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Messaggio N° 195529-09-2006 - 15:33

La torre della vanità, russa, europea, occidentale

Sarà russo l'edificio più alto d'Europa. Con i suoi 440 metri d'altezza, la Federation Tower svetterà sulla riva della Moscova circondata da altri diciotto palazzi: parti di un progetto il cui costo previsto oscilla tra i dieci e i dodici miliardi di dollari, al centro di un'area di 13 milioni di metri quadrati già ribattezzata la 'Manhattan di Mosca'.

immagineTutto questo accade in un Paese in cui il flusso di capitali stranieri è in continuo aumento, gli investimenti nel settore immobiliare si moltiplicano a vista d'occhio e sono caldamente sostenuti dal governo che risulta essere, per altro, il maggior sostenitore della costruzione della Federation Tower attraverso gli investimenti della Vneshtorgbank, di proprietà quasi esclusiva del Cremlino. anarchia può ormai diventare fatale, così come è successo per Kozlov. La costruzione della Federation Tower sta assumendo per i russi, e in particolar modo per i moscoviti, sfumature molto lontane da quelle economiche.

Il grattacielo sembra infatti portare a compimento il progetto urbanistico delle 'sette sorelle', sette edifici gemelli fatti edificare da Stalin negli anni '30 come dimostrazione della perizia tecnica dei costruttori sovietici, ma anche come simbolo della tensione verso il 'radioso avvenire', verso il comunismo che l'Urss avrebbe dovuto raggiungere sotto la sua guida.
Specchio di una Russia sempre più 'europea', capace di risollevarsi, almeno apparentemente, dalla crisi degli anni novanta, la Federation Tower rischia  di diventare l'ottava sorella, prendendo il posto del mai realizzato Palazzo dei Soviet.
Sono in molti a pensare che l'entusiasmo per la nuova torre in costruzione rischi di distorcere la percezione che il mondo, e i russi stessi, hanno della Russia, nascondendo inflazione, povertà, censura, dietro una facciata di vetro e cemento.
e in russia esistono altri problemi di cui nessuno parla, ecco un esempio:
immagineLa grande isola russa di Sakhalin, poco a nord del Giappone, è un paradiso terrestre coperto di montagne boscose solcate da migliaia di limpidi corsi d’acqua che si gettano nel freddo Mare di Ohotsk, dimora degli ultimi cento esemplari di balene grigie esistenti al mondo.

In queste terre selvagge – e fino a pochi anni fa incontaminate – vivono le popolazioni indigene dei Nivci, dei Nanai, degli Orochi e degli Evenchi, pacifiche tribù di pescatori e allevatori di renne, oggi costretti a lottare per la sopravvivenza di quell’ambiente da cui essi dipendono al cento per cento.

Sopravvivenza seriamente minacciata dallo sfruttamento degli immensi giacimenti petroliferi locali da parte della
Shell, che ha iniziato a lavorare qui sei anni fa ma che solo ora sta cominciando a fare sul serio con l’avvio del più colossale progetto petrolifero della storia.
immagineLe prime trivellazioni sono iniziate nel 1999 e le conseguenze furono immediate. Centinaia di tonnellate di aringhe morte vennero a galla allarmando i pescatori.

Gli scienziati dell’associazione ambientalista
Pacific Environment analizzarono i pesci morti rinvenendo nelle loro carni tracce di petrolio e metalli pesanti. Molte foche morirono. Gli uccelli che normalmente si cibavano di plancton iniziarono a nutrirsi di insetti. Tutto il pesce pescato puzzava di petrolio e la pescosità delle acque di Sakhalin crollò ai minimi storici. Per non parlare dei timori sul destino delle ultime cento balene grigie del mondo.
Gli indigeni di Sakhalin hanno iniziato a protestare: assemblee, dimostrazioni, blocchi dei cantieri. Non hanno mai preteso lo stop allo sfruttamento petrolifero della loro isola e del loro mare. Hanno chiesto solo valutazioni indipendenti sull’impatto ambientale e sociale del progetto e l’istituzione di un fondo per lo sviluppo dei popoli indigeni di Sakhalin finanziato dalle compagnie petrolifere.

Il fatto che le tubature attraverseranno almeno 1.300 corsi d’acqua e che la regione di Sakhalin sia ad altissimo rischio sismico allarma gli indigeni locali, che temono una catastrofe ambientale in caso di incidenti.
 
immagineL'ultimo schiaffo agli indigeni è arrivato da parte dei finanziatori: l’americana Corporazione per gli Investimenti Privati Oltreoceano, la Banca Giapponese per la Cooperazione Internazionale e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, che il 14 dicembre è stata la prima a giudicare positivamente, a scopo di finanziamento, gli standard ambientali e sociali presentati dalla Sakhalin Energy (la Shell). La quale ha reagito con comprensibile entusiasmo dato che questo aprirà certamente la strada al coinvolgimento di altre banche che nutrivano dubbi sulla sostenibilità del progetto.



di:
kudablog