Sarà perché Taranto è governata da un sindaco comunista, sarà perché la Regione Puglia è governata da un governatore comunista, sarà perché a Taranto c’è l’Ilva il cui padrone, oltre ad essere buon amico di un certo silvio, figura fra i sedici capitani coraggiosi che hanno salvato la supposta italianità dell’ex compagnia di bandiera ottenendo in cambio chissà quali contropartite; sarà tutto questo, ma da quando al governo nazionale si è insediato un certo presidente del consilvio, l’aria nella città dei due mari è diventata se, possibile, ancor più inquinata, ancora più pesante e irrespirabile. Taranto, per me “ Taras e Tarentum” la capitale della Magna Grecia, la Città-Repubblica che a Platone in fuga dal tiranno di Siracusa offrì asilo e protezione, Taranto la citta di Archita e di Pitagora che visse nella vicina Kroton, Taranto già sede di una Colonia Neptunia al tempo dei Romani, Taranto strategica base navale della Marina Militare e di quel mostro siderurgico che ha trasformato la periferia in un inferno in cui anche il diavolo si troverebbe a disagio . Taranto, città così carica di Storia, di Cultura e di debiti, Taranto città portata allo s…fascio da un malgoverno delle destre che in anni di allegra gestione amministrativa “casaliberista” l’hanno spinta prima sull’orlo della bancarotta morale e materiale e poi le hanno inferto il colpo di grazia regalandole il dissesto finanziario. Taranto città umiliata e ferita, abituata per lunghe stagioni a considerare fatali e “naturali” gli smacchi e le violenze che ne hanno deturpato il volto fisico e inquinato lo spirito pubblico, da qualche tempo questa capitale del Mezzogiorno, deriso e sbeffeggiato, si è come risvegliata emergendo dallo stato comatoso in cui l’aveva costretta una destra, insieme plebea e affarista, che ha giocato in aperta collusione con interessi oscuri portandola poi verso l’inevitabile tracollo finanziario. Ma soprattutto ha cominciato a maledire quelle lingue di fuoco, quei fumi e quelle polveri nere sputate in dosi massicce, quelle fuligginose nuvole artificiali che dalle ciminiere di un vecchio ciclope industriale si spandono minacciose per l’intera provincia ionica. Taranto ha cominciato a maledire quella stessa grande fabbrica che rappresenta il suo principale polmone produttivo.Ora quel grigio polmone è visibilmente malato, sputa catarro infetto e, per ironia della sorte, per scelte che la ragione fatica a capire, il malgoverno berlusconi ha impedito che accanto a quel grigio polmone ne sorgesse un altro di colore verde, lasciando divampare le polemiche e gli incubi di adulti e bambini: il cancro e la leucemia entrano sempre più spesso negli asili e nelle scuole elementari, le patologie tumorali sono in aumento. Eppure c’è chi si permette di dire che a Taranto e dintorni non ci sono specifiche criticità ambientali. Non bastavano i debiti fuori bilancio, il dissesto finanziario e un inquinamento oltre i limiti di legge che in anni di colpevole e compiaciuta indolenza, hanno fatto di Taranto la città più inquinata d’Italia. No, non bastavano, ora ci si mette anche la ministra del cosiddetto ambiente del malgoverno berlusconi, la quale ha rimosso i componenti della commissione Ippc (l’acronimo inglese sta per Prevenzione e controllo integrato dell’inquinamento) sul cui tavolo c’era il futuro del più grande stabilimento siderurgico d’Europa e la salute di centinaia di migliaia di salentini. I tecnici, nominati dal precedente governo e rimossi dall’attuale, avrebbero dovuto decidere se concedere o meno alla fabbrica del re dell’acciaio, l’Autorizzazione integrata ambientale, un certificato necessario per la continuazione dell’attività lavorativa. Invece, non decideranno un bel niente. Nel frattempo la Regione Puglia ha reso note le rilevazioni sulle emissioni di diossina dello stabilimento tarantino. Troppo alte, ha sentenziato il presidente Nichi Vendola, affermando che se non ci saranno investimenti per ridurle non concederà il benestare nell’ambito della procedura di autorizzazione ambientale.Per tutta risposta, la ministra dell’inquinamento del malgoverno berlusconi, ha dimissionato i tecnici nominati dal suo predecessore contestando loro la bontà delle misurazioni prodotte: al loro posto ha nominato tecnici di sua fiducia e questo perché “le campagne effettuate – a suo insindacabile