La notte mi aveva sorpreso in U Bonaparta. Tredici gradi, birra scura di malto tostato, boccali sopra boccali. Non osavo alzare lo sguardo, temevo i ricordi. Con il dito tracciavo la strada, verso l'uscita su via Nerudova, ma le gambe non si muovevano, da sotto la panca. Il tempo s'era sciolto con l'alcol, colava dal legno, inzuppando piedi e calzoni. Attendevo, testardo, incapace di darmi convinto. Ancora un minuto, un minuto soltanto, dicevo guardando la porta. Arrivava, le altre volte, col sorriso dei giusti sopra la faccia. Posava le mani sulle mie spalle, senza parlare. Ci perdevamo nella città. "Separarsi e' un tuono sopra la testa", scriveva Marina Ivanovna, con le dita strette alle tempie. Mi alzai a fatica, la gola riarsa. Gettai i soldi sul banco, contro l'oste che non mi guardava. Karel, troppo bianco negli occhi, le iridi spente, non sprecava un grammo di sé: non dietro al tedio dei tanti clienti. Uscire, uscire nell'aria fredda, nel gelo invernale. Scesi la via quasi correndo, incurante di tetti e camini, della sagoma scura del ponte. La città pareva malata, malati anche i muri, le porte, e la gente che ancora passava. Odiavo i ricordi, che mi assalivano, vili, alla schiena. Era rabbia, rabbia di aver dato tanto, di aver creduto ai silenzi, agli occhi che sapevano tutto. Mi facevo piccino, ogni volta, sotto gli sguardi che mi lanciava. Allora rideva, e diceva di me come altri nessuno. Parole che non morivano, una volta ascoltate. Tattili, dentro la forma della sua pelle, bianca abbagliante, nelle sue dita, nel contorno dei fianchi. Mi esplorava con tutta se stessa, sino al mattino, lasciandomi scosso nel letto. Un pomeriggio, nel parco di Letna, stesi tra erba e mosconi, "non spendere tante parole", diceva, "la gente ha gratuiti i baci, parla troppo, crede in quello che dice". Guardando nel fitto del bosco, "amiamo l'idea che ci facciamo degli altri, amiamo solo noi stessi...". Era poi la sua lingua, i denti che picchiettavano i miei. Ricordavo ancora quel suo sapore, e con rabbia cedevo al rimpianto. Mentre scendevo, il selciato si andava sciogliendo. La testa nuotava tra birra e furore, non sentivo le gambe, il fiato bruciava la bocca. Quasi sul ponte, nella piazza che lo precede, intravidi due corpi venire verso di me. Credetti, in principio, la colpa fosse di Karel, di tutto il suo alcol. Passai la mano sugli occhi, staccai la testa dal collo, a momenti. Tesi l'orecchio, verso il rumore di quelle scarpe sopra i lastroni di pietra: il loro passo suonava stonato, come mal posto, ma l'occhio non ingannava, non questa volta. Malfermo sopra le gambe, trainato da un avambraccio di forza inumana, lo gnomo avanzava a fatica, seguendo la vecchia maliarda, dispiegatrice di specchi e di trucchi, ogni gesto posato con cura. La donna marciava, e lo gnomo opponeva la sola forza delle sue scarpe, scarpe da gnomo quindi minute, le punte a grattare l'asfalto. La donna portava sul collo un pitone, luccicante nella notte del vicolo, e parlava, parlava. Lo gnomo cercava di reggerne il bergolare, ma rispondeva tardivo a domande già vecchie di mille, perse nel cielo sopra di loro. Svoltando sotto la torre del ponte, bocca in forma d'ogiva, lo gnomo comprese che l'ora era arrivata. Il fiume imbiancava, come la birra di grano in baviera, e il vento mischiava le stelle. Le scarpe di lui, ridotte a brandelli, rivelavano dita dei piedi diacce. Nel cielo gridava una luna gigante, che la pitonessa trainava d'intorno, al guinzaglio. La luce schiariva le nuvole, rendeva visibile l'aria. Dal mio rifugio, la pancia del Turco, dalla cui cinta pendeva la scimitarra, rimasi ad osservare gli amanti, non visto. Ero