(Prendo spunto da un
recente post della Donna Camèl e ci aggiungo del mio)Acqua e birra.Quando ero piccino credevo che se si bevesse dell'acqua da un bicchiere in cui era stata versata in precedenza della birra, si morisse. Era stato Marcolino a mettermi in testa questo pensiero. Ricordo che stavamo seduti su un plaid nel nostro cortile dal fondo di cemento e facevamo un picnic. C'era anche mia sorella, il mio amico Sauro e due bambini di Milano che si chiamavano Luca e Fabio. In realtà non erano di Milano, ma di Cinisello Balsamo, un paese misterioso quanto la Tortue dei filibustieri di Salgari. Cinisello Balsamo, con quel nome, era l'Oriente, qualcosa a metà tra il Katai e l'isola di Mompracem. Stimavo molto Luca e Fabio, per il fatto che avevano convissuto per anni con il cugino di Tremal Naik. Nel bel mezzo del picnic Marcolino se ne uscì con questa cosa, guai a bere da un bicchiere sporco di birra, perché l'acqua sarebbe amara e velenosa e nessun bambino potrebbe sopravvivere. A testimonianza citava un lontano cugino, che lui non aveva mai conosciuto, un tale Eugenio che aveva osato assaggiare l'intruglio mortale, ma che non era più tra noi per raccontarlo. Parola di Marcolino. Per essere ancora più precisi: parola del papà di Marcolino, che gli aveva raccontato tutta la storia.Il papà di Marcolino era un uomo basso e tarchiato che portava sempre le nazionali senza filtro (pacchetto blu) nella manica della maglietta. In più guidava il Bilico, un camion mostruoso grande quanto un Tirannosauro: c'era di che fidarsi.Avere i bambini.Quando ero piccino credevo che per avere i bambini bastasse fare l'amore una volta e poi i bimbi nascessero in sequenza casuale, a seconda del tempo e dell'umore dei genitori o forse se lo decideva Mike Bongiorno durante il Rischiatutto. Cosa fosse fare l'amore mi era più o meno chiaro, visto che ci avevano proiettato delle diapositive a scuola sulle api e sui fiori e su papà che stava disteso sopra mamma e mamma aveva un'apertura orizzontale a forma di cilindro (in sezione laterale) più o meno all'altezza del sedere e questa apertura che assomigliava a un fodero conteneva perfettamente lo spadino di papà e i due stavano distesi in attesa di chissà che scambiandosi nel frattempo un bacetto.Quindi io credevo che una volta fatta questa cosa, una volta che mamma e papà si fossero distesi e lo spadino e poi le api e fiori e il polline e i pistilli eccetera, credevo che poi non ci fosse altro da fare che affidarsi alla sorte. Devo dire che quando capii che non era così, che si trattava di ripetere, più e più volte, mi sembrò una faccenda senza senso e anche piuttosto noiosa.Reincarnazione istantanea.Quando ero piccino credevo nella reincarnazione istantanea. Era un po' come la bustina di idrolitina, se volete. Un litro d'acqua e niente gas? Semplice, bastava aggiungere una bustina di idrolitina e il gioco era fatto. Che diamine ci fosse nell'idrolitina "del Cavalier Gazzoni", non è dato sapere (e forse è meglio così e poi questa è tutta un'altra storia).Non riuscivo a convincermi di questo fatto della morte (cosa che ancora adesso non riscuote proprio tutto il mio entusiamo) e così nel mio piccolo mi ero preparato un piano che prevedeva che nessun essere umano realmente morisse, ma solo si spostasse negli occhi di un altro. E il tutto nel giro di pochi minuti. Come l'idrolitina, appunto. Doveva essere così, quando si chiudevano gli occhi e si abbandonava il proprio corpo, poco prima che arrivassero gli angeli a portarti in cielo, con uno scatto ci si calava dietro gli occhi del vicino, del compagno di scuola, dell'amico, dello zio o magari negli occhi di tutte queste persone. Era come se improvvisamente non si fosse più unici, ma molteplici. Perplesso mi chiedevo se già qualcuno non fosse nascosto dietro i miei occhi e spiasse in silenzio e piano mi convincevo che sì, quest'uno (o questi uni) già c'era. Persone che avevano abitato