giudizio – non possono essere ritenute valide ai fini dell’individuazione di specifiche criticità ambientali e quindi di imporre limiti più restrittivi rispetto a quelli definiti”.Per la Regione Puglia, dati alla mano, l’Ilva supera i limiti di legge, qualche altro afferma di no: una battaglia di cifre e di analisi che taluni soggetti istituzionali combattono in difesa dei poteri forti e non certo per salvaguardare la difesa dell’ambiente e il diritto alla salute di cittadini che, volenti o nolenti, sono costretti a respirare un’aria che sa di morte.Chissà se la ministra dell’inquinamento del malgoverno berlusconi, considera come non specifica criticità ambientale il fatto che l’Ilva inquini emettendo nell’atmosfera di Taranto e del Salento il 92% di diossina prodotta in Italia e l’8,8% di quella prodotta In Europa. Già questi dati dovrebbero far riflettere e indurre chi di competenza ad adottare drastici provvedimenti. Chissà se la ministra dell’inquinamento del malgoverno berlusconi è a conoscenza di una ricerca promossa dall’Università secondo cui in alcuni giorni dal 2003 al 2006 a Taranto sono stati rilevati livelli record di benzoapirene, più alti di quelli registrati a Hong Kong, Taiwan, Los Angeles, San Paolo e Houston. La stessa ricerca dimostra come Taranto sia tanto più inquinata rispetto alle altre città italiane del Nord che pure hanno fior di industrie: in alcuni giorni sono stati registrati picchi nove volte superiori rispetto alle grandi città. Dalla stessa ricerca si rileva che ferro, zinco e manganese, sono i metalli presenti nell’aria di Taranto in concentrazioni infinitamente maggiori rispetto al resto d’Europa e del mondo: l’unica situazione simile la si trova solo in Pakistan. Come se tutto ciò non bastasse, tre associazioni tarantine, Peacelink, Comitato per Taranto e l’Associazione italiana contro le leucemie, hanno scritto una lettera aperta indirizzata anche alla ministra del cosiddetto ambiente del malgoverno berlusconi riportando gli esiti di una scrupolosa ricerca condotta in Inghilterra.Nelle acciaierie del Regno Unito è stato verificato che dai “camini della diossina” può fuoriuscire una significativa quantità di Piombo 210 e Polonio 210, isotopi radioattivi derivanti dal decadimento dell’Uranio 338. Attorno agli impianti di agglomerazione britannici le misurazioni della radioattività hanno dato valori superiori alla soglia di rilevanza.“Gli impianti britannici di agglomerazione – si legge nella lettera - apparterrebbero alla stessa categoria (sinter plant) in cui rientra anche l’impianto di agglomerazione dell’Ilva di Taranto.Il governo britannico è intervenuto presso la competente commissione per ridurre al minimo le emissioni di radioattività. Il governo britannico si è preoccupato della salute dei cittadini sia per la diossina sia per la radioattività prescrivendo limiti che in Italia non sono mai entrati in vigore. Limiti che, per la radioattività, devono essere ancora verificati con rigorose misurazioni scientifiche. Vi chiediamo pertanto di indagare per verificare a Taranto l’eventuale presenza di Piombo 210 e Polonio 210 nell’ambiente. Controllate che anche a Taranto non vi sia questo pericolo radioattivo applicando il Principio di Precauzione che interviene quando in campo scientifico emerge un ragionevole dubbio. Vi chiediamo di attivare quei controlli che il governo britannico ha adottato precauzionalmente a tutela della salute dei suoi cittadini…” E un’ancella di silvio, si permette anche il lusso di affermare che le campagne effettuate non possono essere ritenute valide ai fini dell’individuazione di specifiche criticità ambientali . Purtroppo il parere della Regione Puglia nel cui ambito territoriale ricadono anche gli effetti inquinanti dell’impianto siderurgico del re dell’acciaio, non è vincolante. Il via libero definitivo spetta quindi al soggetto più inquinante degli inquinati: l’Ilva di emilio riva potrà continuare ad avvelenare l’aria con il beneplacito di un presidente del consilvio il quale non a caso ha chiesto in sede europea il differimento dell’attuazione del protocollo di Kyoto, così come sollecitato da certi industriali per i quali il profitto è tutto. E in questo contesto si inquadra un’accesa polemica fra la ministra dell’ambiente italiano e quello belga per il quale, dietro le minacce italiane di bloccare