Creato da jonwoo1998 il 26/10/2005

Uno spettro....

Uno spettro s'aggira per il web....

 

 

INDIETRO TUTTA

Post n°130 pubblicato il 22 Marzo 2019 da jonwoo1998

Avendo massimo rispetto per tutte le posizioni politiche e ideali, e, anzi sottolineando che senza posizioni e posizionamenti (le famose "ideologie") non si vada da nessuna parte io credo che la destra non sia credibile quando mette una parte così importante della sua azione per difendere valori e stili di vita ormai tramontati.

il fatto che la donna lavori, che il divorzio e l'aborto siano consentiti nelle forme previste dalla legge, che la sessualità appartenga alle scelte personali non attiene (o non attiene più, o non attiene compiutamente) alla sfera direttamente politica ma fa parte della modifica dei costumi legata a cambiamenti di lungo periodo, a trasformazioni economiche, sociali e culturali alle quali è assai arduo sottrarsi (e anche volendolo si rientrerebbe in quella facoltà di scelta di cui sopra).

Chi ha tentato, nel passato, di coartare questo aspetto della trasformazione sociale, ha, al massimo, ritardato questioni che stanno su altri piani rispetto alle prospettiva storica.

Ad esempio, l'Italia fascista, che aveva vietato anticoncezionali e aborto, e messo dei grossi paletti all'emigrazione interna ("leggi contro l'urbanesimo") non impedì né la diminuzione delle nascite né gli spostamenti di popolazione (vedi Anna Treves, 1975) ma costrinse questi fenomeni nell'illegalità (e qui le considerazioni sarebbero altre) per non parlare del nazismo che sulle tradizioni (che diceva di difendere) passò sopra con la ruspa, in quanto interessato a ben altre priorità che non agli stili di vita "tradizionali"-

La famiglia "naturale" non esiste; ogni rapporto e organizzazione sociale si modifica con il tempo.

Di "naturale" nella faccenda umana ci sono solo la nascita e la morte, per il resto la trasformazione del mondo circostante e di quello introspettivo è la nostra "natura".

E anche quando la difendiamo, la "natura", questa difesa non è altro che una scelta umana.

Francamente è incomprensibile e anche poco credibile una destra che possa esistere solo sul piano dei "valori tradizionali" quando quelli stessi valori non stanno più neppure dalle loro parti.

Donne e uomini separati, figli fuori dal matrimonio, convivenze, musica e concerti rock, fruizione di prodotti e stili di vita della contemporaneità, ecc...ecc..

Il fatto vero è che non ci sono proposte davvero altre rispetto all'ordine di cose esistenti, al modo di produzione capitalistico, che mai la destra ( e neppure la "sinistra" ex-socialista, a dire il vero) ha messo in discussione, e quindi lo scontro viene portato al di fuori di quelli che si chiamavano una volta "rapporti di produzione", per entrare nelle trasformazioni socio-culturali di lungo periodo, assai difficilmente controllabili, e assai più chiaramente irreversibili (nel senso che non è possibile tornare indietro ex-abrupto) ma il cui fasullo controllo appare funzionare bene dal lato della propaganda.

Perlomeno fino a quando la propaganda rimane sul piano generico, ma per aprire una evidente e definitiva contraddizione basta un soffio.

Quando detto sopra vale anche per chi ci riporterebbe alla "vita dei campi", dai quali, chissà perché, nel secondo dopoguerra fuggirono in massa anche nella nostra "campagna toscana". La quale assume ben altro significato se osservata dalla prospettiva del durissimo lavoro e dalla struttura autoritaria della famiglia colonica. Bella solo nei film di Bertolucci e nelle pubblicità del Mulino Bianco.

 
 
 

IL FASCISMO CANCELLATO

Post n°129 pubblicato il 21 Febbraio 2019 da jonwoo1998

In questi ultimi anni si sono susseguite azioni tese a cancellare la cittadinanza onoraria che i vari comuni d’Italia avevano concesso a Benito Mussolini nel 1924.

Tale cittadinanza, come è intuibile dalle date, identiche per tutti i comuni (24 maggio) non partiva “motu proprio” dagli enti locali (che vedevano ancora la presenza dei Sindaci e dei Consigli Comunali, ancorché fascistizzati e che, di lì a pochi anni sarebbero stati sostituiti dai Podestà di nomina Governativa con Decreto Regio) ma era iniziativa dall’alto, ovvero dal centro verso la periferia, elemento che contraddistinguerà l’intero ventennio.

E tuttavia, il fascismo del 1924 non è ancora quello del regime in vena (mai compiuta) di diventare totalitario ma è ancora un fascismo che governa in coalizione, seppure con l’approvazione della legge Acerbo e con, di lì a poco, l’omicidio Matteotti che innesterà la corsa verso il regime compiuto.

