IPERBOLE

TRA SOLITUDINE E DESTINO


I miei vent’anni son passati da un pezzo, da dieci anni la solitudine mi è amica e compagna di vita. Spesso mi sorride come una puttana facendomi intendere che in fondo è bello vivere da soli anche se poi la malinconia prende il sopravvento e allora sento terribilmente la presenza di una grande assenza che ghermisce i miei pensieri e mi graffia il cuore, riapre vecchie ferite mai rimarginate e mi trascina impietosamente con sé nel gorgo dei ricordi. Una marea sale improvvisa sommergendo il senso dell’amicizia e dell’amore: isole deserte su cui implacabile splende il sole dell’indifferenza, quel che ad altri è concesso a me non è dato;  immagini sbiadite prendono corpo negli incerti contorni di un triste rimembrare a stento rischiarato dallo sciabolare luminoso di un faro che da lontano ferisce e colora d’argento il buio della mia notte. Un baro che amico pensavo ha giocato col tuo amore e ha vinto portandoti via da me. Naufrago di me stesso, approdo stremato sul finir del giorno in riva ad un mare che schiuma rabbia, fasciame e relitto di un veliero che non ha mai preso il largo, vele ormai lacere in balia del vento delle passioni. Le tue parole riecheggiano nel cavo di una conchiglia: un veliero che non ha mai solcato il mare prima o poi finirà in qualche bottiglia. Una bellezza ferita e assorta si aggrappa agli scogli della memoria e sanguina lacrime di nostalgia, l’indicibile prende forma affascinato e sorpreso dalle brecce che s’aprono improvvise nei radi momenti di grazia fra le ragioni e le intermittenze di un cuore da tempo in tempesta: oasi di emozioni sempre più rare in deserti sconfinati, aride fonti che d’improvviso sgorgano vivificate da quell’età bella e terribile che è stata la mia stagione con te. Verità avvertite dal cuore e sepolte in fondo all’anima, sguardi pietrificati dall’angoscia squarciano l’oscurità di paludi opache e immote su cui grava l’impenetrabile nebbia del destino, distanze che si dilatano e allontanano la meta agognata, mani che invano altre mani cercano, nodi e dissonanze intrecciate per imbrigliare le labili tracce disperse di suoni e voci un tempo familiari, sogni rugginosi e infranti da ciò che poteva essere e non è stato. Da dieci anni, come oggi, ho incatenato la mia libertà alla rupe della solitudine e vivo in una casa dalle finestre chiuse, imposte dischiuse sull’anima, scuri che il vento scuote e infrange aprendo ampi squarci verso un orizzonte che ogni sera s’illumina parlandomi di te. Così ogni catena diventa un’ala e questa mia prigione un mondo che s’apre verso il tuo Infinito. Se mi fermo a pensare sono fregato, ma ogni tanto mi concedo una sosta, sognare non costa nulla e, nonostante tutto, trovo ancora il tempo per scavare dentro me stesso e cercare un po’ d’azzurro che mi permetta di guardare nel baratro della solitudine senza provare la vertigine della disperazione; mi sento come un velo d’acqua sospeso su di un masso in mezzo alla cascata delle emozioni che aspetta di precipitare ancora nell’abisso della disperazione.Spero disperando speranze disperate, scrivevo qualche anno fa, in quella specie di epigrafe che fu il nostro addio, così son venuto annotando ancora qualche pagina che di tanto in tanto regalo a me stesso violando i confini di un’interiorità segnata dall’età delle parole, un’età vissuta in mezzo al guado dei sentimenti e cancellata dal disincanto delle illusioni. Tra solitudine, oblio e rassegnazione si consuma il mio tempo fatto di niente, solo il lavoro mi fa sentire utile, ma anche lì sono solo in mezzo alla gente. Vivo in campagna e in mezzo ai miei libri, loquaci compagni silenti di mille diatribe con le mie note che mi ostino a chiamare “musica” e con le voci di Madre Natura a fare da contrappunto ai miei soliloqui. Forse sono un cattivo esempio da non imitare, ma devo ammettere che senza questo mio destino, starei camminando sul ciglio di altre strade, forse più impervie e pericolose, verso un altrove che ogni tanto mi illudo di aver trovato, anche se non è quello che avevo sognato. E devo anche confessare che da questa mia posizione, in margine alla vita degli altri, lungo quel tenue confine in cui morte e vita si fronteggiano sovrane, ho provato per così dire, una gioia inaspettata, forse perché quel lavoro mi gratifica grandemente ripagandomi delle mie piccole, grandi delusioni. Intanto da questo punto di osservazione, da cui si dipanano le esperienze di vita più varie, posso vedere uomini e cose, passioni e fatalità, sotto una luce diversa. Così spogliati dalle loro vanità, svestiti dai loro ideali, arrestati in piena corsa verso le effimere mete delle felicità quotidiane, molti destini, compreso il mio, appaiono più chiari nel loro essere  simboli di un divenire che fatalmente è stato già scritto, essendo tutti noi “come d’autunno sugli alberi le foglie”.A nulla vale affannarsi per aggiungere altra cera a candele che non hanno più voglia di ardere, a nulla vale cercare di rimarginare la ferita dei non amati; a nulla vale struggersi d’amore anche se languire per una donna e rimpiangerla può servire solo a tener vivo un sentimento. D’altra parte la felicità non sta nell’allargare sempre maggiormente la cerchia dei propri desideri, ma nella capacità di accettare il proprio destino e godere delle piccole gioie quotidiane, nella voglia di stupirsi per il sole che ogni giorno sorge e tramonta, nella capacità di coltivare quegli umili fiori di campo che nonostante tutte le avversità continuano a sbocciare ai margini della radura del tempo e sul sentiero di ogni destino.