Creato da: dinaforever il 26/02/2008
Associazione radicale antiproibizionisti

BLOG'S LEFT SIDE     

                                          l'altra parte del blog

 

 

 

FACEBOOK

 
 
 

Area personale

 

Archivio messaggi

 
 << Aprile 2019 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30          
 
 

 

 

Intervento di Niamh Eastwood, ufficio legale di RELEASE, nella sezione "Dite la vostra" delle BBC news.

Post n°42 pubblicato il 06 Agosto 2011 da dinaforever

Nel 1998 l'Assemblea generale delle Nazioni Unite a Vienna dichiarò che "un mondo senza droga" era possibile, in dieci anni. Nel 2008 si è dovuta rivedere quella posizione. In Inghilterra e in Galles si stima che 2,8 milioni di persone abbiano assunto una droga illegale negli ultimi 12 mesi, quasi il 9% della popolazione. Approssimativamente, il 36% delle persone fra i 16 e i 59 anni ha usato, almeno una volta, droghe illegali. Se lo scopo del divieto è di deterrenza dell' uso, il fallimento è stato assoluto. Tuttavia, sono le conseguenze negative dell'attuale approccio che vengono raramente considerate dai politici.

 A livello globale, i danni della Guerra alla Droga sono chiari. Dal 2006, 38.000 persone sono state uccise in Messico, tra cui anche bambini di due anni - si stima che oltre 1000 bambini siano morti come risultato della violenza correlata al narcotraffico. In Colombia, l'irrorazione aerea di pesticidi per l'eradicazione delle coltivazioni di coca ha causato danni fisici a coloro che vivono nella regione, distrutto i raccolti e inquinato la foresta pluviale - ma la produzione di cocaina continua. Paesi come la Guinea Bissau sono stati descritti come 'narcostati'; lì è avvenuta una destabilizzazione del Governo a seguito dello spostamento delle vie di transito dal Centro America verso l'Africa orientale. In Russia, l'epidemia di HIV tra coloro che usano droghe per iniezione è catastrofica, e il governo russo rifiuta di provvedere allo scambio di siringhe o a riformare le leggi per la prescrizione degli oppiacei, a causa della natura illegale delle droghe.

Nel Regno Unito le leggi sulla droga, che sono inapplicabili, come dimostrato dal livello di consumo di droga, insistono più sui giovani neri, e sulle persone più svantaggiate nella società. Nel 2010, quasi 80.000 persone sono stati perseguite o ammonite per possesso di droga, oltre il 30% era sotto i 21 anni. Una ricerca condotta dal professor Alex Stevens della Kent University ha dimostrato che se sei nero hai 6 volte più probabilità di essere arrestato per reati di droga; 9 volte più probabilità di essere fermato e perquisito e 11 volte più probabilità di essere imprigionato. Questo nonostante il fatto che il tasso del consumo di droga tra la comunità nera non è superiore al resto della società. E 'sbagliato che un sistema di leggi crei un risultato perverso. Il danno prodotto dall' essere schedato può prodursi per decenni dopo il reato e colpisce le aspirazioni occupazionali ed di formazione.

 La criminalizzazione delle persone che usano droghe crea un sistema nel quale viene stigmatizzato e colpevolizzato l'individuo per il suo comportamento, questo è particolarmente vero per coloro che hanno modelli di uso problematico. RELEASE fornisce servizi legali a circa 2000 persone l'anno nei centri di trattamento per droga nella zona di Londra. La stragrande maggioranza dei nostri clienti sono trattati come paria nella loro comunità, nonostante il fatto che, come la maggior parte degli esseri umani, essi sono intrinsecamente degni, anche se la maggior parte ha sperimentato un certo livello di trauma nella sua vita. Il sistema in vigore li ritiene criminali, invece che persone con un problema di salute. Per questo motivo RELEASE ha lanciato una nuova campagna: Droga - E 'tempo di leggi migliori.

 L'evidenza dimostra chiaramente che il tipo di sistema legale adottato ha uno scarso impatto sui livelli di consumo di stupefacenti. Gli Stati Uniti hanno uno dei più duri sistemi giuridici nel trattare l'uso di droghe, eppure uno dei più alti tassi di consumo di droga in tutto il mondo. Al contrario, i Paesi Bassi, che hanno adottato una politica concentrata su sanità e istruzione, piuttosto che un approccio di severe operazioni di polizia, hanno uno dei più bassi tassi di consumo.

 La scorsa settimana (giugno 2011 N.D.T.), sia la relazione della Commissione Globale per le politiche sulle droghe che la lettera aperta di RELEASE al Primo Ministro, hanno chiesto la depenalizzazione del possesso di droga e una revisione del sistema attuale. La risposta immediata da parte del governo britannico è stata che non avevano alcuna intenzione di 'liberalizzare' le leggi sulla droga. Non è chiaro perché tutti i governi che si succedono continuino ad ignorare l' evidenza e pensino che questa sia una qualche strategia per rendere le droghe più disponibili. Non è questo il caso, la maggior parte di coloro che lavorano per la riforma delle politiche sulle droghe riconoscono i danni associati con la droga e vogliono un migliore sistema di controllo, un sistema che produca il minor numero di danni alle persone e alla società.

 La depenalizzazione del possesso di droga è un modello che è stato adottato in diverse giurisdizioni in tutto il mondo. Il più sviluppato e accademicamente recensito è il Portogallo. Da dieci anni il Portogallo ha depenalizzato il possesso di tutte le droghe. Questo non significa che le droghe siano legali, rimangono illegali ma vengono affrontate attraverso un sistema amministrativo. Le persone sorprese in possesso ricevono una multa o un rinvio ad un trattamento, se necessario, ma non finiscono segnati nella fedina penale, con tutti i danni che questo porta. Dall'introduzione della depenalizzazione, nel 2001, il numero di giovani consumatori è diminuito, il numero di persone che hanno modelli di uso problematico di droghe è notevolmente diminuito - l'uso di eroina è diminuito del 50%; i morti per droga sono diminuiti, così come i tassi di trasmissione dell'HIV, mentre sono aumentati i numeri di accesso alle cure e ai trattamenti. Molti di questi risultati possono non essere direttamente connessi con la depenalizzazione, quello che possiamo dire è che il consumo non è aumentato e sono stati eliminati i danni della criminalizzazione di migliaia di persone ogni anno. Coloro che si oppongono ad un cambiamento e sostengono il proibizionismo dicono che il livello del consumo di droga aumenta con un modello di depenalizzazione - le evidenze non lo dimostrano.

 La depenalizzazione del possesso di droga, si dice, potrebbe lasciare il mercato nero delle droghe illegali nelle mani di bande criminali e cartelli. Un mercato regolamentato, al contrario, annullerebbe i benefici finanziari enormi che a questi malviventi vengono consegnati dal regime attuale. Il commercio di droga è un affare multimiliardario globale, il cui valore stimato è di $ 400 miliardi di dollari ogni anno, e viene considerato il terzo più ricco dopo le armi e l' industria del petrolio. Nel Regno Unito il mercato è stimato tra 7 e 10 miliardi di sterline all'anno.

 La regolamentazione delle attività e delle merci è la norma, ma quando si tratta di droghe illegali non vi è alcun controllo e alcuna regolamentazione. Questo sembra assurdo, quando oltre un terzo della popolazione nel Regno Unito ha usato, almeno una volta, una sostanza illegale. Come dovrebbero essere regolamentate? Diversi modelli sono stati adottati per le diverse droghe, e dovremmo imparare dalla mediocre regolamentazione che è stato applicata al mercato dell'alcool. Il primo passo, però, dovrebbe essere una profonda revisione dei modelli possibili per il controllo, con analisi costi-benefici e valutazioni d'impatto - cosa che non abbiamo fatto con il sistema attuale.

 Quello che dovrebbe essere messo in discussione è il perchè ci sia tanta avversità ad un cambiamento e agli appelli di RELEASE e agli altri, per una semplice revisione del corrente sistema proibizionista. Non è giusto che si debba rivedere una politica vecchia di 40 per verificare se funziona?

fonte: http://www.haveyoursayuk.co.uk/index.php/opinion/view_details/55/

traduzione @.r.a.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Note a margine del Rapporto della Commissione Globale per le politiche sulle droghe

Post n°41 pubblicato il 29 Luglio 2011 da dinaforever
Foto di dinaforever

- C’è un parallelo fra i dati, forniti dall’ ONU, che aprono la
relazione della Commissione Globale per le politiche sulla droga e
quelli, italiani, provenienti dal Ministero dell’ Interno ed esposti
da Forum Droghe, Magistratura Democratica e il Gruppo Abele durante il
seminario del 10 e 11 giugno scorsi.


La Commissione Globale ci informa, con una semplicità disarmante, che
il consumo annuale di droga e “la scala globale dei mercati di droga
illegale, ampiamente controllati dal crimine organizzato, a 50 anni
dalla Convenzione Unica sugli stupefacenti delle Nazioni Unite, a 40
anni da quando il presidente Nixon lanciò la guerra alla droga del
governo nordamericano, è nei fatti cresciuto in modo spettacolare.
Mentre non sono disponibili stime esatte del consumo globale nel
periodo completo dei 50 anni, una analisi dei soli ultimi dieci anni
mostra un esteso mercato crescente e dimostra il fallimento della
guerra alla droga” e delle convinzioni di quei politici convinti “che
azioni repressive e severe per il rispetto della legge contro coloro
che sono coinvolti nella produzione di droghe, distribuzione ed uso,
avrebbero portato a una costante diminuizione del mercato delle droghe
controllate come eroina, cocaina, cannabis, e all’ eventuale avvento
di “un mondo senza droghe”.”

Dal 1998 al 2008, secondo le stime ONU, il consumo annuale di oppiacei
è passato da 12,9 milioni a 17,35 milioni, con un incremento del 34,5
%; per la cocaina l’incremento è del 27 %, da 13,4 milioni a 17
milioni; il consumo annuale di cannabis è cresciuto dell’ 8,5 %
passando dai 147,4 milioni del 1998 ai 160 milioni del 2008.

La fotografia dell’ Italia fornita dal seminario di Forum Droghe ci
propone una analisi ugualmente significativa degli ultimi 5 anni,
quanti ne sono passati dal decreto legge Fini Giovanardi, che ha
stravolto la precedente Jervolino Vassalli, reintroducendo
l’equiparazione tra droghe, cioè comprendendo la canapa nella stessa
categoria di morfina o anfetamine. I dati ufficiali ci dicono come
all'autorita' giudiziaria siano state segnalate 178.578 persone per
droga tra il 2005 e il 2010, e in 61.292 casi la sostanza in questione
era la cannabis. Ogni anno circa 40 mila consumatori sono stati
segnalati alle prefetture per uso personale: oltre il 70% erano
cannabinoidi. Nel 2010 sono aumentate del 7,12% le segnalazioni
all'autorita' giudiziaria per droga, raggiungendo il record di 39.053
persone segnalate. Piu' del 40% delle denunce (16.030) riguardava la
canapa (8.102 per hashish, 6.5556 per marijuana, 1.372 per
coltivazione).

Alcune raccomandazioni della Commissione globale sembrano riguardare
proprio l’ Italia: “Incoraggiare i governi a sperimentare modelli di
regolamentazione giuridica della droga per minare il potere del
crimine organizzato e salvaguardare la salute e la sicurezza dei loro
cittadini. Questa raccomandazione vale soprattutto per la cannabis, ma
incoraggiamo anche altri esperimenti di depenalizzazione e
regolamentazione legale, che possano raggiungere questi obiettivi e
fornire modelli per altri”; “Arrestare e imprigionare decine di
milioni di queste persone, negli ultimi decenni, ha riempito le
prigioni e distrutto vite e famiglie senza ridurre la disponibilità di
droghe illecite o il potere delle organizzazioni criminali. Sembra non
ci sia limite al numero di persone disposte a impegnarsi in tali
attività per migliorare la loro vita, provvedere alle loro famiglie, o
comunque sfuggire alla povertà. Le risorse per il controllo della
droga possono esser meglio dirette altrove.”

Fra i luoghi comuni più palesemente erronei che in terra e in ciel
semina Giovanardi c’è quello che la legalizzazione di un fenomeno ne
faccia crescere le dimensioni; così non è, nella storia, a partire
dalle guerre dell’oppio fino alla battaglia combattuta contro l’aborto
clandestino, così non è nella esperienza di tutti i giorni, così non è
nei dati che l’ONU stessa, e lo stesso Ministero italiano forniscono.
Quello che le cifre, le stime, lo studio, l’evidenza e il ragionamento
scientifico dimostrano con certezza è che, al contrario, nel governo
delle strategie e delle politiche sulla droga, la proibizione e
l’incarcerazione, il controllo e la punizione fisica, aumentano il
consumo, il mercato, l’abuso e la dipendenza.

La conclusione della sintesi della Commissione Globale per le
politiche sulla droga è lapidaria, e mi trova perfettamente concorde:
“Ora è il tempo di agire”

 - La prima raccomandazione, delle 11 contenute nel documento che la
Global Commission
ha sottoposto all'attenzione mondiale una quarantina di giorni fa, riassume efficacemente alcune tracce ricorrenti nel rapporto.

In un linguaggio semplice e ripulito dal cerimoniale, che
ricorda i documenti prodotti dai governi africani, nella sua ingenuità
politica amalgamata con una grande padronanza delle scienze umane, il
documento insiste sulla evidenza che la strategia War on drugs si è
dimostrata dannosa, oltre che inefficace, rispetto agli obiettivi,
sulla necessità di considerare i problemi sanitari oltre che quelli di
repressione del crimine, sulla condanna agli USA e agli enti
sovranazionali per il loro imperialismo nella questione e sull'
appello ai leaders politici e ai personaggi pubblici perchè escano
allo scoperto, ponendo fine all'ipocrisia e al tabù, verso un
auspicabile dibattito pubblico.

