Creato da antonio.gambini il 12/02/2007

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in frantumi gesso del Canova

Post n°802 pubblicato il 05 Settembre 2013 da antonio.gambini
 

Danneggiato il bassorilievo "L'uccisione di Priamo" dell'Accademia di bella arti

Un incidente durante le operazioni di movimentazione del bassorilievo in gesso dal titolo “L'uccisione di Priamo”, tratto dall’originale di Antonio Canova, del Museo Correr di Venezia, donato dagli eredi del celebre scultore all’Accademia di Belle Arti di Perugia nel 1829, ha provocato seri danni all’opera, della quale esistono altri due esemplari: lo riferisce un comunicato diffuso dal consigliere d’amministrazione dell’accademia, Massimo Duranti, a nome del presidente, l’avvocato Mario Rampini.   Il comunicato spiega inoltre che il gesso doveva essere imballato e consegnato per la mostra su Canova che si aprirà a Assisi il 10 agosto prossimo: “il bassorilievo stava per essere calato a terra, ma è invece caduto frantumandosi”, spiega la nota di Duranti. Sono intervenuti sia la Soprintendenza sia la compagnia assicuratrice dell’opera.   “Cautelativamente, l’altro gesso che doveva essere dato in prestito, è stato ricollocato al suo posto”, conclude Duranti, annunciando che “nei prossimi giorni si valuteranno l’entità del danno e le possibilità di restauro” del gesso canoviano danneggiato.

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"Il mondo … questo grosso essere assurdo. Non ci si poteva nemmeno domandare da dove uscisse fuori, tutto questo, né come mai esisteva un mondo invece che niente. Non aveva senso, il mondo era presente dappertutto, davanti, dietro. Non c’era stato niente prima di esso. Niente. Non c’era stato un momento in cui esso avrebbe potuto non esistere. Era appunto questo che m’irritava : senza dubbio non c’era alcuna ragione perché esistesse, questa larva strisciante. Ma non era possibile che non esistesse.

 
Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è essere lì, semplicemente : gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare ma non li si può mai dedurre. C’è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé. orbene, non c’è alcun essere necessario che può spiegare l’esistenza : la contingenza non è una falsa sembianza, un’apparenza che si può dissipare; è l’assoluto, e per conseguenza la perfetta gratuità. Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare … ecco la Nausea".

"Eravamo un mucchio di esistenti impacciati, imbarazzati da noi stessi, non avevamo la minima ragione d'esser lì, né gli uni né gli altri, ciascun esistente, confuso, vagamente inquieto si sentiva di troppo in rapporto agli altri. Di troppo: era il solo rapporto ch'io potessi stabilire tra quegli alberi, quelle cancellate, quei ciottoli. Invano cercavo di contare i castagni, di situarli in rapporto alla Velleda, di confrontare la loro altezza con quella dei platani: ciascuno di essi sfuggiva dalle relazioni nelle quali io cercavo di rinchiuderli, s'isolava, traboccava. Di queste relazioni (che m'ostinavo a mantenere per ritardare il crollo del mondo umano, il mondo delle misure, delle quantità, delle direzioni) sentivo l'arbitrarietà; non avevano più mordente sulle cose. Di troppo, il castagno, lì davanti a me, un po' a sinistra. Di troppo la Velleda…
 
Ed io - fiacco, illanguidito, osceno, digerente, pieno di cupi pensieri - anch'io ero di troppo. Fortunatamente non lo sentivo, più che altro lo comprendevo, ma ero a disagio perché avevo paura di sentirlo (anche adesso ho paura - ho paura che questo mi prenda dietro la testa e mi sollevi come un'onda). Pensavo vagamente di sopprimermi, per annientare almeno una di queste esistenze superflue.
 
Ma la mia stessa morte sarebbe stata di troppo. Di troppo il mio cadavere, il mio sangue su quei ciottoli, tra quelle piante, in fondo a quel giardino sorridente. E la carne corrosa sarebbe stata di troppo nella terra che l'avrebbe ricevuta, e le mie ossa, infine, ripulite, scorticate, nette e pulite come denti, sarebbero state anch'esse di troppo: io ero di troppo per l'eternità"

(JP Sartre, La nausea)
 

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