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Il volo della mente: incessante, instancabile, senza meta e senza confini, senza vertigini, e maestoso come un'aquila eterna. Jim Morrison

 

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Fenomenologia del cialtrone

Post n°1228 pubblicato il 11 Marzo 2018 da arw3n63
 

" Non c’ho niente da dire ma devo dirlo assolutamente"
La dolente testimonianza di Nicoletta ci introduce naturalmente a esaminare quelle figure refrattarie alle regole ed eminentemente cialtronesche che sono gli scrittori  da web.

La dicitura è ampia e si adatta a una disparata varietà di scribacchini, accomunati però tutti dall’unanime disprezzo per la regola fondante della letteratura mondiale, e cioè che per scrivere è necessario avere qualcosa da dire. 
Il criminale all’origine di questa autentica iattura – la probabile inconsapevolezza spiega il suo agire, ma certo non lo giustifica – è Raymond Carver, il padre di quella corrente letteraria contemporanea che è stata chiamata minimalismo. La capacità di osservazione entomologica delle dinamiche umane che lo ha spinto a scrivere racconti di due personaggi che, magari, neanche si incontrano ma si limitano a osservarsi dalle finestre dei rispettivi appartamenti in queste desolate città americane ha indotto migliaia di epigoni detalentati a concepire racconti dove non succede niente, i personaggi non fanno niente se non agonizzare in trame boccheggianti per una decina di pagine senza capo né coda, ignorando tutto ciò che potrebbe essere coerenza, logica, intreccio. Possa il Padreterno perdonare Carver perché non sapeva quel che faceva.
Questa modalità di scrittura trova la sua estrema incarnazione, la sua apoteosi, la sua quintessenza nei blog e nei social network. Gli scrittori da blog – non tutti, sia ben chiaro, solo quelli cialtroni – si sono liberati d’un colpo di qualunque convenzione e riempiono pagine e pagine di prosa sperimentale, la cui sperimentalità consiste essenzialmente nel non fare capire un tubo al lettore. Concetto da affermare con cautela, però, perché scagliarsi contro brani tipo il seguente, scaricato da un blog a caso tra i milioni presenti in rete, in certi ambienti rischierebbe di attirare l’accusa di aridità: 
Si alza alto nel cielo senza sbiadire. Ha con sé l’essenza estrema di quella persona. Vuole conservarla. Custodirne il ricordo. Non la conosceva prima, ma ora c’è stato uno scambio intenso. E dolente. Su nel cielo non v’è nulla che vi possa trovare. Nessuno a cui l’aria mutata in respiro possa implorare aiuto. Negli immensi spazi le nuvole giocano a rimpiattino, scivolando sulle correnti, totalmente indifferenti a quel che accade là, molto più in basso. Anche l’aria è respiro. Prima nulla la tangeva. Tutto le era indifferente. Ma in questo momento. Divenuta respiro è avvilita. Umiliata. Chi non ha ascoltato le sue preghiere?”. 

Chi? Che cosa? Quando? Dove? Mah! Si potrebbe dire che qualunque brano letterario estrapolato brutalmente dal contesto può risultare di difficile comprensibilità. Ma, a parte il fatto che non è vero, tutto il racconto da cui queste righe sono estratte è di questo tenore. Perché infliggere al prossimo tali esempi di grafomania patologica? Semplice: perché ora la tecnologia consente di farlo. E se una cosa può essere fatta, perché non farla? Perché trattenersi? Solo perché è una cazzata? A parte il fatto che il criterio estetico per decidere cosa rientri in quella categoria aristotelica è tutto da definire, non dimentichiamoci che il cialtrone pensa di essere adeguato per definizione. 

E la stessa linea di pensiero, portata alle estreme conseguenze, conduce inesorabilmente il cialtrone grafomane a usare Facebook come se fosse una clava con cui tramortire quei disgraziati che hanno la sfortuna di essergli, diciamo così, amici. Ecco che, allora, non resiste a cenare in un ristorante senza fotografare un comunissimo piatto di trenette al pesto e postarne la foto accompagnata dall’insostituibile commento: “Trenette al pesto! Yum-yum!”. 
Ci sono poi quelli che, invece, ci tengono a comunicare urbi et orbi che stanno andando “Verso Casteggio!”. 
Altri ancora sentono l’impulso di postare una foto di una scritta, ma non una scritta particolare, solo una scritta: semplice, banale, che dice: “E adesso?”. 

