La “festeggiata” non si farà vedere, almeno per le prossime due sere. Alcuni all’occorrenza la definiscono “nera” attribuendole il carattere nefasto legato a credenze ancestrali che nell’oscurità della notte liberano ogni negatività rivelando l’aspetto più nascosto della psiche.Probabilmente il suo umore non è dei migliori, preferisce rimanere nell’ombra e osservare, come sempre, con estremo distacco quanto sulla Terra accade, senza riuscire a influenzare nient’altro che il moto del mare e il ciclo mestruale, anche a quarant’anni di distanza dalla “prima volta” dell’uomo sul suolo lunare, attuando una sorta di assente, silenziosa protesta per quella che forse considera una violenza.Come non darle torto pensando all’attributo che più le rende merito e la qualifica anche agli occhi di un bambino che in una notte d’estate volge gli occhi al cielo e la vede inconsapevolmente come Madre, donna, principio femminile per eccellenza, attorno al quale si affollano credenze e tabù, rappresentazioni di un inconscio che forse trova la sua ragion d’essere nelle fasi del ciclo mestruale che sembrano magicamente sincronizzarsi con quelle lunari in una sorta di cronobiologia che ha del divino: l’ovulazione preferirebbe la metà oscura del ciclo selenico, tra l’ultimo quarto e il primo, un periodo di fertilità che nel corpo della donna offre una visione microcosmica dei ritmi universali.Ciclo lunare e mestruale si sovrappongono così in una sorta di mistica corrispondenza, un eterno ondeggiare generato dalla Luna, delle maree Madre, un’immagine, un nome, Maria, che scaturisce dal plurale latino dei suoi mari e come silente preghiera accompagna da lontano i passi dell’uomo su di un pianeta che il Poeta considera un atomo opaco del male.Sfoglio vecchi appunti annotati di nascosto in un ambiente in cui la donna era (ed è) considerata un essere impuro dalla quale bisogna stare alla larga, specie quando ha le mestruazioni, e leggo provando la stessa morbosa curiosità che provai allora: si ritiene che le lunazioni producano le mestruazioni e che nella maggioranza dei casi, queste abbiano inizio la prima volta con la luna piena o con la luna nuova, successivamente le donne che hanno un ciclo regolare conserverebbero questo intimo appuntamento con tali fasi. Lo stretto legame fra le mestruazioni della donna e la luna, appare chiaramente anche nell’etimologia del nome: mese e luna in greco hanno la stessa radice (“men”) conservata anche dal latino menstruum, mestruazione.Il “sangue” è protagonista indiscusso di questi eventi, un “sangue catameniale” particolare, tanto da non coagulare, da presentare componenti così atipici, forse magici, tale rendere le donne per così dire ambigue, misteriose, da farle partecipi di antichi saperi sconosciuti all’uomo, depositarie del mistero della Vita che nel loro grembo si sublima.C’è un modo di dire che ben riflette la periodicità delle mestruazioni: “avere la luna”. Di questo rapporto con la luna si trova traccia nelle affermazioni secondo cui le donne, quando hanno le mestruazioni, sono più nervose, instabili, cambiano di umore. Ecco, quando la mia Nadia “aveva la luna” era esattamente così: meravigliosamente lunatica, anche se lei in quei periodi usava un’altra espressione: “ho le mie cose…mi sono venute le mie cose…” che pur nella loro genericità, indicano il sentire le mestruazioni come un qualcosa di proprio, di personale, che appartiene specificamente alla femminilità e che io all’inizio faticavo a comprendere. Per me, reduce da anni terribili trascorsi in seminario e oggetto di un’educazione misogina e sessuofobica, l’altra metà del cielo ha lungamente assunto le sembianze della faccia nascosta della luna, una creatura sconosciuta e meravigliosa che quando si è rivelata non poteva che suscitare comprensibile timore reverenziale e incondizionato amore per nulla scalfito dalla crisi di un’intensa e coinvolgente relazione che mi porta ogni sera ad abbracciare con lo sguardo l’orizzonte e a cercare inutilmente una luce fra le tantissime che si accendono immaginando quale fra quelle potrebbe indicarmi il cuore di una donna, di una mamma, che ha concesso ad un collega che amico pensavo, la gioia di starle accanto. Dicono che i dodici uomini che sono stati sulla Luna durante le varie missioni “Apollo” siano tornati sulla terra profondamente trasformati da un’esperienza che li ha portati a non essere più gli stessi.Sono stati come stregati dalla luna, soggiogati da un fascino che per trasposizione e per altri versi, ha ammaliato anche me in tempi in cui solo l’idea di conquistare una donna sembrava per me impossibile; l’averlo fatto con quella naturale spontaneità che per alcuni è peccato, è stato come varcare le soglie sconosciute di un universo femminile che per me, seminarista ribelle, doveva restare sconosciuto; aver violato quel confine mi ha cambiato per sempre. Rischio volentieri di apparire patetico, volendo dare alla mia Nadia le sembianze di un corpo celeste divenuta per il mio cuore e la mia mente un’I…dea distante anni luce dal mio vagabondare, una Luna che influenza con la sua forza di attrazione tutti i miei pensieri. Se guardo l’orizzonte “vedo” la mia Luna, mi sento un po’ come il pastore errante di leopardiana memoria, la suggestione poetica mi porta alla mente l’incipit del Canto Notturno “che fai tu, luna in ciel, dimmi che fai, silenziosa luna?” Non c’è verso che la Luna risponda alla memorabile salmodia di alti e supremi interrogativi metafisici ricchi di pathos suggeriti dal pessimismo cosmico del buon Giacomino che a tratti contagia anche me: da una parte la Luna, simbolo di un’immortale esistenza celeste, anzi di un’ideale; dall’altra la condizione, mortale, dell’uomo che anela, corre, cade, risorge e s’affretta senza posa e ristoro, si trascina stancamente verso l’abisso orrido e immenso della morte; dall’altra ancora c’è la quasi libera greggia, allegoria del fortunato non sapere e non ricordare in cui s’appaga ogni animale.A leggere il Leopardi, c’è ben poco di cui gloriarsi ricordando i quattro passi compiuti dall’uomo sulla Luna giacché solo nel mondo animale sembra pienamente realizzarsi quella felicità negata all’uomo che ha scoperto, con la conoscenza e il progresso scientifico, l’inutilità e il tedio che inevitabilmente accompagnano le imprese del genere umano. Cara Nadia, mi è impossibile non ricordare che proprio i versi sulla greggia hanno direttamente ispirato l’inizio della seconda delle “Considerazioni inattuali” del tuo Nietzsche, centrate proprio sul motivo della felicità come “oblio” come “capacità di sentire mentre essa dura in modo non storico”. Dunque, per essere felici bisogna dimenticare, ma ahimè, le ricordanze sono più forti dell’oblio soprattutto in un momento in cui come stanotte, i ricordi segnano il mio tempo, ricostruiscono la memoria e raccontano a me stesso di una donna, delle sue lune, di un sogno sognato a metà, di una favola e di una storia troppo bella per essere dimenticata.