(Parto per il mare, a dispetto del tempo (qui piove). Ci vediamo lunedì, fate i bravi e non sporcate per terra. Vi lascio a farvi compagnia una cosa scritta tempo fa per un amico carissimo scrittore che ultimamente ho perso un po' di vista. Dovesse leggere, sappia che gli voglio bene. Baci a tutti.)Al Conte Dracula, alcuni anni fa.Ho aspettato un intero pomeriggio, quel giorno di luglio dell'anno appena trascorso, la valigia nella mano, in piedi sul marciapiede a fare su e giù, scavando solchi che nemmeno Paperino... E mi dicevo, ora verrà, sarà lui, è quello là in fondo, ma niente, nessuno. Tu non sai la mia rabbia (ora la sai). A cosa erano valse, pensavo, tutte le mie parole, tutti quei gran complimenti, citare persino Calvino (Italo, non il ginevrino): da solo come un barbone, a guardare le macchie del marciapiede. Eppure ricordavo le tue parole, "ti prendo e ti porto giù al mare, a Torvajanica, oppure su a Chioggia, non baderò a spese, ah, l'amore, l'amore...", e mi sfinivi con le carezze e le rime che scrivevi per me. Uh, ricordo quella domenica sul litorale, t'accarezzavo una tibia mentre facevi il tuo cruciverba, e avrei voluto essere una casella - bianca, non nera- perché la tua biro calcasse sopra il mio corpo. La biro di Dracula usava di me! Ma solo cattivi pensieri, quel giorno, nel caldo di luglio, nemmeno un'orzata, nemmeno un ghiacciolo al tamarindo. Da solo, da solo... A un certo punto, sia stata la gonnella hawaiana che mi ero messo, o forse il doppio piercing alla guancia sinistra, o ancora lo smalto alle unghie dei piedi, chissà, si son fatti vicini pure due bruti, sopra una cabrio di non-so-più-che-marca, e mi hanno proposto di andare con loro. E io ho risposto che se ne andassero, che ero un ometto, "ma nessuno è perfetto" (vabbe', era scontata, ma pensa che caldo faceva quel giorno di luglio!), che non mi davo al primo venuto. Che avevo un Conte che mi aspettava, rozzi plebei. Per tutta risposta m'hanno gridato una cosa che al solo pensarla mi sento ancora avvampare... Ho atteso, aspettato, ancora e ancora e ancora. Ma niente. Non ti sei fatto vedere. Così son tornato verso il mio condominio, trascinando una valigia pesante come una metafora sbagliata. Nel soggiorno l'ho aperta, la mia valigia, ho allineato magliette e costumi dentro i cassetti, mi son fatto un litro di uischi di malto, ho accarezzato il libro di Carver che avevo comprato per te, ho pianto, ho messo Tom Waits, ho giocato un po' con secchiello e paletta, che non avrei usato nemmeno quell'anno. Poi, verso sera, sono sceso per strada e mi son perso in mezzo ai passanti. Ho visto mario appoggiato al lampione, fuori dal bar, mi son fatto un campari col bianco, e ho pianto, ho pianto di nuovo, sognando conti, baroni, nobili dal largo sorriso, che la sorte, ahimè, ancora una volta negava... Se non vuoi vedere il mio quore spaccarsi in più parti, ti prego, ritorna Conte anche solo un minuto, ritornalo e dimmi che quel pomeriggio non l'hai fatto apposta, che t'è caduto un mattone sul capo, che hai partorito - inconsapevole - otto gemelli siamesi, che ti hanno ibernato contro la tua volontà, svegliandoti solo ieri mattina. Inventa una scusa, una qualsiasi, anche non plausibile, e dimmi che m'ami, oh sì, come facevi in quei giorni di luglio, così appiccicosi, quando guardandomi nel fondo degli occhi, con voce da Conte, dicevi, "qui sul mio petto, oh puzzleby!". (Alcuni anni dopo)Poi mi sono addormentato (m'ero disteso sul letto sfatto, sfatto il letto e sfatto me giacente disteso) e t'ho sognato, che venivi verso di me sulla tua kawasaki nera, nel tuo giubbottone di pelle nera, con gli occhi scuri e i capelli neri per metà. A dire il vero, occhi e capelli li ho visti quando ti sei poi tolto il casco, accipicchia, ma tu sai che le cose nei sogni partecipano della stessa natura dei sogni. E sono corso verso di te, incespicando per la commossione. Portavo addosso una giacchetta verdemotiva, che mi ricordava il colore della lambretta di mio zio Mario. Tu l'hai indicata e ti sei messo a ridere e hai detto "sei proprio un bieco turista patano, con la tua giacchetta verdelambretta e il marsupio, vergogna!". Ma prima t'eri tolto il casco, appunto, passato la mano nei capelli-neri-a-metà, disteso le rughe, sorriso, sorriso come l'attore feticcio di Truffaut con cinque sei anni di più. E io, che gli anni li porto assai meglio di te, non negare, t'ho