Anche se, per nei giorni immediatamente successivi al fatto, Mussolini sembrava aver terminato la sua corsa, ma assai spintonato dai Gerarchi, fu convinto a tornare in corsa rivendicando appieno il suo operato.

Vi è da dire,  per correttezza, che  leggendo il discorso del  3 gennaio 1925 esso è assai più complesso della “rivendicazione” dell’omicidio, come spesso si afferma limitandosi ad estrapolare qualche frase, cosa che Mussolini  non farà mai, affermando anzi il contrario .

Ma, semmai, rivendicando proprio il fascismo.

Bene, detto questo, a quale pro togliere la cittadinanza onoraria come atto politico rispetto ad un altro atto, politico, di quasi 100 anni fa?

Voglio dire, a che pro se questo non comporta delle riflessioni un po’ più profonde del “pari e patta” che sembra ormai aver preso ogni ragionamento intorno alla storia contemporanea?

Potrebbe essere un’occasione per riflettere sulle autonomie locali e il fascismo, sul percorso che portò,  nel secondo dopoguerra, la politica a dar voce, di nuovo e finalmente,  alle autonomie locali, così fustigate dal regime, ma anche sul perché quelle stesse autonomie siano state poi nuovamente trasformate e nuovamente svuotate della partecipazione che aveva portato la democrazia ad essere davvero reale (discussioni accalorate, partecipazione del pubblico,  capacità di incidere davvero sulla realtà, insomma il fare politica)

Oppure potrebbe essere un’occasione per capire come mai la classi dirigenti e dominanti di ieri accettarono di buon grado quella trasformazione in regime e dettero il loro beneplacito alla soppressione delle libertà politiche in cambio della tranquillità sociale e alla chiusura d’ufficio della lotta di classe.

Le classi dirigenti e dominanti come base di ogni potere politico, in grado di cambiare di segno in pochissimo tempo.

Oppure parlare della Toscana nerissima, luogo del più violento fascismo italiano e del come questo nero sia diventato (davvero?) rosso nel secondo dopoguerra.

Un gesto simbolico senza ragionamenti intorno ai simboli forse può andare bene per una iniziativa estemporanea, ma non è certo eliminando le deliberazioni del 1924 che potremo comprendere cosa sia stato il fascismo e, anzi, questa rischia di essere l’ennesima presa di distanza post-mortem di un regime, come ebbe a definirlo Togliatti, “reazionario di massa” che pure ebbe nelle masse il proprio sostegno, passivo o attivo che fosse.

 

 
 
 

QUARTA DIMENSIONE

Post n°128 pubblicato il 01 Febbraio 2019 da jonwoo1998

Se c'è un merito che dobbiamo riconoscere al Ministro dell'Interno è la chiarificazione. Ovvero quel ruolo che Marx assegnava al capitale, smascherare i veri rapporti sociali basati sullo scontro di classe.

L'ossessione xenofoba verso i migranti (attenzione: xenofoba e non “razzista”. Per Salvini non è importante il colore della pelle, ma chi è “dentro” e chi è “fuori”) ha infatti dato la stura allo sdoganamento di sentimenti, opere e azioni che, evidentemente, covavano nella società italiana da molto tempo.

In realtà, sui movimenti migratori, nel nostro paese, esiste, una letteratura  pluridecennale sterminata e di elevato livello teorico. Ma, come ormai accade da tempo, non c'è quasi alcuna connessione fra il mondo della ricerca sociale (storica, economica, sociale) e quello della diffusione mediatica (il vecchio “senso comune”). Sicuramente, l'aver tagliato (con furore, direi, “iconoclasta”) i ponti fra la partecipazione politica (attivata solo per la scheda nell'urna. Siano primarie o elezioni) e la ricerca accademica (chiusa nella sua “oggettività” misurabile secondo i dettami della deriva tecnocratica capitalista, ormai dominante) ha contribuito non poco al distacco fra 2 mondi ormai lontanissimi.

Per questo motivo, leggiamo e ascoltiamo analisi completamente fasulle sulle migrazioni e la propaganda di una parte diventa il nuovo “senso comune”.

Il migrante diventa così solo un oggetto sballottato in mezzo a decisioni più grandi di lui, che pare non avere nessuna capacità decisionale. Ridotto a pura materia da trasporto. Un secolo di studi azzerati, potremmo dire, con un tweet.

E anche chi si muove “con le migliori intenzioni”, pare avere come fine soprattutto l'esaltazione del proprio ego caritatevole e come modello quello dello “Zio Tom” (con i servizi televisivi, rilanciati sui social, e francamente razzisti, sul “negro” buono che restituisce il portafoglio. Una immagine che non temerebbe confronti con l'Alabama. Anche i cani, per dire, riportano i portafogli).

