difendere l’ordine costituito, ridicole, goffe e grottesche. Quel sorriso ribelle innescò la primavera. Oggi, probabilmente, l’effetto sarebbe diverso: volantini, manifesti e cartelloni inneggianti la libertà, ma scritti a mano col pennarello, realizzati con inchiostro di qualità mediocre su supporti fragili e di fortuna usando ad esempio matrici inchiostrate col rullo e ciclostili a manovella nelle aule occupate dai collettivi studenteschi, non potrebbero avere l’efficacia mediatica che, potenza dei quarant’anni trascorsi, decretano ancora il successo di un messaggio intrinsecamente legato ad una stagione sinonimo di libertà e di partecipazione. Eppure il sessantotto rivisitato in quella mostra dal punto di vista francese in una primavera tanto turbolenta quanto intellettualmente vivace non ha il retrogusto delle cose d’antan, forse perché non è poi così difficile, per la generazione di oggi riconoscersi in una non del tutto impossibile utopia legata alla contestazione della “società dei padri” seppur troppo velleitaria nelle richieste, in certi frangenti anche violenta, spesso generica e se vogliamo confusa e…fumosa non fosse altro per il largo uso di lacrimogeni impiegati per disperdere manifestazioni di piazza e adunate considerate sediziose. Sarà che come tutte le contraddizioni concettualmente legate ai movimenti rivoluzionari, è sempre difficile arrivare ad una sintesi organica e didattica, priva cioè di pregiudizi ideologici, sarà che la componente romantica è prevalsa sulle ragioni storiche e sulle motivazioni che diedero inizio alla rivoluzione dei figli dei fiori, tuttavia la mostra francese ha passato in rassegna tutti i no pronunciati con efficacia e determinazione dai sessantottini: dalla guerra in Vietnam alla ribellione contro il rinascente nazi-fascismo e al principio di autorità inteso come no ad ogni forma di autoritarismo e sfruttamento delle risorse umane e naturali. Scorro con la mente le gigantografie e le foto di quella mostra, immagini in bianco e nero e a colori, c’è un’estetica particolare e indefinibile, una poetica dei segni che mi porta a leggere anche cromaticamente quel momento storico che non a caso passò alla Storia proprio come “l’arte di maggio” una corrente espressiva e rivoluzionaria, una destrutturante utopia, che fluiva liberatoria nelle fabbriche occupate e nelle università in perenne stato di agitazione. Prevalgono il rosso e il nero: sangue che gronda da macchinari in panne e nero brutale ma particolarmente espressivo che graffia il bianco e affida a grafismi semplici e a linee austere l’urgenza di un messaggio che scandisce come il ticchettio di un orologio il ritmo imperioso e improvviso delle riunioni e delle occupazioni dei collettivi studenteschi. Su tutte le stampe, i manifesti e i giornali, prevale il volantino ciclostilato, simbolo cartaceo e fragile di un impegno civile destinato a stimolare e a coinvolgere gli occasionali lettori, distribuito nelle piazze, vicino le scuole e agli angoli delle strade; vincente ed efficace nel suo messaggio a dispetto della censura e di ogni altra forma di comunicazione dell’epoca. Là dove i pavé di porfido che pavimentavano le strade del Quartiere Latino venivano calpestati a suon di proteste scandite al megafono contro la società dei benpensanti e contro tutti i moralisti da strapazzo nel nome di un riscatto sociale di là da venire, ecco sbucare proprio dalle medesime stradine il piacere di vivere, gli slogan sui muri, la Sorbona occupata che ancora, complici le istantanee poste di fronte alla facciata laterale, fa sentire l’aria di ieri respirata da quegli studenti che seppero appropriarsi ed espropriare l’Università di un sapere che molti vorrebbero nuovamente fosse esclusiva della più bieca e retriva borghesia. La Parigi di quel periodo non disdegnò neanche le barricate della mente, erano gli anni dell’esistenzialismo di Camus e gli intellettuali dell’epoca, da Barthes a Foucault (a dispetto di ogni ratzinger passato presente e futuro) teorizzavano nuove forme di relativismo. E se quelle barricate hanno in qualche modo rigato il volto della città, è anche vero che il dissenso, intrecciato alla cultura, ha saputo fare di Parigi la città degli esuli e dei perseguitati, coacervo di linguaggi e di esperienze, frontiera senza confini che ha mantenuto vivo l’esprits de mai. Riferendosi ai “giovani militanti francesi” Marcuse scrive: “Hanno risuscitato uno spettro ( e questa volta uno spettro che ossessiona non soltanto la borghesia, ma tutte le burocrazie sfruttatrici): lo spettro di una rivoluzione che subordina lo sviluppo delle forze produttive e l’elevazione del tenore vita alla creazione di una solidarietà tra gli uomini che porti all’abolizione della povertà e del bisogno al di là d’ogni frontiera nazionale e di sfera d’interessi e al raggiungimento della pace…I giovani militanti sanno o sentono che la posta in gioco è, né più né meno, che la loro vita, la vita di esseri umani che è diventata un balocco nelle mani dei politici, degli alti dirigenti e dei generali. I ribelli vogliono toglierla da queste mani e renderla degna di essere vissuta; si rendono conto che ciò, oggi, è ancora possibile, e che per raggiungere questo fine è necessaria una lotta che non può essere più contenuta entro le norme e le regole di una pseudodemocrazia in “un mondo libero” orwelliano”.