abbracciato, t'ho toccato, t'ho baciato e ho pensato, tutto in un attimo, che tutto quello che avrei voluto dirti e farti era come costretto in quell'abbraccio, e in quel bacio, e tutto quello che ci saremmo detti e fatti poi, che t'avrei detto e fatto, beh, sarebbe stata solo una cosa sbiadita, al confronto. Perché ricordavo, nel sogno, di essere stato lontano da te per tanti anni, e di non averti scritto, di non averti telefonato, e a volte, per lunghi tratti, di non averti nemmeno pensato. Mentre vivevo la mia comune vita distratta. E tu la tua, forse. Ho come pensato, nel sogno, che pure nei sogni ero banale sentimentale, perché sentivo, confusamente, che fa male avere cose da dire e da fare e non riuscirci, per tutta una serie di motivi che io, anche volendo, non saprei spiegare. Poi abbiamo passeggiato, per le vie di una città che non conoscevo, e abbiamo parlato di chissà che. Le parole nel sogno non le sentivo. solo ricordo che mi indicavi le cose e il senso era che tu, in quelle cose, ci eri nato e ci vivevi. Io guardavo tutto e leccavo un cono gelato fragola e cocco. C'era la gente che passava, c'era il cielo pulito di Giugno e un fiume verde scuro che mi faceva paura. Porca puttana, anche nei sogni le cose finiscono. A dire la verità, non ho mai sopportato i sogni, e nemmeno di parlarne. Ma oggi è diverso perché nel sogno c'eri tu. Ma poi sei finito, ti sei allontanato e t'ho visto di spalle che partivi. Hai detto solo, ed è l'ultima cosa che ricordo, che tu non amavi gli addii tristi e strappacose dal quore. E sei stato veloce, con quel tuo giubbotto e la kawasaki. Allontanato nella tua vita distratta che, me ne devo fare una ragione, non è la mia. Poi mi sono svegliato con la bocca amara, e mi scappava pure la pipì. Nel pomeriggio, rovistando tra vecchie carte, ho trovato proprio per caso un pezzetto di cartone con sopra stampato 'birra vattelapesca' e c'era scritto di tuo pugno ''avrei voluto regalarti qualcosa, ma ti dovrai accontentare di questa mia gioia". Che poi è l'unica cosa tua scritta di tuo proprio pugno che mi hai lasciato, e che mostrerò a tutti, orgoglioso, il giorno in cui diventerai uno scrittore ricco e famoso.
T'amai in tempi non sospetti.
(Parto per il mare, a dispetto del tempo (qui piove). Ci vediamo lunedì, fate i bravi e non sporcate per terra. Vi lascio a farvi compagnia una cosa scritta tempo fa per un amico carissimo scrittore che ultimamente ho perso un po' di vista. Dovesse leggere, sappia che gli voglio bene. Baci a tutti.)Al Conte Dracula, alcuni anni fa.Ho aspettato un intero pomeriggio, quel giorno di luglio dell'anno appena trascorso, la valigia nella mano, in piedi sul marciapiede a fare su e giù, scavando solchi che nemmeno Paperino... E mi dicevo, ora verrà, sarà lui, è quello là in fondo, ma niente, nessuno. Tu non sai la mia rabbia (ora la sai). A cosa erano valse, pensavo, tutte le mie parole, tutti quei gran complimenti, citare persino Calvino (Italo, non il ginevrino): da solo come un barbone, a guardare le macchie del marciapiede. Eppure ricordavo le tue parole, "ti prendo e ti porto giù al mare, a Torvajanica, oppure su a Chioggia, non baderò a spese, ah, l'amore, l'amore...", e mi sfinivi con le carezze e le rime che scrivevi per me. Uh, ricordo quella domenica sul litorale, t'accarezzavo una tibia mentre facevi il tuo cruciverba, e avrei voluto essere una casella - bianca, non nera- perché la tua biro calcasse sopra il mio corpo. La biro di Dracula usava di me! Ma solo cattivi pensieri, quel giorno, nel caldo di luglio, nemmeno un'orzata, nemmeno un ghiacciolo al tamarindo. Da solo, da solo... A un certo punto, sia stata la gonnella hawaiana che mi ero messo, o forse il doppio piercing alla guancia sinistra, o ancora lo smalto alle unghie dei piedi, chissà, si son fatti vicini pure due bruti, sopra una cabrio di non-so-più-che-marca, e mi hanno proposto di andare con loro. E io ho risposto che se ne andassero, che ero un ometto, "ma nessuno è perfetto" (vabbe', era scontata, ma pensa che caldo faceva quel giorno di luglio!), che non mi davo al primo venuto. Che avevo un Conte che mi aspettava, rozzi plebei. Per tutta risposta m'hanno gridato una cosa che al solo pensarla mi sento ancora avvampare... Ho atteso, aspettato, ancora e ancora e ancora. Ma niente. Non ti sei fatto vedere. Così son tornato verso il mio condominio, trascinando una valigia pesante