Avevo preparato un post durissimo e un po’ cattivo, scritto impulsivamente di getto per criticare in modo aspro e risentito certi provvedimenti annunciati e adottati da un governo che nelle sue più variegate e insulse manifestazioni, dalle legislative alle mediatiche, spesso si richiama a valori cristiani, ma la cui cattolica ipocrisia è pari alla sfacciata demagogia coerentemente praticata da una compagine governativa, da un sinedrio di politicanti e da un presidente del consilvio che in realtà non disdegnano apparire per quelli che sono: espressione massima del fariseume trionfante cattolicamente influenzato dal clericalume imperante, entrambi facce di una insulsa medaglia coniata in similoro dal falso perbenismo borghese, antitesi di un messaggio che da duemila anni è lettera morta e che nessun sinodo episcopale convocato per riscoprire l’attualità della Parola (Dei Verbum) potrà mai affermare, almeno fino a quando al vuoto della parola non seguirà la concretezza dei fatti. A questo pensavo mentre meditavo sulla Liturgia della Parola di oggi, lettura che continuo a fare quasi ogni giorno, anche adesso che sono un miscredente, abitudine che coltivo fin dai tempi del seminario, retaggio di una formazione che per ironia della sorte ha fatto di me un fervente anticlericale. Per una felice coincidenza, perfino i brani tratti dal Nuovo e Vecchio Testamento, letti oggi, XXX Domenica del Tempo Ordinario, suonano di critica nei riguardi di un sistema, di un malgoverno (e di una chiesa) che operano in spregio di quei valori che prim’ancora di essere riconducibili a qualsivoglia dio e religione, sono espressione di un Umanesimo dinanzi al quale finanche Dio si inginocchia vedendo nel Prossimo l’immagine speculare e divina di un altro se stesso che chiede soltanto di essere amato e riconosciuto semplicemente come Uomo. E così in un impeto di buonismo autocensorio ho cambiato argomento, rimandando ad altra data l’invettiva contro l’operato di silvio e dei suoi ministri, salvo che nel frattempo non dispongano altrimenti e censurino il dissenso e ogni forma di critica al governo, avendo anche la malvagità di attribuire ad ogni potenziale oppositore prima il marchio del facinoroso e poi quello, più infamante, del terrorista la cui unica colpa è quella di chiedere più equità e giustizia. Vale la pena riportare parte dei brani tratti dalla Liturgia della Parola di oggi e lo faccio perché si attanagliano in modo cogente ad una società moralista, priva di Etica, che da una parte si riempie la bocca di Dio e dall’altra lo rifiuta, vomitandolo, giacché non lo riconosce come Prossimo.“Non maltrattare il forestiero e non l’opprimere, perché voi stessi siete stati forestieri nel paese d’Egitto. Non affliggete la vedova né l’orfano. Se in qualche modo lo affliggi, ed egli grida a me, certamente udrò il suo grido. La mia ira allora si accenderà e io vi ucciderò con la spada, le vostre donne saranno vedove e i vostri figli orfani. Quando presti denaro al mio popolo, al povero che è presso di te, non essere per lui come un usuraio. Non gli imporrete interessi. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo restituirai al tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il suo indumento per la sua pelle: con che dormirebbe?... (Esodo 22,20-26) Uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: Maestro, qual è il più grande comandamento della Legge? Gli rispose: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti”. (Matteo 22,35-40)Non credo, a quanto ne so, che esista in tutta la Bibbia un così esplicito disvelamento di quel tratto intimo, di quel congiungimento quasi carnale che unisce l'amore per Dio e l'amore per l'altro, per il Prossimo. E sono queste considerazioni (non a caso raccontate in maniera diversa nei tre Vangeli sinottici, ma non a caso da nessuno dei tre evangelisti trascurate) che forniscono, vivissima, la sensazione che deve pur essere esistito nella terra di Galilea, nei primi anni della nostra era, un certo Gesù di Nazareth, un sovversivo, capace per l’appunto di sovvertire l’ordine costituito riformando quella che era la legge del taglione, un’imprudenza che divenne la sua mission costitutiva, una ragione per la quale valeva la pena di vivere e morire sul patibolo, come un facinoroso malfattore per poi rivelare alle future generazioni l'abbagliante e rivoluzionaria portata di un messaggio la cui vera essenza ci sfugge perche inficiata e corrotta dai troppi teologismi di una dottrina accecata dal fondamentalismo della gerarchia chiesastica.Un messaggio che noi non riusciamo a più cogliere nella sua rivoluzionaria interezza, una stella polare verso cui guardare che però non riusciamo ancora a individuare o che ci costa troppo guardare perché resi miopi dal nostro egoismo. Mai, credo, in tutte le Scritture, i "due amori" sono posti così innegabilmente sullo stesso piano a rispecchiarsi l'uno nell'altro. Il secondo è simile al primo: cioè non identico, e neppure più o meno importante. Ma fatti della stessa sostanza, l'uno specchio dell'altro, l'uno riflesso e immagine dell'altro. E, oserei dire, il secondo - l'amore per il prossimo - costituisce la verifica del