dietro, ero sopra, ero accanto, ero dentro di loro. Appoggiato all'arenaria, guardando ora l'acqua, ora la luce, lo gnomo fremeva nelle labbra e nel corpo. Il freddo era uno scisma di ghiaccio, una doppia eresia. Le stelle, oh, le stelle cattive, cosi' fitte e opprimenti, di pessimo gusto, mancavano d'aria e di spazio. E la pitonessa, d'un tratto, scattò. Avvicinatasi al nano, chinò le labbra sopra di lui. Reggendosi ancora, adesso più saldo, alla pietra del ponte, lo gnomo sentiva il molle del corpo di lei, concentrato alle labbra. Come se la notte si fosse ritratta, dileguando ogni orpello, restavano le loro labbra. Tremolanti fritelle di grano: lo gnomo voleva la forza e schiacciarle, ma lei sfrigolava, arretrando un momento; lo gnomo voleva la lingua, ma non gliene dava che un tratto, la punta bagnata era tutto. S'apriva, infine, la pitonessa, benevola si concedeva, avvolgeva e si dava, le sue labbra un risucchio talmente violento! Lo gnomo si abbarbicava per non cadere. Che succedeva, che succedeva: nulla, non ricordava più nulla. La bocca, la bocca era il suo godimento. Il pitone scivolava sopra la donna. Scendeva nel seno, fin sopra la pancia. Lo gnomo osservava, con la coda dell'occhio, la lingua biforca guizzare. Avrebbe voluto, lo gnomo, avrebbe voluto che il cielo chiudesse ogni luce, che le case sulla collina alla destra del ponte diradassero la loro presenza, che l'acqua sotto di loro ponesse un freno alla corsa, che il vento cadesse, che ogni cosa fosse presente, ma in maniera diversa: soprattutto detestava la luna, indiscreta. "Vattene via, disco rotto!" gridava il nano con gli occhi. La Moldava scorreva veloce, i passanti inseguivano altri passanti: facile perdersi nello scuro dei tanti portoni. Kampa sembrava una barca, povera barca in deriva. La città brillava e dormiva, non ricordavo di averla mai vista così. Le statue del ponte, ogni statua una storia, si davan di gomito e ammiccavano rivolte ai due amanti. Giovanni Nepomuceno, ritto in piedi dietro la testa del nano, girava lo sguardo verso il Castello, cercava la lingua nel fiume. Poi d'un tratto, com'era venuta, la pitonessa s'era ritratta, lasciando poche tracce di se' nella bocca del nano. Annaspavano le dita di lui, cercando la donna, ma incontravano solo la nebbia che saliva dal fiume e i respiri dei pochi passanti. Un uomo con il soprabito, bombetta calata sul capo, gridava in tedesco, ruttando ogni tanto. Appoggiato di lato al Nepomuceno, cercava il salto dal parapetto. Lo gnomo, ancora stordito, ha guardato il selciato, ma senza vedere. Col gomito ha tolto un po' d'acqua salata dall'occhio. La pitonessa saltava d'intorno, sollevando il pitone sin sopra la testa. Lenti barluccichii andavano ora effondendosi su tutte le statue del ponte. "Ho un corpo minuto, non so trattenere i tuoi baci...", pensava lo gnomo, "ti prego, dammene un altro", gemeva rivolto alla donna. Ma lei non si dava, era tutto, e continuava a saltare. Lo gnomo torceva le mani, assordato dall'emozione. La donna pitone diceva, appoggiando l'orecchio: "ascolta, ora tutto ha un altro suono, un altro spessore...". Lo gnomo ripeteva, con gli occhi sbarrati, "va bene, ma dammene un altro...". E la donna, "lo sai che non posso, uno ti basti". Lo gnomo osava piagnucolare, ma i lamenti inciampavano contro i molari. Sentiva lo gnomo, col solo pensiero, non con il corpo, che la donna pitone non si sbagliava. Se bellezza dev'essere, che sia una volta soltanto. Ogni cosa di breve durata, un attimo solo inghiottito dal nulla. Andai verso casa malconcio. Non li vidi mai piu'. Ancora oggi ripenso i due corpi, ma nella mia testa sono confusi, o forse