il pacchetto europeo sul clima, non c’è una preoccupazione per i costi eccessivi, così come ventilato dal governo italiano, ma ci sono delle “evidenti connivenze fra certe autorità politiche e certi ambienti industriali”. Qualcuno vuol far passare l’idea secondo cui o vi tenete la fabbrica con tutti i suoi veleni o c’è la salubrità ambientale assediata però dalla disoccupazione. Ci si mette di fronte al drammatico aut aut secondo cui o si muore di cancro o si crepa di fame. Invece investendo nelle tecnologie, così come previsto dal protocollo di Kyoto, è possibile abbattere significativamente l’emissione di agenti inquinanti. L’Ilva del signor emilio riva negli ultimi quattro anni ha prodotto utili per 2,5 miliardi di euro e approfittando del vantaggio competitivo che gli deriva dal non avere i rigori normativi presenti in altre realtà industriali europee, farà sempre più utili sulla pelle di operai e cittadini più o meno ignari dei rischi che corrono. Fosse stata in qualsiasi altra parte d’Europa, Slovenia esclusa, l’Ilva avrebbe dovuto chiudere o abbassare drasticamente le emissioni.Bene ha fatto il presidente della Regione Puglia a preannunciare la presentazione di una legge regionale che imporrà all’Ilva, così come a tutte le altre aziende che producono in Puglia la progressiva riduzione delle emissioni inquinanti nell’atmosfera fissando limiti più restrittivi. La dirigenza dell’Ilva è passata al contrattacco affermando che i dati in circolazione sulle emissioni inquinanti dello stabilimento tarantino sono falsi. Secondo i responsabili dell’azienda le emissioni di diossina sono almeno cento volte inferiori ai limiti di legge. A sentir loro, non c’è nessun rapporto di casualità tra le emissioni inquinanti e l’impennata delle patologie tumorali registratasi nel Salento. Ma è davvero questa la situazione a Taranto e nello stabilimento dell’Ilva, dove in questi giorni di crisi finanziaria la famiglia riva è tornata a sfoderare l’arma della cassa integrazione? E sono quindi tutte balle quelle che da mesi, anzi da anni, vengono diffuse dalle varie associazioni ambientaliste (a cominciare da Peacelink) che a Taranto si sono assunte la responsabilità di capire per davvero che cosa esce dalle ciminiere dell’Ilva? Sono balle le denunce dei medici, dei pediatri, degli oncologi che attribuiscono soprattutto agli alti livelli d’inquinamento il diffondersi dei tumori e delle malformazioni neonatali? Chissà se la ministra dell’inquinamento del malgoverno berlusconi ha mai consultato il Registro Tumori del Salento. L’altissima incidenza tumorale è indice di una criticità ambientale che miete vittime fin nel Capo di Leuca, a parecchi chilometri di distanza dall’ubicazione dei poli industriali.A dire il vero a Taranto non c’è solo il polo siderurgico, c’è anche quello petrolifero legato alla raffineria e poco più a nord-est da qui, a Brindisi, ci sono altre realtà industriali bisognevoli di attento esame fra cui un paio di grosse centrali elettriche a carbone, altri mostri che sputano veleni tutti insieme appassionatamente, tutti relativamente lontani dal Capo di Leuca. Eppure è qui che si muore di tumore più che altrove e di industrie non c’è neppure l’ombra. Un nefasto gioco di venti e di correnti convoglia le emissioni inquinanti nel Basso Salento trovatosi al vertice di un triangolo rovesciato e gli effetti sulla salute, purtroppo, non tardano a manifestarsi. Di industrie che producono morte nei paraggi ce ne sono fin troppe, il loro insediamento non ha risolto i problemi di questa terra dimenticata da Dio, ma non dagli uomini che continuano a sfruttarla peggiorando le condizioni ambientali. Il nostro, fino a pochi decenni fa era un territorio a vocazione agricola e turistica, averlo trasformato in qualcosa che ha violentato Madre Natura, grida vendetta. Ed è da criminali continuare ad inquinare come se niente fosse, è pura follia avviare studi di fattibilità tesi ad individuare altri siti per costruire altre centrali, magari nucleari (una prevista a Mola di Bari e l’altra nella vicina Manduria) e qualche discarica in cui stoccare rifiuti pericolosi e radioattivi (come nella più vicina Nardò) così come è intenzionato a fare il malgoverno berlusconi. Chissà se la ministra dell’inquinamento del malgoverno berlusconi è a conoscenza del fatto che entro novembre a Taranto