Ultimamente mi chiedo se vale ancora la pena scrivere, leggere e riflettere sulle vicende pubbliche italiote considerando l’infimo livello toccato da una classe politica autoreferenziale, abbarbicata come una pianta infestante nei palazzi del potere, che non fa più niente per nascondere il connubio tra ciarpame ideologico e malaffare istituzionale con la benedizione del clericalume imperante i cui anatemi servono semplicemente a puntellare e stabilizzare il dominio del fariseume trionfante. Il generale di corpo d’armata angelo bagnasco, di professione cardinale della chiesa dei papi, dice che bisogna svelenire il clima politico dimenticando che proprio la chiesa catto-vaticana ha contribuito e contribuisce ad avvelenare quel clima, ad inquinarlo, con dei non possumus che costituiscono la prova provata di un’ingerenza che rasenta il fanatismo. Si prenda l’ennesima battaglia promossa a colpi di crocefisso da una chiesa che usa strumentalmente quel simbolo, solo e soltanto religioso, per scatenare guerre di religione, diatribe filosofiche e conflitti di civiltà volendogli attribuire una valenza culturale secondo cui perfino dio può diventare un feticcio da appendere come orpello per certificare un’appartenenza difficilmente ispirata, in quanto a coerenza comportamentale, a quegli ideali cristiani solo a parole professati; giacché poi all’atto pratico ogni giorno vengono sistematicamente disattesi e calpestati da una gerarchia, non solo ecclesiastica, che si attacca alle radici cristiane come fossero ragnatele tessute nei sottoscala tenebrosi del falso perbenismo da moralisti dogmatici, bravi soltanto a sputare velenose sentenze con, in più, la pretesa di dettare l’agenda politica reclamando un’obbedienza in forza della quale quanto di più anticattolico e anticristiano si è insinuato fra il trono e l’altare santificando il crimine, l’ipocrisia e la menzogna, a discapito proprio di quel Bene Comune che costituisce pur sempre la morale di quella favola che è la buona novella. Vere e proprie associazioni a delinquere dettano legge, vere e proprie cupole mafiose gettano un’ombra nefasta sul terreno del vivere civile; la politica (già, che cos’è la politica?) è diventata l’arte di prendere per il culo il prossimo, con buona pace di quel “comandamento” che pure impone di amare il prossimo come se stessi e di non fare agli altri quel che non si vorrebbe fosse fatto a se stessi. Inutile tergiversare e scomodare anche Hanna Arendt cercando una risposta all’interrogativo di cui sopra: infatti c’è molto di più “cristiano” in Marx di quanto si possa trovarne in certi cattolici italioti, in certi papi, in certi preti e cardinali, in certi politici che vanno per la maggiore, i quali ad onor del vero, hanno il solo merito di sconfessare quotidianamente quel Cristo appeso nelle chiese, nelle aule di scuola, negli edifici pubblici in cui spesso la “legge” diventa arbitrio, violenza, tracotante abuso perpetrato dagli arroganti in danno dei poveri cristi, dando così implicitamente ragione a Nietzsche che nel certificare la morte di dio, afferma un principio difficile da scardinare, proprio alla luce della storia della chiesa dei papi, poiché è esistito un solo cristiano, Gesù per l’appunto, ed è morto sulla croce, uno strumento di tortura adottato da chi, con l’escatologia della vita eterna, ogni giorno celebra la cultura della morte.Quelli che son venuti dopo il Cristo hanno solo speculato su quella morte e continuano imperterriti ad inchiodare ogni giorno sulla croce un dio supportato da un bimillenario battage pubblicitario a motivo del quale i creativi d’oltretevere e i consumatori catto-vaticani del parco mondo farisaico possono venderlo e acquistarlo al supermercato dell’ipocrisia proprio perché sono convinti che il loro dio è migliore degli altri. Se dio è morto anche la politica è morta, uccisa dall’egotismo del potere, dai teologi dello spirito affatto santo, dagli ideologi del capitalismo liberista e dagli ermeneuti della democrazia a buon mercato: la dittatura della maggioranza ogni giorno celebra i suoi fasti, i suoi barbarici riti sull’altare dell’ingiustizia sociale, una macabra rappresentazione del falso