IPERBOLE

ICONOSTASI ROSA SHOCKING


                               
               Quando inesorabile s’apre l’abisso della memoria con i ricordi che riecheggiano possenti nell’immoto presente sollecitati da parole, immagini e suoni, soggiacere a essi è inevitabile, seppure doloroso, giacché un non so che di pathos accompagna questo mio perdermi nel sovvenire i dì che furono nel vano tentativo di fare il conto con il poco di me stesso che conosco, con il molto di noi che ancora ignoro, e che forse non conoscerò mai più, e allora basta davvero poco per precipitare nel gorgo del passato, tanto che al pari di Rilke, mi chiedo, e ti chiedo: “era questo il peso che premeva orribile su di noi (su di me)  questo futuro spaventoso che è ora il nostro (il mio) crudele presente?”Non volermene se col pensiero graffio ancora la tua mente illudendomi di riallacciare il filo di una memoria lacerata dal tormento, ma è proprio in giorni come questi (puoi ben capire il motivo) che si esacerba un dolore a mala pena lenito dalla gioia d’averti incontrata, pur se a volte dubito che abbiamo percorso insieme un tratto di strada; quel che fa più male è l’atroce rassegnazione, la feroce consapevolezza che mai niente tornerà ad essere come prima e l’illusione inquieta che suscita questo mio solitario incedere nel labirinto del presente mi porta ad essere sordo a tutte le voci, muto a tutti i richiami, volontariamente cieco, così da rifiutare di vedere altri viandanti, altre vie d’uscita, altre comode vie di fuga verso l’ignoto, e continuare a percorrere strade che so già essere senza ritorno. Ascolto la tua voce e la mia, cerco di inserirmi nuovamente in un dialogo che diventa monologo; scorro vecchi filmati, fiumi inariditi divenuti rigagnoli smagnetizzati; guardo le tue foto, le poche rimaste, a furia di guardarle mi sembra di averle quasi consumate; mi  vedo com’ero, come eravamo, forse felici di certo spensierati, come allora a Venezia, come quei colombi di Piazza S. Marco che volano via per il semplice piacere di librarsi nel cielo infinito di un sogno segnato dall’immensa finitudine di un amore rimasto ahimè   sospeso nel gesto di offrire e chiedere quel che agli altri è concesso e a me non è dato. Amanti un tempo perduti fra le stelle del cielo rimasti…E’ tristissimo inabissarsi da soli nell’ombra dopo aver sognato di estasiarsi in due nella luce. Hai illuminato i passi più oscuri della mia esistenza, a te ho bruciato gli incensi dei miei giorni più belli, per te ho acceso i candelabri dei miei desideri, su di te ho costruito i castelli dei miei sogni, da te ho implorato le ebbrezze di un’ora, l’amore di una vita. In te ho riposto ogni vana speranza.     Mi manca tutto di te, anche il silenzio, quel che conservo è solo il ricordo e il silenzio dell’addio, sì perfino quell’ultimo silenzio che scese tra noi come un pesante sipario chiudendo gli sconfinati orizzonti che ancora riesco a percepire attraverso la nostalgia. Gran brutta cosa la memoria dell’indicibile serrato nel segreto di un cuore incapace di riconoscere altre ragioni da quelle sgorgate dalla sua innata voglia di amare un ideale di donna che si sublima proprio nel momento del perduto amor. Spesso mi sveglio nel cuore della notte, nel silenzio il mio cuore pronuncia il tuo nome e il ricordo si trasforma in oblio che alimenta il riflesso di un sorriso e il bagliore di un sogno infranto dal Destino.Dove sei mentre spasimo per te? Sotto quale cielo canta la tua vita che fu la mia? Per quali strade si perde il tuo passo che ti conduceva verso di me? Rammenti? Abbiamo cercato di fermare l’attimo fuggente incatenandolo con parole eterne al nostro cuore e il tempo si è vendicato di noi, di me. Un soffio, la fiamma che oscilla a ogni colpo di vento palpita come lampada votiva dinanzi ad una promessa non mantenuta. Un silenzio prolungato, una parola non pronunciata, un malinteso, un equivoco durato un attimo di eternità e che nessun sorriso ha mai dileguato. E ognuno è andato per la sua strada.Ma che t’importa aver tanto camminato se non hai appreso il valore della strada? Che t’importa aver conosciuto uomini e contrade se sei rimasto ignoto a te stesso? Che t’importa aver percorso molti sentieri se sei lontano dalla meta agognata? Che t’importa essere stato amato se il cuore non sa più amare?Non maledico nulla e nessuno, se dovessi farlo maledirei me stesso, meglio far tacere la ragione e lasciar parlare il cuore. D’altronde Pascal ha detto: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non comprende”. Cerco di farmene una ragione e rivivo solo per noi due “l’incubo” degli ultimi giorni vissuti alla fine di un’estate di tanti anni fa. Oh, non temere, non voglio turbare la tua serenità familiare, mi manterrò sul vago usando un linguaggio per iniziati; solo i “protagonisti” di questa storia ci capiranno qualcosa. Fra le spine e i rovi del tradimento s’aprono sentieri labirintici con ingannevoli tornanti e ambigue radure, mentre luce e non luce, tempo e non tempo, frammenti di vita reale e sogni fatui s’inseguono e si fondono nell’immemore, convulsa ricerca di un tempo smarrito rincorrendo il nostro comune Destino. Petali avvizziti di rose sfiorite mulinate da un vento che non ha occhi per guardare dove passa e abbatte ogni cosa, è senza pensiero apparente, e tuttavia acceca e sconvolge esistenze legate fra loro da esili fili; richiama brandelli di ombre lontane, rievoca paesaggi del cuore dando senso e spessore alla magia del mero ricordare che perdura fino all’esplodere di un fulmine a ciel sereno e prima di placarsi e stemperarsi in una rassegnata dissolvenza, ha frugato ogni anfratto dell’anima, ogni piega della mente, ha sconvolto per sempre la nostra, la mia esistenza, ha consentito e negato l’evidenza, ha lanciato segnali e richiami, ha smentito intenzioni e mire; ha calpestato e percorso a ritroso tracce intrise di tenere, dolenti ricordanze, umanissime emozioni e vibrazioni dell’anima, ha pronunciato generose abiure, ha condannato e assolto, ha messo in atto volontarie menzogne infliggendo un castigo che sa di solitudine. “La mia donna dice che non vuol stare con nessun altro,  neanche se la chiedesse Giove in persona. Così dice, ma quello che dice una donna all’amante appassionato, va scritto sul vento e sull’acqua che fugge”.   – Catullo - I colori sbiaditi si dissolvono nel rosa acceso e sfocato di un’istantanea rimasta fra i risvolti dell’inconscio, nella memoria dolente di pulsioni oniriche che alimentano, come un fiume carsico, la dimensione fiabesca di una vicenda esistenziale in cui ogni cruccio e tutti i rovelli diventano pacate riflessioni, tacita presa d’atto di un’inesorabile realtà in cui la preda, semmai potrà sciogliersi dai vincoli che la legano, semmai essa stessa non si sia trasformata in inseguitrice, sarà forse un amaro simulacro di sale, oltre l’iconostasi arcana e imperscrutabile del ricordo che preclude la conoscenza della sostanza ultima, visibile e tattile, reclamata dalle nostre domande stolte e inappagate. A meno che non si manifesti come impercettibile presenza di una grande assenza, di un soffio lieve, di una scia luminosa che scivola nella penombra della sera, sfiora il cuore, illumina la mente e accompagna il cammino trasognato di un viandante solitario.