Nello squallore dei postumi della sbornia dei soldati della War on
drug, una lobby dell' oppio illegale, collusa con il traffico di armi,
droga, donne e bambini schiavi, con una subcultura fascista e mafiosa,
con un mondo politico e militare corrotto, che ha prodotto una
devastazione totale, ci sono segnali che questo dibattito si sia
aperto, grazie certo alla Global Commission, ma grazie anche ai tempi
che sono maturi per un cambiamento ( La Convenzione Unica sulle Droghe
compie 50 anni e necessita di una ordinaria riforma ) e a tutti i
movimenti sia pubblici che clandestini, di autorevoli scienziati e
consumatori pittoreschi, che per anni con sprezzo del rischio e
perizia marinaresca hanno condotto l'antiproibizionismo nella tempesta
della War on drug. Il Primo ministro ceco ha pubblicamente
riconosciuto il documento ed ha aperto il dibattito, così come è
successo in Francia ad opera dei socialisti francesi, in America e
molti paesi, dall'Australia al Brasile.

In Italia siamo sotto le forze di Giovanardi, schiacciati dalla
vergogna per le violazioni che noi sappiamo si compiono ogni giorno ai
danni dei diritti di cittadini che altra colpa non hanno se non di
coltivare una personale preferenza privata. Siccome indignata lo sono
già da troppi anni, ribelliamoci, con metodi nonviolenti, di
disobbedienza civile di massa, dialogo e informazione, in questo caso
ancora più opportuni perchè una delle armi del proibizionismo è
appunto la violenza.

- Particolarmente interessante, per l'attuale dibattito politico
antiproibizionista in Italia, è la traccia che lega strettamente,
quasi paragrafo per paragrafo, l'aspetto economico e quello sociale.

Le interdipendenze tra i due livelli risultano non tanto da una esatta
messa a fuoco dei due, ma attraverso il continuo accostamento dei
riflessi che l'uno ha sull' altro e viceversa. Ad ogni sperpero e
spreco multimiliardario, dilapidato nella War on drug, corrisponde una
devastazione sociale che tocca in primo luogo gli ultimi della
popolazione, i piccoli agricoltori, i piccoli spacciatori, le loro
famiglie; e questa è un'altra traccia che si ritrova in molti punti,
l'attenzione agli ultimi delle catene del mercato della droga, da una
parte le famiglie contadine sulle Ande, dall'altra il
tossicodipendente metropolitano. Una attenzione forse populista ma che
rende ben conto del disagio globale prodotto da cinquanta anni di
errore e della necessità e urgenza di una riforma.
Può sembrare, agli occidentali, dell' occidente benestante, che quel
richiamo al modello di membro attivo e produttivo della società sia un
po' ingenuo, data la fisiologia della devianza nelle società moderne;
si tratta di uno scettiscismo di ritorno circa la possibilità di
cambiamento e di rivoluzione, contrastato dall' affermazione che
sigilla la sintesi del documento, "Ahora es el tiempo de actuar";
oltre lo scetticismo, e il cinismo, pesa, forse, anche la mancata
conoscenza concreta e diretta del livello di degrado che la War on
drug ha prodotto.
L' indipendenza dei governi, un'altra traccia, viene richiamata, oltre
che dalla forte accusa di imperialismo sulle politiche antidroga
portata direttamente agli Stati Uniti e all'ONU, dall' insistenza
sulle variabili tra paesi, a seconda che sia prevalente l'uso, la
produzione, e/o il traffico di droga, sia in base a particolarità del
tutto specifiche; questa differenza viene sottolineata in funzione di
incoraggiamento nella sperimentazione locale e differenziata di
politiche sulle droghe, adattata alle evidenze specifiche geografiche
e sociali, senza dover sottostare a severe autorizzazioni da enti di
controllo sovranazionali. La traccia dell' attenzione alle evidenze,
che nella metodologia delle scienze umane hanno un rilievo pari
all'esperimento scientifico, dimostra lo sforzo di contributo alla
formazione di una documentazione realmente seria e scientifica, che
faccia emergere come le risorse impiegate per pesare i chili di droga
sequestrata o per cospargere di ddt vaste aree integrali del globo
potrebbero essere molto più convenientemente impiegate, con un
parallelo indubbio vantaggio sociale, nella cura delle radici delle
tossicodipendenze e dei consumi problematici, che è quanto tutti
vogliono, a parole, ottenere.
Il linguaggio, oltre che semplice e pulito, fa intravedere una grande
cautela e prudenza, e molto impegno nel perfezionamento del rapporto;
si sente la necessità di essere più il possibile inattaccabili dalle
armi che il proibizionismo mette in camppo, sempre uguali, da decenni;
pur con molta determinazione nel presentare e sostenere le tesi
esposte, la richiesta di permettere la sperimentazione di politiche
alternative che abbiano dimostrato effetti positivi sulle dipendenze e
sui consumi problematici, è minimale rispetto alla documentazione
prodotta; ai politici e all' opinione pubblica viene semplicemente
chiesto di arrendersi all'evidenza.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Una richiesta urgente – all’attenzione dell’ Onorevole Sottosegretario Carlo Giovanardi e del Dottor Giovanni Serpelloni

Post n°40 pubblicato il 01 Maggio 2011 da dinaforever

 

Gentili signori,

considerato che:

la tossicodipendenza da alcol, detta anche alcolismo, uccide 20.000 persone ogni anno, in media, in Italia (dati dell’ aprile 2011, Osservatorio Nazionale Alcol - CNESPS dell’Istituto Superiore di Sanità con la collaborazione di SIA, AICAT ed Eurocare e con il supporto del Ministero della Salute);

la tossicodipendenza da tabacco, detta anche tabagismo o nicotinomania, uccide tra le 70.000 e le 83.000 persone ogni anno, in media, in Italia (dati del Ministero della Salute, Italia);

la tossicodipendenza da canapa, detta anche cannabismo, oltre a essere controversa nella sua stessa esistenza, non ha mai ucciso nessuno.

Inoltre, considerato che:              

“In Italia il 30% dei decessi per incidenti stradali e il 50% degli incidenti non mortali, secondo i dati della Commissione Europea e le elaborazioni dell'Istituto Superiore di Sanita', hanno una correlazione con l'uso di alcol. Inoltre: piu' di 1 incidente su 4 in Europa e' causato dall'uso di alcol alla guida (circa 10.000 ogni anno). Oltre 1 decesso su 4 in Europa registrato tra i ragazzi e 1 su 10 tra le ragazze e' causato dall'alcol.
L'alcol rappresenta la prima causa di morte tra i giovani di eta' compresa tra i 15 e i 29 anni”;

tale correlazione non è dimostrabile per quanto riguarda i cannabinoidi, dato che i test rilevano un uso antecedente al controllo, di più giorni e settimane;

si invita il Dipartimento Politiche Antidroga, che tanto ha a cuore la salute dei ragazzi e la sicurezza stradale, e tanto fa per impedire  che “persone, sicuramente non malate, possano produrre a scopi voluttuari e per puro divertimento (oltre che per proprio profitto) piante non controllate, coltivate e utilizzate non per scopi medici “ (risposta del dottor Giovanni Serpelloni ad Andrea Trisciuoglio), a considerare seriamente la proibizione assoluta della coltivazione di vite ( e di ogni altra pianta dalla quale sia possibile ottenere l’etanolo, come orzo, grano, patate ecc. ) e tabacco, così come avviene per la canapa. Grazie per l’attenzione

Claudia Sterzi, segretaria della Associazione Radicale Antiproibizionisti

               

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Segnalazione: Il narcotraffico e il prezzo dell’ipocrisia

Post n°39 pubblicato il 12 Marzo 2011 da dinaforever

       $$$$$$$$$$$$

 

La sicurezza è una delle tematiche onnipresenti della politica, sia essa interna o internazionale, in nome della quale si sono combattute innumerevoli battaglie parlamentari e militari. Negli anni ciò che la ha minacciata si è modellato sui mutamenti che contemporaneamente il sistema internazionale assumeva. Inoltre, è cambiato anche il soggetto della sicurezza: si è passati dalla sicurezza degli Stati a quella dei cittadini degli Stati.

Questa, che parrebbe una sottigliezza formale ai più, è il presupposto per due questioni. In primo luogo, il fatto che l'entità statale da sola non è più in grado di garantire la sicurezza entro i suoi confini; ovvero, lo status pacifico di una nazione non garantisce il mantenimento di standard definibili sicuri. I casi degli attentati terroristici avvenuti negli Stati Uniti ed in Europa ne sono il più fulgido esempio. In secondo luogo, lo Stato non è più l'unico attore in grado di esercitare violenza a livelli rilevanti. Nel corso del ‘900, abbiamo assistito al sorgere di attori non statali in grado di tenere in scacco e ribaltare con le armi Stati consolidati da tempo. Si pensi ai movimenti indipendentisti degli anni della decolonizzazione, oppure alle guerriglie comuniste e reazionarie sorte durante la guerra fredda.

Negli ultimi tempi si è assistito alla nascita di nuove minacce alla pubblica sicurezza tra le quali il narcotraffico e, più precisamente, la violenza ad esso correlata, attualmente sotto i riflettori per via della scia di morti che dal 2007 ad oggi sta insanguinando il Messico e l'America Centrale. Quest'esempio, però, non è l'unico: anche la Colombia degli anni'80 e'90 ha raggiunto picchi di violenza e insicurezza che, almeno in parte, erano riconducibili all'attività dei narcos.

Una delle questioni dirimenti per comprendere "la minaccia narcotraffico" è capire perché la violenza accompagni di pari passo il mercato delle droghe, domandandosi in che modo una questione di pubblica sanità, come l'uso di droghe, sia stata trasformata in una questione di pubblica sicurezza di proporzioni ciclopiche. Per questo motivo è necessario ricordare alcuni elementi fondamentali caratterizzanti l'industria del narcotraffico, puntualmente messi in luce dal prof. Manuel Castells in "Volgere di millennio", prendendo come esempio il mercato della cocaina.

Il traino della domanda


In primo luogo, il narcotraffico esiste perché c'è una forte domanda di droghe. Essa è, quindi, "un'azienda" basata sull'esportazione che risulta essere molto remunerativa. Secondo i dati del World drug report 2010 delle Nazioni Unite, il mercato globale consta di 15 milioni di consumatori, la maggior parte dei quali, circa 10 milioni, vive in nord America ed in Europa occidentale. Questi due mercati da soli assorbono i due terzi della produzione mondiale di cocaina e rappresentano l'80% del valore globale del mercato.

Gli Stati Uniti sono senza dubbio il mercato nazionale più grande e fruttuoso, con un terzo dei consumatori totali ed un valore stimato di 35 miliardi di dollari su 88 complessivi. Per rendere l'idea della rimuneratività del traffico di cocaina tra Paesi andini, produttori, e USA basta confrontare le stime dei prezzi. Un kilo di coca raffinata, all'ingrosso, in Perù ha un prezzo che oscilla tra i 950 e i 1250 dollari; la stessa quantità rivenduta a prezzo al dettaglio, in piccole dosi sulle strade delle città statunitensi, può arrivare a fruttare 120.000 dollari. È l'enorme guadagno consentito dal traffico di cocaina a rendere questo commercio appetibile agli occhi dei trafficanti. Andando però ad analizzare il mercato della droga e, quindi, i fattori che ne determinano i prezzi si riesce a rendere più chiaro il quadro.

Secondo uno studio del 1998 riguardante i prezzi della coca nelle principali città statunitensi, più della metà del prezzo al dettaglio è determinato dalla compensazione dei rischi che si assumono i trafficanti: la possibilità di finire in prigione incide per il 24%, mentre quella di rimanere feriti o uccisi pesa per il 33%. Inoltre "l'assicurazione sulla merce", ovvero il costo di compensazione del rischio di sequestro da parte delle autorità, grava sul prezzo al dettaglio in una percentuale stimata tra l'8 e l'11%, portando il generico fattore rischio al 65% del prezzo. Andando ad analizzare le altre componenti del costo al dettaglio si scopre che le spese di importazione incidono per il 12% e quelle del lavoro per un ulteriore 16%. La condizione di illegalità in cui si svolgono le fasi di lavorazione del prodotto, ovvero la coltivazione, trasformazione in pasta, raffinazione e taglio della sostanza rende impossibile l'abbattimento dei costi tramite l'utilizzo di capitale fisso, che risulterebbe eccessivamente costoso se si calcola il rischio di essere scoperti e la difficile trasportabilità dei macchinari. Inoltre, la fase di vendita necessita di protezione sia da furti di concorrenti che dalla polizia, oltre che necessitare di staffette tra il luogo di spaccio e il "deposito", dato che è eccessivamente rischioso restare al punto di vendita con grandi quantità di droga.

Sintetizzando: è l'illegalità del mercato della droga a renderla così costosa e, allo stesso tempo, remunerativa.

Balloon effect: l'inafferrabilità del business

Una seconda caratteristica è l'alto grado di internazionalizzazione del lavoro, con un'elevata flessibilità della produzione tra le differenti località.

Si pensi al ciclo di produzione e distribuzione della cocaina: le piante di coca sono coltivate per la maggior parte nei Paesi andini, Colombia, Perù e Bolivia, lavorate e trasformate in pasta di coca solitamente nel Paese di produzione, ma non nello stesso luogo di coltivazione per preservarne la segretezza. In seguito la pasta viene raffinata in laboratori clandestini, la maggior parte dei quali si trova in Colombia dal momento che l'industria del narcotraffico è presente in questo Paese fin dagli anni ‘70. Per il processo di raffinazione sono indispensabili i cosiddetti precursori chimici, sostanze in grado, tramite processo di reazione, di diventare parte integrante della nuova molecola. I precursori sono reperibili sul mercato internazionale per vie legali ed è grazie ad essi che si ottiene il prodotto finito. I maggiori produttori sono Svizzera, Germania, Canada e Stati Uniti, ma negli ultimi anni anche l'industria chimica dei Paesi latinoamericani sta avendo notevole sviluppo con Brasile e Argentina in testa. Infine, il traffico vero e proprio è gestito da cartelli e organizzazioni criminali internazionalizzate che si occupano del trasporto dai Paesi produttori a quelli consumatori.