Per non parlare di quelli che non si trattengono e devono proprio esprimere il loro travolgente entusiasmo culturale per “Ildegarda di Bingen. Che ganza!”. I peggiori, però, sono quelli che hanno distillato il minimalismo da blog trasformandolo in una versione de no-antri di un haiku, con lo sfondo dell’Appennino al posto del Fujiyama: “_tu sei cavallo. Come me. Sapido”. O anche “_sesquipedale. Campo semantico”. La loro urgenza è quella di esprimersi e chi se ne importa se esprimono cazzate. Dico, quindi sono.  
Al gradino più basso di questi interpreti espressionisti delle regole del vivere e dello scrivere civile ci sono gli scrittori da Web che, per insondabili ragioni della politica editoriale, arrivano alla pubblicazione. Spesso stampati da editori APS, cioè A Proprie Spese – secondo l’immortale definizione data da Umberto Eco nel “Pendolo di Foucault” – il momento di massima gloria di questi pubblici infelicitatori è la presentazione del loro libro. Stante che detto volume è di fatto non distribuito, la presentazione è per i malcapitati amici, parenti o semplici conoscenti del grafomane la sola occasione di entrare in contatto con il parto della creatività cialtronesca. 

Solitamente queste presentazioni si svolgono in orridi sottoscala di librerie semiperiferiche. 
Di norma c’è un tavolo in formica, tipo sezione sgarrupata del Pci del Dopoguerra, dietro cui siedono il cialtrone, il professor Teotochi Albizzati Fringibello del Rosso, antico insegnante di greco del cialtrone ai tempi del liceo, e una settantenne con filo di perle e parecchi braccialetti d’oro, piuttosto ben tenuta ancorché un poco scricchiolante, nota animatrice culturale della parrocchia. Il pubblico può essere di due tipi: prezzolato o spontaneo. Se è del primo tipo sono circa quindici persone, cioè tutti, ma proprio tutti, gli amici del cialtrone e quei due o tre congiunti (madri, padri, fratelli) che non hanno potuto esimersi dal presenziare; se è del secondo tipo, sono rigorosamente due anziane pensionate che non hanno mai niente da fare alle sei del pomeriggio e che preferiscono sonnecchiare a un evento culturale – che fa prestigio e tiene la mente attiva – piuttosto che in chiesa o davanti a qualche programma tv del pomeriggio. In ogni caso il pubblico spontaneo è sempre numericamente inferiore a quelli che presentano. 

L’animatrice culturale introduce l’opera del cialtrone APS magnificando la sensibilità dell’autore, lo stile potente e la sottigliezza psicologica che, del resto, traspare fin dal titolo: “Decrittando Cupido”.Finalmente il cialtrone APS può prendere la parola e sfiancare i presenti con un vaniloquio di mezz’ora che spinge la madre dell’autore a un passo dal disconoscimento. Quando, ebbro di sé, deve prendere fiato, offre involontariamente l’opportunità al Teotochi Albizzati Fringibello del Rosso di porre una domanda sulle ragioni inconsce che hanno spinto l’autore ad ambientare la sua storia d’amore – ché di questo si tratta – tra una PR milanese e un ex lama tibetano a Sharm el-Sheikh. Desiderio di épater le bourgeois o intima necessità creativa? Segue altro vaniloquio – di cui non vale la pena dare conto –, quindi debole applauso, prosecchino con patatina rancida e tartine ossidate e poi dediche e dediche come neppure Ken Follett: “A Sandro, amico, mentore, sodale, drudo, così lontano eppur così vicino” e altre variazioni sul genere. E’ molto difficile che Carver possa mai essere perdonato.

Tratto da : Fenomenologia del cialtrone -Andrea Ballarini


 
 
 
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