come una metafora sbagliata. Nel soggiorno l'ho aperta, la mia valigia, ho allineato magliette e costumi dentro i cassetti, mi son fatto un litro di uischi di malto, ho accarezzato il libro di Carver che avevo comprato per te, ho pianto, ho messo Tom Waits, ho giocato un po' con secchiello e paletta, che non avrei usato nemmeno quell'anno. Poi, verso sera, sono sceso per strada e mi son perso in mezzo ai passanti. Ho visto mario appoggiato al lampione, fuori dal bar, mi son fatto un campari col bianco, e ho pianto, ho pianto di nuovo, sognando conti, baroni, nobili dal largo sorriso, che la sorte, ahimè, ancora una volta negava... Se non vuoi vedere il mio quore spaccarsi in più parti, ti prego, ritorna Conte anche solo un minuto, ritornalo e dimmi che quel pomeriggio non l'hai fatto apposta, che t'è caduto un mattone sul capo, che hai partorito - inconsapevole - otto gemelli siamesi, che ti hanno ibernato contro la tua volontà, svegliandoti solo ieri mattina. Inventa una scusa, una qualsiasi, anche non plausibile, e dimmi che m'ami, oh sì, come facevi in quei giorni di luglio, così appiccicosi, quando guardandomi nel fondo degli occhi, con voce da Conte, dicevi, "qui sul mio petto, oh puzzleby!". (Alcuni anni dopo)Poi mi sono addormentato (m'ero disteso sul letto sfatto, sfatto il letto e sfatto me giacente disteso) e t'ho sognato, che venivi verso di me sulla tua kawasaki nera, nel tuo giubbottone di pelle nera, con gli occhi scuri e i capelli neri per metà. A dire il vero, occhi e capelli li ho visti quando ti sei poi tolto il casco, accipicchia, ma tu sai che le cose nei sogni partecipano della stessa natura dei sogni. E sono corso verso di te, incespicando per la commossione. Portavo addosso una giacchetta verdemotiva, che mi ricordava il colore della lambretta di mio zio Mario. Tu l'hai indicata e ti sei messo a ridere e hai detto "sei proprio un bieco turista patano, con la tua giacchetta verdelambretta e il marsupio, vergogna!". Ma prima t'eri tolto il casco, appunto, passato la mano nei capelli-neri-a-metà, disteso le rughe, sorriso, sorriso come l'attore feticcio di Truffaut con cinque sei anni di più. E io, che gli anni li porto assai meglio di te, non negare, t'ho abbracciato, t'ho toccato, t'ho baciato e ho pensato, tutto in un attimo, che tutto quello che avrei voluto dirti e farti era come costretto in quell'abbraccio, e in quel bacio, e tutto quello che ci saremmo detti e fatti poi, che t'avrei detto e fatto, beh, sarebbe stata solo una cosa sbiadita, al confronto. Perché ricordavo, nel sogno, di essere stato lontano da te per tanti anni, e di non averti scritto, di non averti telefonato, e a volte, per lunghi tratti, di non averti nemmeno pensato. Mentre vivevo la mia comune vita distratta. E tu la tua, forse. Ho come pensato, nel sogno, che pure nei sogni ero banale sentimentale, perché sentivo, confusamente, che fa male avere cose da dire e da fare e non riuscirci, per tutta una serie di motivi che io, anche volendo, non saprei spiegare. Poi abbiamo passeggiato, per le vie di una città che non conoscevo, e abbiamo parlato di chissà che. Le parole nel sogno non le sentivo. solo ricordo che mi indicavi le cose e il senso era che tu, in quelle cose, ci eri nato e ci vivevi. Io guardavo tutto e leccavo un cono gelato fragola e cocco. C'era la gente che passava, c'era il cielo pulito di Giugno e un fiume verde scuro che mi faceva paura. Porca puttana, anche nei sogni le cose finiscono. A dire la verità, non ho mai sopportato i sogni, e nemmeno di parlarne. Ma oggi è diverso perché nel sogno c'eri tu. Ma poi sei finito, ti sei allontanato e t'ho visto di spalle che partivi. Hai detto solo, ed è l'ultima cosa che ricordo, che tu non amavi gli addii tristi e strappacose dal quore. E sei stato veloce, con quel tuo giubbotto e la kawasaki. Allontanato nella tua vita distratta che, me ne devo fare una ragione, non è la mia. Poi mi sono svegliato con la bocca amara, e mi scappava pure la pipì. Nel pomeriggio, rovistando tra vecchie carte, ho trovato proprio per caso un pezzetto di cartone con sopra stampato 'birra vattelapesca' e c'era scritto di tuo pugno ''avrei voluto regalarti qualcosa, ma ti dovrai accontentare di questa mia gioia". Che poi è l'unica cosa tua scritta di tuo proprio pugno che mi hai lasciato, e che mostrerò a tutti, orgoglioso, il giorno in cui diventerai uno scrittore ricco e famoso.