Eppure, sappiamo che non è così e sappiamo che le questioni delle migrazioni sono complesse, diverse nei vari periodi storici, dove le ragioni sociali, economiche, geopolitiche, si intersecano e si mescolano con quelle individuali, con le “catene” familiari, con le possibilità di scelta. Per non parlare del superamento, ormai ventennale, dello stesso concetto di “sradicamento” che oggi viene a più riprese utilizzato in maniera pedissequa in analisi Malthusiane dei movimenti umani. (1)

Insomma il “soggetto” migrante scompare. Già, “migrante”. Il termine è particolarmente indicativo, non si parla più di immigrati ed emigrati ma di migranti, racchiudendo ideologicamente in una categoria, per così dire, destinata per l'eternità al “movimento”, il pericolo per la “disgregazione” identitaria della società.

Spesso si ammantano queste ricostruzioni sotto la veste di un geo-politicismo d'accatto nel quale gli uomini appaiono pedine, eccetto che per il fatto che dovrebbero “opporsi” (chissà in che modo) allo sfruttamento delle loro terre, in una visione degna dei racconti di Dickens, più che di analisi reali e realistiche sui rapporti di forza, le connessioni internazionali e dove il “capitalismo” non è più un sistema socio-economico ma il “moloch” maligno. Ma solo, ovviamente, quando opera in Africa.

Già, ma in tutto questo quale sarebbe il ruolo salvifico di Salvini, in questo gioco di parole involontario?

Nel fatto che che il Ministro dell'Interno ha semplicemente sollevato il sepolcro su un modus operandi, ben noto ma occultato, peraltro senza neppure alzare tanta polvere, considerando che la sua azione è soprattutto basata sulla propaganda.

È vero, il linguaggio è importante. E possiamo senz'altro affermare che il salto di qualità “linguistico” salviniano appare non secondario. La sfida alla magistratura (che però avviene in un paese nel quale troppo spesso si è “tifato” per uno dei maggiori poteri dello Stato, spesso scambiato per Robin Hood, quando una mera analisi materialista avrebbe dovuto dare più retta a Marx che a Weber), il disprezzo evidente per la minima empatia, l'indifferenza per la sofferenza altrui (e anche un malcelato anticomunismo che in Italia appare da anni un vero “bene comune” trasversale) non possono che ispirare disprezzo e anche ribrezzo in ognuno di noi.

Anche se ribrezzo e disprezzo, così come il “buonismo” e “cattivismo”, non dovrebbero essere le basi per una discussione politica e che ormai appartengono al declivio pre-politico e infantilizzante che caratterizza lo scenario italiano da ormai un ventennio.

In realtà, seppure gli eredi del “più grande partito comunista d'occidente” si facciano oggi selfie sulle navi e sbraitino di fronte alla “barbarie”, possiamo francamente affermare che non sono credibili neppure a loro stessi.

E, giocando di rimessa, fanno il gioco dello stesso ministro.

Infatti, nella canea della propaganda a tutti i livelli, pare ci si dimentichi che in 20 anni sono morte nel mediterraneo oltre 30.000 persone, che non ha, evidentemente, ammazzato Salvini e che, scopo di tutti i governi che si sono susseguiti, è stato soprattutto quello di farne arrivare meno.

Facendo accordi con la Libia (nel frattempo bombardata dalla potenza neocoloniale Francese che ha provveduto alla eliminazione fisica di Gheddafi comportandosi esattamente come le potenze del secolo scorso) senza pensare minimamente alle conseguenze sulle “persone” che anche nello sguardo “della sinistra” non sono altro che oggetti e non soggetti.

La legge Bossi-Fini, nell'alveo della deriva securitaria legata all'immigrazione (e accettata “senza discutere” da destra, da sinistra e dal centro) non è stata minimamente toccata da nessun governo, bene attento, nell'epoca della fine della politica, a non perdere il consenso dei propri elettori-fidelizzati.

Il gioco Salviniano sull'emigrazione è quindi composto in massima parte da propaganda, tesa a celare la natura iperliberista della lega. Un partito (il più vecchio partito oggi in parlamento e l'unico con una struttura reale) che governa le regioni più ricche d'Europa e che, soprattutto, ha in quelle classi dominanti la propria vera rappresentanza.

La secessione delle regioni ricche e la natura iperliberista (La Lombardia ha il sistema sanitario più privatizzato d'Italia) dovevano essere celate dietro una “narrazione” che andasse bene da nord a sud.

Questo cambio d'abito della Lega (la quale del resto, oltre al secessionismo bossiano ha sempre visto la presenza di personaggi in stretta connessione con l'estrema destra italiana ed europea) doveva basarsi su un “quid” condiviso. Quale, dunque, “unificatore” migliore se non quello già a portata di mano dai presunti avversari: ovvero l'immigrazione?