e dintorni verranno abbattuti 1300 capi di bestiame proprio perché contaminati dalla diossina: una strage di capre, pecore e agnellini. E questi hanno anche la sfacciataggine di parlare di assenza di criticità ambientale! Ma visto che al peggio non c’è limite ecco il malgoverno berlusconi dare il meglio di se stesso in un settore che lo ha reso tristemente famoso: la macelleria sociale, il taglio indiscriminato in settori di pubblica utilità, siano essi l’istruzione, la sanità o, come nel caso di Taranto, l’ambiente e il verde pubblico. Solo che nel caso di Taranto il taglio ha l’amaro sapore della beffa laddove questa è figlia degenere di quel danno, l’inquinamento, le cui conseguenze potevano essere limitate dalla piantumazione di una barriera di alberi che dovevano servire da filtro dividendo la zona industriale, posta nell’immediata periferia, dalla città vera e propria offrendo ai suoi abitanti una provvidenziale boccata di ossigeno. Anche i bambini lo sanno: dove ci sono alberi, c’è ossigeno! Solo che a Taranto, già in debito di ossigeno, quegli alberi, per decisione dei draconiani tagliatori berlusconiani, sono stati tagliati ancor prima di essere piantati. Strano destino quello degli alberi di Taranto! A migliaia dovevano spuntare tra l’Ilva e la città, un polmone verde che avrebbe pompato ossigeno purificando l’aria e l’ambiente. Dovevano attenuare gli effetti delle gigantesche ciminiere e dei parchi minerali che quotidianamente sputano veleni, fumi e polveri nel centro abitato. Per l’acquisto di quegli alberi il ministero dell’Ambiente del fu governo Prodi, aveva stanziato due milioni di euro. Ma quei soldi sono stati inghiottiti dalla politica dei tagli inaugurata dal malgoverno berlusconi, in finanziaria quella boccata di ossigeno è stata dirottata chissà dove.E così l’accordo siglato fra l’ex ministro dell’Ambiente e il sindaco di Taranto, un comunista, è diventato carta straccia. Una decisione presa sulla testa dei tarantini, difficile da accettare proprio in considerazione della situazione ambientale in cui è maturata e dell’entità della cifra in gioco. Non saranno certo due milioni di euro che salveranno l’economia italiota. Appena eletto sindaco, all’indomani del crac da 900 milioni di euro che valse per Taranto la dichiarazione di dissesto finanziario, il dottor Ippazio Stefàno, medico pediatra, saltò sulla sua macchina per recarsi a Roma e firmare per quei due milioni di finanziamento da tradurre in alberi e piante. “Non c’erano soldi per l’auto di servizio – racconta il sindaco – ma era troppo importante raccogliere l’invito. Taranto è la città più inquinata d’Italia e per converso è quella con meno aree a verde pubblico. Volevo assicurarmi gli alberi da donare idealmente agli anziani e ai bambini della mia città. Firmammo alla presenza del direttore generale del ministero dell’Ambiente. Sembrava tutto fatto, ma ora quei soldi sono spariti. Già perché i fondi per la riforestazione, così com’erano stati battezzati, sono stati polverizzati. Con buona pace dell’ossigeno che gli alberi dovevano garantire agli esausti polmoni dei tarantini. Quando l’Italsider di Stato arrivò a Taranto – spiega il sindaco Stefàno – furono sradicati e buttati giù migliaia di alberi di ulivo per liberare i suoli sui quali realizzare il siderurgico. Un colpo non indifferente per la nostra economia, ma bisognava fare spazio alla fabbrica che avrebbe garantito lavoro e sviluppo. Col finanziamento avevamo la possibilità di veder restituito solo in parte quanto ci era stato tolto. E invece ci è toccata un’atroce beffa. Ancor più inaccettabile – conclude il sindaco – perché al Comune avevano già progettato e individuato le aree per la forestazione. Lavoro sprecato perché, ancora una volta, da Roma si è deciso di prendere a schiaffi questa città”.Quest’ultima, amarissima constatazione del sindaco mi ha fatto pensare alla prima volta che Roma (il potere) prese a schiaffi Taranto. Fu nel 212 a.C. al tempo della seconda guerra punica, Tarentum aprì le porte ad Annibale e per questo fu ferocemente punita tre anni dopo, quando Fabio Massimo la riconquistò, saccheggiandola e rendendo in schiavitù i suoi cittadini. Ma questa è già un’altra Storia! Che comunque si ripete: il saccheggio e la schiavitù hanno assunto forme molto più subdole arrivando ad inquinare l’aria che respiriamo.