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ecco come avrei voluto raccontare Tarkovskij


Le inquadrature tarkovskijane sono sempre sconvolgenti a causa del contenuto complesso e comunicano un’inquietudine in chiave simbolica e spirituale: il fluire delicato di un corso d’acqua, la lenta concatenazione di gocce che si inseguono senza soluzione di continuità, il rumore della natura, il morbido sibilo del vento; la camera  inquadra un un territorio espressivo altissimo, enigmatico e profondo, nel quale la ricerca del senso della vita, il significato assoluto della morte, la religiosità e la sacralità dell’esistenza ma anche il mistero, il dubbio e la paura si mescolano creando un sistema di segni, la rappresentazione dell’armonia e della bellezza ma anche la potente ed inarrestabile forza delle emozioni umane, la debolezza e il sogno. Sullo sfondo l’amore per la terra, la madre patria, una Russia magica e labirintica, in cui l’ossessione poetica si stempera nella dimensione dei sentimenti puri e dolcemente travolgenti. *«Quando scoprii i primi film di Tarkovskij fu per me un miracolo. Mi trovai, all'improvviso, davanti alle porte di una camera di cui fino ad allora non avevo la chiave. Una stanza dove avrei voluto sempre entrare e dove egli stesso, Tarkovskij, si muoveva con tutto l'agio... Qualcuno aveva espresso ciò che avevo sempre voluto dire senza sapere come.Se Tarkovskij per me è il più grande, è perché egli dà al cinema - nella sua specificità - un nuovo linguaggio che gli consente di catturare la vita come apparenza, la vita come sogno». Ingmar Bergman