Si badi bene, al di là della risposta pavloviana della “sinistra” che pensa di attaccare Salvini ponendo l'attenzione sul corazziere “nero” (2) (in un delirio di razzismo “con le migliori intenzioni”) che la Lega oggi non attacca i “neri” ma i “neri clandestini”, portando ad esempio i “neri” buoni e integrati (di cui il nord non potrebbe fare a meno) ma non parlando di quelli meno “integrati” e sfruttati al sud.

Manodopera indispensabile per poter competere con i pomodori pelati a prezzi stracciati nei nostri supermercati dove, periodicamente, “il cuore si scioglie” (a forma di salvadanaio avrebbe detto De André).

Questa separazione serve per creare una comunità del “noi” contro “loro” che non potrebbe funzionare con il “razzismo” semplice. Del resto questa caratteristica della fase attuale del capitalismo post-moderno era stata ben analizzata oltre venti anni fa da studiosi seri. (3) 

In più l'attacco costante alla Francia, copre anche l'interesse delle classi dominanti, considerato che in Africa si gioca una partita geopolitica ed economica non secondaria.

Per questo non è il caso di prendere sottogamba, non dico Salvini, ma il momento storico, nella fase in cui i capitali in concorrenza devono trovare altre modalità per nazionalizzare le masse (o rinazionalizzarle) sottraendole allo scontro di classe, negato, peraltro, da tutte le forze in campo a livello istituzionale.

La partita è seria e non è giocando sul piano sentimentale che può essere vinta, o anche solo combattuta.

Non dimenticando che oggi l'asse politico è tutto spostato a destra e che si attacca la superficie della “barbarie linguistica” per non attaccare la sostanza del dominio assoluto del capitale.

E di cui questa Unione Europea pare dare il sigillo finale, dimostrando la propria incongruenza, anche nella non-gestione non tanto dei flussi migratori, ma dell'assurda modalità dei barconi (dove tutta la filiera estrattrice di valore pare al lavoro: dagli scafisti, ai mediatori, alle cooperative di assistenza e alla stessa azione delle ONG, che, pur nella loro benemerita azione non paiono accorgersi della loro “necessità intrinseca” al sistema, esattamente come le dame di carità. Risolvono problemi ma non affronteranno mai il problema, e, forse, non è neppure affar suo).

Una modalità che potrebbe essere risolta ed evitata con risorse (che ci sono), programmazione e visione un po' più lunga.

Smontare la narrazione salviniana è certo doveroso, ma se si rimane sul conflitto linguistico ci saremmo solo ripuliti la nostra “falsa coscienza”.

Per dirla con Lenin:

“La matematica può esplorare la quarta dimensione e il mondo di ciò che è possibile, ma lo zar può essere rovesciato solo nella terza dimensione. “
 
 

NOTE: 

1. La bibliografia sulla storia delle emigrazioni italiane e di quelle straniere in Italia è sterminata. Per le prime mi limito a segnalare un volume collettaneo che può essere un ottimo punto di partenza: M. Sanfilippo, P. Corti, “Storia d'Italiana. Annali. 24. Migrazioni”, Einaudi, 2009. Per le seconde un testo uscito recentemente: M. Colucci, “Storia dell'immigrazione straniera in Italia”, Carocci, 2018.

2 E chi non poteva non rilanciare la notizia se non l'alfiere dell'antiberlusconismo d'assalto prima (che ha fatto sì che Berlusconi durasse venti anni) e dell'antisalvinismo d'accatto poi, come “La Repubblica”? https://www.repubblica.it/cronaca/2017/06/12/news/dall_adozione_in_brasile_al_quirinale_la_favola_del_corazziere_nero-167918462/

3 S. Palidda “Polizia postmoderna”, Feltrinelli, 2000.

 
 
 

SULL'AVVERSARIO A TESTA IN GIÙ

Post n°125 pubblicato il 08 Dicembre 2018 da jonwoo1998
Foto di jonwoo1998

Rappresentare l’avversario politico a testa in giù, richiamando Piazzale Loreto, in una democrazia, è assolutamente lecito, per carità.

 

Mi chiedo però se chi lo fa si renda conto del corto circuito che tale immagine provoca.

Innanzitutto la storia:

L’esecuzione di Benito Mussolini avvenne, come spero ben si sappia, in altro luogo, dopo una sofferta e contrastata decisione del CLN.

Decisione però inevitabile e della quale, credo, fosse consapevole lo stesso duce. Vi era da chiudere un periodo carico di odi accumulati in un ventennio, aumentati a dismisura nella tragica vicenda della Repubblica di Salò.

A questa decisione seguì quella di trasportare i corpi d Mussolini e dei suoi gerarchi in Piazzale Loreto. Ovvero in quel luogo dove un anno prima erano rimasti esposti 15 partigiani uccisi da fascisti della RSI la cui esposizione provocò dei dubbi e dei timori nello stesso Mussolini, il quale, aveva ormai ben compreso di essere avviato sulla strada della disfatta e quei cadaveri, lasciati a marcire, avrebbero ben chiesto il conto. Che egli avrebbe pagato con la sua testa.