piu' chiari, non so. Mi pare che non ci sia stato ne' alto ne' basso, niente gnomi e nemmeno pitoni. Ricordo le loro spalle, mentre s'allontanavano dentro la notte. E vi dico, credetemi, ch'erano spalle di uomo e di donna. Ho preso il metro', ho ascoltato il lamento degli altoparlanti, ad ogni fermata. Poca gente a quell'ora, una guardia notturna, qualche operaio, nemmeno una donna. Il mio quartiere, capolinea seguito da un pullman, portava nel nome il proprio destino: cimice, periferia, dove nessun turista passava. Ero stanco, e il mio letto era vuoto. Eppure, lo giuro, il suo odore, odore di buono, di donna, ancora sostava negli angoli, sotto il cuscino, dalla sua parte, nel risvolto delle lenzuola. Jirina, la sua saliva negli interstizi del mio malumore, ancora i suoi capelli, che l'aria che sa di carbone muoveva ben oltre le spalle. Faticavo a stare da solo, dormire non mi riusciva. Ho preso la bicicletta e pedalato su Vysehrad. Sono rimasto in piedi sulla collina, con il mio cannocchiale, ad osservare la vita che vaneggiava in città, cercando di penetrarne il segreto. Mi tornavano in mente, di nuovo, le parole di Jirina. (Ero solito salire con lei a Vysehrad) "E' il mio cantuccio discreto, non lo darei via per altri. Abbiamo cosi' poco tempo...", diceva, guardando le tante cupole color verderame. "Voglio conoscere tutto, ogni muro, ogni angolo, ogni persona. Solo allora potro' volgermi attorno...", se tempo rimane, aggiungeva con gli occhi. Avrei voluto sedere ancora a ridosso dell'acqua, vedere le mani di Jirina tirare sassi nel fiume, le sue spalle cadere all'indietro e la risata salire, odiarla ed amarla, perche' quel poco che avevo non mi bastava. "Non si ama nessuno", ripetevo dentro di me. Era freddo, nell'alba, ma stringere ancora il suo corpo sarebbe stato la vita. (Febbraio 2000)
Di gnomi e pitoni
La notte mi aveva sorpreso in U Bonaparta. Tredici gradi, birra scura di malto tostato, boccali sopra boccali. Non osavo alzare lo sguardo, temevo i ricordi. Con il dito tracciavo la strada, verso l'uscita su via Nerudova, ma le gambe non si muovevano, da sotto la panca. Il tempo s'era sciolto con l'alcol, colava dal legno, inzuppando piedi e calzoni. Attendevo, testardo, incapace di darmi convinto. Ancora un minuto, un minuto soltanto, dicevo guardando la porta. Arrivava, le altre volte, col sorriso dei giusti sopra la faccia. Posava le mani sulle mie spalle, senza parlare. Ci perdevamo nella città. "Separarsi e' un tuono sopra la testa", scriveva Marina Ivanovna, con le dita strette alle tempie. Mi alzai a fatica, la gola riarsa. Gettai i soldi sul banco, contro l'oste che non mi guardava. Karel, troppo bianco negli occhi, le iridi spente, non sprecava un grammo di sé: non dietro al tedio dei tanti clienti. Uscire, uscire nell'aria fredda, nel gelo invernale. Scesi la via quasi correndo, incurante di tetti e camini, della sagoma scura del ponte. La città pareva malata, malati anche i muri, le porte, e la gente che ancora passava. Odiavo i ricordi, che mi assalivano, vili, alla schiena. Era rabbia, rabbia di aver dato tanto, di aver creduto ai silenzi, agli occhi che sapevano tutto. Mi facevo piccino, ogni volta, sotto gli sguardi che mi lanciava. Allora rideva, e diceva di me come altri nessuno. Parole che non morivano, una volta ascoltate. Tattili, dentro la forma della sua pelle, bianca abbagliante, nelle sue dita, nel contorno dei fianchi. Mi esplorava con tutta se stessa, sino al mattino, lasciandomi scosso nel letto. Un pomeriggio, nel parco di Letna, stesi tra erba e mosconi, "non spendere tante parole", diceva, "la gente ha gratuiti i baci, parla troppo, crede in quello che