il treno vascomparirà sulle sue ruote rotondedietro le nuvole bionde
Questo blog ha preso un'inarrestabile piega ferroviaria. Potrei produrre un banale elenco dei post in cui ho parlato in qualche modo di treni o stazioni, ma non lo farò, perché non ne ho il tempo, è tardi, ò sonno e volio andare a letto prima posibile, appena assolto il mio compito di blogger perbene, che posta con regolarità, aggiorna risponde eccetera. E' la mia mission, il mio core business. Devo fare quindi massima economia di minuti secondi e quindi, dicevo, questo blog assomiglia sempre più alla succursale demente del serissimo sito dei pendolari bergamaschi,
che qui riproduco in link. Ti volio parlare, caro lettore affezionato e bellissimo (ti sta proprio bene quel taglio di capelli, oh, te lò mai detto?), non sto letteralmente nella pelle!, ti volio parlare di un fatto accaduto proprio questa mattina alla stazione di Dalmine. Arrivo trafelato e in ritardo al parcheggio, piazzo la macchina, smonto e intravedo un treno che si sta avvicinando lemme lemme alla stazione e mi pare il mio: caro lettore sgomento, ho gli occhiali appannati, mi lacrimano gli occhi, mi sono accorto di un progressivo calo di diottrie eccetera bla bla bla. Quindi, scatto poderoso con borsa a tracolla e cappuccio della giacca parzialmente divelto, sorpasso persone a velocità doppia, con atri e ventricoli in bocca, e mentre le sorpasso mi domando, ma perché diavolo se la prendono tanto comoda?, ma questo non mi scoraggia e proseguo correndo come un deficiente, un abebe bikila sul margine di un ictus, corro inciampo corro, gli occhiali sempre più appannati, scendo le scale del sottopasso, mentre il dannato treno si ferma alla stazione e mi dico: è fatta, l'ho perso. Invece, niente, non lo sento ripartire e mi insospettisco, rallento, salgo le scale ancora corricchiando, più per forza di inerzia che altro (anche il complicato meccanismo di rallentamento è legato all'età). La gente al mio fianco cammina pacifica e mi chiedo se non sia finito in una dimensione parallela in cui la mia velocità, causa un coefficiente di attrito diverso, mi porta a correre mentre gli altri, pacifici, passeggiano. Quando raggiungo il binario sono affranto, ma commosso: sul binario stesso, fermo immobile incredibile, c'è Frecciarossa. Non riesco a crederci, mi viene da piangere. Mi avvicino e lo tocco, guardo dai finestrini, il treno è vuoto. I sedili enormi e lustri mi ricordano una coiffure pour dames, immagino l'odore intramontabile di shampoo, lozione, mollette per capelli e chissà che altro, quell'odore caratteristico delle parrucchiere per signora di cui non ho mai compreso fino in fondo gli elementi. Intravedo le prese elettriche, i tavoli spaziosi e mi dico: non è possibile. Telefono a Robi, ore sette e cinque, e le dico c'è Frecciarossa, è fermo sul binario, vorrei fare una foto, dico, ma come faccio; un vero dramma, dice lei ridacchiando, toccalo anche per me, dice, sei sicuro di star bene, dice ancora, io faccio sì con la testa, inebetito. Vedo che tutte le persone in attesa si avvicinano e osservano stupite, parlottando sottovoce. Il roboferroviere dice che per un guasto il treno resterà fermo dieci minuti. Guardo verso destra e intravedo le luci del nostro carro pendolari ferme fuori dalla stazione in pudica, pudicissima attesa, come non osassero nemmeno avvicinarsi. C'è un gran silenzio. Mi viene in mente la scena della guerra dei mondi, non so se avete presente, quando dopo la terrificante invasione i marziani muoiono per colpa dei microbi terrestri e c'è questa sequenza dove la macchina aliena, enorme, rallenta la corsa e barcolla e poi cade a terra con uno schianto e tutti si avvicinano, i soldati con le armi, la gente comune, e stanno tutti zitti a guardare il portello d'uscita della macchina aliena, che si apre e dall'apertura scende un marziano verde giallo che vomita la colazione sulla scaletta e muore e tutti dicono, oooh è morto, e la voce off dice che l'incommensurabilmente