Fin qui, al di là del fasulli dubbi che ogni tanto emergono (come se quella guerra fosse stata, e mai lo sono le guerre, una partita a carte) nessun tentennamento. Mussolini andava fucilato per chiudere un intero periodo storico. Un regime affermatosi con la violenza esplicita non poteva che finire con la stessa violenza.

Ma la violazione dei corpi che ne seguì, in cui entrò in gioco davvero la rappresentazione di una folla anonima e vigliacca, al cui interno, molto probabilmente, tanti erano quelli che appena qualche mese prima si spellavano le mani davanti al duce, non fu una storia particolarmente onorevole. Essa fu stigmatizzata persino da Pertini, che avrebbe messo al muro mezza Milano, tanto era il suo odio per i fascisti.

Quello scempio ricorda il linciaggio del povero Carretta, ucciso in maniera orrenda e del tutto innocente, da una massa nella quale, come a Piazzale Loreto, tanti erano i fascisti che ora facevano il +1 per accreditarsi ai nuovi futuri governanti, ma che il lavoro della resistenza e quello di sporcarsi le mani lo avevano ben volentieri lasciato ad altri.

Una questione complessa, nella quale entrano in gioco anche dinamiche contraddittorie, che appartiene più all’antropologia profonda che alla storia dell’antifascismo (del resto lo squartamento pubblico era uno dei sistemi con cui l’ancien régime dilettava il popolo).

Fu proprio per sottrarre i corpi a quel disastroso spettacolo che essi vennero appesi. Fu un gesto di umanità ma anche di razionalità politica (le telecamere avrebbero trasmesso nuovamente l’immagine di un paese barbaro) che è il contrario di come è stato poi rappresentato.

Ora, la resistenza ha avuto pagine gloriose e pagine meno onorevoli, ma, fra tutte quelle che ha vissuto nella sua storia, nell’immaginario della manifestazioni postmoderne di oggi vince questa versione grandguignolesca che conferma (negli avversari ma anche, come si dice, nel “buon senso comune”) una rappresentazione dei partigiani come assetati di sangue senza alcuna connotazione politica.

A nessuno viene in mente di esporre un richiamo, ad esempio, alla resa del generale tedesco Günther Meinhold, nelle mani di Remo Scappini, operaio e partigiano, a cui il suo paese natale ha dedicato una piazzetta e non certo opere più importanti (quelle si dedicano a De Gasperi, per dire , ovvero come cancellare il proprio passato).

Un generale della “razza superiore” che si arrende ad un operaio!

Di operai infatti non ne parla più nessuno e anche la lotta contro il fascismo diventa una specie di “meme” per ricordare ai dittatori come potrebbero finire (ma potrebbero dire lo stesso di  Ceausescu secondo il “pari e patta” dei revisionisti, anzi, degli “antitotalitaristi”) Senza traccia alcuna di razionalità politica derubricando la lotta resistenziale ad una guerra di vendetta e seppellendo sotto montagne di retorica lo scontro sociale e la visione programmatica, dove l’uso delle armi era uno dei passaggi e neppure il più importante, in prospettiva.

Già, la prospettiva.

E tutto finisce in patetici cartelli accompagnati dalla triste e sorridente inconsapevolezza di chi li espone, trasformando la pagina più importante della nostra storia in una specie di assemblaggio da pop-art.

E quei cartelli potrebbero aver esposto oggi Piazzale Loreto e domani la mucca al macello in una manifestazione vegana, tanto, nella narrazione a-storica tutto è uguale a tutto.

Credo che chi la resistenza la combatté davvero non è che non avrebbe approvato, non avrebbe proprio compreso, avendo vissuto una tragedia e non una farsa.

 

 

 

 

 
 
 

L'internazionale.....del capitale

Post n°124 pubblicato il 11 Settembre 2018 da jonwoo1998

La terra sotto i piedi.

Per formazione e storia personale sarei assai lontano da ogni afflato patriottardo, ma, la stessa formazione mi porta a guardare con attenzione quello che succede intorno a noi per cercare perlomeno, di capire, in quali fasi potremmo trovarci e quali analisi fare.

Ricordo discussioni con chi ha vissuto la guerra partigiana, e gli scontri sulle varie definizioni da dare ad essa, non da parte di chi l’ha studiata, ma di chi l’ha fatta.

Un punto su cui si accendevano gli animi era sulla definizione di guerra civile (poi magistralmente sviscerata dal capolavoro di Pavone assieme altre altre 2 caratteristiche di quella guerra), meno disaccordo c’era sulla guerra di classe, ma dove la maggioranza si accordava era sul fatto quella guerra fosse stata una guerra patriottica.

