Cercate un’eloquente “teologia” del capitalismo più selvaggio che solo apparentemente, beninteso, sembra giustificare l’arrivismo, l’accaparramento e la ricchezza facile da conseguirsi a discapito di chi dal Cielo ha ricevuto meno? Eccola! Trattasi della parabola dei talenti inserita nella Liturgia della Parola di oggi, domenica trentatreesima del tempo ordinario. Un’interpretazione eterodossa chiaramente viziata dal pregiudizio mi porta a vellicare le sensibilità dei puristi e laddove questi non vedono altro che dei doni, io scorgo vantaggi e benefici, considerato quanto i primi siano svalutati dai secondi, dato che quel che più conta non è il merito, ma la posizione che si occupa nella scala sociale. Per una felice coincidenza temporale l’ingannevole parabola dei talenti giunge in un momento segnato da contingenze varie, dalle economiche alle ambientali, carismatica e talentuosa conseguenza di un modus operandi nient’affatto etico che vede i servi usciti dalla parabola comportarsi alla stregua dell’homo homini lupus in cui i talenti della sineddoche evangelica, lungi dall’essere doni elargiti da Dio all’uomo diventano privilegi acquisiti per censo e diritto di nascita. Questa parabola, se letta con superficialità e ingenua immediatezza, sembra offrire qualche lacera pezza di appoggio alla teoria della logica mercantile più barbara e spietata, quel liberismo che nasce dal privilegio di possedere più talenti viene giocoforza legittimato dalla legge del più forte (non del migliore) e trova la sua unica ragion d’essere nel capitale che produce se stesso. Il denaro produce denaro, direbbe qualcun altro. A prescindere dai talenti avuti in sorte.Il Dio della parabola si manifesta come un padrone predone, un capitano coraggioso, che miete dove non ha seminato. Pertanto l'uomo che più fedelmente si sintonizza con questo Dio è colui che sfrutta il prossimo, dimostrando spirito d'iniziativa, furbizia, arroganza e inosservanza di ogni regola, così da fingere di essere in grado di restituire il doppio dei talenti ricevuti in affidamento. Paradossalmente nella parabola dei talenti c'è anche lo slogan che sintetizza efficacemente la regola aurea del capitalismo: "A chiunque ha, sarà dato di più ed egli avrà in sovrabbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha" (Matteo 25,29).Che Dio è mai questo che sottrae ad alcuni dei suoi servi, i più deboli, il minimo indispensabile?Viene da chiedersi: ma l'estensore di questa parabola e del primo dei sinottici (noto gabelliere) si muoveva sull’onda della sua esperienza professionale e delle analisi di borsa e di mercato?Intendeva forse abbozzare un trattatello per diventare un affarista senza scrupoli, uno squalo della finanza, un analista finanziario che affibbia titoli spazzatura agli ignari risparmiatori? O egli, rielaborando la parola di Gesù e adattandola alla contingenza di ogni epoca sempre popolata di furbastri danarosi, intendeva usare un caso tratto dall'esperienza quotidiana per stordire il lettore e affibbiargli uno choc tale da mettere in crisi la sua immagine cristallizzata di un Dio esattore? Gli esegeti più avvertiti si ritrovano in questa seconda linea interpretativa e sostengono che “la chiave dell'intera parabola è il dialogo fra il servo malvagio e il padrone", la condanna di quel "timore servile che cerca rifugio e sicurezza contro Dio stesso in una pedissequa osservanza dei suoi comandamenti". È insomma l'appello del Cristo a non fare della moralità, della prudenza e del buon senso, tutte qualità in sé preziose, uno scudo per difendersi dagli inevitabili sconvolgimenti della vita e del vivere quotidiano derivanti dall’impegno sociale e da una vita attiva. Per timore servile e inane convinzione, nella società attuale l’etica spesso decade in moralità e diventa moralismo, la prudenza scade in accidia e il buon senso degenera in conformismo qualunquistico, con i sentiti ringraziamenti del clericalume imperante e del fariseume trionfante. Servi che indossano la livrea dell’indifferenza per nascondere la vergogna della sconfitta e della pigrizia mentale aspettando che fiorisca l’albero degli zecchini d’oro.Su tutto giganteggia la servile paura di agire per il bene comune spesso sacrificato sull’altare di un padrone che può sempre schiacciare e ridurre all’impotenza i suoi timorosi sottoposti, scientemente dotati di meno talenti e messi in condizione di non nuocere con minacce e blandizie varie. Un poeta americano del secolo scorso ha saputo rappresentare in maniera efficace, senza fare nessun riferimento al Vangelo e probabilmente senza averne contezza alcuna, la figura di questo servo che, per paura di perdere l'unico talento, lo seppellisce non facendolo fruttare. In una poesia della raccolta Spoon River Anthology Edgar Lee Masters immagina che un certo George Gray spieghi, dall’oltretomba, il significato dell’epigrafe tombale che gli hanno dedicato. Un po’ convenzionalmente, i parenti avevano inteso esprimere il destino di George facendo scolpire sul marmo «una nave con la vela piegata in riposo nel porto», come se egli fosse arrivato alla meta dopo aver solcato molti mari. Ma l’interessato non si riconosce nel simbolo e ammette che: “In verità non ritrae la mia destinazione ma la mia vita”. La sua vela è piegata perché non è stata mai issata, non perché ha finito i suoi viaggi.Per tutta l’esistenza, George ha evitato di concentrarsi su un ideale, di scommettere su qualcosa di compromettente: “Poiché l’amore mi venne offerto ed io fuggii dalla sua delusione; il dolore bussò alla mia porta, ma io avevo paura; l’ambizione mi chiamò, ma io ero atterrito dai suoi rischi”. Solo in ritardo egli si accorge che, non scegliendo, si sceglie di non scegliere; che lo sbaglio più grave è decidere di non rischiare di sbagliare:“Dare significato alla vita può sortire follia, ma la vita senza significato è la torturadell’irrequietezza e del desiderio vago, è una nave che anela il mare eppur lo teme”.Penosa è l'immagine di certi servi che, come relitti ambulanti, lasciano che il proprio cervello venga portato alla deriva dalla furia dei venti dominanti e sprecano la loro esistenza senza riuscire a far fruttare anche quell’unico talento avuto in sorte; al guinzaglio di padroni senza cuore si lasciano circuire e barattano la loro dignità restando prigionieri delle umane convenzioni. George Gray così conclude:“Ho trascorso tutto il tempo cercando di dare un senso alla mia vita.E ora so che dobbiamo innalzare la vela e cogliere i venti del destino ovunque essi spingano la nave.Dare significato alla vita, può sortire follia,ma la vita senza significato è la torturadell’irrequietezza e del desiderio vago,è una nave che anela il mare eppur lo teme.”