che si giova e rincorre il consenso barando sulle regole del gioco. Le cosiddette leggi-vergogna, ad personam e ad aziendam, non sono che la punta di pericoloso iceberg verso cui naviga lo scafo italiota guidato da capitani e nostromi vigliacchi quanto consapevoli della condizione da cupio dissolvi che ormai caratterizza il clima politico. Forse c’è una precisa strategia in questo mare di merda mosso da correnti invisibili suggerite e determinate da negoziazioni segrete fra lobby, cupole e potentati. Ogni tanto assistiamo impotenti all’emersione di fenomeni spiegabili solo con l’interesse contingente di oligarchi che guardano alla politica (e alla religione) come mezzo, sovente usato in modo criminale, per raggiungere scopi tutt’altro che leciti.Le connessioni palesi, gli inconfessabili interessi, l’uso privato della Res Publica e gli intrecci occulti tra le varie organizzazioni più o meno “coperte” rivelano la mostruosa metamorfosi dell’organismo Stato divenuto un Leviatano, una mutazione genetica degli equilibri sociali che incide nel profondo su comportamenti, modelli di rappresentazione e stili di vita impossibili da definire “cristiani”. Ragion per cui la vulgata pubblica oggi ricorrente accredita, e dunque, legittima come assunti oggettivi di realizzazione sociale non il merito, i talenti, la solidarietà, ma la prevaricazione, la furbizia, il malaffare; con il principio di uguaglianza (e di fraternità) soppiantato dalla corsa sfrenata del successo ad ogni costo e da un egoismo “capitalista” che pure permette a più qualcuno di esibire la solita tiritera sulla cattolicità intesa come modello comportamentale, quando poi tutto dimostra il contrario. Si sparla tanto di identità nazionale e di radici cristiane, non si vuole una società multirazziale, con la scusa della “sicurezza” si scavano trincee per difendere il proprio orticello; la retorica patriottarda di certi statisti ammantati di clericale ipocrisia fa il paio con la bonarietà italiota intrisa di mafia, spaghetti, pizza, chiesa e mandolino; la sbandierata italianità “brava gente” sostituita con quella delle comunità blindate, da basso medio evo, e del pregiudizio (razzista e anticristiano) nei confronti dell’altro, del diverso. Risulta sempre più evidente il danno indirettamente provocato dall’imprinting cattolico su di una polis che spesso confonde civitas ed ecclesia imponendo modelli comportamentali solo a parole suffragati da un’etica dell’impegno sociale e civile sovente influenzato da una morale che, proprio perché moralista, è intimamente amorale nel prefigurare una società di fatto priva di humana pietas. Si “difende” il crocefisso come oggetto di arredamento, qualcuno fra i cosiddetti laici vorrebbe estendere l’ora di religione ad altre confessioni; l’ignoranza civica è tale per cui si dimentica che la religione è un fatto privato e tale deve rimanere. Chiudersi nell’intimo del proprio cuore è una pratica sconosciuta a quanti hanno trasformato la “casa del Padre in una spelonca di ladri e briganti”. Si vende dio come se si vendesse un detersivo, si cambia la destinazione d’uso di chiese, parlamenti, scuole e sacrestie; alle verità acquisite si preferiscono le verità rivelate con tanto di encicliche e di decreti legge con cui si prescrive perfino la Giustizia che, pur non essendo di questo mondo, rimane pur sempre un modo (umanissimo) di veder riconosciuti per Legge torti e ragioni. Il guaio è che per qualcuno il torto e la ragione debbano essere articoli di fede. Ne consegue che in assenza di filtri di raffinazione culturale (lasciamo perdere la religione!) e di ignoranza strutturale, i metri di giudizio e gli impianti valoriali di una neoborghesia non a caso appoggiata dalla chiesa catto-vaticana, sono gli unici riconosciuti e accreditati dalla società massificata fino al punto da essere amplificati dagli organi di disinformazione di massa e dai pulpiti delle chiese così da ascendere a modelli dominanti per l’intero ex belpaese. Non ingannino i pronunciamenti delle varie camarille episcopali, sono ispirati da bieca ipocrisia quando non proprio da volgare tornaconto che se da una parte predica “penitenza” dall’altra chiede una