IPERBOLE

PUTTANESIMO E DINTORNI


      
Uno chiede di spegnere i riflettori, l’altro invoca una tregua, un altro ancora invita ad abbassare i toni, intanto una fitta coltre di imbarazzato silenzio copre la palude italiota dove sguazza sovrano il caimano italiano e un’insopportabile cappa di complicità chiude come un sipario il teatrino della politica fra le cui quinte non è raro imbattersi in puttanieri, mignotte, cortigiane, manutengoli, ruffiani e inarrivabili leccaculo: un’indegna compagnia di giro che calca le scene rivestendo ruoli di primissimo piano sullo scenario di un Paese divenuto sgangherato postribolo e sordida osteria, lo scenario ideale per gentaglia d’infimo livello che ormai ha perso anche il senso del ridicolo non riuscendo più neanche a salvare le apparenze in…civilmente esibite con la solita crassa ignoranza da una muta di cani rognosi che latrano aizzati da cinici sgherri  verso quanti non sono disposti a piegare la schiena e baciare la mano al loro mammasantissima infoiato da un potere che non tuona abbastanza da fulminare il regime mediatico.   “Cos’altro deve accadere” – si chiedeva ieri Massimo Giannini – “perché si percepisca l’abisso etico-politico in cui il berlusconismo ha precipitato questo paese, riproducendo per partenogenesi le forme di un conflitto di interessi sempre più endemico, pervasivo, totalizzante? Cos’altro deve accadere perché si comprenda l’imbarbarimento giuridico-normativo in cui il berlusconismo ha trascinato lo Stato di diritto, trasformandone i “servitori” irreprensibili in coautori irresponsabili delle sue leggi ad personam?”    Sarebbe fin troppo facile rispondere senza consultare l’oracolo di Delfi alle prese con qualche doxa commissionata ad hoc o la sibilla cumana distratta dagli amplessi adulterini, giacché il responso è molto più prosaicamente nell’ordine delle cose, in una realtà oggettiva da cui è impossibile prescindere, a meno che la disonestà intellettuale dell’osservatore strabico e prezzolato, dell’aruspice cieco e privo di olfatto, non sia tale da cancellare i fatti, negare l’evidenza e non sentire i miasmi (così cari al presidente-scopino) di un degrado che ricorda il disfacimento e la consunzione di un organismo putrefatto dalla corruzione.   In Italia tutto finisce a tarallucci e vino e se è vero com’è vero che l’appetito vien mangiando non desti meraviglia il desinare “irrituale” e complottardo di commensali ingordi e smodati, avventori e avventurieri spregiudicati, giudici e giudicati, padrini e padroni, assisi allo stesso desco, i quali fra una “pastetta” legislativa e l’altra alimentano il fuoco di una bassa cucina e brindano in…consulti al crollo dell’ostello “Italia” sulle cui rovine insiste minaccioso un bordello dove i compagni di merende del cavalier menzogna, ancillari e inconsulti legulei senza più un sussulto di dignità istituzionale, violano la legge “in nome della legge” e amichevolmente si arrogano il diritto di infrangere lo IUS, lasciando che sia un convitato di pietra, lo Stato, a raccogliere i cocci dei loro bagordi, delle trame e delle macchinazioni ordite à la carte da certi “servitori” infidi e malvagi che si servono delle Istituzioni per alimentare la bulimia di un potere invasivo, eversivo e parassitario.Ogni “diritto” ha il suo “rovescio” ed è probabile che si arrivi ad emendare l’articolo 51 del codice di procedura civile secondo cui un giudice se è “un commensale abituale” di una delle parti deve astenersi dal giudizio; non così nel caso in questione dove la terzietà del giudice chiamato a decidere sulla costituzionalità di una legge ad personam, che interessa non milioni di sudditi, ma solo re-sola, sembra un termine svuotato di ogni significato, tanto che giudici che dovrebbero essere super partes parteggiano visibilmente per uno dei contendenti, un fuori legge, con il quale si vantano di avere una lunga e assidua frequentazione. In ragione di tale sodalizio hanno anche la tronfia sfacciataggine di evocare la libertà (di fare e disfare come loro più aggrada) paventando un presunto “totalitarismo” che diviene tale solo quando sputtana comportamenti, usi e costumi di un sistema che offende, quello sì, l’intelligenza degli italiani, spettatori forse stanchi e assuefatti di una farsa che meriterebbe ben altro accidioso distacco.   