(continua dal precedente post) Ma la domanda che mi sorge spontanea è questa: Non è che il pubblico fiorentino con lo stadio nuovo si imborghesisce? Non c’è una risposta certa, ma il rischio esiste, anche perché già attualmente le nuove generazioni di tifosi non promettono molto bene. E’ come se uno stadio così emozionante dal punto di vista estetico oscurasse il vero spettacolo che è la partita di calcio e i suoi spettatori, perché non dimentichiamolo mai che il calcio è una storia di passione e senza il pubblico che partecipa perde tantissimo.In mio soccorso arrivano le parole di tanti esperti, di sociologi come Alessandro Dal Lago e Pippo Russo, di antropologi come Desmond Morris e Marc Augè.Si torna al tanto caro concetto di genius loci e trovo ora fondamentale inserire qui uno stralcio di una intervista fatta dalla sottoscritta a Pippo Russo, nel 2004. “(…) Lo stadio incorpora una identità, un genius loci, e capita a un club di trasferirsi da uno stadio all’altro (…). Siamo di fronte a un caso di trasferimento di una tifoseria da un luogo all’altro, pur nello stesso territorio urbano, ciò comporta un completo cambiamento dell’esperienza, perché quello (rif. Stadio di Messina) è un caso di stadio a catino, con il pubblico completamente a ridosso, lo stadio nel quale la squadra di trasferta sentiva obiettivamente la presenza del pubblico di casa. E’ una esperienza che si è già avuta una quindicina di anni fa a S. Benedetto del Tronto, il cui vecchissimo stadio era temutissimo dalle squadre avversarie perché era uno stadio con il pubblico molto a ridosso del campo da gioco, poi c’è stato il trasferimento in uno stadio polifunzionale molto freddo, che ha completamente cambiato l’esperienza della gara, è sicuramente più funzionale, ma garantisce molto meno pathos, e gli stessi tifosi vivono in modo completamente diverso la loro identità, il loro modo di esercitare la loro performance di tifoso, il loro senso di influire sul destino della partita.Oltre allo spostamento di luogo, che è anche uno spostamento di identità, torno a dire che lo stadio non è affatto un “non luogo”, è un pezzo di territorio che custodisce una identità, anche il semplice spostamento da uno stadio all’altro, nello stesso contesto urbano, comporta una ridefinizione di identità in un altro luogo ed è un processo non facile, quindi è vero che molti stadi in questo paese sono vecchi, antiquati, e sono sempre più disfunzionali, però il trasferimento da un luogo all’altro dello stesso contesto urbano comporta comunque una ridiscussione dell’identità, un tentativo di riappropriarsi di uno spazio e di farlo luogo. Il passaggio da spazio a luogo è essenziale, si lascia qualcosa che era un luogo perché custodiva una identità, si va a ritrovare uno spazio nuovo, bisogna riabituarsi, risocializzare, ricostruire dei riti in un contesto che è ancora freddo, che è ancora da investire simbolicamente, e di sicuro non è un processo facile, richiede del tempo e cambia l’identità, è un processo molto interessante dal punto di vista sociologico, col quale molte piazze faranno i conti.(…) C’è il caso dello storico stadio Wembley a Londra, demolito per costruirne uno nuovo, che per me, potevano fare a meno, con tutto quello che è costato: d’accordo hanno mantenuto il sito, ma sarà comunque un luogo diverso, l’architettura incide, è un altro luogo e pur essendo dal punto di vista topologico il medesimo spazio, il luogo cambia perché sarà costruito diversamente, non è la stessa cosa e mai lo sarà”(…).Pippo Russo, Firenze 2004.Questo per dimostrare, nel caso dello stadio nuovo di Firenze, che qualunque sarà la tipologia e l’architettura scelta e poi si spera realizzata (Fuksas o meno) nulla sarà come lo Stadio Franchi di Pier Luigi Nervi. Potrà essere migliore o peggiore, ma l’esperienza che la tifoseria fiorentina sta vivendo da molti anni e attualmente con la Curva Fiesole, la Curva Ferrovia, la Maratona, le tribune e perfino gli spazi interni per gli addetti ai lavori (spogliatoi, tribuna stampa, etc), non sarà più possibile riviverla.Questo porterà senza dubbio, almeno all’inizio, alla nostalgia e a uno stato di fastidio tipico di chi si trova di fronte alla novità.Si tratta, come dice Pippo Russo, di adattarsi ai nuovi spazi, a una ridefinizione di una nuova identità, di un senso del luogo che solo con il tempo può prendere forma… la speranza è che sia possibile realizzare uno stadio funzionale e nello stesso tempo concettualmente interessante. In fondo è questa la sfida dei più grandi architetti… ed ho sempre pensato che a fare architettura debbano impegnarsi pochi eccelsi privilegiati, perché come dice Renzo Piano, un brutto libro puoi anche non leggerlo, ma un brutto edificio lo vedi per forza.La parola d’ordine, come in tutte le cose, è equilibrio… d’altronte come si può giocare con il 4-3-3 se non si assume un atteggiamento equilibrato tra i vari reparti?“Per le anime meno fortunate il calcio può essere l’unico contatto con l’estetica”Peter Handke
