Una sentenza destinata a riaprire la vexata quaestio dei privilegi concessi dallo Stato agli “insegnanti” di religione, quella emessa dal Tribunale di Roma, che ha condannato il Ministero della Pubblica Istruzione a risarcire Alessandra Rizzuto, docente di Diritto in una scuola superiore di Roma, a causa della differenza ingiustificata e dal “profilo di tutta evidenza discriminatorio” tra il trattamento economico che le è stato riconosciuto negli anni di precariato rispetto a quello dei suoi colleghi che insegnano religione. Il giudice ha perciò condannato il Ministero a risarcire la professoressa con 2.611 euro e 36 centesimi, cifra calcolata sommando gli aumenti che avrebbe avuto se avesse insegnato religione.Che gli “insegnanti” di religione (fatico a definirli insegnanti) siano una categoria privilegiata (per non dire protetta) all’interno del corpo docente è un fatto noto. Soprattutto da quando, nel 2003, l’allora ministra dell’Istruzione letizia moratti volle bandire appositamente per loro un corso-concorso che ne immise in ruolo circa il 70%. Ma anche il restante 30% dei docenti di religione rimasto precario non se la passa male. Si tratta infatti di una precariato “di lusso” rispetto a quello di tutti gli altri insegnanti: per molti aspetti, infatti, come i permessi ed giorni di malattia, ai docenti di religione viene riservato il trattamento concesso agli insegnanti di ruolo. Inoltre, gli “insegnanti” di religione assumono servizio il 1 settembre e terminano il 31 agosto dell'anno successivo. Hanno quindi le ferie estive pagate, al contrario della maggior parte degli altri docenti precari, il cui contratto scade il 30 giugno, con una perdita secca di due mesi di stipendio (solo in piccola parte recuperati attraverso la domanda di disoccupazione estiva). Essendo poi l'insegnamento della religione cattolica facoltativo, il numero dei docenti chiamati ad impartirlo è legato alle richieste degli studenti che decidono di avvalersi o meno di tale insegnamento. Ma per prevedere la presenza di un “insegnante” di religione può bastare anche un solo alunno per classe: così, l’organico dei docenti di religione negli ultimi anni è rimasto sostanzialmente stabile (sono 25.694) nonostante siano diminuiti (nelle scuole superiori anche in modo sensibile), il numero degli studenti “avvalentisi” dell’indottrinamento catto-vaticano.Per gli altri insegnanti invece, sono stati anni di tagli continui di organico, in virtù di un rapporto insegnanti-alunni che è progressivamente aumentato e che la legge Finanziaria della trimurti berlusconi-tremonti-gelmini vuole ulteriormente incrementare, salvando naturalmente dai tagli proprio gli insegnanti di religione. La questione che fa più “scandalo”, in ogni caso, è legata ad una legge del 1961 (la n. 831 del 28 luglio), che in realtà riguardava tutti gli insegnanti precari, ma il cui effetto (attraverso una serie di circolari ministeriali) è stato nel corso degli anni limitato ai soli “docenti” di religione: la legge prevede per questi insegnanti un aumento di stipendio del 2,5% ogni due anni. Dopo otto anni di lavoro, rispetto ai colleghi di altre materie, un “insegnate” di religione guadagna insomma circa 130 euro netti al mese in più. Gli altri insegnanti precari non hanno diritto a nessuno scatto di anzianità, finché non ottengono il ruolo. A ben guardare, una logica, nel complicato meccanismo che concedeva gli aumenti solo agli “insegnanti” di religione, c’era: fino al 2003, infatti, gli “insegnanti” di religione non passavano mai di ruolo. Scelti dalle Curie, ricevevano dal vescovo un nulla osta all’insegnamento, revocabile in qualsiasi momento; venivano perciò assunti dallo Stato con contratti annuali, rinnovati nel caso l’autorità ecclesiastica confermasse la propria “fiducia” al “docente”. Nel 2003, il governo di centrodestra (quando si dice la provvidenza!) cambiò le carte in tavola. All’ordinario diocesano rimaneva per intero il diritto di concedere o revocare il nulla osta all’insegnamento, ma lo Stato si impegnava ugualmente a garantire il posto fisso a gran parte dell’organico degli “insegnanti” di religione. Con il paradosso che in caso di revoca del nulla osta da parte del vescovo gli ormai ex docenti di religione sarebbero stati impiegati nell’insegnamento di altre materie (scavalcando dunque gli altri docenti nelle graduatorie delle altre discipline) o assegnati ad incarichi diversi (ministero, provveditorato, Irsae, biblioteche scolastiche, ecc.). L’assurdità che un insegnante di una materia opzionale come religione cattolica guadagni più di un professore di Lettere, di uno di Matematica, di Lingua, insomma di una qualsiasi delle materie obbligatorie nella scuola italiana è stato riportato alla ribalta da Alessandra Rizzuto, il cui caso è stato fatto proprio dai Radicali, in particolare dal deputato Maurizio Turco e dal fiscalista Carlo Pontesilli, da tempo specializzati nella lotta ai privilegi ecclesiastici. L’avvocato Claudio Zaza ha fatto il resto: ha sollevato davanti al Tribunale di Roma la questione del carattere discriminatorio di quegli scatti automatici di anzianità previsti per i soli “professori” di religione. E il giudice del lavoro gli ha dato ragione. Secondo una stima approssimativa fatta dai radicali, circa 200 mila insegnanti potrebbero presentare un ricorso simile a quello della professoressa Rizzuto: tutti i precari della scuola italiana, cioè, che hanno avuto almeno due incarichi annuali (e quindi il diritto allo scatto di anzianità), più quelli che sono passati di ruolo dal 2003 in poi, (nelle cause di lavoro dopo cinque anni arriva la prescrizione). E se vincessero, lo Stato dovrebbe tirar fuori 2 miliardi e mezzo di euro. Altro che tagli! Del resto, ogni anno l'ora facoltativa di religione costa ai contribuenti italiani circa un miliardo di euro. È la seconda voce di finanziamento diretto dello Stato alla confessione cattolica, di pochi milioni inferiore al famigerato otto per mille. Uno spreco colossale di pubbliche risorse a favore della più parassitaria delle caste che per colmo di sventura sputa nella greppia in cui mangia scegliendo anche la biada, con in più la pretesa di chiedere sempre altro foraggio. I precettori percettori di pubbliche dazioni danneggiano in primo luogo lo Stato, pesano stupidamente sul suo bilancio, costituiscono uno spreco colossale: una mezza finanziaria ogni anno se ne va solo per foraggiare il clericalume imperante, una setta chiesastica, un ramo improduttivo, un ramo secco da tagliare che grava e vegeta solo perché sostenuto da uno Stato incapace di esser tale poiché asservito e plagiato dalle blandizie del fariseume trionfante.