Le tecniche di trasporto sono le più varie e fantasiose, da quelle classiche del trasporto tramite aerei noleggiati, tipico dei primi anni '80 in cui i colombiani erano maestri, al trasporto via terra prediletto dai messicani, fino al caso eclatante della signora Laurie Anne Hiett, moglie di un colonnello dell'esercito statunitense di stanza a Bogotà, impegnato nella "war on drugs" e nel Plan Colombia, la quale nel tempo libero si dedicava a spedire, tramite il servizio postale dell'ambasciata, pacchetti contenenti cocaina.

Per quanto riguarda la flessibilità, è una caratteristica sia della produzione che del traffico. La superficie totale coltivata a piante di coca è diminuita dal 1995 ad oggi, ma non si può dire lo stesso per la tendenza degli ultimi dieci anni. Dal 2001 ad oggi, infatti, la superficie coltivata è rimasta tendenzialmente la stessa: a fronte di una diminuzione che si è verificata per tre anni consecutivi in Colombia, si sono registrati tre anni di incremento della superficie coltivata in Perù e Bolivia. La capacità della produzione di spostarsi nella regione andina attraversando i confini nazionali a fronte dell'inasprimento della legislazione in uno dei Paesi della regione è conosciuta come "balloon effect".

Da questi elementi derivano le difficoltà degli approcci volti a contrastare la produzione, così come delle politiche di sradicamento e sostituzione delle coltivazioni. La recente storia della guerra al narcotraffico in Colombia insegna che il "balloon effect" è applicabile anche alle organizzazioni che si occupano del traffico di droga. A fronte di una relativa ritirata dalla scena dei cartelli di Medellín e Cali, egemoni sul mercato del narcotraffico fino alla metà degli '90, si è assistito alla progressiva avanzata delle organizzazioni messicane, in particolare il cartello di Juárez prima e di Sinaloa poi, che hanno "riempito il vuoto" creatosi sul mercato.

Finché esisterà la domanda di droghe ci sarà qualcuno in grado di fornirle.

Corruzione e riciclaggio

Terza caratteristica, e componente cruciale dell'industria del narcotraffico, è il sistema di riciclaggio del denaro sporco, ovvero quel procedimento che permette, tramite passaggi finanziari del denaro generato criminosamente, di depistare le origini illecite del capitale, consentendo ai criminali di godere delle rendite senza pregiudicare la fonte illegale di guadagno.

All'interno delle organizzazioni criminali trovano spazio gli esperti di finanza preposti al riciclaggio del denaro sporco, che molto spesso sono infiltrati nelle istituzioni bancarie e finanziarie che se ne occupano. Secondo il Bureau for International Narcotics and Law Enforcement Affairs del dipartimento di Stato Americano, tra i Paesi con istituzioni finanziarie coinvolte nel riciclaggio ne figurano molti dell'area centroamericana: Messico, Guatemala, Colombia, Venezuela, Panama, Costa Rica, Repubblica Dominicana oltre che i cosiddetti paradisi fiscali dell'area caraibica come Antigua e Barbuda, Bahamas, isole Cayman, senza dimenticare Paesi europei come l'Italia.

L'industria del narcotraffico comporta, inoltre, la corruzione e l'infiltrazione nelle istituzioni statali, in modo da poter agire a tutti i livelli del sistema, cercando di controllarne gli "ingranaggi". Per garantire alla merce di arrivare a destinazione, non di rado viene utilizzata la corruzione, esercitata a tutti i livelli: dalla polizia di frontiera fino ai politici di più alto rango. Tra i casi più eclatanti basti ricordare l'ascesa a senatore della Repubblica colombiana di Pablo Escobar, eletto tra le fila del movimento Alternativa Liberal; oppure Jesús Gutiérrez Rebollo: nominato nel 1996 Generale e capo dell' Instituto Nacional para el Combate a las Drogas, l'istituzione cardine della lotta al narcotraffico in Messico, sospeso e condannato a 40 anni di carcere per essere stato al soldo del cartello di Juárez.


Mercati illegali e violenza

Infine, l'insieme delle transazioni sopra elencate si fonda sul ricorso alla violenza, sia come deterrente che come sanzione. Riprendendo ad esempio Pablo Escobar, durante gli anni dell'egemonia del cartello di Medellin la formula utilizzata nei confronti dei politici e degli alti gradi di polizia era "plata o plomo" ovvero "denaro o piombo", motto che rappresentava efficacemente l'alternativa posta dinanzi a colui che si voleva corrompere. Per quanto riguarda l'intensità e la diffusione della violenza la situazione non è di facile interpretazione.

Per alcuni autori la causa principale è da ricercare nella natura psicoattiva delle sostanze e nel "down" seguente all'uso di droghe che, modificando le attitudini comportamentali degli utilizzatori, li spinge ad un uso sistematico del mezzo coercitivo. Altri sostengono che la violenza esercitata dagli utilizzatori di droghe sia razionale e finalizzata a guadagnare denaro per procurarsi nuova droga. Entrambi gli aspetti, però, spiegano solo la violenza a livello "micro", ovvero quella esercitata da parte di chi fa uso di stupefacenti che, sebbene importante, non è in grado di spiegare la violenza su larga scala oggi in atto in Centro America.

Per altri la violenza funge sia da barriera all'entrata nel mercato, scoraggiando l'ingresso di nuovi competitori, sia come sistema per la regolamentazione delle controversie, non esistendo mezzi legali per un mercato illecito come quello delle droghe. Un'azienda legale per conquistare un nuovo mercato ha a disposizione una serie di misure legittime come la pubblicità, la competitività sui prezzi, così come un'altra azienda che volesse difendere un mercato in cui è già presente ha a disposizione altre tecniche. La competizione è garantita da una serie di regole condivise dalle aziende e garantite da una parte terza, la legge. Tutto ciò non si può dire per un mercato illegale, di qualunque tipo esso sia. L'unica legge è quella di natura, il più forte vince sul più debole, per cui la componente violenta sarebbe dovuta alla natura illegale del mercato.

Il prezzo dell'ipocrisia

La strategia della war on drugs e, in generale, dell'approccio volto a combattere le organizzazioni criminali dedite al narcotraffico dovrebbe avere effetto sul lato dell'offerta nel mercato degli stupefacenti: alzare i prezzi, ridurre la competizione e l'offerta. Fino ad ora quest'approccio non ha funzionato, i prezzi non sono diventati inaccessibili per i consumatori, anzi, in alcuni casi si sono ridotti; la competizione è più alta che mai, l'offerta amplia, con nuove droghe sintetiche sul mercato.

Quando, 80 anni fa, gli Stati Uniti decisero di vietare l'alcool, durante i 13 anni di proibizionismo emerse chiaramente quanto dannoso per la società potesse essere un atto ispirato al bene comune, come bandire le sostanze alcooliche. La corruzione, l'emergere di gang criminali, la violenza diffusa, l'erosione delle libertà individuali e l'impossibilità di controllare la qualità dell'alcool che continuava ad essere venduto illegalmente, con tutti i rischi per la salute connessi, fecero cambiare idea al governo statunitense: i danni furono enormi, i benefici nulli.

Il prezzo di quel provvedimento ipocrita lo pagarono tutti i cittadini statunitensi; oggi il prezzo dell'ipocrisia riguardante la proibizione del consumo di droghe lo pagano i cittadini messicani e dei Paesi centroamericani.

Finché non ci si renderà conto di questo si continuerà a combattere una guerra, invece di curare le tossicodipendenze. 

 

FONTE:  MERIDIANI RELAZIONI INTERNAZIONALI

Autore: Dottor Alfonso Fasano

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

DAL RAPPORTO di NESSUNO TOCCHI CAINO 2010 - LA PENA DI MORTE PER DROGA NEL MONDO / 1

Post n°38 pubblicato il 31 Luglio 2010 da dinaforever

FONTE NESSUNO TOCCHI CAINO

 

LA "GUERRA ALLA DROGA"

L'articolo 6 (2) del Patto Internazionale sui i Diritti Civili e Politici (ICCPR) ammette un'eccezione al diritto alla vita garantito dall'Articolo 6 (1) per quei Paesi che ancora non hanno abolito la pena di morte, ma solo riguardo ai "reati più gravi". La giurisprudenza si è evoluta al punto che gli organismi delle Nazioni Unite sui diritti umani hanno dichiarato i reati di droga non ascrivibili alla categoria dei "reati più gravi". Il limite dei "reati più gravi" per l'applicazione legittima della pena di morte è sostenuto anche dagli organismi politici delle Nazioni Unite i quali chiariscono che per "reati più gravi" si intendono solo quelli "con conseguenze letali o estremamente gravi". Pertanto, le esecuzioni per reati di droga violano le norme internazionali sui diritti umani.
Un'altra questione riguarda la presenza, in molti Stati, di leggi che prescivono la condanna a morte obbligatoria per alcuni reati di droga. L'obbligatorietà della pena capitale, che non tiene conto del merito specifico di ogni singolo caso, è stata fortemente criticata dalle autorità internazionali a tutela dei diritti umani. Secondo il Rapporto 2010, The Death Penalty for Drug Offences, prodotto dalla International Harm Reduction Association (IHRA), i Paesi o territori che nel mondo mantengono leggi che prevedono la pena di morte per reati legati alla droga sono 32, dei quali 13 la prevedono obbligatoriamente in certi casi particolari: Brunei-Darussalam, Egitto, India, Iran, Malesia, Singapore, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Siria, Laos, Yemen, Oman e Sudan.

L'ideologia proibizionista in materia di droga, imperante nel mondo, ha continuato a dare un contributo consistente alla pratica della pena di morte anche nel 2009 e nei primi sei mesi del 2010.
Nel nome della guerra alla droga e in base a leggi sempre più restrittive, sono state effettuate esecuzioni in Arabia Saudita, Cina, Iran e Thailandia. Condanne a morte sono state pronunciate, anche se non eseguite, in Bangladesh, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Indonesia, Kuwait, Malesia, Pakistan, Singapore, Vietnam e Yemen.
Nell'aprile 2009, la provincia del Punjab in Pakistan ha abolito la pena di morte per le donne e i minorenni sotto processo per traffico di droga.
Nel giugno 2009, il Vietnam ha rimosso l'uso di droga dalla lista dei reati capitali, ma ha mantenuto il traffico di droga.
Nel novembre 2009, il Governo di Hamas in Palestina ha approvato una misura che consentirà l'esecuzione di persone riconosciute colpevoli di spaccio di droga.

Arabia Saudita

Nel 2005, l'Arabia Saudita ha ridefinito la legge sul traffico di droga, concedendo poteri discrezionali ai giudici per emettere condanne detentive al posto della pena di morte. La legge del 1987 prevedeva la pena capitale obbligatoria per trafficanti di droga e fabbricanti e discrezionale per chi faceva uso di qualunque tipo di narcotico. Ora i giudici possono decidere, a loro discrezione, di ridurre la condanna a una pena detentiva per un massimo di 15 anni, 50 frustate o una multa minima di 100.000 rials sauditi (circa 35.000 dollari).

Delle 69 esecuzioni del 2009 in Arabia Saudita, solo una sarebbe stata effettuata per reati di droga, mentre le persone decapitate nel 2008 per droga erano state almeno 31 (su 102 esecuzioni).
Il 13 marzo 2009, un uomo è stato decapitato a Riad dopo essere stato riconosciuto colpevole di diversi reati, compresa vendita di droghe. Secondo le autorità, Nasser bin Fahd sarebbe stato a capo di una banda che controllava un giro di prostitute, oltre a rubare gioielli e automobili.
Nel 2010, al 30 giugno, risulta essere stata effettuata una sola esecuzione per reati legati alla droga.
Il 24 gennaio 2010, un uomo è stato decapitato a Dammam, nella regione orientale dell'Arabia Saudita, dopo essere stato riconosciuto colpevole di traffico di hashish. La notizia è stata comunicata dal Ministero degli Interni saudita, che identifica il giustiziato come Mohsen bin Mohammed bin Saleh al-Mokhles.

Cina

In Cina, la pena di morte è prevista per chiunque sia stato condannato per traffico di anfetamine o spaccio di un quantitativo pari o superiore a 50 grammi di eroina o a 1.000 grammi di oppio.
La percentuale di esecuzioni per reati di droga è sconosciuta. Comunque, nel 2009 e nel 2010 il numero di esecuzioni per questi reati è apparentemente diminuito rispetto al 2008. Si può ritenere che ciò sia stato anche l'effetto della riforma del 1° gennaio 2007 che ha riconsegnato alla Corte Suprema del Popolo il potere esclusivo di revisione ultima di tutte le condanne a morte, oltre che delle direttive della Corte Suprema cinese che ha stabilito che la pena di morte vada inflitta solo a "un numero estremamente ridotto di criminali efferati".
In ogni caso, come è sempre accaduto in Cina, condanne a morte ed esecuzioni sono aumentate sensibilmente in prossimità di feste nazionali o di date simboliche internazionali come il 26 giugno, Giornata Internazionale Contro la Droga.