Il progetto politico era quello di un 'Italia libera e democratica. Avevano combattuto contro le brigate nere e le ss mica avevano sparato al brigadiere caio e al politico disarmato tizio per poi appellarsi e scrivere documenti politici.

Lì si moriva e si finiva appesi ai ganci.....

Sono quindi francamente stupito dalla facilità con cui si accusa nientedimeno che di nazionalsocialismo chi si richiama alla Costituzione Italiana e alla sovranità popolare (nelle forme previste dall'art.1al di là di tutte le questioni dei "rapporti di forza" che ci sono in ogni caso e in ogni tempo) e all'interesse nazionale come interesse dell'Italia democratica e antifascista.

A parte l’inutile diatriba all’interno di una sinistra ormai evaporata, letteralmente brasata e non per colpa di altri, questa specie di discussione fatta di scomuniche deve far riflettere sul fatto che molte concezioni che si davano per scontate o sono evaporate oppure abbiamo vissuto in mondi paralleli.

Innanzitutto la fase storica. Qualcuno non ha ancora interiorizzato il fatto che Togliatti è morto e il PCI non c’è più. Non c’è per più per i militanti e non c’è più per chi si teneva alla sua sinistra criticandolo ferocemente.

Di quella storia rimane, appunto, solo la storia. E siccome la storia NON RITORNA, quella fase è finita (per dirla con Guzzanti “Amedeo Nazzari è MORTO”).

E trovo quindi fuori tempo massimo le varie collocazioni di ex-giovani che ancora credono di potere esercitare la critica a sinistra in merito ad un soggetto che non c’è più.

Quella è materia per gli storici non per il dibattito politico attuale e, soprattutto, penso che agli abitanti di questo paese, parafrasando Tognazzi, “importi sega” e non abbia neppure la più pallida idea di cosa si stia parlando (non perdendo nulla, anzi)

 

Una certa idea del mondo

Ripeto, la fase attuale non è quella degli anni ‘60 e comunque gli effetti del ‘68 (movimento a cui si richiamano gli “internazionalisti” più agitati come se oggi fossero tornati a 50 anni fa) portarono la Costituzione, quella Costituzione (e non un’altra che non è mai esistita né mai è stata possibile) nella società, nelle fabbriche, nelle scuole e dettero davvero realizzazione a molti dei propositi di quella carta. È quindi davvero incomprensibile come, chi si richiama proprio ai valori di quella carta, mai interamente realizzati (e, anzi devastati nell’ultimo trentennio) sia additato come un rossobruno e fascista.

Letteralmente i n c o m p r e n s i b i le !

A proposito di internazionalismo vorrei qui aprire un inciso per me fondamentale.

È evidente che il socialismo nasca internazionalista (non a caso, voglio dire: prima internazionale, seconda, terza…..) Marx, Bakunin e compagnia cantando erano tutti internazionalisti e uno dei fini comuni era certamente l’abbattimento dello Stato.

Però qui bisogna intendersi. Innanzitutto lo stato al quale si riferivano era quello, esclusivamente repressivo e di classe di quel periodo storico e non quello che via via integra sempre di più i vari ceti sociali al proprio interno con un percorso di nazionalizzazione e di welfare che segna dei solchi profondi fra le varie anime del socialismo.

E poi quell’internazionalismo (inter-nazionalismo si rifletta sulla parola) aveva come scopo l'abbattimento dello stato per la realizzazione del socialismo e dell’anarchismo. Ovvero una società senza classi.

Ora, una società senza classi prevede necessariamente la distruzione delle classi dominanti e la conquista del potere e (per gli anarchici subito per Lenin poi) il dissolvimento dello stato. Si tratta di un’azione necessariamente violenta e che propone nientedimeno che la rivoluzione.

In questo senso, distrutte le classi dominanti e conquistato il potere è ovvio che lo stato scompare.

Ora, io vorrei sapere, quanto di questo discorso fa parte della “sinistra contro lo stato” oggi esistente. Lo voglio ripetere: l’internazionalismo socialista prevede(va) l’abbattimento dello stato borghese per la creazione di una società senza classi, non la trasformazione dell’azione politica in un comitato umanitario che favorisca e lubrifichi il corso dello stato liberale.

Una conquista che potrà sembrare utopica, ma fino ad un certo punto, perché chi è materialista non aspetta il paradiso domani ma cerca di costruirlo oggi.

Altrimenti molto meglio chiarire l’equivoco e dichiarare la superiorità (con conseguente fine della storia) della democrazia liberale e la relativa struttura a base di multipartitismo, diritti civili e politici, uguaglianza formale e disuguaglianza sostanziale.

In cui c’è spazio per tutti, anche per gli anarchici e comunisti, basta che rimangano a casa loro e nei loro club e spazi “liberati”.