Guardi l'Allianz Arena e capisci che... (2)
(continua dal precedente post) Ma la domanda che mi sorge spontanea è questa: Non è che il pubblico fiorentino con lo stadio nuovo si imborghesisce? Non c’è una risposta certa, ma il rischio esiste, anche perché già attualmente le nuove generazioni di tifosi non promettono molto bene. E’ come se uno stadio così emozionante dal punto di vista estetico oscurasse il vero spettacolo che è la partita di calcio e i suoi spettatori, perché non dimentichiamolo mai che il calcio è una storia di passione e senza il pubblico che partecipa perde tantissimo.In mio soccorso arrivano le parole di tanti esperti, di sociologi come Alessandro Dal Lago e Pippo Russo, di antropologi come Desmond Morris e Marc Augè.Si torna al tanto caro concetto di genius loci e trovo ora fondamentale inserire qui uno stralcio di una intervista fatta dalla sottoscritta a Pippo Russo, nel 2004. “(…) Lo stadio incorpora una identità, un genius loci, e capita a un club di trasferirsi da uno stadio all’altro (…). Siamo di fronte a un caso di trasferimento di una tifoseria da un luogo all’altro, pur nello stesso territorio urbano, ciò comporta un completo cambiamento dell’esperienza, perché quello (rif. Stadio di Messina) è un caso di stadio a catino, con il pubblico completamente a ridosso, lo stadio nel quale la squadra di trasferta sentiva obiettivamente la presenza del pubblico di casa. E’ una esperienza che si è già avuta una quindicina di anni fa a S. Benedetto del Tronto, il cui vecchissimo stadio era temutissimo dalle squadre avversarie perché era uno stadio con il pubblico molto a ridosso del campo da gioco, poi c’è stato il trasferimento in uno stadio polifunzionale molto freddo, che ha completamente cambiato l’esperienza della gara, è sicuramente più funzionale, ma garantisce molto meno pathos, e gli stessi tifosi vivono in modo completamente diverso la loro identità, il loro modo di esercitare la loro performance di tifoso, il loro senso di influire sul destino della partita.Oltre allo spostamento di luogo, che è anche uno spostamento di identità, torno a dire che lo stadio non è affatto un “non luogo”, è un pezzo di territorio che custodisce una identità, anche il semplice spostamento da uno stadio all’altro, nello stesso contesto urbano, comporta una ridefinizione di identità in un altro luogo ed è un processo non facile, quindi è vero che molti stadi in questo paese sono vecchi, antiquati, e sono sempre più disfunzionali, però il trasferimento da un luogo all’altro dello stesso contesto urbano comporta comunque una ridiscussione dell’identità, un tentativo di riappropriarsi di uno spazio e di farlo luogo. Il passaggio da spazio a luogo è essenziale, si lascia qualcosa che era un luogo perché custodiva una identità, si va a ritrovare uno spazio nuovo, bisogna riabituarsi, risocializzare, ricostruire dei riti in un contesto che è ancora freddo, che è ancora da investire simbolicamente, e di sicuro non è un processo facile, richiede del tempo e cambia l’identità, è un processo molto interessante dal punto di vista sociologico, col quale molte piazze faranno i conti.(…) C’è il caso dello storico stadio Wembley a Londra, demolito per costruirne uno nuovo, che per me, potevano fare a meno, con tutto quello che è costato: d’accordo hanno mantenuto il sito, ma sarà comunque un luogo diverso, l’architettura incide, è un altro luogo e pur essendo dal punto di vista topologico il medesimo spazio, il luogo cambia perché sarà costruito diversamente, non è la stessa cosa e mai lo sarà”(…).Pippo Russo, Firenze 2004.Questo per dimostrare, nel caso dello stadio nuovo di Firenze, che qualunque sarà la tipologia e l’architettura scelta e poi si spera realizzata (Fuksas o meno) nulla sarà come lo Stadio Franchi di Pier Luigi Nervi. Potrà essere migliore o peggiore, ma l’esperienza che la tifoseria fiorentina sta vivendo da molti anni e attualmente con la Curva Fiesole, la Curva Ferrovia, la Maratona, le tribune e perfino gli spazi interni per gli addetti ai lavori (spogliatoi, tribuna stampa, etc), non sarà più possibile riviverla.Questo porterà senza dubbio, almeno all’inizio, alla nostalgia e a uno stato di fastidio tipico di chi si trova di fronte alla novità.Si tratta, come dice Pippo Russo, di adattarsi ai nuovi spazi, a una ridefinizione di una nuova identità, di un senso del luogo che solo con il tempo può prendere forma… la speranza è che sia possibile realizzare uno stadio funzionale e nello stesso tempo concettualmente interessante. In fondo è questa la sfida dei più grandi architetti… ed ho sempre pensato che a fare architettura debbano impegnarsi pochi eccelsi privilegiati, perché come dice Renzo Piano, un brutto libro puoi anche non leggerlo, ma un brutto edificio lo vedi per forza.La parola d’ordine, come in tutte le cose, è equilibrio… d’altronte come si può giocare con il 4-3-3 se non si assume un atteggiamento equilibrato tra i vari reparti?“Per le anime meno fortunate il calcio può essere l’unico contatto con l’estetica”Peter Handke