Il 9 gennaio 2009, Chen Bingxi è stato giustiziato a Guangzhou per traffico di droga. Era stato giudicato colpevole di aver fabbricato e spacciato 12,36 tonnellate di cristalli di metamfetamina e oltre 100 chili di eroina. Il Tribunale Intermedio del Popolo di Guangzhou lo aveva condannato a morte il 14 dicembre 2006, confiscandogli anche tutte le proprietà. Chen e la moglie Baoyu erano scappati in Thailandia nel novembre del 1999, ma erano stati arrestati dalla polizia il 4 novembre del 2003 ed estradati in Cina il giorno dopo. La moglie di Chen è stata condannata a 11 anni e mezzo di prigione e al pagamento di una multa di 3 milioni di yuan (439.000 dollari USA) per produzione di droga.
Il 15 gennaio 2009, Huang Yihua, 26 anni, è stato giustiziato per traffico di droga nella città di Putian nella provincia orientale del Fujian. In base agli atti processuali, era stato arrestato nel marzo 2007 con 2 chili di metamfetamine e 49 chili di efedrina che aveva intenzione di vendere a Taiwan.
Il 23 aprile 2009, un cittadino nigeriano è stato giustiziato per traffico di droga. Lo ha reso noto l'ambasciata nigeriana a Pechino, identificando l'uomo come Chibuzor Vitus Ezekwem. "La richiesta di commutazione della condanna a morte è stata respinta e l'esecuzione è stata effettuata secondo quanto previsto dalle leggi della Repubblica Popolare cinese", ha fatto sapere l'ambasciata.
Il 25 giugno 2009, in occasione della giornata mondiale della lotta alla droga, otto persone sono state giustiziate per produzione e traffico di stupefacenti. Wang Xilin, Lu Gang, Zhou Zhenjun, Wang Li, Li Ersa e Yan Chaomin erano stati condannati in quattro casi distinti e sono stati messi a morte in località imprecisate. Tian Yulai è stato giustiziato per traffico di droga a Lanzhou, capoluogo della provincia nord-occidentale di Gansu. L'ottavo dei giustiziati è stato identificato come Liu Huiyang, messo a morte nelle città di Quanzhou, nella provincia sud-orientale del Fujian, per aver prodotto droghe nel 2005.
Il 26 giugno 2009, altri quattro uomini sono stati giustiziati per traffico di droga nella provincia insulare cinese di Hainan, in occasione della giornata internazionale anti-droga. I quattro sono stati identificati come Zheng Jinhai, Zeng Yina, Li Anyue e Liu Dacheng ed erano stati condannati a morte dal Tribunale Intermedio del Popolo di Haikou, in tre casi distinti. Secondo fonti giudiziarie avrebbero trafficato complessivamente 8.695 chili di droga.
Il 15 settembre 2009, la Corte Suprema del Popolo ha reso noto che quattro uomini erano stati giustiziati in Cina per aver prodotto e trafficato droghe. Il primo, identificato come Liu Zhaohua, è stato messo a morte nella provincia meridionale di Guangdong per aver prodotto 12.660 kg. di metamfetamina, una droga nota come ‘ice', e 15 kg. di anfetamine, dal 1995 al 1999. Il secondo dei giustiziati, Liang Ruinan, era stato riconosciuto colpevole del traffico - avvenuto a Pechino il 2 aprile 2006 - di 42,58 gr. di metamfetamine e 9,45 gr. di pasticche contenenti metamfetamina e caffeina. Infine, Zhang Jianxun e He Qibin sono stati giustiziati nella provincia sud-occidentale di Sichuan per aver prodotto 68,81 kg. di ketamina in polvere e 9,7 litri di un composto liquido alla ketamina. La Corte Suprema non ha precisato la data esatta e i luoghi in cui le esecuzioni sono avvenute.
Il 13 ottobre 2009, un uomo è stato giustiziato nella provincia meridionale del Guangdong per traffico di droga. Si tratta di Lu Fuguo, accusato di aver prodotto e trafficato 48 chili di droghe, compreso il ‘magu', termine thailandese che indica uno stimolante ottenuto combinando metamfetamine e caffeina. Avrebbe commesso i reati a partire da aprile 2006, nella Municipalità di Dongguan, ha reso noto il locale Tribunale Intermedio del Popolo. Lu fu arrestato il 6 novembre 2006, subendo la confisca di beni personali per un valore di 1 milione di yuan.
Il 17 dicembre 2009, un cittadino di Taiwan è stato giustiziato con l'iniezione letale, ha riferito il Tribunale intermedio del popolo dello Xiamen. Xie Minghui, della contea di Tainan, Taiwan, era stato condannato per aver contrabbandato di 4.230 grammi di eroina da Yangon a Xiamen l'11 novembre 2004.
Il 29 dicembre 2009, un cittadino britannico condannato a morte in Cina per traffico di droga, Akmal Shaikh, è stato giustiziato con un'iniezione letale a Urumqi, capoluogo dello Xinjiang. Lo ha confermato l'agenzia ufficiale Xinhua. L'uomo, 53 anni, era stato arrestato nel 2007 con quattro chilogrammi di eroina. Il premier britannico Gordon Brown ha detto di essere "scandalizzato" dal fatto che tutte le richieste di clemenza del suo governo, basate sull'infermità mentale di Shaikh, sono state "ignorate" da Pechino. In un comunicato emesso quasi contemporaneamente all'esecuzione di Shaikh, la Corte Suprema cinese ha confermato la condanna, sostenendo che i diritti dell'imputato sono stati "pienamente rispettati" durante il processo. La famiglia di Shaikh sosteneva che il condannato a morte era affetto da una grave malattia mentale che lo avrebbe reso un complice inconsapevole di una banda di trafficanti. Il governo britannico aveva chiesto più volte che l'uomo venisse sottoposto a una approfondita analisi psichiatrica.

Il 6 aprile 2010, un cittadino giapponese, Mitsunobu Akano, è stato giustiziato nella provincia nord-orientale di Liaoning per traffico di droga, ha reso noto la Corte Suprema. L'agenzia di stampa giapponese Kyodo ha detto che Akano era stato condannato nel 2008 per tentato spaccio di due chili e mezzo di droga dalla Cina al Giappone nel 2006.
Il 9 aprile 2010, altri tre cittadini giapponesi sono stati giustiziati nella provincia di Liaoning, per traffico di droga. L'annuncio è stato dato dalla Corte Suprema che ha identificato i tre giustiziati come Teruo Takeda, 67 anni, Hironori Ukai, 48, e Katsuo Mori, 67. Secondo l'accusa, Takeda avrebbe comprato circa 5 chili di metamfetamine nel giugno 2003 in Cina, incaricando i due connazionali di portare la droga fuori dal Paese. Takeda era stato arrestato nel giugno 2004 per il traffico di più di 2,9 chili di droghe stimolanti. Ukai era stato arrestato nel settembre 2003 presso l'aeroporto di Dalian, mentre cercava di superare un controllo con un chilo e mezzo di droga nascosti sotto i vestiti. L'ultimo, Mori, era stato arrestato mentre cercava di imbarcarsi su un aereo in partenza da Shenyang verso il Giappone, con 1,25 chili di droga, nel luglio 2003.
Il 23 giugno 2010, in vista della Giornata Internazionale Contro l'Abuso di Droga e il Traffico Illecito, otto uomini sono stati giustiziati per traffico di droga nella provincia del Fujian. I primi tre - Zhang Jinxuan, Li Weiliang e Dong Yunshi - erano stati condannati a morte nel giugno 2009 dal Tribunale Intermedio del Popolo di Putian, città in cui sono stati giustiziati. Lu Jianjun, Shi Zhongping e Li Dezhong sono stati invece messi a morte a Quanzhou. Lu e Shi erano stati riconosciuti colpevoli nel 2008 di aver confezionato e venduto eroina dal 2006 al 2007. Li era stato condannato alla pena capitale nell'agosto 2009 per la vendita di 25 chili di chetamine. Altri due uomini, Chen Mingxiong e Jian Zhicheng, sono stati giustiziati a Zhangzhou per il traffico di 12,242 chili di eroina verso Taiwan.

Iran

La legge iraniana prevede la pena di morte per il possesso di più di 30 grammi di eroina o di 5 chili di oppio.
Il 18 ottobre 2008, il Vice Procuratore di Stato, Hossein Zabhi, ha reso noto che, in base a una direttiva dell'autorità giudiziaria emanata più di un anno prima, sarebbe proibita nel Paese l'esecuzione di minorenni riconosciuti colpevoli di reati di droga.

Nel nome della guerra alla droga, secondo Iran Human Rights, sono state effettuate almeno 140 esecuzioni nel 2009 contro le almeno 87 del 2008, ma secondo un monitoraggio effettuato dal Ministero degli Esteri olandese le impiccagioni sarebbero state addirittura 172, quasi il doppio rispetto alle 96 del 2008.
Le stesse autorità ammettono che molte esecuzioni in Iran sono relative a reati di droga, ma osservatori sui diritti umani ritengono che molti di quelli giustiziati per questo tipo di reato possano essere in realtà oppositori politici.

Il 20 gennaio 2009, sei persone sono state impiccate per traffico di droga in tre diverse città iraniane: Kardj, Isfahan e Yazd.
Il 17 febbraio 2009, tre uomini sono stati impiccati nel carcere di Isfahan per traffico di droga.
Il 1° marzo 2009, dieci uomini sono stati impiccati per traffico di droga nella provincia occidentale di Kermanshah.
L'11 marzo 2009, sei persone riconosciute colpevoli di traffico di droga sono state impiccate a Sari e Tabas.
Tra il 2 e l'8 maggio 2009, sedici persone sono state impiccate per traffico di droga a Taibad, Ardabil, Shiraz e Kerman.
Tra l'11 e il 16 maggio 2009, altre otto persone sono state impiccate per traffico di droga nelle prigioni di Zahedan, Isfahan e Qazvin.
Il 31 maggio 2009, cinque persone sono state impiccate per traffico di droga nel carcere della città sud-orientale di Kerman.
Il 2 luglio 2009, sei uomini sono stati impiccati per traffico di droga in un carcere della città di Qom.
Il 4 luglio 2009, venti persone di età compresa tra 35 e 48 anni sono state impiccate nel carcere Rajaee Shahr della città di Karaj per acquisto, vendita e possesso di droghe.
Tra il 12 e il 14 luglio 2009, sei uomini sono stati impiccati per traffico di droga in due diverse città iraniane. Il 12 luglio, tre uomini sono stati impiccati nella città di Arak. Il 14 luglio, altri tre uomini sono stati impiccati nel carcere di Isfahan.
Il 25 luglio 2009, Seyyed Ahmad Es'hagh zahi è stato impiccato nella prigione di Zahedan con l'accusa di traffico di hashish ed eroina.
Il 30 luglio 2009, 24 persone sono state impiccate in carcere per traffico di droga nella città di Karaj. La notizia è stata pubblicata dal sito web governativo Borna news, che non ha fornito l'identità di nessuno dei giustiziati. Riportando le dichiarazioni del vice-procuratore di Teheran, il sito ha precisato che tutte e 24 le condanne a morte, approvate dalla Corte Suprema iraniana, sono state eseguite nel carcere di Rajaee Shahr. Secondo il quotidiano afghano Herat, uno dei giustiziati il 30 luglio era stato arrestato il mese prima dell'esecuzione in un luogo vicino a piazza Azadi a Teheran (dove si sono svolte le principali manifestazioni anti-regime). La sua famiglia era all'oscuro dell'esecuzione e sostiene che il congiunto non aveva nulla a che fare con giri di droga. I familiari di molti giustiziati dopo le elezioni di giugno sono stati minacciati dalle autorità e i corpi dei giustiziati sono stati restituiti alle famiglie a condizione che "stessero zitte".
Il 28 settembre 2009, cinque persone sono state impiccate nel carcere di Taybad, città nel nord-est dell'Iran al confine con l'Afghanistan, per traffico di droga. Le esecuzioni sono state effettuate intorno alle nove di sera, precisa il giornale Hamshahri, che non ha reso però note le identità dei giustiziati.
Tra il 6 e l'8 ottobre 2009, sei condanne a morte per impiccagione sono state eseguite nella prigione Karoun di Ahwaz. Tra i sei, cinque trafficanti di droga e una persona condannata per omicidio, vi erano due donne "coinvolte nel narcotraffico". Il 6 ottobre, sono stati giustiziati le due donne - Fouzieh J. e Khadijeh J. - e un uomo, Abdollah J., condannati tutti per traffico di droga, mentre un altro uomo, Karim A., è stato impiccato per omicidio. L'8 ottobre, sono stati impiccati altri due uomini, Oday B. e Sa'ad B., condannati per possesso di droga.
Il 7 novembre 2009, quattro uomini sono stati impiccati per traffico di droga nella prigione della città di Kerman, nel sud-est del Paese. Lo ha riportato l'agenzia statale FARS, che ha identificato i giustiziati come Morteza Y., Akbar J., Mehdi B. e Alireza S., senza però fornire le loro età. Le esecuzioni sono avvenute la mattina presto.
Il 17 novembre 2009, due uomini e una donna sono stati impiccati per reati legati alla droga. Lo ha riportato il quotidiano Kayhan, aggiungendo che le esecuzioni sono state effettuate la mattina presto nel carcere di Isfahan. I giustiziati sono stati identificati come Vahid Sh., 35 anni, che avrebbe comprato e detenuto 43 grammi di crack, Rasoul T. di età non precisata, trovato in possesso di 2 chili di crack, e Begam P., una donna di età imprecisata che avrebbe fatto uso di droghe e tentato di trafficare 500 grammi di crack nascondendoli nel proprio stomaco.

 ... SEGUE ...

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

DAL RAPPORTO "NESSUNO TOCCHI CAINO" 2010 - LA PENA DI MORTE PER DROGA NEL MONDO / 2

Post n°37 pubblicato il 31 Luglio 2010 da dinaforever

 ... Il 26 novembre 2009, l'agenzia di stampa ufficiale ISNA ha reso noto che un cittadino afghano, identificato come Mohammad S. e conosciuto anche come Fattah, era stato impiccato per traffico di droga. L'esecuzione è avvenuta nel carcere della città di Amol, nel nord del Paese. L'uomo era stato riconosciuto colpevole del traffico di 472 grammi di eroina.
Il 16 dicembre 2009, quattro uomini sono stati impiccati per traffico di droga. I primi tre sono stati giustiziati nella prigione di Zahedan, capoluogo della provincia sudorientale del Sistan-Baluchistan, ha reso noto l'agenzia di stampa ufficiale IRNA citando la magistratura del Baluchistan. I tre sono stati identificati come Mosa M., condannato per possesso e traffico di 84 chili di eroina e 921 di oppio, Khaleghdad F., per traffico e occultamento di 49,5 chili di eroina e 98 di oppio e Ghader M., per traffico di 745 chili di eroina e 465 di oppio. L'agenzia di stampa governativa FARS ha riportato che un quarto uomo identificato come Omid A., anche conosciuto come Sardar Bozorg, era stato impiccato nella prigione di Kerman, nel sud-est dell'Iran. Era stato condannato per traffico di droga e per aver attentato alla sicurezza nazionale.
Il 20 dicembre 2009, tre uomini sono stati impiccati al mattino nel carcere di Isfahan. Lo ha rivelato il sito ufficiale della magistratura della città, che ha identificato i tre uomini come Ghodrat Gh., 55 anni, condannato per traffico di 141,5 chilogrammi di oppio, Khan Mohammad Daraei di età non menzionata per detenzione di 120 grammi di crack, 2 grammi di marijuana, per aver venduto 15 grammi di eroina e per essere un tossicodipendente, e Mostafa Ch., condannato per detenzione di 135,4 grammi di eroina, 35,6 grammi di oppio e dipendenza da oppio.

