E’ proprio vero: l’amore non dura tutta la vita, ma la cambia per sempre. Si potrebbe partire da questo semplice assunto e scrivere fino allo sfinimento di quel sentimento che è insieme passione e follia, estasi e tormento. Amore per una Donna perduta o per una Terra sì bella e tradita! Amanti, mogli e Patrie svilite dal mercimonio delle coscienze che continuano fatalmente a suscitare emozioni, infatuazioni, pur senza avere quella corrispondenza d’amorosi sensi che renderebbero più coinvolgente e totalizzante un rapporto non solo “platonico” fatto di voli pindarici e di rovinose cadute in una realtà che lascia poco spazio all’illusione. Volevo continuare sul tema “politica e dintorni” affrontato nei post precedenti, derogo quindi da un’attualità che offre il peggio di sé anche perché si continua a offrire l’immagine stereotipata e negativa di un Sud dell’arretratezza, delle mafie, delle collusioni politico-affaristiche; non in grado, perché reso volutamente incapace, di progettare e raggiungere quello “sviluppo” che sembra debba essere prerogativa di un Nord opulento ed egoista che, guarda caso, si è ingrassato sfruttando proprio il “parassitismo” dei terroni che una certa vulgata legaiola considera “privilegio” di un Meridione che avrà pure tanti difetti, ma che non può continuare a subire passivamente gli attacchi e i provvedimenti di un governo a trazione nordista, non fosse altro perché questo è un paradiso abitato da diavoli abituati anche a vendere l’anima ai tanti “mammasantissima” pur di sopravvivere dandosi perfino un’aura di santità.Qui lo “sviluppo” è stato foraggiato e ucciso dall’assistenzialismo di Stato che ha alimentato (e continua impunemente ad alimentare) l’apoteosi dell’imbroglio con le articolazioni funzionali delle rapine a mano più o meno disarmata, delle corruttele politico-imprenditoriali, degli affari sotto-banco, delle bustarelle con tanto di raccomandazioni, dei finanziamenti a pioggia che favorivano i galoppini dei partiti di governo e gli amici degli amici, dei benefici di ritorno (a senso unico) con direzione obbligata le segreterie dei vari parlamentari locali, veri cultori del do ut des, e quel Nord divenuto collettore del malaffare, perché se qui c’è la manovalanza, le centrali operative sono altrove (chiedetevi dove è nata tangentopoli) magari in quella capitale della finanza non estranea a certa politica che continua a influenzare lo “sviluppo” di aree perennemente sottosviluppate, in ragione di interessi che non conoscono latitudini. Ho sentito un parlamentare destronzo affermare che i sinistrati sinistronzi “hanno elevato la corruzione a sistema”. Da che pulpito viene la predica! E’ il solito cornutissimo bue che dà del cornuto all’asino.Si sparla di “piano per il Sud” perché si vuole che il Sud vada piano, altrimenti non si spiegherebbero certi comportamenti tesi a placare la fronda sudista di un meridionalismo accattone e strumentale che reclama in tono ricattatorio, oserei dire in puro stile mafioso, finanziamenti elargiti in cambio di una promessa di fedeltà che lasciano intuire un nuovo attacco alla diligenza da una dirigenza che diligentemente si sta preparando a raschiare il fondo del barile progettando una nuova “cassa per il mezzogiorno” rivista, corretta (e corrotta) dagli “impresari” di pompe funebri istituzionali (moribonde esse stesse) che non vedono l’ora di celebrare il funerale del Meridione resuscitando per l’occasione una cassa da morto. Alimentare ancora speranze in questo campo (santo) dopo aver penalizzato l’agricoltura a favore di un’industrializzazione che ha prodotto disoccupazione e cattedrali nel deserto danneggiando anche l’ambiente e il turismo, significa non aver capito niente dell’originale vocazione di un territorio che chiede soltanto di essere salvaguardato valorizzando un patrimonio naturale che si vorrebbe invece deturparlo fino a renderlo un inferno degno dei presunti diavoli che ci abitano sognando perlomeno il purgatorio. Ho amato (e amo) inutilmente una donna alla quale purtroppo mi unisce solo il ricordo; amo in modo coinvolgente una Terra che sento nel sangue e adoro come Madre. Soffro terribilmente dinanzi al pregiudizio leghista, alle offese rivolte al Meridione da una tribù di barbari incattiviti dal più bieco degli egoismi; soffro terribilmente dinanzi all’ingratitudine manifestata da certi figli degeneri di un Sud che “vendono” e brutalizzano finanche la propria Madre per un piatto di scipite lenticchie, barattano l’integrità di una Terra con l’effimero