(Ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti, compreso il sottoscritto, è puramente casuale: infatti è noto che non esisto e che sono puramente casuale)Ho ricordi lontanissimi che mi sembrano quasi filtrati attraverso le lenti colorate. Se penso ai colori penso soprattutto all'ocra e forse al nero e bianco delle piastrelle del bagno. Chiuso nel bagno, bambino di scuola elementare anni Settanta, faccio cose non ricordo esattamente cosa faccio ma in qualche modo faccio e rifaccio e comprendo che non è mica male. Cioè, io lì dentro con gli anni Settanta alla porta, la porta dal vetro smerigliato, sono in un altrove che chissà dove è finito. E' pomeriggio, al mattino sono stato a scuola e intanto nel pomeriggio faccio cose nel bagno. Ma niente di eclatante, l'eclatante verrà anni dopo. Mia mamma cuce seduta al tavolo della cucina perché è sarta, mio papà è al lavoro. Fuori dalla finestra c'è un lungo balcone siamo al secondo piano e sotto c'è un cortile. Il sole è basso forse il pomeriggio è inoltrato perché ci sono delle ombre lunghe sui tetti. Poi l'azione si sposta qualche anno più avanti, io sono più consapevole del fatto che l'organetto se vuole può alzarsi e comincio a cercare posti dove infilarlo, perché questa è una delle fisse dell'organetto, questo volersi a tutti i costi infilare. Così nella mia vita entra la donna nera. La donna nera era un manichino una specie di Venere di Milo da sarta ma senza la testa, solo un busto senza braccia gambe testa ma con seni, questo sì. Noi in casa la chiamavamo sempre la donna nera. Mia mamma mi diceva portami la donna nera e io andavo a prenderla. Stava infilata accidenti su un lungo perno di legno girevole era girevole si girava e rigirava sopra questo lungo perno di legno e mia mamma la vestiva con gli abiti che stava preparando. La donna nera infilata nel suo treppiede, nel perno in legno, girava, girava sino a compiere un giro di trecentosessanta gradi sull'asse. Capirete come la cosa mi facesse girare la testa: finii per innamorarmene. Me ne innamorai anche perché la donna nera si lasciava fare. Mica si ritraeva, macchè, una vera donna di mondo, tipo da tabarin equivoco.Essenziale, quasi scabra non si perdeva in rossetti e trucco e nemmeno esigeva in cambio anelli e collane, né che la stessi a ascoltare, niente di niente. La donna nera si avvicinava al mio ideale di donna perfetta, insomma. Ora lo scrivo anche se nella mia sensibilità di adolescente mica ce le avevo così chiare 'ste cose. Poi quando me ne stavo da solo in casa. Tipo quella volta. Ricordo perfettamente un pomeriggio di sole (c'è sempre il sole nei miei ricordi) e solitudine (anche la solitudine non manca mai è una melassa avvolgente che avvolge tutta la mia adolescenza), nessuno in casa io tornavo dall'oratorio dove avevamo giocato una memorabile partita di pallone Laika contro Soyuz (erano i nomi che si davano alle squadre negli oratori degli anni Settanta), tornavo stanco e sudato e mentre tornavo mi sentivo crescere dentro una strana voglia e pensavo alla donna nera, pensavo a noi stesi sul divano, pensavo a lei che si sfilava il perno dal foro che teneva proprio sotto l'inguine. Era una cosa molto particolare era una donna disegnata da un progettista che doveva avere avuto trascorsi nella corte della Regina Vittoria. Infatti i glutei si interrompevano come a metà, sfumavano in nulla e l'inguine finiva proprio sul più bello e sotto sul nudo legno c'era questo foro occupato per intero dal perno.Così toglievo la donna nera dal treppiede e la adagiavo carezzandola sul divano del soggiorno e poi con la complicità dell'organetto già un po' come dire, facevo altre cose che mi si capisca mica erano poi eclatanti. Non ancora. Ma insomma quel foro la ruvidezza del legno, del resto non capivo che altro si potesse fare oltre a giocare un po' col foro che altro doveva mai capitare?Cominciai a capire meglio solo alcuni anni dopo. Alle scuole medie in terza media mi si aprì non dico un mondo ma quantomeno la seconda luna di Marte. Normalmente andavo ai cessi dei maschi che erano una lunga fila di porte alle quali si accedeva tramite due tre gradini e poi come tutti passavo dei quarti d'ora a guardare i graffiti sulle porte. C'era un sacco di disegni. Non so se ancora adesso sui cessi dei ragazzini di scuola media si disegnino quelle cose. C'era tutto un fiorire di anatomie femminili, c'erano versi