La "guerra alla droga" in Iran è continuata nel 2010.
Il 9 gennaio 2010, sei uomini sono stati impiccati per traffico di droga nella città di Isfahan. Le esecuzioni sono avvenute la mattina presto in un carcere, ha riferito la televisione di stato, secondi cui i sei, che non sono stati identificati, avrebbero utilizzato uniformi dei Guardiani della Rivoluzione e ordini contraffatti per i loro traffici illeciti.
Il 20 febbraio 2010, tre uomini sono stati impiccati in due diverse città dell'Iran, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga. I primi due, identificati come Abdollah A., 43 anni, e Mehdi S., 36, sono stati impiccati la mattina presto nel carcere di Isfahan, ha reso noto il quotidiano Kayhan, secondo cui un terzo uomo, identificato come Dadollah Moradzadeh, è stato messo a morte alle 11 di mattina nella prigione di Zahedan.
Il 25 febbraio 2010, cinque uomini sono stati impiccati in un carcere di Kerman dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga e detenzione di armi. Quattro dei cinque giustiziati sono stati identificati come Rouhollah Kh., Saeed M., Shokrollah N. e Zabihollah Kh.
L'8 marzo 2010, l'agenzia ufficiale IRNA ha riportato che due persone erano state impiccate nella provincia del Lorestan, dopo essere state riconosciute colpevoli di traffico di droga. I due giustiziati sono stati identificati dall'agenzia solo come Gh. B. e H. R., le cui impiccagioni sono avvenute a Khorramabad, capoluogo provinciale.
Il 10 marzo 2010, tre uomini sono stati impiccati in due diverse città per traffico di droga. Uno è stato impiccato in pubblico ad Ahvaz. L'agenzia di stampa ufficiale IRNA lo ha identificato solo come S. M., la cui esecuzione è avvenuta in via Ramedan in città. Gli altri due sono stati impiccati nel carcere di Qom, ha riportato l'agenzia ufficiale FARS, che ha identificato i due giustiziati come Hamid Kh. e Zeinolabedin Gh.
L'8 aprile 2010, dieci persone di cui non sono state fornite le generalità sono state impiccate per traffico di droga in quattro diverse città iraniane. Cinque sono state impiccate la mattina presto in carcere a Mashhad. Tre uomini sono stati impiccati nel carcere della città di Taibad. Altre due persone sono state impiccate nelle città di Behbehan e Shadegan, nella provincia sud-occidentale del Khuzestan. Secondo altre fonti, il prigioniero giustiziato a Behbehan sarebbe in realtà stato eliminato perché oppositore politico.
L'11 aprile 2010, tre uomini sono stati giustiziati nel cortile della prigione di Isfahan per reati legati alla droga, ha riportato l'agenzia di stampa ufficiale FARS. Il primo dei giustiziati è stato identificato come Morteza, 40 anni, condannato a morte per acquisto e detenzione di 3.188 grammi di crack e a 60 frustate e 60 milioni di rials di multa per traffico di oppio, oltre a 10 frustate e 5 milioni di rials per tossicodipendenza. Il secondo, Ghader, 32 anni, era stato condannato a morte e alla confisca dei beni per detenzione e trasporto di 1.030 grammi di crack. L'ultimo, Gholamreza, 38 anni, era stato condannato a morte e alla confisca delle proprietà per aver preso parte all'acquisto e traffico di 9 chili di crack.
Il 19 aprile 2010, l'agenzia iraniana ISNA ha riportato le esecuzioni di quattro uomini, avvenute in un carcere della provincia di Kerman per traffico di droga. I quattro uomini sono stati identificati come Mehdi N., Feizollah B., Nazar B. e Gholam H.
Il 29 aprile 2010, un uomo è stato impiccato nella prigione di Ardebil per il possesso di 1,23 chili di eroina, ha riportato l'agenzia FARS senza identificarlo.
L'8 maggio 2010, sei persone sono state impiccate a Karaj dopo essere state condannate a morte per traffico di droga. Lo ha riferito l'agenzia ufficiale IRNA, precisando che le esecuzioni hanno avuto luogo di mattina nel carcere della città, situata a ovest di Teheran. La stessa fonte ha identificato i giustiziati come Arsalan Asadi, Mohammad Ali Fakhri, Abbas Geravand, Rahman Biabani, Saeed Mikaili e Parviz Taghizadeh.
Il 18 maggio 2010, due uomini sono stati impiccati nella Prigione Centrale di Isfahan, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga. La notizia è stata riportata dall'agenzia ufficiale iraniana FARS, riprendendo l'Ufficio del Procuratore della provincia di Isfahan che identifica i due giustiziati solo come Murtaza e Azizullah.
Il 20 maggio 2010, un uomo è stato giustiziato in pubblico ad Ahwaz, dopo essere stato riconosciuto colpevole di traffico di droga. La notizia è stata riportata dall'agenzia ufficiale FARS, che identifica l'uomo solo con le iniziali A.A., arrestato con 1,375 chili di eroina.
Il 23 maggio 2010, un uomo identificato come S. R. è stato impiccato nel carcere Karoun della città di Ahwaz. Era stato condannato per possesso di 675 grammi di eroina, secondo quanto riportato dal sito web ufficiale della magistratura del Khuzestan.
Il 25 maggio 2010, quattro persone sono state impiccate nella prigione della città di Yazd dopo essere state condannate a morte per traffico di droga. Lo ha riportato il sito ufficiale della magistratura di Yazd, secondo il quale tre uomini, identificati come A. Sh., Kh. N. e M. B., erano stati condannati per il possesso di 67 chili di crack, 120 chili di marijuana, 36 chili di oppio e 7 chili di eroina, mentre la quarta persona, identificata come M. M. era stata condannata per il traffico di 125 chili di oppio.
Il 29 maggio 2010, un cittadino afghano di 26 anni, identificato come Nour Jamal S., è stato impiccato all'alba nella prigione di Isfahan, ha riportato la Isfahan Metropolis News agency (IMNA), che ha ripreso un comunicato della magistratura di Isfahan. L'uomo era stato condannato per traffico di 1.385 chili di crack.
Il 31 maggio 2010, nove persone sono state impiccate per traffico di droga in due diverse città. Due persone sono state impiccate nella prigione di Shirvan, nella provincia del Khorasan, ha riportato l'agenzia ufficiale ISCA. Le identità dei giustiziati non sono state fornite, inoltre le accuse non sono state confermate da fonti indipendenti. Altre sette persone originarie della provincia afghana di Herat ai confini dell'Iran, sono state impiccate nella prigione di Taibad.
Il 4 giugno 2010, un uomo di 36 anni identificato come Jalil B. è stato impiccato nel carcere della città di Mianeh, nella provincia dell'Azerbaijan Orientale. Secondo l'agenzia ufficiale INA, l'uomo era stato condannato per possesso e traffico di 4,5 chili di crack e 200 grammi di oppio.
Il 6 giugno 2010, un uomo è stato impiccato di mattina nel carcere di Isfahan dopo essere stato condannato per traffico di droga. La notizia è comparsa sul sito ufficiale della magistratura locale, che identifica il giustiziato solo come Reza A, di 26 anni. Era stato riconosciuto colpevole del possesso di 172 grammi di crack.
Il 7 giugno 2010, tredici persone sono state impiccate di mattina nel carcere di Ghezel Hesar, nel settore ovest di Teheran. Lo ha reso noto il gruppo Iran Human Rights sulla base di fonti ritenute attendibili. Le impiccagioni sono state confermate anche dal sito web dell'avvocato per i diritti umani Mohammad Mostafaei, secondo cui i 13 erano stati condannati a morte per traffico di droga. Dieci di loro sono stati identificati in: Ahmad Shah Bakhsh, Abdolhossein Soltanabadi, Masoud, Amir K., Kazem Tashaki, Mohammad Azarfam, Mohammad Jafari, Nader Azarnoush, Sanjar Totazehi e Baghi Amini. Sempre Iran Human Rights, il 6 giugno, aveva diffuso la notizia del trasferimento di 26 detenuti nelle celle di isolamento del carcere di Ghezel Hesar, operazione che di solito precede le esecuzioni capitali. Gli organi di stampa ufficiali non hanno dato notizia delle 13 esecuzioni.
L'8 giugno 2010, il giornale governativo Iran ha riportato che erano state impiccate cinque persone, tra cui un uomo identificato per nome, Masoud di 33 anni, che sarebbe stato condannato per traffico di droga. L'agenzia ufficiale FARS ha reso noto che le esecuzioni sono avvenute nel carcere di Qom, a sud di Teheran.

Thailandia

La pena di morte si può applicare in Thailandia anche per il traffico di eroina e anfetamine, soprattutto se i prigionieri sono giudicati colpevoli dopo essersi dichiarati innocenti all'inizio del processo.
In Thailandia, la Legge sui Narcotici del 1979 permette la condanna a morte per "chiunque produca, importi o esporti droghe di categoria I... (se) il fatto è commesso a fine di spaccio". La Sezione 66 della Legge aggiunge che chiunque "spaccia o possieda al fine di spacciare" droghe, classificate nella categoria I, in quantità superiori ai 20 grammi è passibile di condanna a morte. In pratica, la pena di morte è stata comminata agli spacciatori di eroina e metamfetamine.
A metà del 2009, erano 832 i detenuti nel bracci della morte thailandesi, una grande percentuale dei quali si pensa siano condannati per reati di droga, i quali rappresentano i due terzi del totale dei giustiziati nell'ultimo decennio.
Dopo una sospensione tra il 2004 e il 2008, la Thailandia ha ripreso le esecuzioni legali nel 2009 giustiziando due uomini.

Il 24 agosto 2009, due uomini sono stati giustiziati mediante iniezione letale, dopo essere stati riconosciuti colpevoli di traffico di droga. Si tratta di Bundit Jaroenwanit, 45 anni, e Jirawat Poompreuk, 52 anni, messi a morte nel carcere di Bang Khwang a Bangkok. Erano stati arrestati nel 2001: la polizia li aveva sorpresi con un carico di 114.219 perle di metamfetamina per un valore pari a 1,2 milioni di dollari USA.
Chartchai Sitthikrom, del comitato di prevenzione e controllo del narcotraffico, ha spiegato che si è trattato di una punizione "esemplare", perché altri implicati nel giro della droga interrompano i loro traffici. "Un carcerato che attende l'ultimo giorno vive nella sofferenza - ha detto - senza sapere quando verrà il tempo di eseguire la condanna. È come essere dei morti viventi, sotto pressione e senza libertà."

Pakistan

I reati legati alla droga possono comportare la pena di morte in base a una serie di norme penali in vigore in Pakistan, tra cui il Control of Narcotics Substances Act 1997, che tratta le pene relative a possesso, importazione, esportazione e traffico di narcotici. Se la quantità di droga supera un chilo, la pena può essere la morte, l'ergastolo o la detenzione fino a 14 anni. Se supera i dieci chili, la pena non può essere inferiore all'ergastolo.
Inoltre, una serie di Ordinanze Hudud [punizioni coraniche] varate nel 1979 sotto la dittatura del Generale Zia nel quadro del suo programma di islamizzazione del Paese, comprendono tra l'altro la fustigazione per consumo di alcolici o droga.

Nonostante il Pakistan sia stato negli ultimi anni uno dei Paesi con il maggior numero di esecuzioni al mondo, ciò non si è tradotto in una pratica significativa della pena di morte per reati legati alla droga. Nel periodo 2007-2009, le condanne a morte sono state una decina e solo una persona è stata giustiziata.

Il 10 aprile 2009, l'Alta Corte di Lahore, nella provincia pakistana del Punjab, ha abolito la pena di morte per le donne e i minorenni sotto processo per traffico di droga. Nella stessa circostanza, l'Alta Corte ha stabilito un inasprimento delle pene detentive per donne e minorenni recidivi, che riceveranno le stesse pene di un recidivo maschio, sempre con esclusione della pena capitale. Queste e altre decisioni sarebbero state assunte dall'Alta Corte per eliminare discrepanze nelle sentenze emesse sulla base della Legge sul Controllo dei Narcotici del 1997. Ma la Corte ha previsto dei casi particolari in cui i tribunali potranno ignorare le nuove disposizioni.

Vietnam

In Vietnam il traffico di droga può anche essere un reato capitale. Una direttiva della Corte Suprema del Popolo del luglio 2001 raccomanda pene diverse a seconda della quantità di stupefacente: 20 anni di reclusione da 100 a 300 grammi di eroina, carcere a vita da 300 a 600 grammi e pena di morte per quantità superiori a 600 grammi. Ma questa direttiva non sempre è seguita nei tribunali, mentre rimane in vigore una legge del 1997 che considera un reato capitale il possesso o lo spaccio di almeno 100 grammi di eroina o di almeno 5 chilogrammi di oppio.
Il 19 giugno 2009, il Vietnam ha votato a favore della eliminazione della pena di morte per otto reati. L'Assemblea Nazionale ha rimosso l'uso di droga dalla lista dei reati capitali, ma ha mantenuto il traffico di droga.