un altro spazio-tempo e che ora erano dentro di me. Passavo interi quarti d'ora a chiedermi come potessero coesistere due o più persone nello stesso corpo e se vedessero e sentissero le stesse cose. Allo stesso modo mi chiedevo se io ero proprio io, se ero cioè il padrone del corpo in cui stavo o solo un inquilino abusivo. E metti caso che fossi solo un abusivo, chi diamine era il proprietario? Gesùbambino.Quando ero piccino credevo di sapere dove vivesse gesùbambino. Abitava nel mio condominio, al piano di sopra. Sapevo anche che in realtà non era un bambino ma un uomo, un uomo già fatto anche se piccolissimo. Sarà stato alto un metro e quaranta. Usciva di casa tutto vestito di bianco e se ne andava via in sella a un motorino col parabrezza. Che fosse gesùbambino non c'erano dubbi. Dal piano di sopra veniva sempre una musica tipo natale, anche a ferragosto. Poi tutti i vestiti bianchi. E soprattutto i pacchi nel suo garage. Era successo una volta, qualche giorno prima di Natale. Io tornavo dal supermercato con papà e lui, gesùbambino, stava chiudendo la porta del garage. Il garage era pieno di pacchi, pacchi regalo con le carte colorate. Tantissimi, saranno stati migliaia. Non poteva essere che gesùbambino. In più, si chiamava Giosuè, chiaramente un nome di copertura per gesùbambino. "Buongiorno Giosuè", diceva mio papà quando lo incontrava. Oppure, "Buonasera Giosuè", in altre occasioni. E lui sorrideva, dondolava la testa e rispondeva sempre "Salve" e se passavo vicino mi carezzava la testa con una mano che sapeva di biscotto. In realtà non sapevo dove andasse, quando usciva col motorino tutto vestito di bianco. Una volta ci provai, a seguirlo. Con la bici, tipo che mi preparai sul portone del cortile nel quale vivevo con la mia famiglia e feci finta di stare a guardare per aria. Quando lui passò col motorino, mi ci misi dietro. Gesùbambino per fortuna non andava molto forte e così riuscii a non perderlo di vista. A un certo punto si fermò a un semaforo. Si voltò e mi vide, per quanto fossi piuttosto lontano (mi ero tenuto a una prudente distanza di sicurezza, così come avevo imparato a fare dai telefilm di "attenti a quei due" con Roger Moore e Tony Curtis, ma evidentemente gesùbambino la sapeva molto lunga). Mi fece un sorriso e l'occhiolino, come se non fosse per nulla sorpreso di vedermi. E dire che stavamo già abbastanza distanti da casa e io non ero che un bambino della terza elementare. Poi riprese la sua corsa e proseguì sino alla Casa Cantoniera. La Casa Cantoniera era una casetta tutta dipinta di rosa con scritto "Casa Cantoniera, S.S.32, Km 28,5". Mi ero sempre chiesto a cosa servisse e chi ci vivesse. Fuori dalla Casa Cantoniera c'era un omone grande e grosso con una lunga barba. Gesùbambino si fermò per un po' a parlare con lui. Capii subito che doveva trattarsi di Babbo Natale. Del resto non riuscivo a immaginare cosa facessero gesùbambino e Babbo Natale durante l'anno e così credevo giusto che un po' si frequentassero, scambiandosi le esperienze. Mi sembrava una cosa naturale. La sera lo dissi a mio papà, gli dissi papà il signor Giosuè è gesùbambino, sono sicuro l'ho visto oggi pomeriggio che parlava con Babbo Natale. Mio papà rispose che in realtà Giosuè era un infermiere, ma io ero sicuro che mentiva perché i grandi mentono sempre e non danno mai retta ai bambini.Il bambino ciliegia.Quando ero piccino credevo di essere il bambino ciliegia. Questa del bambino ciliegia era una storia che mi aveva raccontato mio zio Bruno, un uomo grande come un cactus e tutto spinoso che veniva spesso a trovarci. Quando passava per casa beveva i liquori in un bicchiere tutto smerigliato che mia mamma toglieva per l'occasione dalla credenza. In effetti se vedevi quel bicchiere per casa era segno che zio Bruno era passato. Zio Bruno aveva una grande Simca beige e lavorava al Corriere della Sera. Ho sempre creduto che facesse il giornalista, ma in realtà