tornaconto di una casta di politicanti corrotti e concussi, da castrare e decapitare così come meritano certi profittatori seriali che violentano l’organismo-Stato impunemente prostituito e malversato da un’associazione a delinquere che pretende anche di dettar legge. Un partito trasversale dell’illegalità parlamentare che legifera per il proprio esclusivo tornaconto e se ne fotte altamente dell’interesse generale di una Nazione rimasta semplice espressione geografica e, soprattutto, di un Sud avvertito come palla al piede di un Nord “federale” per il quale chi sta bene deve stare meglio e chi sta male deve stare peggio con buona pace di quei “poveri assoluti e relativi” prodotti “di scarto” di un disagio sociale alimentato dall’incertezza, soggiogato dalla paura, impigrito dall’accidia, annichilito dalla rassegnazione che ormai interessa la maggior parte degli italiani (ha ancora senso definirsi Italiani nell’Italia di bossi e berlusconi?) i quali italiani sembrano aver rinunciato a lottare per realizzare il migliore dei mondi possibile. Ha ancora senso parlare di Unità d’Italia?“L’Italia s’è rotta!” Vorrei tanto che certe anime belle inneggianti al patriottismo di convenienza, vedessero quel vecchio film di Steno. Sarebbe bello se Raiset lo trasmettesse in prima serata, è talmente “profetico” da risultare attuale, c’è perfino una “Banca della Ricostruzione”! L’epilogo di quel film lascia lo spazio a qualche tenue speranza legata al riscatto di un Sud capace di camminare con le proprie gambe, senza attendere elemosine elargite a titolo di favore. La speranza di “un mondo perfetto” di “un Sud perfetto” è irrealizzabile, ma fornisce l’energia indispensabile per migliorare le cose, rinunciare a questa “utopia” significa tradire l’idea stessa di Ragione, poiché quel che realmente divide non è la fiducia o la sfiducia nella Politica, nel futuro, ma sono le ideologie mercatali, i mestieranti della politica parassitaria, gli interessi lobbistici, la spartitocrazia e i diversi modi di vivere, di “sentire” le leggi, le relazioni e gli stessi folli paradossi insiti nell’attesa di un mondo migliore che non può non nascere dal connubio tra Demos e Kratos pur condizionato da oligarchie che, come nel caso Italia, promuovono se stesse dando a luogo a criminali comitati d’affari, veri e propri matrimoni di convenienza e d’interesse, in cui evidentemente non v’è traccia alcuna di quell’amor patrio che dovrebbe pur esserci fra Demos e Kratos. Il prevalere di interessi di parte segna irreparabilmente la fine di un qualsiasi rapporto basato sulla sussidiarietà e sulla reciproca fiducia e questo, secondo me, vale sia per un Popolo che si identifica in una Nazione sia per una coppia in cui la sbandata di uno determina il fallimento dell’altro. Almeno questa è la mia esperienza. L’ho tirata un po’ per le lunghe ben sapendo che per me sarà doloroso affrontare certi argomenti, farò di tutto per non affondare il bisturi in ferite ancora sanguinanti e pazienza se per qualcuno sarò patetico: l’amore non dura tutta la vita, ma la cambia per sempre.Il solleone brucia nel silenzio rotto dal frinire delle cicale; nell’aria tremula si scioglie il profumo dei gelsomini, brezze olezzanti d’oriente inebriano i pensieri sospesi nell’afa di giorni caduti come granelli di sabbia nel mare dei ricordi che all’orizzonte della mente, caliginoso si staglia e lascia che la fantasia dia corpo ai miraggi: i tuoi occhi di cielo e di mare sembrano coperti da un velo di dolce malinconia.Mi sembra come se tu fossi partita per un lungo viaggio (quante volte l’ho scritto?) e ora non riesci più a trovare la strada del ritorno. Prima di “partire” mi dicesti che volevi cambiare la tua vita. Ci sei riuscita? Forse sì! Di certo hai cambiato la mia, in peggio naturalmente, lasciandomi in balia di me stesso e delle illusioni di un passato rimasto come un fossile nel sedimento della memoria. La presenza di una grande assenza ritorna puntuale ogni sera con la sua ombra a farmi compagnia. Lei è andata da tempo via, ma ha lasciato il segno del suo fugace passaggio in questa casa dalle persiane socchiuse con le tende che si gonfiano come vele di un vascello arenatosi nelle secche del tempo, un veliero prigioniero di una bottiglia incrinata dal vento di cocenti delusioni.A chi volesse di noi non servirebbe neanche rompere quella bottiglia e restituire al mare un relitto destinato a naufragare né spingere quella porta così dolcemente socchiusa sull’immoto presente per entrare di nuovo in paradiso