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« Una richiesta urgente – ...Intervento di Niamh East... »

Note a margine del Rapporto della Commissione Globale per le politiche sulle droghe

Post n°41 pubblicato il 29 Luglio 2011 da dinaforever

- C’è un parallelo fra i dati, forniti dall’ ONU, che aprono la
relazione della Commissione Globale per le politiche sulla droga e
quelli, italiani, provenienti dal Ministero dell’ Interno ed esposti
da Forum Droghe, Magistratura Democratica e il Gruppo Abele durante il
seminario del 10 e 11 giugno scorsi.


La Commissione Globale ci informa, con una semplicità disarmante, che
il consumo annuale di droga e “la scala globale dei mercati di droga
illegale, ampiamente controllati dal crimine organizzato, a 50 anni
dalla Convenzione Unica sugli stupefacenti delle Nazioni Unite, a 40
anni da quando il presidente Nixon lanciò la guerra alla droga del
governo nordamericano, è nei fatti cresciuto in modo spettacolare.
Mentre non sono disponibili stime esatte del consumo globale nel
periodo completo dei 50 anni, una analisi dei soli ultimi dieci anni
mostra un esteso mercato crescente e dimostra il fallimento della
guerra alla droga” e delle convinzioni di quei politici convinti “che
azioni repressive e severe per il rispetto della legge contro coloro
che sono coinvolti nella produzione di droghe, distribuzione ed uso,
avrebbero portato a una costante diminuizione del mercato delle droghe
controllate come eroina, cocaina, cannabis, e all’ eventuale avvento
di “un mondo senza droghe”.”

Dal 1998 al 2008, secondo le stime ONU, il consumo annuale di oppiacei
è passato da 12,9 milioni a 17,35 milioni, con un incremento del 34,5
%; per la cocaina l’incremento è del 27 %, da 13,4 milioni a 17
milioni; il consumo annuale di cannabis è cresciuto dell’ 8,5 %
passando dai 147,4 milioni del 1998 ai 160 milioni del 2008.

La fotografia dell’ Italia fornita dal seminario di Forum Droghe ci
propone una analisi ugualmente significativa degli ultimi 5 anni,
quanti ne sono passati dal decreto legge Fini Giovanardi, che ha
stravolto la precedente Jervolino Vassalli, reintroducendo
l’equiparazione tra droghe, cioè comprendendo la canapa nella stessa
categoria di morfina o anfetamine. I dati ufficiali ci dicono come
all'autorita' giudiziaria siano state segnalate 178.578 persone per
droga tra il 2005 e il 2010, e in 61.292 casi la sostanza in questione
era la cannabis. Ogni anno circa 40 mila consumatori sono stati
segnalati alle prefetture per uso personale: oltre il 70% erano
cannabinoidi. Nel 2010 sono aumentate del 7,12% le segnalazioni
all'autorita' giudiziaria per droga, raggiungendo il record di 39.053
persone segnalate. Piu' del 40% delle denunce (16.030) riguardava la
canapa (8.102 per hashish, 6.5556 per marijuana, 1.372 per
coltivazione).

Alcune raccomandazioni della Commissione globale sembrano riguardare
proprio l’ Italia: “Incoraggiare i governi a sperimentare modelli di
regolamentazione giuridica della droga per minare il potere del
crimine organizzato e salvaguardare la salute e la sicurezza dei loro
cittadini. Questa raccomandazione vale soprattutto per la cannabis, ma
incoraggiamo anche altri esperimenti di depenalizzazione e
regolamentazione legale, che possano raggiungere questi obiettivi e
fornire modelli per altri”; “Arrestare e imprigionare decine di
milioni di queste persone, negli ultimi decenni, ha riempito le
prigioni e distrutto vite e famiglie senza ridurre la disponibilità di
droghe illecite o il potere delle organizzazioni criminali. Sembra non
ci sia limite al numero di persone disposte a impegnarsi in tali
attività per migliorare la loro vita, provvedere alle loro famiglie, o
comunque sfuggire alla povertà. Le risorse per il controllo della
droga possono esser meglio dirette altrove.”

Fra i luoghi comuni più palesemente erronei che in terra e in ciel
semina Giovanardi c’è quello che la legalizzazione di un fenomeno ne
faccia crescere le dimensioni; così non è, nella storia, a partire
dalle guerre dell’oppio fino alla battaglia combattuta contro l’aborto
clandestino, così non è nella esperienza di tutti i giorni, così non è
nei dati che l’ONU stessa, e lo stesso Ministero italiano forniscono.
Quello che le cifre, le stime, lo studio, l’evidenza e il ragionamento
scientifico dimostrano con certezza è che, al contrario, nel governo
delle strategie e delle politiche sulla droga, la proibizione e
l’incarcerazione, il controllo e la punizione fisica, aumentano il
consumo, il mercato, l’abuso e la dipendenza.

La conclusione della sintesi della Commissione Globale per le
politiche sulla droga è lapidaria, e mi trova perfettamente concorde:
“Ora è il tempo di agire”

 - La prima raccomandazione, delle 11 contenute nel documento che la
Global Commission
ha sottoposto all'attenzione mondiale una quarantina di giorni fa, riassume efficacemente alcune tracce ricorrenti nel rapporto.