faceva i turni nella tipografia. Comunque mi portava sempre a casa i giornaletti, tipo il Corriere dei Ragazzi (sul quale c'era il fantastico fumetto della mummia, una specie di detective che sotto il cappello alla Bogart portava un bendaggio tutto particolare, degli occhiali scuri e una bocca che era una fessura nera). Era stato zio Bruno a dirmi che se mangiavi il nòcciolo delle ciliegie finiva che prima o poi ti venivano le guance rosse, i capelli verdi come gambi di ciliegia e foglie al posto delle orecchie e la notte ti usciva un ramo di ciliegio dalla bocca e correvi per strada al buio a suonare i campanelli delle case. Io ero ghiotto di ciliegie e alcune volte per fare presto le mangiavo a mazzi e sapete com'è, ogni tanto capita che un nocciolino vada giù. Così andai in bagno, spaventato, e mi guardai allo specchio per capire se già mi stessi trasformando nel bambino ciliegia. Mi toccai le orecchie ma erano ancora di carne umana. Le guance erano rosse, ma avevo sempre avuto le guance rosse da piccino, molto più rosse del consueto. Però altri segni evidenti non c'erano. Decisi che quella notte sarei stato sveglio per capire se il bambino ciliegia nel sonno diventasse me o io lui e se veramente si spostasse di casa in casa per suonare i campanelli.Ma non ci riuscii, non riuscii mai a stare sveglio abbastanza, anche se nei sogni ne ero quasi certo, ero quasi certo che girassi per le strade a suonare i campanelli. Mi confidai con mia sorella che dormiva nella mia stessa stanza. Mi disse che sarebbe stata sveglia per vedere se diventavo il bambino ciliegia. Infatti alcune notti più tardi mia sorella mi vide e il mattino dopo disse che mi ero trasformato. Mi ero alzato nel sonno e lei si era nascosta sotto le coperte. Per farmi vedere che ero veramente il bambino ciliegia, mi mostrò un nocciolino che, diceva, le avevo regalato.La cosa strana è che io la mattina non ricordavo niente di questi travestimenti notturni, ma il nocciolino che tenevo nel cassetto mi sembrava una prova evidente. Ogni tanto lo toglievo e lo guardavo tenendolo tra le dita. Poi piano piano, come per tutte le cose, me ne dimenticai. Mi scordai del nocciolino e del bambino ciliegia, che probabilmente continuava a mia insaputa a vivere la sua vita notturna. Fino a che, qualche tempo dopo, capitò che qualcuno, di notte, si mettesse a suonare il nostro campanello. Mio papà si svegliava e scendeva in ciabatte a vedere chi fosse, ma non trovava nessuno. Io ero parecchio turbato, perché non capivo per quale ragione mi fossi messo di punto in bianco a suonare il nostro campanello e a disturbare il sonno della mia famiglia. Ma di certo, mi dicevo, mica può saperlo il bambino ciliegia, cioè io bambino ciliegia, mica posso saperlo che questa è casa mia visto che poi al mattino nemmeno mi ricordo di essere sceso per strada a suonare i campanelli. Così tutto tremante andai da mio papà e gli dissi la verità. Gli raccontai del bambino ciliegia, gli mostrai il nocciolino e gli dissi dei campanelli. Lui mi guardò, sorrise e disse ma va là è solo una storia sarà qualche monello vedrai che ora lo dico al vigile urbano e tutto si sistemerà. E così andò dai vigili, raccontò la vicenda e loro dissero che avrebbero preso provvedimenti. Ma la storia proseguì. Non tutte le notti, ma proseguì. Era chiaro che il bambino ciliegia era molto più furbo di un qualunque vigile urbano. Mio papà dovette alla fine staccare il campanello.Svizzera.Quando ero piccino credevo che la Svizzera fosse uno stato con tanto di bandiera, ma quando mia mamma mi mise nel piatto una fettina di carne sanguinolenta dicendomi "Ecco una bella Svizzera per il mio cuoricino", capii che gli svizzeri stavano vivendo un gigantesco qui pro quo.Soddisfazioni.Quando ero piccino credevo che avrei avuto una vita ricca di soddisfazioni e a dire il vero non ho ancora smesso di crederci, solo che il tempo a disposizione si assottiglia sempre più.