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Il Venerdì lo spazio di commento dell'attualità

 DIARIO APERTO su questo blog, il Blogmondo

 

 
 

 

Attualità

Post n°4976 pubblicato il 16 Dicembre 2011 da mondo.sereno

Il video

delle dichiarazioni shock

di Berlusconi

http://video.unita.it/media/Politica/Berlusconi_Sto_leggendo_Mussolini__3762.html

 
 
 

Dichiarazioni shock di Berlusconi

Post n°4975 pubblicato il 16 Dicembre 2011 da mondo.sereno

Berlusconi: «Leggo i diari
di Mussolini. Mi ci ritrovo molto»

Dodici sedie vuote per Silvio Berlusconi. Al tempio di Adriano, alla presentazione del libro di Bruno Vespa, Questo amore, non c'è la folla delle grandi occasioni. Sicuramente non c'è la folla che in altre occasioni attendeva l'ex premier Silvio Berlusconi. «Cosa non si fa per il dottor Vespa», dice Berlusconi posando con il libro in mano. Dalla platea un breve applauso.

«Mussolini? Mi ritovo molto nei diari»
«Sto leggendo i diari di Mussolini e le lettere della Petacci e devo dire che mi ritrovo in molte situazioni. Anche con le lettere della Petacci», dice l'ex premier, che ricorda come Mussolini si lamentasse del fatto di non potere neppure raccomandare una persona. «Che democrazia è questa?», si chiedeva Mussolini. E infatti, fanno notare a Berlusconi, non era una democrazia quella di Mussolini. «Beh era una democrazia minore», aggiunge Berlusconi.

GUARDA IL VIDEO

«Monti è disperato...»
«Per poter governare questo Paese bisogna cambiare la Costituzione. Se ne sta accorgendo anche Monti che ha presentato un decreto e in Parlamento ha dovuto fare marcia indietro praticamente su tutto, ed è giustamente disperato». Lo afferma Silvio Berlusconi, intervenendo alla presentazione del libro di Bruno Vespa.

«Tremonti? Meglio parlare d'amore...»
Sorriso tirato, testa che scuote a destra e sinistra e poi: «È meglio che non risponda alla sua domanda, perchè una mia risposta avrebbe conseguenze negative». Silvio Berlusconi declina così l'invito a 'sfogarsi' sul suo ex ministro dell'Economia, Giulio Tremonti e, nel corso di un'intervista pubblica condotta a Roma da Bruno Vespa per presentare il suo ultimo libro, si oppone gentilmente ma fermamente alle domande sul tema. Incalzato, il premier si trincera dietro un «preferirei tornare al tema dell'amore», piuttosto che parlare di Tremonti. E Vespa azzarda la battuta: «Certo che Tremonti qualche corno glielo ha fatto, caro presidente... con la Lega».

Asta frequenze Tv, Silvio: «Indifferente»
Nessun interesse sull'asta delle frequenze tv. Lo assicura Silvio Berlusconi. «Questo argomento mi lascia indifferente - spiega - non me ne sono per niente interessato. Ma ho una consapevolezza, quella che con il numero incredibile di frequenze oggi disponibili ci sarà pochissima gara per occuparle, sarà difficile che qualcuno pensi di fare un'offerta», conclude Berlusconi.

(da l'Unità.it)

 
 
 

La maggioranza perde ancora pezzi. Due deputati del Pdl in fuga verso l'Udc

Post n°4974 pubblicato il 03 Novembre 2011 da mondo.sereno

Con il passare delle ore i "maldipancia" della maggioranza si stanno trasformando in vere e proprie coliche. Dopo le manovre degli "scajoliani", i malumori dell'area che fa riferimento a Beppe Pisanu, i distinguo di un fedelissimo come Paniz e la lettera dei sei "frondisti" 1, lo stillicidio di prese di distanza da Silvio Berlusconi è proseguito anche oggi. A nulla sono servite la decisione del premier di porre la fiducia 2 sul maxiemendamento al ddl Stabilità 3 e l'ottimismo del segretario Angelino Alfano secondo cui "si risolverà tutto" perché gli scontenti "non sono usciti ma hanno posto questioni politiche che valuteremo con attenzione".

Due in meno. La novità di oggi pomeriggio è il passaggio di altri due deputati dal Pdl all'Udc.  "Alessio Bonciani e Ida D'Ippolito. Benvenuti!", ha "twittato" Roberto Rao, braccio destro di Pier Ferdinando Casini, per salutare l'ingresso dei due parlamentari nelle file dell'opposizione. Scelta confermata dal presidente di turno della Camera, Rocco Buttiglione, che ha formalizzato durante la seduta d'Aula il cambio di gruppo dei due deputati.