dice". Guardando nel fitto del bosco, "amiamo l'idea che ci facciamo degli altri, amiamo solo noi stessi...". Era poi la sua lingua, i denti che picchiettavano i miei. Ricordavo ancora quel suo sapore, e con rabbia cedevo al rimpianto. Mentre scendevo, il selciato si andava sciogliendo. La testa nuotava tra birra e furore, non sentivo le gambe, il fiato bruciava la bocca. Quasi sul ponte, nella piazza che lo precede, intravidi due corpi venire verso di me. Credetti, in principio, la colpa fosse di Karel, di tutto il suo alcol. Passai la mano sugli occhi, staccai la testa dal collo, a momenti. Tesi l'orecchio, verso il rumore di quelle scarpe sopra i lastroni di pietra: il loro passo suonava stonato, come mal posto, ma l'occhio non ingannava, non questa volta. Malfermo sopra le gambe, trainato da un avambraccio di forza inumana, lo gnomo avanzava a fatica, seguendo la vecchia maliarda, dispiegatrice di specchi e di trucchi, ogni gesto posato con cura. La donna marciava, e lo gnomo opponeva la sola forza delle sue scarpe, scarpe da gnomo quindi minute, le punte a grattare l'asfalto. La donna portava sul collo un pitone, luccicante nella notte del vicolo, e parlava, parlava. Lo gnomo cercava di reggerne il bergolare, ma rispondeva tardivo a domande già vecchie di mille, perse nel cielo sopra di loro. Svoltando sotto la torre del ponte, bocca in forma d'ogiva, lo gnomo comprese che l'ora era arrivata. Il fiume imbiancava, come la birra di grano in baviera, e il vento mischiava le stelle. Le scarpe di lui, ridotte a brandelli, rivelavano dita dei piedi diacce. Nel cielo gridava una luna gigante, che la pitonessa trainava d'intorno, al guinzaglio. La luce schiariva le nuvole, rendeva visibile l'aria. Dal mio rifugio, la pancia del Turco, dalla cui cinta pendeva la scimitarra, rimasi ad osservare gli amanti, non visto. Ero dietro, ero sopra, ero accanto, ero dentro di loro. Appoggiato all'arenaria, guardando ora l'acqua, ora la luce, lo gnomo fremeva nelle labbra e nel corpo. Il freddo era uno scisma di ghiaccio, una doppia eresia. Le stelle, oh, le stelle cattive, cosi' fitte e opprimenti, di pessimo gusto, mancavano d'aria e di spazio. E la pitonessa, d'un tratto, scattò. Avvicinatasi al nano, chinò le labbra sopra di lui. Reggendosi ancora, adesso più saldo, alla pietra del ponte, lo gnomo sentiva il molle del corpo di lei, concentrato alle labbra. Come se la notte si fosse ritratta, dileguando ogni orpello, restavano le loro labbra. Tremolanti fritelle di grano: lo gnomo voleva la forza e schiacciarle, ma lei sfrigolava, arretrando un momento; lo gnomo voleva la lingua, ma non gliene dava che un tratto, la punta bagnata era tutto. S'apriva, infine, la pitonessa, benevola si concedeva, avvolgeva e si dava, le sue labbra un risucchio talmente violento! Lo gnomo si abbarbicava per non cadere. Che succedeva, che succedeva: nulla, non ricordava più nulla. La bocca, la bocca era il suo godimento. Il pitone scivolava sopra la donna. Scendeva nel seno, fin sopra la pancia. Lo gnomo osservava, con la coda dell'occhio, la lingua biforca guizzare. Avrebbe voluto, lo gnomo, avrebbe voluto che il cielo chiudesse ogni luce, che le case sulla collina alla destra del ponte diradassero la loro presenza, che l'acqua sotto di loro ponesse un freno alla corsa, che il vento cadesse, che ogni cosa fosse presente, ma in maniera diversa: soprattutto detestava la luna, indiscreta. "Vattene via, disco rotto!" gridava il nano con gli occhi. La Moldava scorreva veloce, i passanti inseguivano altri passanti: facile perdersi nello scuro dei tanti portoni. Kampa sembrava una barca, povera barca in deriva. La città brillava e