Creato da scrittocolpevole il 15/02/2007

LA COLPA DI SCRIVERE

per sviluppare un'idea, ovvero arte e poesia e letteratura e...

 

 

VEDERE PAROLE

Post n°776 pubblicato il 28 Ottobre 2019 da scrittocolpevole
 
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Parole mutanti      

 

 

Vedere Parole. Giusto. Giustissimo. Nessun altro titolo poteva essere più perfetto, per “chiamare” la mostra da poco conclusasi a Rossano e ospitata dal 21 settembre al 20 ottobre nel Complesso Monumentale di San Bernardino.

            Una mostra di libri d’artista, ispirata al Codex Purpureus Rossanensis, voluta dalla tenace Ombretta Gazzola, presidente della Biblioteca Minnicelli e da lei curata insieme a Teo de Palma, che ha portato a Rossano le opere di oltre settanta artisti, provenienti da ogni parte d’Italia e da tante altre nazioni del nostro grande pianeta, forse attratti dal fascino del Codex e dal tema proposto, coinvolgente e fascinoso.

            Non starò qui a parlare del Codex o del libro d’artista. E nemmeno indugerò a fare analisi delle opere esposte. Non ne avrei neppure le competenze.

            Quindi ritorno all’inizio. Perché Vedere Parole è un titolo tanto perfetto? La risposta, almeno per me, è molto più semplice di quanto possa sembrare. Le parole, prima di ascoltarle con le orecchie, e prima ancora di pronunciarle con la bocca, anche se è un meccanismo di cui non ci rendiamo conto, vengono visualizzate nel cervello, che è l’organo che ci mette in contatto con il mondo e ci permette di comunicare. Ma, nessuna preoccupazione, non starò qui ad annoiare con teorie e esperimenti scientifici, oramai conclamati e pur sempre in perenne evoluzione. Forse, potrei solo aggiungere, che una parola è un semplice insieme di segni convenzionali, ai quali attribuiamo un suono, che accostati tra di loro, probabilmente per comodità, diamo un significato. Ma questo lo sanno, o almeno dovrebbero saperlo, tutti. E tale, forse nemmeno complicato, sistema di codifica, per essere decodificato ha bisogno di vedere e ideare forme e immagini, piuttosto che ascoltare. Come dire che, un insieme di segni a cui abbiamo dato un nome e poi un significato, non è altro che la lingua, o le lingue, che parliamo.

            Ma ora bisogna ritornare al Codex e alla mostra. Il sottotitolo dell’evento, è Il sacro nell’Arte, che mi sembra il vero motivo per cui tanti artisti sono stati chiamati a riunirsi con le loro opere.

            Però, per avere un’idea del sacro, bisogna profanare il Tempio, per scoprire se il Tempio è abitato solo da mercanti o da specie diverse, che hanno fiducia del bello, dell’arte, del futuro. Forse anche sperando, segretamente, di scoprire in qualche polverosa sagrestia, un altro Codex, forse anche più bello, più minuzioso, più vitale di quelli che già conosciamo.

            E mentre compio la prima profanazione, ecco che è già pronta la seconda, che mi permette di tornare al Codex Rossanensis, e dico che se quel Codex è tra i più antichi manoscritti miniati del Nuovo Testamento, posso tranquillamente dire che è un antenato illustre del “moderno” fumetto. E questa che, ai molti, sembrerà uno sproposito, mi serve per portare il discorso, su quello che mi interessa: come mai un reperto, certamente antico, ma nemmeno troppo, l’ipotesi più accreditata è che risalga al VI secolo, mutilato nel corpo, orfano, di incerta provenienza, attrae ancora, oltre che gli esperti e gli appassionati e i devoti, artisti di ogni estrazione e cultura, e li invoglia a produrre altri “oggetti” d’arte, attraverso i quali sono riusciti a esprimere la loro profondità, la loro angoscia di vivere, il loro dolore, la loro umanità, in una sola parola il loro ”sacro”, dando forma a manufatti d’ineffabile identità, usando tecniche e materiali tra i più disparati?

            Qualcuno mi dirà che la domanda è oziosa, specialmente lo diranno gli amanti del nuovo Rinascimento, che si elevano al rango di arbitri del bello e del non bello e hanno nel gattopardismo il loro punto di riferimento, e costruendo tante piccole torrette d’avorio, indicano una strada di presunta nobiltà e eleganza che dovrebbero percorrere l’arte e il sapere, ma poi non sanno distinguere la televisione da un televisore.

            Una strada, quella, inutile ma molto pericolosa, che conduce solo a vuoti di pensiero e di libertà. Per questo, la domanda, necessita di una risposta.

            Allora, per dare una risposta, che possa soddisfare almeno me, continuo con la profanazione e dico — se poi qualcuno può dimostrarmi il contrario, me lo dirà —  che il Codex di Rossano, spogliato da ogni significato religioso e mistico, è solo un media (o se preferiamo, un medium). E con questo, avrei già risposto, ma forse è giusto aggiungere che l’uomo è solo un animale che, come tutti gli animali, comunica e ha sviluppato i suoi specifici codici, per mettersi in relazione col mondo e con gli altri. Quindi, non deve meravigliare se tanti artisti, hanno creato altri media rifacendosi al Codex. È noto il fattore d’ereditarietà, che gli addetti ai lavori avrebbero dovuto almeno sentito nominare. Ogni media trasmette qualcosa ai media che verranno dopo e ogni nuovo media, eredita qualcosa dai media che lo hanno preceduto.