Fra commensali abituali e utilizzatori finali siamo così arrivati alla frutta e non a caso viene servito un rancido caco commissionato dall’imperatore a uno dei suoi laudatores, un lodo marchiato alfano, un caco ponzato al fine di rendere meno indigesto il trangugiar vorace e disonesto di un avido magnate che si rotola beato nei suoi stessi escrementi prodotti dalla vorace ingestione di alimenti adulterati dalla sua incontinente propensione a infrangere quelle che per i comuni mortali sono regole, Leggi, ma che per lui non sono che fastidiosi ostacoli da eliminare con qualche “stuzzicadenti d’argento” così come faceva un certo Trimalchio in un'altra celebre cena descritta nel Satyricon. Un po’ come succede oggi nelle magioni di un anfitrione crapulone che abusa del suo potere per coltivare i suoi conflittuali interessi che sovente coincidono con i suoi porci comodi.“Le mura marzie marciscono nel gorgo del lusso” e intanto farfalle, falene, carapaci in forma di bijou, uccelli viagrati e lepidotteri vari popolano il pantano del lepido silvio, sono offerti come ninnoli a passere poco solitarie, quanto inclini al rituale meretricio “e nidificano nella pentola della sua dissolutezza”.    La gran massa di cortigiani che vive nei palazzi e nei pascoli di Trimalcione è governata con un regime tanto dittatoriale, che per il continuo atteggiarsi volubilmente ora alla finta benignità favoreggiatrice, ora all’ingiusta e crudele intolleranza, richiama alla mente la tirannide degli “imperatori pazzi”.   Oggi non c’è più nessun Petronio, che possa fare da arbiter, anche se l’arbitrio quotidianamente compiuto dal Trimalcione-presidente del consilvio, è così abominevole da render vano ogni tentativo di sminuirne l’esecranda portata e bene sta facendo la libera stampa, soprattutto internazionale, a tener accesi i riflettori su berluskonistan e su puttanopoli a dispetto di ogni bavaglio di regime e di ogni invito alla tregua, da rigettare così come si vomita tutto il proprio livore addosso a siffatti personaggi in cerca d’autore ai quali difetta anche il senso dello Stato, smarrito e non più trovato fra cupole, crapule e copule.Nel frattempo il presidente del consilvio, fra una legge-vergogna e un pacchetto-insicurezza infiocchettato dai legaioli (un pacchetto-sicurezza tanto spietato quanto ridicolo, assolutamente degno del nostro ku klux clown) continua a collezionare titoli di merito come quello attribuitogli l’altro giorno dal Times di Londra che lo ha definito “buffone”. Certo non è il massimo per uno che ama circondarsi di nani e ballerine, sarà per questo che fa incetta di ville, villane e villani titolati, come lui, ai quali ama mostrare le sue prestigiose dependance frequentemente ridotte al rango di esclusive garconnière. Chissà se anche l’ultima, di recente acquistata per la modica cifra di venti milioni di euro, avrà la stessa destinazione d’uso: trattasi di villa “mufarbi” un maestoso edificio di antica costruzione che si staglia nella campagna collinare di Taormina, con vista incantevole sullo Ionio. In Italia le uniche cose che crescono sono le ville di berlusconi, la mala aethica, gli emolumenti, i possedimenti della casta, insieme al rapporto deficit/pil che da solo rimanda ad una gestione deficitaria di una crisi internazionale volutamente sottovalutata e classificata dai nostri politicanti da strapazzo alla stregua di una depressione  “psicologica” come se bastasse una ventata di ottimismo per spazzare via gli effetti di una recessione che si ripercuote negativamente proprio sui meno abbienti i quali dovrebbero riaversi dallo stato comatoso in cui sono e iniziare a valutare la portata di un fenomeno già descritto qualche millennio fa da un certo Demostene nella III Olintica, 26 e 29:“Gli uomini di Stato un tempo si mostravano così semplici nella vita privata e i loro costumi erano così conformi al carattere della nostra