Il liberalismo ha capito da tempo che può aprire a tutto e a tutti a patto che non si metta in discussione la base economica e sociale.

Ed è anche giusto, fossi un capitalista multimiliardario sarei sicuramente (e con piena convinzione) un cosmopolita giramondo.

Quindi se si aspira (giustamente credo) a diventare milionario e a godere dei privilegi enormi e del livello di vita di chi è tale, posso solo essere d’accordo.

Ho profonda simpatia per i veri avversari di classe che sono tali e non se ne vergognano.

Preferisco un liberale convinto ad un socialista che in realtà è un liberista che non ce l’ha fatta.

Provo a dirlo con più brutalità: chi ha giocato alla rivoluzione negli anni passati (prima degli anni ‘80) – e non apparteneva alla classe operaia - ha appunto giocato. Viveva in un paese industrializzato, con le disuguaglianze tipiche di un paese capitalista usufruendo dei privilegi e del benessere diffuso di quel paese e la sua partecipazione ad una parte delle “ribellioni”, purché sincera, ha avuto come effetto soprattutto quello di promuovere una classe che si è abbastanza ben piazzata nei posti “allineati in discesa” (come avrebbe detto De André) resi liberi dopo il cambio non di un classe ma solamente di gruppi dirigenti.

È evidente che chi ha beneficiato di quel cambio (anche dovuto, anche necessario per la modernizzazione della società, non certo per la rivoluzione, cosa che era ben presente in alcuni dei militanti più accorti) sia particolarmente affezionato a quelle istanze che hanno permesso a lui e, spesso, anche ai suoi eredi, un’ascesa sociale che lo ha posizionato su di un’altra classe sociale.

Nulla di male, chi appartiene ad una classe subalterna ma dirigente (frazione dirigente della classe subalterna avrebbe detto Bourdieau) farà di tutto per non tornare indietro e difenderà con le unghie e con i denti quel posto.

A differenza delle classi dominanti, quasi naturali nel sistema capitalistico, e che quindi si possono permettere le più larghe vedute. Qui sì che il cosmopolitismo assume caratteristiche positive. Le classi dominanti non hanno bisogno dell’Erasmus. Sono L'Erasmus.

Chi ha invece creduto davvero alla rivoluzione (del resto una rivoluzione senza progetti di presa del potere, impossibile in questo ed in quel contesto geopolitico, fatta solo di sparamenti senza alcuna finalità reale) è rimasto invece impigliato nella necessità di dover giustificare a se stesso di aver gettato via la propria vita (e quella degli altri).

Ma la cosa interessante è che il 68 avrebbe voluto essere internazionale ma non cosmopolita mentre il 77 fu una peculiarità tutta italiana (in GB da un anno c’era, ad esempio, il Punk).

L’ internazionale socialista, per tornare indietro, finisce nel 1914, quando i partiti socialisti votano i crediti di guerra (in Italia la reazione fu la meno deleteria per il movimento socialista) e tanti uomini anche di sinistra si arruolarono volontari. Altro che internazionalismo!! Colpiti in pieno dalla nazionalizzazione delle masse, che, evidentemente, è qualcosa di più complesso che non il complotto delle classi dirigenti e dominanti.

Pensiamo, mi scuso i salti temporali, al terrorismo italiano. Solo la destra fascista si inserì nelle trame atlantiche,e quindi internazionali, mentre le BR e la RAF manca poco che non si parlassero. Mentre la RAF provò ad agganciare i palestinesi facendosi mandare a quel paese da chi lottava davvero per la indipendenza e non poteva certo capire borghesi arricchiti che giocavano alla guerra sparando su obiettivi inermi.

Quindi, al di là della differenza fra cosmopolitismo e internazionalismo non mi risulta che in merito a questa ultima declinazione si siano fatti dei grandi passi avanti. L’unico soggetto che li ha fatti è il capitale transnazionale (una delle cose giuste scritta nei “farneticanti” comunicati delle BR, che lo avevano capito più di 40 anni fa).

Allora faccio questa domanda: alla fine l’internazionalismo malamente inteso (ovvero non il superamento del capitalismo con l’unione internazionale del proletariato) ha oggettivamente migliorato o peggiorato le condizioni dei lavoratori veri? Alla fine l'internazionale è stata del movimento operaio o del capitale? Alla fine a chi si deve rivolgere quella parte di popolazione che è stata mazziata negli ultimi anni? Oppure questa internazionalizzazione ha, da una parte disciplinato il mondo del lavoro (“o così o salti dalla finestra”) ed ha gratificato i suoi esegeti?

Eh sì, perché a questo punto mi faccio una domanda. Ma le condizioni personali davvero non contano nulla? Davvero chi parla non lo fa per difendere la propria collocazione sociale? Magari convinto di portare anche un verbo di verità?

 

Una costituzione fascista ?