In un linguaggio semplice e ripulito dal cerimoniale, che
ricorda i documenti prodotti dai governi africani, nella sua ingenuità
politica amalgamata con una grande padronanza delle scienze umane, il
documento insiste sulla evidenza che la strategia War on drugs si è
dimostrata dannosa, oltre che inefficace, rispetto agli obiettivi,
sulla necessità di considerare i problemi sanitari oltre che quelli di
repressione del crimine, sulla condanna agli USA e agli enti
sovranazionali per il loro imperialismo nella questione e sull'
appello ai leaders politici e ai personaggi pubblici perchè escano
allo scoperto, ponendo fine all'ipocrisia e al tabù, verso un
auspicabile dibattito pubblico.

Nello squallore dei postumi della sbornia dei soldati della War on
drug, una lobby dell' oppio illegale, collusa con il traffico di armi,
droga, donne e bambini schiavi, con una subcultura fascista e mafiosa,
con un mondo politico e militare corrotto, che ha prodotto una
devastazione totale, ci sono segnali che questo dibattito si sia
aperto, grazie certo alla Global Commission, ma grazie anche ai tempi
che sono maturi per un cambiamento ( La Convenzione Unica sulle Droghe
compie 50 anni e necessita di una ordinaria riforma ) e a tutti i
movimenti sia pubblici che clandestini, di autorevoli scienziati e
consumatori pittoreschi, che per anni con sprezzo del rischio e
perizia marinaresca hanno condotto l'antiproibizionismo nella tempesta
della War on drug. Il Primo ministro ceco ha pubblicamente
riconosciuto il documento ed ha aperto il dibattito, così come è
successo in Francia ad opera dei socialisti francesi, in America e
molti paesi, dall'Australia al Brasile.

In Italia siamo sotto le forze di Giovanardi, schiacciati dalla
vergogna per le violazioni che noi sappiamo si compiono ogni giorno ai
danni dei diritti di cittadini che altra colpa non hanno se non di
coltivare una personale preferenza privata. Siccome indignata lo sono
già da troppi anni, ribelliamoci, con metodi nonviolenti, di
disobbedienza civile di massa, dialogo e informazione, in questo caso
ancora più opportuni perchè una delle armi del proibizionismo è
appunto la violenza.

- Particolarmente interessante, per l'attuale dibattito politico
antiproibizionista in Italia, è la traccia che lega strettamente,
quasi paragrafo per paragrafo, l'aspetto economico e quello sociale.

Le interdipendenze tra i due livelli risultano non tanto da una esatta
messa a fuoco dei due, ma attraverso il continuo accostamento dei
riflessi che l'uno ha sull' altro e viceversa. Ad ogni sperpero e
spreco multimiliardario, dilapidato nella War on drug, corrisponde una
devastazione sociale che tocca in primo luogo gli ultimi della
popolazione, i piccoli agricoltori, i piccoli spacciatori, le loro
famiglie; e questa è un'altra traccia che si ritrova in molti punti,
l'attenzione agli ultimi delle catene del mercato della droga, da una
parte le famiglie contadine sulle Ande, dall'altra il
tossicodipendente metropolitano. Una attenzione forse populista ma che
rende ben conto del disagio globale prodotto da cinquanta anni di
errore e della necessità e urgenza di una riforma.
Può sembrare, agli occidentali, dell' occidente benestante, che quel
richiamo al modello di membro attivo e produttivo della società sia un
po' ingenuo, data la fisiologia della devianza nelle società moderne;
si tratta di uno scettiscismo di ritorno circa la possibilità di
cambiamento e di rivoluzione, contrastato dall' affermazione che
sigilla la sintesi del documento, "Ahora es el tiempo de actuar";
oltre lo scetticismo, e il cinismo, pesa, forse, anche la mancata
conoscenza concreta e diretta del livello di degrado che la War on
drug ha prodotto.
L' indipendenza dei governi, un'altra traccia, viene richiamata, oltre
che dalla forte accusa di imperialismo sulle politiche antidroga
portata direttamente agli Stati Uniti e all'ONU, dall' insistenza
sulle variabili tra paesi, a seconda che sia prevalente l'uso, la
produzione, e/o il traffico di droga, sia in base a particolarità del
tutto specifiche; questa differenza viene sottolineata in funzione di
incoraggiamento nella sperimentazione locale e differenziata di
politiche sulle droghe, adattata alle evidenze specifiche geografiche
e sociali, senza dover sottostare a severe autorizzazioni da enti di
controllo sovranazionali. La traccia dell' attenzione alle evidenze,
che nella metodologia delle scienze umane hanno un rilievo pari
all'esperimento scientifico, dimostra lo sforzo di contributo alla
formazione di una documentazione realmente seria e scientifica, che
faccia emergere come le risorse impiegate per pesare i chili di droga
sequestrata o per cospargere di ddt vaste aree integrali del globo
potrebbero essere molto più convenientemente impiegate, con un
parallelo indubbio vantaggio sociale, nella cura delle radici delle
tossicodipendenze e dei consumi problematici, che è quanto tutti
vogliono, a parole, ottenere.
Il linguaggio, oltre che semplice e pulito, fa intravedere una grande
cautela e prudenza, e molto impegno nel perfezionamento del rapporto;
si sente la necessità di essere più il possibile inattaccabili dalle
armi che il proibizionismo mette in camppo, sempre uguali, da decenni;
pur con molta determinazione nel presentare e sostenere le tesi
esposte, la richiesta di permettere la sperimentazione di politiche
alternative che abbiano dimostrato effetti positivi sulle dipendenze e
sui consumi problematici, è minimale rispetto alla documentazione
prodotta; ai politici e all' opinione pubblica viene semplicemente
chiesto di arrendersi all'evidenza.

 
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