primo, e non viceversa. Non, appunto, perché sia di maggior valore. Ma per due motivi molto semplici. Il primo nasce dall'amore che gli esseri umani dimostrano di avere gli uni verso gli altri e da questo si può misurare, per chi crede, un modus vivendi che è il metro di misura di un solidarismo mai fine a se stesso, proprio perché nel Prossimo vede Dio. Quale amore per Dio potrebbe mai essere quello che si esprime in una vita arida, che non si spreca nell'altro, che non conosce il dono dell’accoglienza, che non manifesta il suo essere creatura in mezzo ad altre creature? E il secondo, sempre per chi crede, nasce da Dio in quanto Creatura-Prossimo all’Uomo il quale dona alle Creature la legge dell'amore reciproco e della reciproca libertà che non può essere solo prerogativa di un Dio Creatore che richiede per sé un amore esclusivo, fatto di comandamenti, di precetti, di sterili atti di fede, di gesti esteriori e di pie intenzioni. Nell'episodio analogo narrato da Marco (12,28-34) l'interlocutore di Gesù, uno degli scribi - che questa volta non gli pone domande per metterlo alla prova, ma per cercare, assieme a lui, una strada di verità - dice che agli occhi di Dio amare il prossimo "vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici". E basta questo, agli occhi di Gesù, per dirgli: "Tu non sei lontano dal regno di Dio".Il tempo preme, ormai, per Gesù. Si è fatto breve. Si impone una sorta di accelerazione sollecitata dagli eventi. Giunto a Gerusalemme, dove deve compiersi l'atto finale del dramma, in Gesù sembra accresciuta l'urgenza di manifestarsi come il "figlio di David", colui che era atteso da intere generazioni e accelera in maniera incalzante, e a sua volta incalzato dal mondo ostile, i gesti e le parole che lo possano rivelare, e che possano, insieme, rivelare quale debba essere il modo migliore per annunciare e promuovere la Buona Novella. Gesti e parole così decisive che gli costeranno la vita. E che culmineranno nel "comandamento" dei "due amori". Mi domando: perché Gesù non ha, più semplicemente, scelto una delle "dieci parole"? Perché ha voluto cercare, e congiungere insieme, proprio quei versetti della Torah (Dt 6,5 e Lv 19,18) in cui l'invito, imperioso, è proprio ad amare? Forse perché, ha voluto svelare, ancora una volta, l'autentica natura di Dio, che non è quella di un giudice o un legislatore, ma quella di un padre (e insieme di una madre) che chiede amore e tolleranza non nell'esigenza di un vuoto tributo, ma per "allenare", per così dire, le sue creature ad usare sollecitudine fraterna le une con le altre. E per ammonire chi crede che l'ultimo giudizio con il quale il genere umano sarà giudicato non sarà sull’esercizio della fede che avrà professato, ma sulla quantità e qualità di bene che l’Uomo avrà saputo generare. Per questo chiosa il comandamento con una serie di "guai" contro gli ipocriti, che "dicono e non fanno" che simulano ostentatamente condotte irreprensibili e dimenticano "giustizia, misericordia e fedeltà" ciechi e insensibili alle richieste del Prossimo, sordi alla Parola. Sono lì, da 2000 anni, queste parole. Rilucenti nella loro chiarezza. Inapplicate nella loro grandezza. Inequivocabilmente limpide nel loro significato. Amare Dio e amare il prossimo è la stessa, medesima cosa.Chi ama Dio non può non agire amorevolmente nei confronti del suo prossimo. Altrimenti non ama neppure Dio. Chi ama il suo prossimo si trova sulla strada di Dio, o di quel grande bene che alcuni chiamano Dio. Sono parole molto vicine a quelle che Gesù aveva posto a sigillo del grandioso discorso tenuto sulla montagna: "Tutto quello che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa è infatti la Legge."E che cosa vogliamo per noi? La gioia invece del dolore. Il benessere invece della povertà. Il rispetto invece dell'offesa. La parità invece del sopruso. L’accoglienza invece del rifiuto. La libertà invece della sottomissione. La salute invece della malattia. La conoscenza invece dell’ignoranza. Sembrerebbe tutto così semplice. Eppure noi siamo ancora qui a discutere del sesso degli angeli, a parlare di un astratto amore di Dio, dimenticando la concretezza dell’amore scambievole, a fare di ogni umana questione una dottrina politica condizionata dal mercato, dal capitale, dalla supremazia razziale e religiosa, tutte dottrinarie questioni del vivere incivile involgarite dal consumismo di massa che calpesta la dignità del prossimo. Kirkegaard parlava di "scuola di cristianesimo". Altri, penso a Marx, parlavano, più propriamente, di “umanismo sociale” e perché l’accostamento non risulti stridente, ricordo l’influenza che ebbe sul caro vecchio Marx l’Essenza del Cristianesimo, la grande opera di Feuerbach da cui Marx trasse ispirazione per le tesi sul materialismo storico e sulla filosofia della prassi. A quella scuola dovremmo andare tutti: quelli che tra noi pretendono di insegnare e quelli che tra noi si illudono di avere appreso. E allora ci accorgeremmo, forse, che si tratterebbe soltanto di andare a "Scuola di Umanità" anche se in quella Scuola ormai non ci va più nessuno, neanche i Maestri, i banchi sono quasi sempre vuoti e le aule sempre più deserte.