Allora ritorno là, a quella costituzione, che appena nata, comincia subito ad essere attaccata, dileggiata, vilipesa e anche “congelata” .

Premesso che, dati i rapporti di forza, in Italia, dopo la seconda guerra mondiale, nessuna rivoluzione era possibile, a patto di finire come la Grecia, un partito di massa, di classe ma responsabile, capisce che la strada (molto difficile e anzi impervia, anzi distruttiva) per portare il paese molto vicino al socialismo, può essere diversa.

Strada obbligata, intrapresa con i fucili puntati (tanto è vero che l’Italia è ancora oggi una mezza colonia USA).

Quindi quale viatico poteva essere intrapreso se non partendo da quel risultato, per forza mediato e anche compromissorio (ah la nuda realtà!) che era la carta costituzionale.

E qui le discussioni potrebbero durare a lungo, a lunghissimo fino ad arrivare al nucleo che sembra fondante della nostra carta, ovvero l’antifascismo.

Ma l’antifascismo è solo nella disposizione transitoria finale oppure tutto il documento è impregnato. L’art.1, l’art. 43, l’art. 21, l’art.11, il fu art. 81……

Ora, fosse per me, forze come Forza Nuova e Casa Pound non avrebbero neppure cominciato. Violando palesemente uno dei capisaldi della costituzione italiana andavano chiuse.

Ma quella costituzione, in questi anni è stata violata più e più volte, con la partecipazione alle guerra, con la modifica dell’art. 81, con l’annullamento de facto degli stessi artt. 1 e 43, in quando l’adesione alla politica della UE ha eliminato l’occupazione dagli obiettivi primari di quella carta. Per tacere del “buon” Tremaglia tanto amico di Veltroni che ci ha regalato quella legge idiota del voto degli italiani all’estero, Il “giorno del ricordo” dove le foibe diventano come la Shoah e i “ragazzi di salò”…….

Quale antifascismo, di grazia, vogliamo? Perché tra un po’ i partigiani saranno tutti scomparsi (e gli saranno fischiate le orecchie a sentire tutte le baggianate di questi anni).

Eppure quella generazione mise le proprie vite in gioco per un progetto politico, per ricostruire l’Italia, per una patria diversa, totalmente diversa da quella fascista.

 

Chiudo questa confusa disamina con due questioni:

Emigrazioni e modello economico.

1) Le emigrazioni necessitano di un appoggio razionale. È evidente che se l’ottica della rivoluzione per l’abbattimento dello stato borghese non è più realizzabile in nessun paese europeo, bisogna giocare sul campo della realtà che c’è e che non è EGEMONIZZATO dalla sinistra. È così difficile capire che in questo campo gli immigrati non possano essere né il nuovo proletariato (condotto, guidato, accompagnato da chi?) né la nuova frontiera della liberazione . Per quanto riguarda il proletariato, mi permetto di rilevare il razzismo insito in questa concezione. Per quale motivo chi emigra dovrebbe accodarsi al proletariato? Ma di cosa stiamo parlando? Ma quando mai, e perché, seppure sprofondando spessissimo nella più profonda miseria, chi va in un paese per stare meglio, dovrebbe aspirare ad alimentare le file del proletariato? Come se non avesse di meglio da fare. Qualcuno lo farà, ma sarà una minoranza politicizzata o che si radicalizza in loco. IL resto va per stare meglio. Spera anche di mettersi in proprio, o di lavorare senza cercare di mettersi nei casini. Il PCI al 34% non c’è più, e nessuna forza organizzata potrebbe mettere al sicuro il migrante dalle rappresaglie. A meno di non scambiare l’assistenza dell'associazionismo (che dovrebbe fare lo Stato) per azione politica. Se è così siamo messi bene. Gli immigrati che arrivano devono avere gli stessi, STESSI, diritti e doveri di chi c’è. E questo vuol dire che nessuno deve dormire sotto un ponte. Ma per far questo è necessario tornare al ruolo dello stato regolatore e programmatore. Il liberismo e il mercato alimentano la guerra fra i poveri, in primis perché dei poveri ha bisogno. Qualcuno pensa che questo sia un lavoro fattibile con i proclami internazionalisti? (sempre quell’internazionalismo malamente inteso). Per risolvere la questione migranti ci sarebbe da risolvere la questione del capitale. Dettaglio di poco conto.

2) L’economia non è una scienza. La medicina è una scienza. La matematica è una scienza. Ma non l’economia. L’economia è politica e ogni decisione, ogni conseguenza, ogni azione è politica. Basti ricordare il fallimento dei banchieri fiorentini. Se il sovrano non paga NON paga. Se non curi la malattia muori, se la curi puoi guarire. In economia non c’è né cura né malattia, ma le scelte. Se non ritorna la predominanza della politica sull'economia (che è politica fatta da un'altra parte) ogni discussione sarà inutile. 

 

 

 
 
 
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