molto belli dedicati alle nostre insegnanti, disegnate il più delle volte in pose curiose.Soprattutto c'erano i peli, che era la cosa più strana. Il vignettista sempre si sentiva in dovere di circondare tutto quanto di peli neri ma non cespugliosi, no, erano come dei pelacci di solito simmetrici sette a sinistra sette a destra che davano comel'impressione di essere denti: da qui la paura della castrazione, come mi avrebbe insegnato anni più tardi un triste analista freudiano. Insomma era un mondo in nero del pennarello e beige della porta. C'era tutto quel che si doveva sapere, tutto l'essenziale, una specie di geografia del desiderio adolescenziale che diceva più di mille libri.Poi c'era questo mio compagno, Bici si chiamava, che era una vera teppa, molto sgamato nelle cose del mondo. Lo ritrovai anni dopo la scuola media sul pullman che portava alla visita militare e più che una teppa era ormai un delinquente già formato. Tra l'altro, scusate la digressione, Bici ebbe una breve carriera di carabiniere praticamente stroncata sul nascere. Infatti dopo la visita militare fece domanda di naja presso l'Arma e incredibilmente l'accolsero, un po' come se uno della Banda Bassotti diventasse l'aiutante del Commissario Basettoni. Peccato che, pochi giorni prima dell'ingresso nell'Arma, Bici fu beccato a rapinare i soldi di un flipper nel bar prospiciente la caserma dei caramba. Comunque fu Bici a dirmi per primo che nel bagno si poteva fare una cosa che usavano i falegnami per tagliare il legno. Sai sono stato nel bagno e insomma mi sono fatto una di quelle cose, mi disse. Io non capivo in principio che diamine significasse questo fatto di costruirsi addosso quell'utensile da falegname, mica lo capivo, so che lui ci andava spesso, nel bagno, e poi tornava e raccontava meraviglie. Che insomma lavorandoci per un po' usciva una cosa bianca e densa e tanta e spessa e si toccavano i sette cieli della beatitudine. In tutto quel periodo Bici aveva come lo sguardo del tossico e le guance incavate segno che ci dava dentro di brutto.Così provai anch'io. Decisi che era il momento un pomeriggio tornato a casa da scuola mi chiusi nel bagno di sotto quello più lontano e solitario e provai. Feci le stesse cose di un tempo, probabilmente, ma con molto più impegno. Il bagno era stato dei miei nonni, aveva la vaschetta dello sciacquone esterna che se tiravi la catena sembrava la cascata delle marmore e si portava via tutto, tutto quanto e dio bono io cercavo di immaginarmi dove tutto finisse ma non era facile per niente. C'era un finestrino scavato in un muro di quasi un metro, le pareti erano piene di sassi altro che mattoni e larghe così. Pioveva una luce quasi palpabile, da sinistra, un po' come in quel quadro di Vermeer se mi passate l'immagine. Era forse maggio. Anzi, nel ricordo sono certo che era maggio e sicuro la Madonna Pellegrina osservava e disapprovava, ma non che me ne importasse più di tanto.Io ci provavo ci mettevo impegno sudore costanza, ma niente. Era bello, sì, ma non più di altre volte. Sino a che improvvisa la cosa accadde. Si aprì non so cosa e uscì cristo santissimo uscì questa cosa bianca e densa e spessa e vischiosa e di un odore strano come di pere cotte. Mi si infilò tra dito e dito fastidiosissima e io per un attimo mi sentii perso. Non seppi che fare, immaginai fosse una punizione del cielo come se la Madonna Pellegrina proprio non avesse gradito tutto quell'impegno mal riposto. Uscì tutta 'sta cosa e non la finiva più. Vabbè sto facendo un po' di teatro ma allora mi spaventai davvero, mi spaventai e pensai che qualcosa dentro di me doveva andare per il verso sbagliato che non era possibile che da un corpicino di adolescente quattordicenne potesse uscire una cosa di quel genere.Cercai di ricompormi, mi lavai le mani e mi accorsi che la sostanza era difficile da togliere, anche col sapone, un po' come il sangue sulla chiave di Barbablù o sulle mani di Lady Macbeth, più lavavi e più resisteva. In qualche modo mi sistemai. In fretta mi feci tre volte il segno della croce e uscii trafelato e turbato dal bagno, giurando a me stesso che mai mai e poi mai avrei rifatto una cosa del genere, segno di una malattia rara e terribile che era capitata a me solo. Tipo la ginecomastia, cioè quell'insano ingrossamento dei capezzoli che può capitare ai ragazzetti e di cui io lo confesso già soffrivo. La sostanza doveva essere