            Poi, ognuno, in base al suo orizzonte d’attesa, “leggerà” quello che vorrà e sarà capace di leggere. Tenendo presente che davanti a un testo, a un’opera d’arte, davanti a qualsiasi cosa la realtà ci mette a contatto, c’è sempre un livello di precomprensione che non va sottovalutato e va sempre migliorato.

            Questo mi permette di rassicurare Ombretta, che nella sua accorata nota di presentazione al catalogo della mostra, dà a divedere la sua preoccupazione, o convinzione, che la comunicazione elettronica e virtuale, sostituirà presto la comunicazione veicolata per via cartacea, e quindi solo il libro d’artista continuerà a avere un senso.

            Tale fatto non potrà accadere, non si conosce media, a iniziare dal corpo che è il primo media conosciuto, passando dai graffiti delle caverne preistoriche, o pre-storiche, come qualche raffinato intellettuale ama dire, arrivando ai papiri, alle pergamene, e via elencando, si è mai “estinto”, ma tutto si è sempre evoluto e trasformato, e il “nuovo” sempre si arricchisce col “vecchio”. È la teoria della “ri-mediazione”, anticipata da McLuhan e sviluppata in anni più recenti da Jay David Bolter e Richard Grusin, secondo la quale i media attingono sempre da linguaggi e mezzi di comunicazione già “operativi” nella società. Fenomeno che porta al cosiddetto processo di transcodifica, il quale trasforma un oggetto in un altro formato e permette la convergenza di più media, in un altro e diverso media, più pratico, più ricco, più veloce, più efficiente.

            Una prova tangibile è proprio il passaggio dal “volumen” al “quaternio”, che non è altro quello che noi oggi chiamiamo codice o libro. E questa “rivoluzione” la dobbiamo essenzialmente alla civiltà cristiana, che aveva l’esigenza di “diffondere” la parola di Dio, in formato più conveniente e più facilmente trasportabile.

            Certamente, ogni novità, crea problemi, perplessità, dubbi, e oggi, arrivati a internet e al cellulare, che è uno strumento assolutamente convergente, siamo riusciti a colmare quell’ignoranza informativa, che ancora in tempi piuttosto recenti, ci affliggeva, ma si corre il rischio di creare una forma d’ignoranza elaborativa, dovuta alla velocità dell’informazione e alla sovrabbondanza di informazioni che ci arrivano, dandoci l’impressione di avere arricchito la propria enciclopedia personale. Questo è un “difetto”, comunque, da non imputare al mezzo, ma solo e esclusivamente al “lettore finale”, che crede di sapere, ma non sa rendersi conto, o non gli permettono di prendere coscienza, che non sa di non sapere, sommerso di informazioni, spesso inutili, e sempre incalzato a fare tutto sempre più in fretta.

            Ed ecco che si ritorna all’antico. Se i nuovi media li utilizziamo, sfruttando l’esperienza e i “saperi” del passato, scegliendo di essere liberi e critici, nessun media nuovo, metterà in pericolo nessuna forma di espressione, e il libro resterà libro, l’arte resterà arte, la poesia resterà poesia e forse riusciremo a “vedere”, non solo le parole, ma addirittura l’infinito e l’eternità e finanche il “multiverso”, ipotizzati dalle scienze. Dopotutto, scienza e immaginazione, camminano di pari passo.

            In fondo, e qui è necessario fare un’ultima profanazione, si tratta di recuperare la nostra “animalità”, piuttosto che la nostra “umanità”, abbandonando le nostre posizioni antropocentriche e logocentriche, per sentirci parte di un “tutto”, davvero infinito, eterno e sacro.

            Se capiremo, e se i signori della vita ci permetteranno di capire, che tutto vive e comunica e che la parola rappresenta solo l’uno per cento della comunicazione umana, forse potremo finalmente sentirci parte di un universo che adesso ci sembra sproporzionato, a confronto con le nostre capacità e conoscenza. E in quel momento, potremmo scoprire la nostra sacralità, fatta di realtà e immaginazione.

            È un impegno personale, ed è un impegno collettivo. Ho già detto quello a cui, secondo me, dovremmo rinunciare, e se aggiungo che se la “società”, invece del profitto, offre a ogni singolo occasioni come la mostra, dalla quale tutto questo discorso ha preso avvio, forse posso anche concludere che finalmente potremo guardare al di là delle parole e di ogni orizzonte.

 

Sibari ottobre 2019

Alfredo Bruni

 
 
 

PREMIO CASSANO 2019

Post n°775 pubblicato il 12 Ottobre 2019 da scrittocolpevole
 

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AQUILONI

 
 
 

SIBARI ART FEST 11^ EDIZIONE 2019

Post n°773 pubblicato il 20 Agosto 2019 da scrittocolpevole
 

sibari art festival 11° ed 2019

 
 
 

PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE CORONA IV EDIZIONE

Post n°772 pubblicato il 08 Dicembre 2018 da scrittocolpevole
 
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PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONAKE

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IL PIEGHEVOLE

il pieghevole

 

Un nuovo foglio di letteratura e arte nasce in Calabria, frutto della collaborazione tra Giovanni Spedicati, editore della Mongolfiera, Maria Credidio, responsabile della Biennale di Arte Contemporanea Magna Grecia di San Demetrio Corone, Salvatore La Moglie, scrittore, Gianni Mazzei, narratore, saggista e poeta, Salvatore Genovese, scrittore e poeta, Paolo Pellicano e Alfredo Bruni, de La Colpa di Scrivere.

 

Il comitato dei curatori è composto da: Mimmo Aloise, Alfredo Bruni, Romilda Ciardullo, Salvatore Genovese, Gianni Mazzei, Paolo Pellicano.
 

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