Il 19 gennaio 2010, sei persone sono state condannate a morte nella provincia settentrionale di Lai Chau per traffico di droga. Ho A Cua, Giang A Tenh, Sung A Thai, Ho A Vang, Mua Va Thanh e Ly Seo Sua erano stati arrestati nel settembre 2009 per aver trafficato 4,2 chili di eroina nella vicina provincia di Lao Cai.
Il 3 febbraio 2010, in un processo a porte chiuse, il tribunale del popolo della città di Haiphong, nel nord del Vietnam, ha condannato a morte Du Kim Dung, capo di un giro di traffico e produzione di eroina.
Il 6 febbraio 2010, due persone sono state condannate a morte nella provincia settentrionale di Hai Duong per traffico di eroina. Il giornale Phap Luat Vietnam li ha identificati come Nguyen Van Hien e Vu Dinh Quan.
Il 26 marzo 2010, cinque persone sono state condannate a morte per traffico di droga nella provincia settentrionale di Thai Nguyen. Nguyen Van Dua, 43 anni, avrebbe trafficato insieme ai suoi quattro complici 16 chili di eroina tra giugno 2004 e febbraio 2006.
Il 28 maggio 2010, cinque cittadini cinesi sono stati condannati a morte in Vietnam per traffico di droga. Le condanne a morte sono state pronunciate dal Tribunale del Popolo della provincia di Quang Ninh, nel nord del Paese, che li ha riconosciuti colpevoli di aver trasportato illegalmente 8 tonnellate di resina di marijuana. Il capo del gruppo è stato identificato come Lu Minh Cheng, 53 anni. La marijuana sarebbe stata introdotta in Vietnam nell'aprile 2008, proveniente dal Pakistan. La banda avrebbe avuto intenzione di portare la resina fino in Canada, ma è stata bloccata dalla polizia vietnamita il 12 maggio 2008.

Autorità Nazionale Palestinese

Nella Striscia di Gaza vige ancora la legge egiziana, che prevede la pena di morte per reati legati alla droga, ma fino a poco tempo fa l'Autorità Palestinese a Gaza aveva applicato la legge israeliana che non prevede la pena capitale per droga. Alla fine del 2009, però, il governo di Hamas ha annunciato di volere applicare quella egiziana in attesa di promulgarne una propria.

Il 30 novembre 2009, il Governo di Hamas a Gaza ha approvato una misura che consentirà l'esecuzione di persone riconosciute colpevoli di spaccio di droga, ha dichiarato il procuratore-generale locale, Mohammed Abed. "Il Governo ha approvato la decisione di cancellare la legge militare sionista (israeliana) per la parte riguardante gli stupefacenti e di applicare la Legge egiziana 19 del 1962", ha detto il Procuratore. "Quest'ultima è una legge più ampia per quanto riguarda crimini e criminali, inoltre le pene sono più avanzate, compresi ergastolo ed esecuzioni." "La legge sionista prevedeva pene leggere, che hanno incoraggiato piuttosto che dissuadere chi consuma o traffica droga, e non c'è motivo, interesse nazionale o giustificazione morale per continuare ad applicarla", ha detto Abed. Hamas ha reso noto di aver arrestato più di 100 consumatori e spacciatori di droga e di aver sequestrato decine di chili di stupefacenti, soprattutto marijuana. Abed ha aggiunto che la legge egiziana sulla droga resterà in vigore fino all'approvazione di una nuova legge da parte del Parlamento Palestinese.
Il 16 marzo 2009, Zayed ‘Ayesh Mabrouq Jaradat, 40 anni, del villaggio di al-Shoka a est di Rafah, è morto in seguito alle torture inflitte da membri del servizio di sicurezza nella stazione di polizia di Rafah. Zayed è stato dichiarato morto al suo arrivo all'ospedale di Rafah, il Martyr Mohammed Yousif al-Najjar, dopo di che il corpo è stato trasferito al dipartimento di medicina legale dell'ospedale di Gaza, al-Shifa, per ulteriori esami. Jaradat era stato arrestato dagli agenti di polizia la mattina del 15 marzo per possesso di droga. Un operatore sul campo del Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), che ha scattato foto del cadavere al dipartimento di medicina legale dell'ospedale, ha testimoniato la presenza di lividi su tutto il corpo. In particolare tracce di botte erano presenti attorno al collo e alle spalle. Il membro del PCHR ha detto che all'uomo erano state anche staccate le unghie dei piedi, chiaro segno di tortura.

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

ANTIPROIBIZIONISMO RADICALENONVIOLENTO AL CONSIGLIO GENERALE DI BARCELLONA

Post n°36 pubblicato il 30 Luglio 2010 da dinaforever

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Antiproibizionismo, Partito Radicale Transnazionale, politiche sulla droga / parte 1

Post n°35 pubblicato il 28 Luglio 2010 da dinaforever
Foto di dinaforever

Un saluto a tutti gli ospiti e particolarmente a quelli di altri paesi, ai miei compagni transnazionali; un saluto alle interpreti, buongiorno e buon lavoro.

Questo è il mio primo intervento per il PRT, ed è una relazione. L'argomento della mia relazione è come la visione antiproibizionista radicale si stia rivelando, nella lunga durata, ragionevole e razionale e come questo può servirci nell'analisi che ieri abbiamo intrapreso in questo Consiglio Generale. Per svolgerla, prenderò spunto dai nuovi sviluppi nelle politiche sulle droghe nei paesi latino americani e in Portogallo, integrando con casi e dati da altre parti del mondo.
E' necessario ricordare che cosa è l'antiproibizionismo radicale e come si è sviluppato nel tempo e nello spazio, seppure in modo sintetico e non del tutto dettagliato. La battaglia radicale sull' antiproibizionismo inizia in Italia molti anni fa; fra le prime azioni radicali su questo argomento, la disobbedienza civile di Marco Pannella, nel 1975. In quell' anno, per la legge italiana, che risale al 1954 non c'è differenza tra droghe leggere e pesanti, né tra spacciatore e consumatore.
Il Partito radicale è impegnato per la riforma della legge sulla droga e in particolare per impedire l'ingresso nel circuito carcerario e criminale dei consumatori di stupefacenti e dei tossicodipendenti. Il 2 luglio 1975 Marco Pannella convoca una conferenza stampa a Roma nel corso della quale fuma una sigaretta con hashish in pubblico; immediatamente arrestato e portato in carcere, riesce così ad aprire il dibattito pubblico sull'argomento.
Il commissario di polizia Ennio di Francesco che lo arresta, gli invia nei giorni seguenti un telegramma di solidarietà per il valore dell'iniziativa e viene rimosso dal suo incarico.
"Si trattava di far uscire dal carcere, allora, un gruppo di ragazzi. I ragazzi uscirono. Noi non facemmo dimostrazioni pubbliche a quell'epoca perchè, dopo 40 giorni, di 170 ragazzi detenuti ne rimasero in carcere solo 17".
A quella disobbedienza civile molte altre sono seguite e forse non tutti i nostri compagni non italiani sanno che alcuni dirigenti radicali, Marco Pannella e Rita Bernardini per primi, ma anche Sergio Stanzani, non possono essere candidati alle elezioni amministrative per questo motivo. Di pochi giorni fa un tentativo di estendere tale impedimento anche alle elezioni politiche.
Le persone che hanno partecipato alle disobbedienze civili sono 43; la maggior parte delle disobbedienze civili si sono svolte in Italia, mentre il 20 dicembre 2001 a Manchester (UK), alla Stazione di Polizia di Stockport, Marco Cappato compì una cessione di cannabis in solidarietà con il deputato Chris Davies, arrestato per lo stesso motivo.
Un altro arresto, nel novembre del 1990, a New York: Emma Bonino distribuisce siringhe sterili e monouso, per denunciare il divieto che impedisce ad oltre 175mila tossicodipendenti sieropositivi new-yorchesi di acquistare siringhe se non dietro ricetta medica.
Quando si parla di antiproibizionismo radicale non si può limitare però il discorso alle politiche sulle droghe. Era il giugno del 1975 quando Emma Bonino veniva arrestata per disobbedienza civile contro la legge di allora, che vietava l'aborto. Con lei vengono arrestati anche Adele Faccio, Giorgio Conciani e Gianfranco Spadaccia. L'accusa è procurato aborto. Quegli arresti sono il detonatore per imporre l'attualità di una tragedia, quella dell'aborto clandestino, che fino a quel momento tutti, ad esclusione dei radicali, ipocritamente preferivano ignorare. Grazie alla campagna radicale si apre un dibattito politico che porterà alla regolamentazione legislativa dell'interruzione di gravidanza.
Come per la droga, lo scopo non era certo quello di incentivare l'aborto o l'uso di droga; lo scopo era di limitare i danni delle politiche proibizioniste. La stesso ragionamento espresso in anni più recenti da Luca Coscioni, leader della battaglia per la libertà di ricerca scientifica e per la libertà di cura e terapia. Lo stesso ragionamento che ha visto i radicali, guidati in quella lotta da Piero Welby, battersi per la legalizzazione dell'eutanasia.
Ma torniamo al tema delle droghe. Quando molti decenni fa Marco Pannella dichiarava che se dovevamo fare una previsione di come ci sarà una metamorfosi del male totalitario fascista, comunista e via dicendo, il proibizionismo sarebbe stato la nuova reincarnazione di quello che è stato battuto, aveva visto giusto.

SEGUE ... 

 

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

Antiproibizionismo, Partito Radicale Transnazionale, politiche sulla droga / parte 2

Post n°34 pubblicato il 28 Luglio 2010 da dinaforever

...