una punizione supplementare. Dentro di me mi dissi ecco anche questa è la ginecomastia sono un ginecomastico da cui esce una specie di composto di pere cotte che si infila tra pollice e indice. Non l'avrei fatto mai più. Mai più.In effetti nessuno mi aveva mai detto niente quindi immaginerete lo sgomento. In realtà mia mamma era quella che doveva dire le cose, e non parlo solo del sesso ma anche delle cose della vita, credo fosse proprio così. Si erano divisi i compiti lei e mio papà, anche se non so in che modo. Per dire, non so quali fossero i compiti di mio papà, perché raramente si staccava dal suo cantuccio.Una delle volte in cui se ne staccò se è concesso aprire una parentesi fu quella volta della colonia estiva. Qui ha inizio una digressione su mio papà che potete anche saltare se non ne avete voglia, non ve ne faccio una colpa. Spesso da piccolo trascorrevo le mie estati al mare presso la colonia Bonomelli di Cesenatico. Una volta usava, le grandi aziende avevano queste agevolazioni per i figli dei dipendenti e mio padre ci lavorava, lavorava a Sesto San Giovanni presso la Ercole Marelli, una azienda che occupava fino a settemila dipendenti, roba da sud est asiatico a pensarci. La Marelli organizzava queste colonie estive, come facevano anche la Falck la Breda l'Ansaldo eccetera.Si partiva tutti insieme con il pullman e la divisa aziendale (maglietta a righe bianche e blu orizzontali con stemma rosso della Ercole Marelli, pantaloncino blu per i maschi gonnellina dello stesso colore per le femmine) si partiva tutti insieme in un mattino livido di Sesto San Giovanni. Non credo di riuscire a immaginare un fatto più triste di questo: partire nel mattino livido di Sesto San Giovanni, circondato da tutte quelle fabbriche, abbandonare la mamma e il papà e abituarsi alla compagnia di sconosciuti. Per farla breve, una volta mentre stavo alla colonia mio padre mi mandò una cartolina di quelle con disegnate una bambolina che al posto degli occhi aveva dei globi di plastica trasparente e all'interno dei globi delle palline nere, in modo che a seconda di come inclinavi la cartolina pareva che la bambola guardasse in questa o quella direzione, chi è stato bambino negli anni settanta sa di cosa parlo. Su quella cartolina mio padre aveva scritto nella sua grafia incerta tutta tremolante "ti vogliamo bene", una manifestazione così accorata di affetto tanto distante dal personaggio che me la ricordo ancora adesso. Però per giustizia devo anche dire che mio papà mi ha trasmesso tutta una serie di valori i quali a mia volta sto cercando di inoculare nei miei figli. Questi valori si possono riassumere essenzialmente così.1) Mai lasciare accese le lampadine nelle stanze da cui sei uscito, in generale mai tenere accese troppe lampadine in casa. 2) Evitare di accendere e spegnere continuamente le lampadine, mio padre diceva che ogni clic dell'interruttore costava 100 lire e la cosa era davvero angosciante; ancora oggi quando spengo o accendo una lampadina calcolo mentalmente in lire quanto mi è costato; tra l'altro credo che le due regole morali appena enunciate siano in parte in conflitto tra loro: difatti ci si potrebbe chiedere, ma vale la pena spegnere le lampadine accese, dato il costo del clic? In definitiva è più conveniente lasciare accesa una lampadina inutile o spegnerla? Sono domande a cui la scienza ancora oggi non ha dato risposta. 3) Quando si apre il frigorifero, una volta tolto quel che si deve togliere, richiuderlo nel più breve tempo possibile perché sennò, parola di mio padre, si rompe. Questa faccenda del frigorifero anche per me è un'ossessione. Ogni volta che frans o stefi aprono la porta per togliere qualcosa io subito mi metto le mani nei capelli poi le alzo al cielo caccio un urlo e dico richiudete subito quel frigorifero, si rompe! L'umanità tutta sarebbe grata a chi inventasse finalmente un frigo che si potesse usare senza aprirne lo sportello. Fine della digressione su mio padre.Dunque dal bagno dei miei nonni tutto è cominciato e nonostante i miei giuramenti di allora, ancora continua. Considerato che avevo quattordici anni e oggi quaranta sono quasi trent'anni di gloriosa attività; a trent'anni ritirerò il mio trofeo una mano callosa stretta attorno a un tubo, un manufatto di quel materiale che cambiacolore e stato a seconda del tempo, azzurro e rosa se fuori piove. O viceversa.(to be continued)