piccolo ha sconfitto l'incommensurabilmente grande o qualcosa del genere. Mi aspetto che da un momento all'altro si aprano le porte di Frecciarossa e scenda un ferroviere morente, ma non accade. Passano dieci minuti e il treno, lentissimo, si allontana, come un'epifania scaduta, come stanco della vita, di tutto stanchissimo e si avvicina pianissimo il nostro solito treno regionale. Non c'è niente da fare, caro lettore, il treno è straordinario. Mi chiedo spesso perché mi ostini a prenderlo, nonostante i ritardi, i disagi, le carrozze lerce e gelide e torride eccetera, e poi mi dico, è per questo, è perché posso godere di attimi così e poi sedermi, leggere Peter Cameron, un giorno questo dolore ti sarà utile, un libro bellissimo che mi fa piangere, e poi guardare la gente, questa gente così diversa, commercialisti, immigrati, studenti, impiegati, professori, nonne e zie suore, svitate e svitati, gente che dorme col cappello sugli occhi, cilene che si alzano e parlano di dio alle ragazzine, vecchie signore con le vene azzurre sulle mani che parlano di gesù e di un posto al sole, una ragazza che tappezza la stanza con le prime pagine del manifesto e vorrebbe comprarsi un'arpa classica, tutti riuniti fianco a fianco naso a naso fiato a fiato eccetera (potrei proseguire per pagine), guardarli e non toccare, ascoltare brandelli di conversazione, per quanto il mio approccio alla conversazione sia quello di un kaspar hauser vissuto per decenni alla catena in una stanza buia e per quanto in due anni di treno mi sia capitato una volta sola di scambiare due parole con qualcuno e questo qualcuno era un mio vicino di casa o quasi, che mi stava pure massimamente sulle palle; per tutto questo e altro ancora, continuo a prenderlo, quasi mi avvicinassi a un mondo in decadenza, come qualcosa di destinato a scomparire per sempre. La decadenza e l'oblio sono fatti e Trenitalia ne è consapevole. Non abbiamo alcuna intenzione di investire soldi nei carri pendolari, fatevene una ragione: questo dovrebbero scrivere, una volta per tutte, all'ingresso della stazione di Lambrate, a lettere scure. L'alternativa, caro sfiancato lettore, è il fuoco. Ieri sera, tanto per gradire, mio attonito lettore. Arrivato alla stazione di Dalmine faccio per scendere e sento un sospettissimo odore di plastica bruciata. Vedo del fumo bianco che si alza dal tetto e un ferroviere che si piega a guardare sotto la carrozza. Parla nel telefonino e dice: ho tirato la manetta, ma non scarica! Potenza della tecnologia, penso. Guardi, il fumo esce da sopra, vorrei dirgli, ma s'allontana chissà dove. Dopo qualche minuto arriva un altro ferroviere, con telefonino, che si agita e dice, ma dove diavolo sei, dove diamine sei finito, io sono qui, dice. Mi allontano verso il sottopasso pregando piano per la sorte degli altri passeggeri, che ignari del fuoco e del fumo continuano a fare quel che facevano, leggono parlano dormono, si passano le mani sulla faccia. ...forse dovrei chiudere in maniera diversa questo post dovrei dire delle nuvole bionde o spiegare meglio quella faccenda di kaspar hauser o fare canc e buttare tutto o chi lo sa o pensare al fuoco al fumo e alle nuvole bionde di paolo conte così romantiche e demodè ma non ne ò volia non ne ò più volia sono le due e venti domani oggi mi devo alzare alle sei e mezza e poi boh davvero boh mi sembra che manchi qualcosa lascio così senza punteggiatura chiudo sconclusionato aggiungo un video di joe strummer che canta redemption song e uno dei cramps che suonano al napa state mental hospital of ecc. davanti a matti che si agitano al microfono c'è lux interior svanito in una nuvola bionda qualche giorno fa tra qualche giorno al magnolia suonano gli wire un gruppo che à fatto la storia della musica pop ma trentanni fa vorrei andarci ma poi so che resterei male perché non faranno practice make perfect o i should have known better sarebbe come pretendere che gli stones suonassero ancora route 66 (chissà magari lo fanno) vabbé buonanotte