Oggi escono studi che attestano come, per esempio, l'aumento esponenziale di sparatorie, decapitazioni e rapimenti che ha accompagnato la guerra alla droga del Governo messicano era scientificamente prevedibile. Bastava aver riletto la copiosa letteratura scientifica sull'argomento.
"Lo rivela uno studio dell'International Centre for Science in Drug Policy, gruppo no profit di scienziati canadesi e britannici che ha esaminato oltre 300 studi internazionali sull'argomento pubblicati negli ultimi 20 anni.
Ogni volta che una comunità tenta di aumentare il livello di repressione dei reati legati agli stupefacenti, si produce un aumento dei profitti delle organizzazioni criminali che operano sul mercato nero. A sua volta, questo provoca un aumento vertiginoso della violenza fra gang e cartelli rivali per il controllo del sempre più lucrativo mercato delle droghe. E ogni volta che un boss del narcotraffico viene catturato o ucciso, spiegano gli studiosi, i sostituiti tendono ad essere più brutali e meno sofisticati del precedente. Insomma, un circolo vizioso di violenza di cui fanno le spese milioni di cittadini innocenti.
Lo studio punta il dito soprattutto sulla spesa per l'apparato repressivo degli Stati. Nella guerra alla droga, infatti, è il sistema giudiziario-repressivo (forze dell'ordine, carceri, tribunali) che riceve la stragrande maggioranza dei fondi pubblici, invece del sistema sanitario e quello educativo.
I ricercatori offrono anche un interessante parallelo fra la guerra messicana alla droga, che ha prodotto decine di migliaia di morti in pochi anni, e il proibizionismo statunitense all'alcool negli anni 1920. Queste esperienze non sono solo accomunate dal proibizionismo, ma anche dal tasso di incremento delle violenza e di arricchimento delle grandi organizzazioni criminali".
Per le stesse ragioni i tre ex presidenti latinoamericani, il brasiliano Henrique Cardoso, il messicano Zadillo e il columbiano Graviria, che già avevano lanciato un appello per la depenalizzazione dell' uso di marijuana, un anno fa a Rio De Janeiro, hanno presentato recentemente le conclusioni di una commissione regionale su Droghe e democrazia in San Paolo. Il verdetto è stato che la guerra alla droga è un fallimento; le reti di trafficanti hanno messo radici e il denaro di questo commercio illegale ha infettato la politica. Gli ex presidenti dei tre paesi più popolosi dell' America Latina, in un programma chiamato Droghe e democrazia, propongono un punto di vista diverso del problema della droga: che il consumo sia visto più come un problema di salute pubblica che penale, che si consideri la depenalizzazione delle droghe leggere, e si continui a combattere il traffico, come un elemento essenziale della criminalità organizzata transnazionale; considerare gli effetti della corruzione nel traffico e la sua penetrazione nel campo politico.
Nel dicembre 2009 l'ENCOD (European Coalition for Just and Effective Drug Policies), in Europa, ha pubblicato alcune note sul rapporto "Drug Decriminalization in Portugal. " dell' Istituto di ricerca americano Cato Institute (Washington DC). Il rapporto mette insieme sette anni di dati, dalla depenalizzazione del consumo di droghe, avvenuta nel luglio 2001, che ha riguardato l'acquisto, il possesso e il consumo di tutte le droghe senza eccezioni, eroina e cocaina incluse. Una legge che non ha paragoni al mondo. Glenn Greenwald, uno dei 25 costituzionalisti liberali più influenti degli Usa, e giornali come The Economist hanno sottolineato i buoni risultati dell'esperienza portoghese. Da quella data in Portogallo il consumo di droghe non è un reato, ma una violazione soggetta a una sanzione amministrativa, cioè una multa. L'uso personale è multato, mentre i dipendenti o consumatori regolari sono inviati alla "Commissione per disincentivare il consumo di droga", formata da un giudice, uno psicologo e un assistente sociale. Il personale di questi servizi è addestrato psicologicamente e socialmente a misurarsi con casi di tutti i tipi, specialmente con quelli più difficili. Gli operatori hanno imparato che trattare il consumatore come un essere umano meritevole di rispetto produce risultati quasi immediati. In questo modo il contatto con i consumatori è affidato non alle forze dell'ordine ma alla responsabilità di personale specializzato; trattare i tossicodipendenti come membri a pieno titolo della società al posto della stigmatizzazione di una accusa penale in tribunale. Si evita tutto l'armamentario consueto del sistema giudiziario e penitenziario; i membri della "Commissione di dissuasione" vestono in modo informale, e sono tenuti per legge a rispettare in ogni momento i diritti del reo. Il consumatore non è più visto come un criminale, ma come un paziente: col risultato di spingere i consumatori problematici a rivolgersi ai servizi socio-sanitari.
Gli esiti della depenalizzazione dell'uso sono decisamente positivi; per esempio, il numero dei decessi droga-correlati, che nel corso degli anni novanta era andato aumentando, è passato da 400 nel 1999 a 290 nel 2006. E, citando ancora il rapporto, a partire dal 2001 il numero di nuovi casi di Hiv e Aids tra i tossicodipendenti è ogni anno in forte calo. "Gli esperti - spiega l'autore Glenn Greenwald - attribuiscono questi trend positivi all'aumentata capacità del governo portoghese di offrire programmi di trattamento ai cittadini: un aumento reso possibile, per svariate ragioni, dalla depenalizzazione".
I tassi di prevalenza (cioè quante persone hanno utilizzato una specifica droga durante la loro esistenza), sono scesi nella maggior parte delle categorie, rispetto a prima che la normativa fosse approvata.
Una precedente relazione dalla Fondazione Beckley nel 2007 arrivava alle stesse conclusioni di Greenwald, in particolare, che la decriminalizzazione ha di fatto spostato l'attenzione su una strategia di prevenzione e di trattamento ed è riuscita a ridurre i problemi derivanti dall'uso di droga.
In una intervista dello scorso gennaio Joao Goulao, presidente dell' Instituto de Droga y Toxicomania (IDT), agenzia governativa portoghese, ha raccontato la sua esperienza: ha cominciato ad occuparsi di tossicodipendenza, come medico, quando alla fine degli anni ottanta la droga invase la società portoghese; dopo aver seguito un corso pratico nella capitale, ha aperto un centro d'assistenza ad Algarve. Dal 1987, e per due decenni, ha lavorato alla prevenzione, al trattamento e al reinserimento dei drogati e oggi coordina la lotta antidroga del suo Paese; da un mese l'Ue-27 l'ha eletto presidente dell'Osservatorio Europeo per le Droghe e le Tossicodipendenze (OEDT) che ha sede a Lisbona.
All'epoca, gli ambienti più conservatori pronosticavano niente meno che l'apocalisse. "Arriveranno aerei zeppi di studenti per fumare marijuana, sapendo che non andranno in prigione. Gli promettiamo sole, spiaggia e la droga che desiderano", diceva il deputato di destra Paulo Portas. Nessuna delle terribili previsioni si è verificata. Tutt'altro, il consumo delle droghe è diminuito, "soprattutto tra i più giovani - racconta Joao Goulao - I nostri risultati vengono analizzati in altri Paesi. Argentina, Messico e Repubblica Ceca hanno preso spunto dalla nostra linea".
Sulla stessa linea una intervista di pochi giorni fa al brasiliano Alexandre Addor Neto, dirigente della OAS (Organization of American States), pubblicata sulla "La Voz de Galicia". Neto riferisce dell' incontro della Commissione Interamericana per il Controllo dell' Abuso di Droghe (Cicad), aderente all' IDT, svoltosi a Lugo, in Spagna, dal 21 al 23 aprile, fra sindaci e rappresentanti di 40 città e 34 paesi europei, latino americani e caraibici, per scambiarsi le esperienze in materia di riduzione della domanda di droghe, alla quale ha partecipato anche l'organizzazione di Droga y democrazia, quella di Barroso, Zadillo, Graviria.
Appare evidente, infatti, a un sempre maggior numero di autorevoli dirigenti politici, ma anche rappresentanti delle forze dell'ordine e funzionari delle agenzie per le droghe, oltre al fallimento delle politiche di repressione avviate da Bush una decina di anni fa, il legame tra le politiche sulle droghe e la democrazia. Soltanto nell'ultimo mese abbiamo letto le dichiarazioni di un giudice, di politici messicani, del capo della polizia di Columbia. Leggiamo le loro parole e quelle del rappresentante di Law Enforcement Against Prohibition.
"Un ex giudice della Corte Suprema australiana ha rivolto un appello affinché le sostanze stupefacenti siano legalizzate. Kenneth Crispin, in una intervista all'emittente televisiva ABC, ha detto che il divieto sulle droghe da sballo costituisce un fallimento ancora più grande del proibizionismo sull'alcool negli Stati Uniti degli anni 1920.
"Il consumo di droga è esploso durante il periodo della guerra alla droga", ha spiegato. "In ogni parte del mondo, le leggi più repressive tendono ad avere l'effetto di essere accompagnate dai più alti livelli di consumo".
Il prezzo delle sostanze vendute per strada è invece diminuito nonostante la repressione, continua Crispin. La cocaina, per esempio, costa un sesto rispetto a quando è cominciata la guerra alla droga.
Crispin ha spiegato di essere giunto alla conclusione di legalizzare le droghe "con incredibile riluttanza".
Alla domanda sulla possibile risposta della classe politica alla sua proposta, l'ex giudice supremo ha risposto con pessimismo: i politici temono troppo l'impopolarità".
Qualche mese fa, nel dicembre 2009, "un dirigente di polizia americano ora in pensione ha detto ad una platea di Sydney che la guerra alla droga è stata un fallimento e un disastro per le forze di polizia.
Norm Stamper, ex capo della polizia di Seattle nel 2000, è portavoce dell'associazione di polizia Law Enforcement Against Prohibition, un organizzazione statunitense in continua crescita composta da 13.000 agenti di polizia, guardie carcerarie, pubblici ministeri e giudici.
Stamper spiega che da quando Richard Nixon ha dato avvio alla guerra alla droga nel 1971, il motivo più frequente di arresto di giovani americani è diventato il reato non-violento legato al possesso o consumo di droga. Milioni di cittadini sono stati incarcerati, con effetti spesso devastanti per loro e le loro famiglie. Per questo si è creata una contrapposizione insanabile tra la polizia e molti americani che altrimenti rispettano la legge.
"La polizia ha bisogno di partnership con la comunità", ha detto Stamper. "Se stai per ottenere delle informazioni di cui hanno bisogno per combattere la criminalità, c'è bisogno di un forte senso di fiducia. Ma con decine di milioni di giovani americani che sono stati arrestati per reati non-violenti legati alla droga, c'è la diffusa percezione che la polizia sia lì per colpire la gente, piuttosto che aiutarla.
"Se ad esempio si è a lavoro su un omicidio non legato alla droga e si spera che i cittadini si facciano avanti con delle informazioni sull'assassino, spesso la porta ci viene sbattuta in faccia a causa di una infelice esperienza con la polizia nel corso di un arresto per droga."
Stamper ha anche affermato che la guerra ha incoraggiato condotte illegali da parte della polizia, che va dalle perquisizioni illegittime al coinvolgimento nel traffico di droga. Questo ha minato ulteriormente la fiducia della gente nelle forze dell'ordine.
Anche la guerra alla droga in altri Paesi ha danneggiato le forze dell'ordine. In Messico ha portato alla corruzione su vasta scala e migliaia di omicidi da parte dei cartelli della droga. Molte delle vittime sono poliziotti, spesso torturati e decapitati", ha detto Stamper. "Sostanzialmente, i poliziotti onesti in Messico hanno questa scelta: possono cooperare con i cartelli o possono morire. Questa è una diretta conseguenza del modello proibizionista della guerra americana alla droga".
Al confine con il Messico, infatti, sono sempre di più i politici statunitensi convinti della necessità di legalizzare la droga per combattere i devastanti effetti del proibizionismo. La guerra alla droga in Messico ha provocato decine di migliaia di morti in poco piu' di tre anni, le organizzazioni criminali si sono rafforzate e secondo tutte le stime ufficiali stanno ormai prevalendo grazie al mercato nero delle droghe. La violenza sta ormai debordando negli Usa".
"Una coalizione di politici della città di El Paso, al confine con la città gemella Juarez a sud del confine, ha chiesto la legalizzazione della cannabis per ridurre la violenza e indebolire i cartelli della droga.
Oscar Martinez, docente di storia e esperto di questioni relative alle frontiere all'Università dell'Arizona, ha letto il manifesto dei consiglieri comunali a cui egli stesso ha aderito: "Coloro che rivendicano una moralità più alta nel sostenere il proibizionismo sulle droghe non pongono sufficiente attenzione sulle conseguenze disastrose di questa politica tragicamente sbagliata", ha spiegato Martinez. "La cura si è rivelata molto più letale della malattia stessa. Il prezzo del proibizionismo -trasformare città come Juarez in campi di sterminio di proporzioni enormi- è totalmente inaccettabile e moralmente ripugnante".
Con il gruppo di rappresentati locali si è schierato anche il deputato statale Marisa Marquez, democratica eletta a El Paso. "C'ero anch'io a sostenere questa nuova risoluzione perché chiede il riconoscimento della dignità delle persone che vengono uccise a Juarez. Non possiamo ignorare la violazione dei diritti civili e le atrocità che stanno occorrendo", ha detto.
Solo a Juarez, dal 2008 sono state uccise 5,150 persone".
"Il capo della polizia della città di Columbia, nello Stato del Missouri, si è detto favorevole alla legalizzazione della cannabis. Rispondendo alle domande dell'avvocato Dan Viets, membro dell'associazione per la legalizzazione Norml, Ken Burton ha detto: "Sono con voi in questa battaglia, e spero che abbiate successo prima o poi, e poi vedremo come va". "Sono sicuro che ci sono molti poliziotti che sarebbero felici" se la cannabis fosse legalizzata".
"Dopo 40 anni, la guerra alla droga lanciata dagli Stati Uniti è costata mille miliardi e centinaia di migliaia di vita, e per cosa? Il consumo di droga è rampante e la violenza ancora più brutale e diffusa.". E' questo il giudizio sul proibizionismo dell'agenzia di stampa Associated Press nella celebre quanto temuta rubrica di analisi politica IMPACT. (vedi messaggio di Trebach).
L'editoriale, non firmato, presenta una durissima critica sulle politiche antidroga dell'amministrazione Obama, colpevole di voler proseguire sulla strada dei suoi predecessori.
"Questa settimana il Presidente Obama ha promesso di 'ridurre il consumo di droga e il grave danno che causa' con una nuova strategia nazionale che tratterà il consumo di droga come una questione di pubblica sanità", scrive l'AP. "Ma la sua Amministrazione ha aumentato i finanziamenti alle autorità giudiziarie e di polizia a livelli record, sia in termini assoluti di dollari sia in termini percentuali; quest'anno, l'apparato repressivo riceverà 10 miliardi dei 15,5 disponibili per il controllo della droga".
L'analisi prosegue snocciolando origine, cifre e dati di una delle più fallimentari, costose e dannose politiche del XX e XXI secolo".
Appaiono ormai evidenti le interconnessioni fra antiproibizionismo, nonviolenza e democrazia; c'è molta vicinanza fra il concetto di antiproibizionismo, contrapposto a metodi di regime, contrapposto al potere autoritario, l'antiproibizionismo nella sua valenza di strategia di governo dei fenomeni sociali attraverso le armi nonviolente della comunicazione, dell'informazione, della legalità e della legalizzazione, fra l'antiproibizionismo e la nonviolenza da una parte e fra antiproibizionismo e democrazia dall'altra.
Certo che la legalità è sempre stata la bussola per i radicali, ma quando la legalità è solo descritta ma non è presente, ci vuole il ricorso a forme diverse e più incisive di lotta nonviolenta, come sono stati gli strumenti di democrazia diretta, referendum, proposte di legge di iniziativa popolare, petizioni, appelli e il ricorso ad azioni di disobbedienza civile e scioperi della fame e della sete. Per questo le iniziative parlamentari radicali antiproibizioniste su aborto, droga e prostituzione, portate avanti con testardaggine dai radicali negli ultimi 40 anni, hanno sempre avuto bisogno del sostegno della nonviolenza nelle forme di obiezione di coscienza, disobbedienze civili, digiuni, per riuscire ad ottenere significativi ma parziali, e spesso non attuati, risultati.
Prima ricordavo le prime le disobbedienze civili in tema di aborto. Il nodo centrale dell'iniziativa radicale era non certo quello di incentivare le donne ad abortire, bensì la riduzione di quella che era una piaga sociale, l'aborto clandestino, attraverso la legalizzazione, l'informazione, la comunicazione. Le conseguenze peggiori della legge proibizionista che allora vigeva, le subiva chi non aveva i soldi per andare a interrompere la gravidanza a Londra, o in una delle numerose cliniche italiane compiacenti. Il proibizionismo, quindi, come strategia classista produttrice di diseguaglianza, privilegi ed eccezioni, anche in questo senso antidemocratico.
I regimi autoritari hanno bisogno di conservare il potere con la paura e con le punizioni, con la repressione economica, con la limitazione dei diritti civili,con i privilegi e con le dinamiche di casta; una democrazia compiuta trova nel dibattito pubblico e nella libera informazione l'antidoto alla degenerazioni violente e alle crisi di sistema.
Quindi un doppio legame: da una parte l'antiproibizionismo come strategia di governo democratico dei fenomeni sociali proposto in alternativa ai metodi proibizionistici violenti propri dei regimi autoritari, dall'altra la nonviolenza e le disobbedienze civili come forme di partecipazione diretta del cittadino al perfezionamento della democrazia.
Negli ultimi anni è stata intrapresa, dai radicali, un'azione sulle convenzioni ONU, che dal 1961 stanno a determinare le strategie proibizioniste; in questa direzione si muove la LIA, Lega Internazionale Antiproibizionista, della quale abbiamo qui il Segretario, Senatore Marco Perduca. Solo che le convenzioni ONU per poter essere cambiate, hanno bisogno della spinta che è venuta dal diffondersi, in tanti paesi, di informazione sugli effetti disastrosi di tali politiche.
Abbiamo visto, negli ultimi giorni, i disordini che si sono scatenati in Jamaica, dove "Christopher 'Dudus' Coke, il boss della droga giamaicano al centro degli scontri che sull'isola caraibica hanno provocato tra i 50 e i 60 morti, potrebbe essere fuggito all'estero.
Lo scrive sul suo sito web il quotidiano britannico Daily Telegraph citando il ministro dell'interno giamaicano Darykl Vaz. 'Non so se sia ancora in Giamaica, e' molto difficile dire', ha affermato.
Coke e' ricercato negli Stati Uniti, dove dovrebbe essere estradato. La battaglia di Tivoli, il ghetto dove i narcos dettano legge, e' esplosa quando la polizia e' andato a cercarlo per consegnarlo agli americani. 'La situazione a Tivoli resta drammatica, da molto tempo la tensione covava sotto la cenere e tutti sapevano che se le autorita' si fossero mosse per arrestare Coke sarebbero stati guai', ha detto al Telegraph Susan Goffe, portavoce della associazione per i diritti umani 'Jamaicans for Justice'.
In tutto questo il premier della Giamaica, Bruce Golding, e' passato al contrattacco, dopo diversi articoli di questi ultimi giorni da parte della stampa internazionale, che ha riferito su legami tra il capo di governo e il narcotrafficante Christopher 'Dudus' Coke.
Golding ha smentito tali nessi, denunciando nel contempo una 'cospirazione' contro il suo governo, rispondendo in particolare alle accuse formulate dalla rete americana Abc e dal quotidiano britannico The Indipendent, secondo il quale Golding e' di fatto 'un affiliato' all'organizzazione criminale guidata da 'Dudus'.
Molti altri media hanno d'altra parte sottolineato che per molti mesi il premier non ha dato ascolto a Washington, che ha chiesto l'estradizione di Coke ormai piu' di un anno fa, rilevando che lo stesso capo del governo ha poi cambiato tale posizione, e dato il via libera all'estradizione la scorsa domenica: giorno in cui e' scattata a Kingston la rivolta delle gang controllate da Coke al fine di bloccare il suo trasferimento a New York, dove il capo narco e' accusato di traffico di droga e armi".
Già nel 2008, partecipando a Bruxelles ad un seminario sui mercati illeciti delle droghe, ho ascoltato Fernando Henrique Cardoso, ex presidente, illustrare come nella realtà brasiliana il mercato delle droghe si intrecci con la corruzione politica e con la criminalità e la violenza. I trafficanti sono dotati di una milizia parallela e arrivano ad influenzare i mass media e lo stesso parlamento e i tragici costi in vite umane muovono ad un ripensamento delle politiche repressive radicate in visioni ideologiche; se l'argomento è tabù, per ridurre i costi per la società occorre secondo Cardoso partire dai dati applicando lo stesso pragmatismo che ha guidato la lotta all'HIV, permettendo una legalizzazione delle droghe per chi accetti di affrontare cure e programmi di recupero, affidando i tossicodipendenti al sistema sanitario e non più a quello carcerario, depenalizzando le piccole quantità di cannabis. Una visione reale che non sia ostaggio di pregiudizi.
Una visione reale che si è ulteriormente allargata, nello stesso seminario, con l'intervento di Jorrit Kamminga, dell' ICOS ( International Council on Security ); una relazione sullo stato del progetto "Papavero come medicina", iniziato nel 2005 e che ha portato, nel 2007, il parlamento europeo ad adottare a larghissima maggioranza una raccomandazione sulla "possibilità di progetti pilota per una conversione su piccola scala di parti della attuale coltivazione illecita di papavero in produzione di oppio legale analgesico" , presentata da Marco Cappato e dall'ALDE. Il progetto parte dalla constatazione di come l' Afghanistan si sia confermato negli ultimi anni maggiore produttore di oppio mondiale e la maggior fonte di eroina; nonostante gli sforzi di contrasto messi in atto dal 2002 ad oggi, con consistenti impegni delle comunità internazionali, la coltivazione di papavero e la produzione di oppio è in continuo aumento, superando ogni anno i suoi stessi records.
Il mercato dell'oppio si intreccia strettamente con l'economia e con la politica di quella zona, e incide negativamente sulle possibilità di ricostruzione e di sviluppo. La distruzione delle coltivazioni, che ha comportato sforzi economici e inquinamento ambientale, non solo non è servita a fermare l'espandersi della produzione, ma ha generato fra gli effetti secondari l'assurgere dei talebani, che offrono aiuti economici e supporto alle famiglie di coltivatori colpiti dalle eradicazioni, al ruolo di salvatori del popolo contadino. La relazione dice molto chiaramente che "in Afghanistan, le attuali politiche di guerra alla droga sono in contrasto con i progetti delle comunità internazionali di stabilizzazione, sviluppo e ricostruzione". L'importanza della riflessione su questo per la Comunità Europea deriva dall'impegno economico assunto nei confronti di quel paese e dal fatto che la maggior parte dell'eroina afghana è destinata al mercato europeo.
E dalla Cina arriva la notizia che "i tossicodipendenti cinesi subiscono pestaggi sistematici, ricatti, e sono spesso costretti al lavoro forzato, secondo un rapporto diffuso nel gennaio di questo anno dal gruppo umanitario Human Rights Watch. Secondo il rapporto, che si intitola 'Tenebre senza limiti', la nuova legge sulla droga varata dalla Cina nel 2008 consente di tenere i drogati rinchiusi fino a sette anni nei cosiddetti 'centri di riabilitazione', in realta' delle prigioni nelle quali i tossicodipendenti 'non godono neanche dei diritti degli altri detenuti'. I drogati possono essere inviati nei 'centri di riabilitazione' dalla polizia e restare rinchiusi dai due ai sette anni senza nessuna supervisione delle autorita' giudiziarie.
'Invece di mettere in atto una vera terapia per il trattamento della dipendenza dalla droga, la nuova legge cinese espone le persone sospettate di fare uso di droga alla detenzione arbitraria e a trattamenti inumani', afferma Joe Amon, uno degli estensori del rapporto. Gli esperti di Human Rights Watch hanno studiato le condizioni dei tossicodipendenti in due delle province cinesi dove la droga e' piu' diffusa, quello dello Yunnan e del Guangxi che si trovano nel sud della Cina, non lontane dal 'triangolo d'oro' della droga formato da Birmania, Laos, Vietnam e Thailandia.
'Mettere un gran numero di tossicodipendenti nello stesso posto, costringerli al lavoro forzato e a subire violenze fisiche non e' 'riabilitazione'', conclude il rapporto".
In conclusione, considerato quindi come il discorso sulla democrazia non possa prescindere da un approfondimento sulle politiche repressive e proibizioniste, riguardo alle droghe ma non solo, la mia proposta è di prendere contatto con quelle persone e organizzazioni che si stanno muovendo nella direzione da noi indicata fino da 40 anni fa, per coinvolgerle nel Congresso che terremo a novembre; così come la moratoria sulla pena di morte, la battaglia antiproibizionista ha bisogno oltre che dell'azione diplomatica e giurisdizionale anche di quella nonviolenta radicale.
Se infatti è vero, come ha detto ieri Emma, che non esiste democrazia senza legalità, come rompere il circolo vizioso in quei paesi dove non c'è né democrazia né legalità, o in quelli, come l' Italia, dove la democrazia è solo teorica e la legalità è violata ogni giorno, se non con le armi nonviolente radicali?
Di contro c'è il peso della violenza quotidiana, degli sprechi enormi di denaro pubblico, di milioni di morti in tutto il mondo prodotti da politiche cieche che ingrassano la criminalità e la corruzione e non proteggono i diritti dei consumatori, costretti a rifornirsi in un mercato illegale, quindi non controllato.
In attesa dunque di novembre, del Congresso, dell' elezione di un Segretario che finalmente possa dettare la linea politica al Partito, stiamo lavorando, ma Marco Pannella non ama il gerundio, lavoriamo, dunque, insieme con Piero Capone, che oggi non ha potuto essere con noi e al quale rivolgo un affettuoso saluto, al Prof. Mario Patrono e, ovviamente a Marco Perduca, per prendere e consolidare vecchi e nuovi contatti.
Viva il Partito Radicale Transnazionale
Viva Marco Pannella.
Claudia Sterzi, militante del PRT