città che se qualcuno di voi potesse vedere la casa di Aristide o di Milziade o di altri cittadini illustri di quei tempi, non la troverebbe più adorna di quella del suo vicino. Essi infatti non miravano ad arricchire trattando gli affari pubblici…Oggi, mi si dirà, i nostri affari non sono brillanti ma in città si è fatto di meglio. Ma che cosa mi si può effettivamente citare? I parapetti degli spalti lastricati a nuovo, le strade e le fontane ristrutturate (per il g8) tante cose da niente…Ma rivolgete la vostra attenzione agli uomini che hanno fatto questa politica: gli uni sono passati dalla indigenza alla ricchezza, gli altri dall’oscurità agli onori; alcuni si sono costruiti case più imponenti degli edifici pubblici e, nella misura che gli affari della città declinavano, i loro aumentavano grandemente”.Niente di nuovo sotto il sole, mi si dirà. D’accordo, eppure credo che se si continua ad assistere impotenti a questo scempio finiremo per restare scottati perfino da una pubblicità ingannevole come quella dell’8 per mille a favore della setta catto-vaticana che ingerisce e digerisce lo sterco del diavolo reclamandone dell’altro e và bene che la pubblicità è l’anima del commercio, ma se a bussare a quattrini è una risma di simoniaci che ha speso oltre venti milioni di euro per le campagne pubblicitarie volte a carpire la credulità popolare infinocchiata dagli interventi caritativi, allora quasi quasi “giustifico” il gaudente silvio che ha speso tanto quanto la camarilla episcopale italiota per acquistare un altro villone.     Venti milioni di euro: ufficialmente la cifra rimane top secret – sia il servizio promozione sostegno economico della setta catto-vaticana, sia l’istituto centrale per il sostentamento del clericalume imperante  non indicano questo dato nei loro rendiconti pubblici – ma è possibile ricavarla leggendo fra le righe del bilancio consuntivo (e riservato) della camarilla episcopale italiana per il 2008.In percentuale, rispetto al miliardo di euro incassato con l’8 per mille del 2008 e ai 967 milioni del 2009, si tratta di una piccola somma, ma in termini assoluti la cifra è davvero notevole se rapportata ai propagandati interventi caritativi e ai presunti voti di povertà, miseramente infranti anche in quella cripta rivestita d’oro massiccio che dovrebbe accogliere le spoglie di un fraticello francescano di nome Pio: uno schiaffo empiamente sferrato a Madonna Povertà da una multinazionale dello spirito affatto santo.  Spulciando il documento “riservato” della camarilla episcopale italiota, si colgono altre voci tanto dissonanti quanto significative: le entrate per il 2008 ammontano ad oltre 57 milioni di euro, assai inferiori rispetto a 2007, quando avevano sfiorato gli 84 milioni. Un calo determinato dal crollo dei “proventi finanziari”; nel 2007 erano stati di quasi 33 milioni di euro, lo scorso anno di appena un milione e 700mila euro, probabile effetto di qualche operazione finanziaria, forse un po’ spericolata, finita male, ma anche della “crisi dei mercati finanziari”, secondo la spiegazione del segretario generale della camarilla episcopale italiota. Non è un caso, infatti, che in un altro documento riservato, datato maggio 2008 che anticipava il calo dell’8 per mille e lo scivolone finanziario, fosse testualmente scritto: “I nostri uffici hanno predisposto un nuovo piano di allocazione e diversificazione degli strumenti finanziari che si intende rendere operativo nel prossimo triennio”. Và bene che “l’operaio è degno della sua mercede” ma io questa la chiamo speculazione finanziaria e sfruttamento di un “chiedete e vi sarà dato” che stravolge ogni pio desiderio lasciando il posto a più di un legittimo sospetto peraltro suffragato dalla conoscenza di un mondo, di un ambiente in cui il clericalume imperante si comporta come un percettore di tangenti, lucrando sulle “indulgenze” sulle offerte per i poveri, come se fossero delle plusvalenze e investendo i proventi di un commercio chiaramente truffaldino, illegale e antievangelico in operazioni degne più di squali della finanza che di presunti filantropi