AKHENATON49

LIFT THEATRE


Una delle mie passioni è il Teatro. Mi piace vederlo, ma soprattutto farlo. Il livello è decisamente amatoriale e non ho alcun titolo per dare definizioni, istruzioni e consigli. Quello che dico è soltanto ciò che ho capito in vari anni di frequentazione, anche se non continuativa, del mondo del teatro.Recitare è una cosa strana. Prima di tutto non tutti ci sono “naturalmente” portati, anche se la scuola, una buona guida,  lo studio della tecnica  e l’esperienza sul campo possono dare un grande aiuto per migliorarsi. Se dovessi fare in poche parole un identikit di colui che, secondo me,  può avere maggiori possibilità per diventare un buon attore, qualora ne abbia l’aspirazione, potrei dire: timido, introverso, disposto più ad ascoltare che a parlare, grande osservatore della realtà che lo circonda e dei propri simili, non egoista, capace di immedesimarsi nelle situazioni altrui senza far sempre prevalere la preoccupazione delle proprie. Quante volte mi è capitato di vedere persone estroverse, brillanti, nella vita di tutti i giorni, in grande difficoltà sulla scena, incapaci di sostenere l’esame di un pubblico, incapaci di compiere gesti naturali, goffi, pieni di preoccupazioni e di paure. Dall’altro lato, persone apparentemente timide e riservate, lasciarsi andare nel più completo abbandono, all’interpretazione di personaggi che in quel momento non rappresentavano più loro stessi e per i quali non percepivano più la loro diretta responsabilità nei confronti degli altri.Lascio ad altre occasioni l’approfondimento dei tanti temi che l’argomento mi sollecita, per soffermarmi un po’ sulla capacità di osservazione della realtà come fonte inesauribile di spunti e di idee per il teatro e desidero accennare al più piccolo teatro del mondo moderno:                          L’ASCENSORE
Peccato che gli edifici da noi non siano sufficientemente alti da consentire agli ascensori lunghi trasferimenti ascendenti e discendenti. Per fortuna le fermate ai piani allungano i tempi di permanenza ed inseriscono di volta in volta sempre nuovi personaggi che arricchiscono la pièce di nuove vicende. I comportamenti in ascensore si svolgono spesso secondo un copione non scritto ma preciso. Il tutto dipende dal fatto che l’orizzonte visivo si limita a un metro, massimo due. La presenza di ascensori trasparenti e panoramici rovina, di molto, l’effetto teatrale, consentendo allo sguardo di espandersi anche al di fuori dell’angusto spazio. Negli ascensori chiusi, invece, è diverso: il mondo è tutto lì. Se sei solo è tutto più facile. Spesso c’è uno specchio; guardi se sei a posto, magari fai anche qualche smorfia da scemo e poi aspetti. Se invece ci sono altri la cosa si complica. Viene prima espletata la  formalità più semplice della selezione del piano. Quasi con disappunto, noti che qualcuno ha già premuto il tuo piano. E ora che faccio? La marca, la portata dell’ascensore in Kg e in numero di persone, la Società che fa la manutenzione, ti impegnano per qualche secondo, purchè una testa non ti impedisca la lettura. E poi? Guardare subito in faccia le persone? Non se ne parla nemmeno. Prima, diamo un’occhiata in alto: a parte seguire i numeri dei piani che scorrono, nient’altro di interessante. Lo sguardo scende lentamente, finchè incroci altri occhi intenti a guardare in alto. Allora scendi precipitosamente come per guardarti i piedi,  con la testa piegata ma con gli occhi girati in su. Lentamente cerchi un punto neutro e lo inquadri. L’ampiezza del campo visivo ti consente di vedere anche qualche altra cosa oltre all’anonimo pezzetto di parete che stai guardando. Intravedi un uomo che sta arrivando al suo piano e si è preparato molto per tempo davanti alla porta scorrevole con un viso disteso che sembra dire: "Finalmente ce l’ho fatta!". Vedi una signora che a testa bassa sta cercando qualcosa nella borsetta, magari semivuota, tanto si sa che trovare qualcosa in una borsa da donna richiede tempo. Un altro si alza e si riabbassa nervoso sui tacchi come se l’ascensore lo stesse portando all’appuntamento più importante della sua vita. Un altro ha un lampo di genio e si ricorda che ha un orologio al polso, perché non guardarlo? Due secondi guadagnati! Poi c’è il frettoloso maleducato che vede arrivare qualcuno di corsa che cerca di salire e finge di non sapere come bloccare la porta che si sta chiudendo impietosamente. Per fortuna c’è anche il gentile che, per educazione o per galanteria,  offre il suo aiuto, magari soltanto per premere il pulsante del tuo piano. Chi viaggia in coppia è un privilegiato. Due parole da scambiare, anche stupide, le trovi sempre. Gli altri, che si arrangino! Se poi c’è un bambino o un cagnolino, il problema è risolto. Tutti si scoprono improvvisamente amanti di bambini e di cani e vi si attaccano come ad una ciambella di salvataggio: finalmente possono guardare, ammiccare, sorridere, almeno per un piano o due. Dinamiche particolari si innescano poi se i passeggeri sono due, magari di sesso diverso. Questo divertente spezzone Sordi-Sandrelli è un esempio (anche se in questo caso c'era il blocco dell'ascensore che aveva portato una dilatazione dei tempi). In certi casi mi è capitato ad esempio di intravedere nella lei di turno uno stato di disagio e di agitazione, come se di fronte a lei ci fosse stato un sicuro maniaco esibizionista. Eppure non avevo neppure il classico impermeabile, dotazione indispensabile in questi casi! Si potrebbe continuare, ma rischio di annoiare. Per concludere si può dire che siamo di fronte ad un teatro nel quale sono rispettate scrupolosamente (addirittura ridotte ai minimi termini possibili) le c.d. regole aristoteliche dell'unità di tempo, di luogo e di azione e in cui tutti i personaggi indossano per l'occasione una propria maschera. Chi pensava che un ascensore fosse una specie di "tragedia greca"?E a voi che cosa è capitato in ascensore?