e dar corpo ai fantasmi che svaniscono inseguendo l’accorato richiamo dell’immaginario incompiuto. Rimango assorto nei ricordi, come d’incanto precipito nel tempo; le pareti vibrano ugualmente di voci e sussurri; il pianoforte è sempre lì e mi invita a suonare, sfioro i tasti, accenno a qualche accordo, improvviso qualcosa che non riesco a definire musica. Il pensiero di Euterpe che si tappa le orecchie per non sentire (è l’espressione che usavi tu per dirmi di smettere) mi riporta alla mia crepuscolare solitudine, alla mia notte illuminata da un cielo di stelle e dal saettare lontano di un faro che dall’isola che sai emana fasci di luce d’argento segnando l’approdo da sempre agognato.Tutto è rimasto com’era, anche la polvere ci mette del suo nel coprire una memoria scalfita e rimossa da un colpo di straccio, passo col dito sopra, scrivo il tuo nome, lo cancello: il tavolo in cucina, lo scrittoio nello studio, benché impolverati, profumano intensi di pane e racconti lasciati a metà.Ho preso altri libri, libri, ancora libri, classici, naturalmente e fra questi annovero volentieri il tuo Nietzsche: avevi ragione, lui e Marx si completano a vicenda; ho imparato ad amarlo non fosse altro perché ogni volta che lo leggo mi ricordo di te. E ogni volta scopro sempre qualcosa di nuovo. C’è ancora il silenzio di tanto tempo fa quando l’estate rimandava a un’età smarrita nei dissolti aneliti e dagli scuri serrati delle finestre il bagliore del sole disegnava sul pavimento lame di luce tagliente come un pensiero che si insinua nella mente e la ferisce.Senti come profumano le foglie dei gerani odorosi! Guarda le rose, che spettacolo!Già, le rose, di quelle non sono rimaste che le spine e qualche petalo avvizzito che tu amavi riporre fra le pagine come segnalibro. Ogni tanto mi capita di aprirne qualcuno, cadono i petali come foglie morte ai piedi di un albero che vegeta senza aver più voglia di fiorire.Siamo rimasti, sono rimasto prigioniero di un sogno e così mi ritrovo a vagare nel labirinto della memoria sospinto da un cuore da sempre in inverno; un cuore da sempre all’inferno, bruciato da un tempo che ci è stato donato, fatto di stagioni scolpite, di passioni vissute e mai sopite. Il dolore e il tormento hanno lasciato il posto alle illusioni, le disperanti ferite si riaprono ad ogni stormir di fronde, ad ogni petalo che cade senza bruciare nel rogo inestinguibile di esistenze che continuano ad ardere fra le umbratili vite disperse da improvvise folate di vento. Ascolto il silenzio e d’improvviso risale fragoroso il palpitante teatro delle tempeste inattese con lo smarrirsi d’occhi che evitano di guardarsi per non palesare l’intimo tormento allo schioccare di un fulmine che, come un temporale d’estate si abbatte sui nostri giorni, troppo brevi per essere ricordati come vissuti, troppo feroci nell’aggredire il fremito delle nostre paure scosse da un presentimento che ti portava via da me e da questo recondito nido disfatto e di care sembianze svanite.“Cammina con passo leggero, perché è suoi miei sogni che cammini”. Ricordi? Sono i versi di Yeats. Ma c’era qualcuno che spiava i nostri sogni e li calpestava giocando con i tuoi sentimenti. E vinceva, barando, avendo buon gioco della mia inesperienza “maturata” nei terribili anni trascorsi in seminario. Dopotutto io non ho mai imparato il mestiere di vivere e l’arte di amare. Indugio sul filo della memoria, brucio quel filo e cado nel gorgo della mia solitudine.Entro ed esco da scenari onirici, a fondere tempo che fu e tempo presente per cercare di capire dove ho sbagliato, come se la cosa potesse modificare il corso del Destino, smascherare gli infingimenti e la simulazione degli affetti, l’inimicizia sotterranea di un baro che amico pensavo. Cerco di immaginare quel che sarebbe potuto essere e non è stato: mi vedo sposato e con figli.Mi chiedo perché non riesco a dimenticarti, eppure di avventure ne ho avute, solo che ogni volta cercavo nelle altre qualcosa che potesse riportarmi a te e così ingannavo me stesso e ferivo la sensibilità altrui. E’ nostalgia sedimentata quella che svetta e si inabissa come un fiume carsico nelle viscere della malinconia e lì si fossilizza, arsa da un passato che non è estinto; dorme, semplicemente, bisognevole di una quiete che plachi la sofferenza, sfoci in un mare di giorni eclissati sempre dallo stesso orizzonte e torni a queste contrade che vaghezza d’albe e tramonti si contendono donandomi la corte maliarda di notti insonni e di giorni scanditi dall’attesa.