dormiva, non ricordavo di averla mai vista così. Le statue del ponte, ogni statua una storia, si davan di gomito e ammiccavano rivolte ai due amanti. Giovanni Nepomuceno, ritto in piedi dietro la testa del nano, girava lo sguardo verso il Castello, cercava la lingua nel fiume. Poi d'un tratto, com'era venuta, la pitonessa s'era ritratta, lasciando poche tracce di se' nella bocca del nano. Annaspavano le dita di lui, cercando la donna, ma incontravano solo la nebbia che saliva dal fiume e i respiri dei pochi passanti. Un uomo con il soprabito, bombetta calata sul capo, gridava in tedesco, ruttando ogni tanto. Appoggiato di lato al Nepomuceno, cercava il salto dal parapetto. Lo gnomo, ancora stordito, ha guardato il selciato, ma senza vedere. Col gomito ha tolto un po' d'acqua salata dall'occhio. La pitonessa saltava d'intorno, sollevando il pitone sin sopra la testa. Lenti barluccichii andavano ora effondendosi su tutte le statue del ponte. "Ho un corpo minuto, non so trattenere i tuoi baci...", pensava lo gnomo, "ti prego, dammene un altro", gemeva rivolto alla donna. Ma lei non si dava, era tutto, e continuava a saltare. Lo gnomo torceva le mani, assordato dall'emozione. La donna pitone diceva, appoggiando l'orecchio: "ascolta, ora tutto ha un altro suono, un altro spessore...". Lo gnomo ripeteva, con gli occhi sbarrati, "va bene, ma dammene un altro...". E la donna, "lo sai che non posso, uno ti basti". Lo gnomo osava piagnucolare, ma i lamenti inciampavano contro i molari. Sentiva lo gnomo, col solo pensiero, non con il corpo, che la donna pitone non si sbagliava. Se bellezza dev'essere, che sia una volta soltanto. Ogni cosa di breve durata, un attimo solo inghiottito dal nulla. Andai verso casa malconcio. Non li vidi mai piu'. Ancora oggi ripenso i due corpi, ma nella mia testa sono confusi, o forse piu' chiari, non so. Mi pare che non ci sia stato ne' alto ne' basso, niente gnomi e nemmeno pitoni. Ricordo le loro spalle, mentre s'allontanavano dentro la notte. E vi dico, credetemi, ch'erano spalle di uomo e di donna. Ho preso il metro', ho ascoltato il lamento degli altoparlanti, ad ogni fermata. Poca gente a quell'ora, una guardia notturna, qualche operaio, nemmeno una donna. Il mio quartiere, capolinea seguito da un pullman, portava nel nome il proprio destino: cimice, periferia, dove nessun turista passava. Ero stanco, e il mio letto era vuoto. Eppure, lo giuro, il suo odore, odore di buono, di donna, ancora sostava negli angoli, sotto il cuscino, dalla sua parte, nel risvolto delle lenzuola. Jirina, la sua saliva negli interstizi del mio malumore, ancora i suoi capelli, che l'aria che sa di carbone muoveva ben oltre le spalle. Faticavo a stare da solo, dormire non mi riusciva. Ho preso la bicicletta e pedalato su Vysehrad. Sono rimasto in piedi sulla collina, con il mio cannocchiale, ad osservare la vita che vaneggiava in città, cercando di penetrarne il segreto. Mi tornavano in mente, di nuovo, le parole di Jirina. (Ero solito salire con lei a Vysehrad) "E' il mio cantuccio discreto, non lo darei via per altri. Abbiamo cosi' poco tempo...", diceva, guardando le tante cupole color verderame. "Voglio conoscere tutto, ogni muro, ogni angolo, ogni persona. Solo allora potro' volgermi attorno...", se tempo rimane, aggiungeva con gli occhi. Avrei voluto sedere ancora a ridosso dell'acqua, vedere le mani di Jirina tirare sassi nel fiume, le sue spalle cadere all'indietro e la risata salire, odiarla ed amarla, perche' quel poco che avevo non mi bastava. "Non si ama nessuno", ripetevo dentro di me. Era freddo, nell'alba, ma stringere ancora il suo corpo sarebbe stato la vita. (Febbraio 2000)