congrua elemosina così da trasformare i vizi privati di gerarchi di ogni credo e colore in pubbliche virtù. La chiesa in quanto istituzione fa parte di quel blocco di interessi che assicura e garantisce la base supinamente elettorale, stupidamente fideistica, ma relativamente maggioritaria su cui poggiano le fortune di papi re e papponi finti statisti da cui discende l’incontrastato quanto singolare protagonismo.Parafrasando antiche parole d’ordine gramsciane, si potrebbe dire che dopo aver controllato e conquistato le casematte di qualsivoglia potere si assista ora all’affermarsi del “blocco storico degli abbienti e degli impauriti”. Avidità, sete di potere, ipocrisia, maleducazione, fanatismo, fideismo opportunista, tartufismo gesuitico, razzismo, sembrano i tratti distintivi di una società geneticamente modificata dall’antropologia padan-fascista che sostanzialmente offre la liberazione dai vincoli regolativi per l’affermarsi dell’individualismo anarcoide e la tutela del proprio hortus conclusus dall’attacco di eventuali minacce esterne. Il pensiero dominante e dominato non tollera eresie di sorta, il sistema gerarchico, qualsiasi sistema forzatamente piramidale, per essere tale e garantirsi una stabilità strutturale deve instaurare un regime intrinsecamente autoritario che schiacci col suo peso vessatorio i subalterni, spazzi via i contrappesi del dialogo e ogni forma di dissenso spesso tacciato di sovversivismo. Se la base si ribella e si muove il vertice della piramide è destinato a crollare. Se Gesù fosse vissuto ai nostri giorni probabilmente sarebbe accusato di attentare all’ordine costituito, stando ai vangeli il Nazareno non aveva una buona opinione dell’autorità in generale: “I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il loro potere. Non così dovrà essere fra voi”. (Matteo 20,25-26). E i vangeli presentano i capi religiosi come i più accaniti avversari di Gesù: “I sommi sacerdoti e le guardie gridarono: Crocifiggilo, crocifiggilo!” (Giovanni 19,6). L’annuncio originario ha un non so che di rivoluzionario e appare come un messaggio pericoloso per tutti quelli che esercitano una qualche forma di potere: il Signore “ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi”. (Luca 1,52-53). Dove, come e quando ciò sia accaduto o accadrà non è dato saperlo, in nessun passo del vangelo si legge però che Gesù volesse fondare una nuova religione, eppure c’è chi lo ha fatto in suo nome per meglio controllare un popolo, per meglio tosare un gregge; proprio perché, come scrive Marx nella critica della filosofia hegeliana del diritto: “la religione è il sospiro della creatura oppressa, è l’anima di un mondo senza cuore, di un mondo che è lo spirito di una condizione senza spirito. La religione è l’oppio del popolo”. E ancora: “E’ l’uomo che fa la religione, non la religione che fa l’uomo”. Ho appena citato Marx e, visto che a casa mia Nietzsche e Marx si danno la mano, non posso non ricordare ancora una volta il filosofo della volontà di potenza che ebbe a scrivere parole di fuoco sui preti e sul cristianesimo in quel manifesto anticlericale che è l’Anticristo giungendo a siglare, in chiusura, la sua legge contro il cristianesimo in quanto “trasvalutatore di tutti i valori”. Qualche altro li chiama “valori non negoziabili” e appartiene a “una specie parassitaria di uomini che prospera unicamente a spese di tutti i sani organismi vitali, quella dei preti, e abusa del nome di Dio: chiama ‘regno d’Iddio’ uno stato di cose; chiama ‘divina volontà’ i mezzi in virtù dei quali un tale stato viene raggiunto o mantenuto in piedi; con un freddo cinismo misura i popoli, le epoche, gli individui, a seconda che essi abbiano giovato o contrastato lo strapotere dei preti”. Secondo Nietzsche il prete, varietà di uomo più viziosa, insegna la contronatura e così scrive nella Quarta proposizione: “La predica della castità è un pubblico incitamento alla contronatura. Ogni disprezzo della vita sessuale, ogni insozzamento della medesima mediante il concetto di ‘impuro’ è il vero e proprio peccato contro lo spirito santo della vita”. Non rimane che il cruccio per un Uomo morto crocifisso più di duemila anni fa.