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 

ANTIPROIBIZIONISMO/ PORTOGALLO E DINTORNI

Post n°33 pubblicato il 01 Maggio 2010 da dinaforever
Foto di dinaforever

 

 Nel dicembre 2009 l'ENCOD (European Coalition for Just and Effective Drug Policies), in Europa, e Il Manifesto, in Italia, hanno pubblicato alcune note sul rapporto "Drug Decriminalization in Portugal. Lessons for Creating Fair and Successful Drug Policies", dell' Istituto di ricerca americano Cato Institute (Washington DC). Il rapporto mette insieme sette anni di dati, dalla depenalizzazione del consumo di droghe, avvenuta nel luglio 2001, che ha riguardato l'acquisto, il possesso e il consumo di tutte le droghe senza eccezioni, eroina e cocaina incluse. Una legge che non ha paragoni al mondo. Glenn Greenwald, uno dei 25 costituzionalisti liberali più influenti degli Usa, e giornali come The Economist hanno sottolineato i buoni risultati dell'esperienza portoghese. 

Da quella data in Portogallo il consumo di droghe non è un reato, ma una violazione soggetta a una sanzione amministrativa, cioè una multa. L'uso personale è multato, mentre i gli addicted (dipendenti o consumatori regolari) sono inviati alla "Commissione per disincentivare il consumo di droga", formata da un giudice, uno psicologo e un assistente sociale.  Il personale di questi servizi è addestrato psicologicamente e socialmente a misurarsi con casi di tutti i tipi, specialmente con quelli più difficili. Gli operatori hanno imparato che trattare il consumatore come un essere umano meritevole di rispetto produce risultati quasi immediati e stupefacenti. In questo modo il contatto con i consumatori è affidato non alle forze dell'ordine  ma alla responsabilità di personale specializzato; trattare i tossicodipendenti come membri a pieno titolo della società al posto  della stigmatizzazione di una accusa penale in tribunale. Si evita tutto l'armamentario consueto del sistema giudiziario e penitenziario; i membri della "Commissione di dissuasione" vestono in modo informale, e sono tenuti per legge a rispettare in ogni momento i diritti del reo. Il consumatore non è più visto come un criminale, ma come un paziente: col risultato di spingere i consumatori problematici a rivolgersi ai servizi socio-sanitari.

Gli esiti della depenalizzazione dell'uso sono decisamente positivi; per esempio, il numero dei decessi droga-correlati, che nel corso degli anni novanta era andato aumentando, è passato da 400 nel 1999 a 290 nel 2006. E, citando ancora il rapporto, a partire dal 2001 il numero di nuovi casi di Hiv e Aids tra i tossicodipendenti è ogni anno in forte calo. "Gli esperti - spiega l'autore Glenn Greenwald - attribuiscono questi trend positivi all'aumentata capacità del governo portoghese di offrire programmi di trattamento ai cittadini: un aumento reso possibile, per svariate ragioni, dalla depenalizzazione".
I tassi di prevalenza (cioè quante persone hanno utilizzato una specifica droga durante la loro esistenza), sono scesi nella maggior parte delle categorie, rispetto ai tassi nel 1990 prima che la normativa fosse approvata. 

Una precedente relazione dalla Fondazione Beckley nel 2007 arrivava alle stesse conclusioni di Greenwald, in particolare, che la decriminalizzazione ha di fatto spostato l'attenzione su una strategia di prevenzione e di trattamento ed è riuscita a ridurre i problemi derivanti dall'uso di droga. 

In una intervista dello scorso gennaio Joao Goulao, presidente dell' Instituto de Droga y Toxicomania (IDT) ha raccontato la sua esperienza: ha cominciato ad occuparsi di tossicodipendenza, come medico, quando alla fine degli anni ottanta la droga invase la società portoghese; dopo aver seguito un corso pratico nella capitale, ha aperto un centro d'assistenza ad Algarve.  Dal 1987, e per due decenni, ha lavorato alla prevenzione, al trattamento e al reinserimento dei drogati e oggi coordina la lotta antidroga del suo Paese; da un mese l'Ue-27 l'ha eletto presidente dell'Osservatorio Europeo per le Droghe e le Tossicodipendenze (OEDT) che ha sede a Lisbona.

 All'epoca, gli ambienti più conservatori pronosticavano niente meno che l'apocalisse. "Arriveranno aerei zeppi di studenti per fumare marijuana, sapendo che non andranno in prigione. Gli promettiamo sole, spiaggia e la droga che desiderano", diceva il deputato di destra Paulo Portas. Nessuna delle terribili previsioni si è  verificata. Tutt'altro, il consumo delle droghe è diminuito, "soprattutto tra i più giovani - racconta Joao Goulao - I nostri risultati vengono analizzati in altri Paesi. Argentina, Messico e Repubblica Ceca hanno preso spunto dalla nostra linea".

Sulla stessa linea una intervista di pochi giorni fa al brasiliano  Alexandre Addor Neto, dirigente della OAS (Organization of American States), pubblicata sulla "La Voz de Galicia". Neto riferisce dell' incontro della Commissione Interamericana per il Controllo dell' Abuso di Droghe (Cicad), aderente all' IDT, svoltosi a Lugo, in Spagna, dal 21 al 23 aprile, fra sindaci e rappresentanti di 40 città e 34 paesi europei, latino americani e caraibici, per scambiarsi le esperienze in materia di riduzione della domanda di droghe.

Un' altra voce che racconta del panorama desolante che la guerra alla droga ha prodotto, dimostrandosi una strategia superata.

Riferisce l'intervista  che i tre ex presidenti latinoamericani, il brasiliano Henrique Cardoso, il messicano Zadillo e il columbiano Graviria, che già avevano lanciato un appello per la depenalizzazione dell' uso di marijuana, un anno fa a Rio De Janeiro, hanno presentato recentemente le conclusioni di una commissione regionale su Droghe e democrazia in San Paolo. Il verdetto è stato che la guerra alla droga è un fallimento; le reti di trafficanti hanno messo radici e il denaro di questo commercio illegale ha infettato la politica.  Gli ex presidenti dei tre paesi più popolosi dell' America Latina, in un programma chiamato Droghe e democrazia, propongono un punto di vista diverso del problema della droga: che il consumo sia visto più come un problema di salute pubblica che penale, che si consideri la depenalizzazione delle droghe leggere, e si continui a combattere il traffico, come un elemento essenziale della criminalità organizzata transnazionale; considerare gli effetti della corruzione nel traffico e la sua penetrazione nel campo politico. Una proposta da discutere.

 

 
Condividi e segnala Condividi e segnala - permalink - Segnala abuso
 
 
« Precedenti Successivi »