che fra un investimento finanziario in beni rifugio e una diversificazione degli investimenti simoniaci farebbero cosa buona e giusta se meditassero su quanto scrive Matteo ai capitoli 6 - 10 - 19  dove fra l’altro si legge: “Non accumulate tesori sulla terra…Non prendete né oro né argento né rame nelle vostre cinture…Và vendi i tuoi beni e dalli ai poveri…La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, ma voi ne avete fatto una spelonca di ladri…”Strano destino per quei ladri cacciati dalla porta e rientrati in pompa magna dalla finestra trovatisi a gestire un depositum fidei con la complicità di un fariseume trionfante che continua a foraggiare attraverso l’8 per mille e quant’altro, la setta catto-vaticana sulle cui malefatte c’è tutta una letteratura continuamente aggiornata che dovrebbe esser nota al pari dei canonici Vangeli, un po’ come consigliava di fare il presidente del consiglio di sovrintendenza della banca vaticana (la chiamano istituto per le opere religiose! Dove di religioso non c’è neanche l’ombra evocata dall’aggettivo) il quale presidente in una lettera riservata indirizzata ad un cardinale così scriveva: “Si ha la sensazione netta che ci si trovi di fronte, tutti, a un potenziale esplosivo inaudito, che deve essere doverosamente portato a conoscenza delle più alte autorità.”  Si può trovare la miccia dell’inaudito potenziale esplosivo leggendo per esempio il libro “Vaticano S.p.A”. Un libro che analizza gli ultimi vent’anni di storia del vaticano con nomi, cifre, verbali, memorie personali e inedite, ricavate dalla consultazione di un imponente archivio segreto di un monsignore della casta catto-vaticana che per conto della segreteria di stato (hanno anche quella!) ha seguito tutte le operazioni più delicate della banca vaticana: una rete clandestina di conti correnti, speculazioni, favori e ricatti.Una banca nella banca, una sorta di ior parallelo, rimasto per anni al di fuori da ogni controllo. I documenti, tutti inediti, della banca vaticana testimoniano l’esistenza di un centro di potere occulto con appoggi politici in Italia e contatti con la finanza internazionale. Vent’anni di storia raccontata dall’interno delle mura leonine che aiuta a capire, semmai ve ne fosse bisogno, come il vaticano stesso fu coinvolto nella fine della prima repubblica preparandosi ad avere un ruolo importante anche nella costituzione della seconda. Cosa che il vaticano continua indisturbato a fare anche con la fattiva complicità di un presidente del consilvio che interpreta la parte dell’unto del signore, come recita il titolo di un altro recentissimo libro che dovrebbe far riflettere certi appassionati agiografi del berlusconismo. Riporto la quarta di copertina: “Di Berlusconi molto è stato detto e scritto. Ma pochi si sono soffermati sull’intreccio di rapporti che lo legano al mondo cattolico. In queste pagine, Pinotti e Gumpel ripercorrono la straordinaria avventura del cavaliere in una prospettiva originale che ne illumina i lati oscuri caricando di nuovo senso le sue scelte politiche. Partendo dai suoi primi passi di imprenditore, l’inchiesta racconta la vera storia della Banca Rasini e dei suoi soci, analizza le connessioni con Calvi e Sindona e le operazioni offshore e ricostruisce le origini della Fininvest, con il suo complesso e inestricabile gioco di scatole cinesi. Attraverso preziose testimonianze inedite, rilegge la nascita di Forza Italia, i rapporti con l’Opus Dei e comunione e liberazione, lo scambio di favori con la curia, i legami con i nuovi cavalieri della finanza bianca, fino all’involuzione teocon sui grandi temi bioetici e alle battaglie in favore della famiglia.Una “santa alleanza” unisce i due poteri forti del nostro Paese, che sembrano non poter più fare a meno uno dell’altro”.In Italia il trono e l’altare si sorreggono a vicenda e in questa perpetua eresia i mercanti presidiano il tempio vendendo “Dio e Cesare” con la spocchia di chi sa che difficilmente ci sarà qualche “Nazareno” che avrà l’ardire di cacciarli. Si potrebbe dire, si potrebbe sperare, che simul stabunt vel simul cadent.