dio, come mi sono fatto male, ahia, mi sono fatto male per un sacco di tempo, del gran male e ancora me ne faccio, masochismo uh masochismo, prendimi, quore devoto di leopold von sacher masoch, distruggimi. così canta duns nei giorni di pioggia: in quelli di sole ride di sé, dei propri piedi, delle paure e delle anatre che mettono la testa sotto acqua. quando i germani escono dall'acqua, la loro andatura caracollante ricorda a duns zia caterina, vecchia bagotta che girava con la pignatta e lanciava sacramescole a tutti quanti. ehi pastore va' a da' via ol cù, diceva ridendo sdentata. aveva la bocca senza un paio di denti davanti, effetto di una caduta alcolica nella notte di san lorenzo, un badaleùcch di anni indietro. nel prato, aveva un vestito scuro, credo bordò, con rose, rosoni come la cattedrale di notre dame: la trapuntavano senza pietà alcuna e le davano le forme di uno zampone da san silvestro. tutto ciò non ha senso, dice duns con ancora negli occhi il pensiero di zia caterina, che nell'erba del pianello dirimpetto al negozio di arredamento lino rossi - ora sostituito da un'immobiliare - la vecchia tetra zia caterina vive il proprio bieco momento di beatitudine; prima alcolica, poi, come svisasse inavvertita, pseudo-erotica. un giovinazzo di oltre cortina, ove la cortina allora coincideva, metro meno metro più, con le terre buie del brugarolo, dicevamo la vecchia zia caterina s'era portata un giuinass, giovinazzo sin dentro le erbe del pianello e rideva con lui, attaccati alla bottiglia di vino nero di montavegia che sapeva di tutto fuorché di vino: falso, come i caprini e il salame cotto che mangiavi all'osteria della piazza e che in realtà erano di fuori, verso merate, robbiate, giù di lì, roba falsa.zia caterina caracollava come le anatre (dio questo stolido narratore cià messo undicimila righe per dire che la zia caracollava l'erba: ci vorrebbe un bastone, un musico fallito, un pio, un teoreta o un bertolAZZI o un prete a scioglier le cazzate), attorno l'erba era alta e si muoveva da brividi nel buio. lontane, si vedevano l'ombre nere dell'ospedale mandic e del monte robbio, mentre il vino passava dalla bocca di lei a quella del giovinazzo e là si perdeva.non che zia caterina fosse un bijoux, una cadenèla dòra: con tutti quei rosoni trapunti, poi! ma signùr, la dava via facile, era cosa che tutti sapevano, anche i balebiòtt di brugarolo, anche i barlafùs di olginate, la dava via e se le stavi attorno nella festa di ballo del buio di notte dell'adda, con le zanzare e il ronzare e la vita accesa, se ti capitava il fatto di ronzarle visìn, le davi una gumbetada appena, le tastavi la culatta, facevi l'occhio così, intendete?, e zia caterina ti seguiva, dio bove, e faceva tutto: questo dice la storia.faceva tutto e quindi il giovinasso le si era attaccato come una sanguèta e scisciava il sangue e il vino e poi il sangue e la bauscia della bocca di zia caterina. saltavano nel prato tra i moschini del làcc e lui le diceva caterina caterina sei bella caterina o cose così anche meno fantasiose, se volete; le si girava la testa, perdeva il fiato e l'oriente, cadeva nelle braccia di lui - oh, è metafora: se davvero fosse sdilinquita dinanzi al giuen, mica ce la avrebbe fatta costui a reggerne il lardo, eh - e così roteava e si formava un pastone di bordò, di verde, di rosoni e notre dame de paris.c'era ancora nel fondo il fox trot dell'adda e il valzer del moschino, tutti cadevano a terra stanchi, zia caterina perdeva una scarpa, si sdraiava nell'erba, rideva come una matta. il vino le si rovesciava nel seno e il giovinazzo che non vedeva l'ora le si avventava sul rosone, la sbaciottava nella bocca, le leccava il vino dal reggipetto macchiato, sbottonava il vestito, spaccava le asole, faceva cadere le madreperle e intanto le diceva caterina caterina che fai quanto sei bella caterina e pastrugnava le tette.e lei rideva e piangeva, era matta, matta nelle zanzare, nei moschini, nell'aria umida che veniva su dall'adda, nel rumore delle code dei pesci, nelle penne dei germani che fornicavano a riva. nessuno si dava pensiero di caterina che la regalava nell'erba al giovinazzo, che poi la prendeva come un'oca, la prendeva e lei si faceva fare tutto, tutto, fino a che girandosi nella passione, nell'attimo dell'impeto fatale, la bocca le picchiava su una piòta granda asseè, lì accanto, e le cadevano due denti.non che si spezzassero o che, ma la botta era forte e i denti dondolavano e il giuinazzo mica smetteva, macché. lei diceva oh che male oh che dolore, con i denti che dondolavano come il cielo e le stelle sopra di loro, nel nero, nel fosch. lei si portava le mani alla bocca e perdeva sangue, un rivolo dalle gengive, ma il giuinasso mica sentiva le lacrime di zia caterina, bruto purcèll. ci dava dentro come l'accelerato che va a lambrate alle sei e un quarto: andava e veniva e veniva e la zia caterina era scossa dei sangutt, ma era troppo in là il gioinasso e zia caterina la regalava volentieri, fin che poi quello veniva con un grufolio e si stendeva di lato a lei che piangeva.diceva ti ho fatto male eh ti ho fatto male? e lei che non sapeva neanche il nome, del gioinasso, lei si metteva il fazzoletto di tela sulle labbra, no non è niente, non è niente, diceva e piangeva su quei denti che poi i giorni seguenti sarebbero venuti fuori sul cuscino: facevano un male dell'accidento, non riusciva a mangiare.poi dopo nel tempo quando beveva ancora e caracollava come i germani, zia caterina rideva e mostrava la bocca brutta e vedeva tutto come il male del signore che scendeva a coprirla: scacciava il pensiero del male del signore e cercava un altro giuinasso.oh duns duns che gioinessa hai avuto, di nonni muratori e zie caterine e buchi nelle siepi e pecore che passavano a una a una, duns!