Si torna a quota 314. Secondo
un primo conteggio, con la perdita di questi ulteriori due voti Berlusconi perde la maggioranza assoluta in aula alla Camera, finendo sotto quota 316, cioè a quota 314, quella faticosamente raggiunta il 14 dicembre, quando l'assemblea di Montecitorio bocciò per soli tre voti la mozione di sfiducia. Dentro questa maggioranza, però, ci sono tante zone d'ombra e se, ad esempio, i nomi dei cosiddetti "dissidenti" si traducessero in voti contrari al governo, il Cavaliere rischierebbe di essere sfiduciato. : Nei 314 deputati ci sono infatti Roberto Antonione, Isabella Bertolini, Giancarlo Pittelli e Giorgio Stracquadanio. I quattro del pdl che, insieme a Fabio Gava e Giustina Destro (che già non hanno votato la fiducia lo scorso 14 ottobre), hanno firmato la lettera degli scontenti che chiede al premier di promuovere un nuovo esecutivo. Soltanto così la maggioranza scenderebbe a quota 310. Ma le incognite non sono finite qui.

L'incognita Pippo Gianni. Resta per esempio in bilico il futuro di Pippo Gianni, eletto nelle liste dell'Udc e poi passato ai Reponsabili (chiamati ora Popolo e Territorio) che ha annunciato un voto contro il governo "al 75-80%".  "Voterò la fiducia solo dopo aver visto il decreto", ha anticipato alla trasmissione Radio2 'Un giorno da Pecora'. "Se conterrà delle norme  sull'occupazione nel Meridione e nel Centro Sud lo voterò, altrimenti non lo voterò. Io non sono stato nominato da Berlusconi e non vengo dalla maggioranza...".

Le manovre di Popolo e Territorio. Ancora  da decifrare invece la mossa di altri tre parlamentari di Popolo e Territorio, Amerigo Porfidia, Elio Belcastro e Arturo Iannaccone, che hanno mollato il loro gruppo a Montecitorio per passare in quello Misto seppure, garantisce Iannaccone, "non solo confermiamo la fiducia, ma aggiungiamo che la nostra fiducia va personalmente a Silvio Berlusconi". "Ricostituiamo la componente del Misto, da cui già provenivamo - precisa ancora il deputato - perché siamo impegnati a organizzare il nostro partito sul territorio meridionale e ci serve la visibilità che ci garantisce formare una nostra componente nel Misto".

Storace chiede la fucilazione. Gli ulteriori scricchioli nella maggioranza hanno rimesso al lavoro Denis Verdini. Da sempre il coordinatore del Pdl è il 'guardiano' dei numeri del partito e anche stavolta si sta dando un gran da fare per garantire la tenuta del governo. Verdini sta cercando di convincere il maggior numero possibile di 'scontenti' a non mollare. Telefonate, incontri, riunioni, si sprecano in queste ore per lui. Ma c'è anche chi, come Francesco Storace, per evitare cambi di casacca
sulla sua pagina Facebook 4 evoca metodi più spicci: "Quei deputati che in queste ore cambiano partito mentre Berlusconi è a Cannes per l'Italia, meriterebbero di essere fucilati alla schiena", dice il segretario de La Destra Francesco Storace. "Parole gravissime - commenta il Pd - figlie della sua cultura, per fortuna liquidata dalla storia". "E' altrettanto grave che un personaggio che usa quel linguaggio graviti intorno all'area della maggioranza: dovrebbero essere gli stessi esponenti del governo a prenderne le distanze, soprattutto chi sostiene che dai linguaggi violenti può nascere la violenza", aggiunge il deputato democratico Francesco Rosato.

(da Repubblica.it)

 
 
 

No alla legge bavaglio

Post n°4973 pubblicato il 24 Giugno 2011 da mondo.sereno
Foto di mondo.sereno

Diciamo no alla legge bavaglio che PDL-Lega Nord vogliono fare

 
 
 

Attualità

Post n°4972 pubblicato il 20 Giugno 2011 da mondo.sereno

L'intervento di Pierluigi Bersani

Segretario del Partito Democratico

alla Conferenza sul lavoro a Genova 

al link

http://www.youdem.tv/doc/211450/conferenza-nazionale-per-il-lavoro---intervento-di-pier-luigi-bersani.htm

 
 
 

Questa sera "Tutti in piedi - entra il lavoro" con Santoro

Post n°4971 pubblicato il 17 Giugno 2011 da mondo.sereno

"Signori, entra il lavoro"
Santoro in diretta su Rtv38

La trasmissione-manifestazione condotta dal giornalista Rai sul precariato e sul centenario della Fiom si svolgerà a Bologna ma verrà trasmessa da Rtv38

"Signori, entra il lavoro. Tutti in piedi". Sarà trasmessa anche su Rtv38 la trasmissione organizzata in occasione dei 110 anni della Fiom e condotta da Michele Santoro in diretta dal parco di Villa Angeletti di Bologna. Alla trasmissione-manifestazione parteciperanno ospiti d'eccezione come Serena Dandini, Vauro, Marco Travaglio, Daniele Luttazzi e Corrado Guzzanti per parlare di diritto del lavoro, di precariato e contratti attraverso l'esperienza di chi ha vissuto una storia centenaria, come quella della Fiom, sempre a fianco e dalla parte degli operai.
Rtv38 manderà in onda l'intera diretta anticipando l'evento con un faccia a faccia con il segretario del PD di Firenze Patrizio Mecacci, giovane precario prestato al "precariato politico". Durante la diretta ci saranno anche contributi filmati legati alla Toscana e in sintonia con gli argomenti della serata di Bologna.

(Da Repubblica.it)

 
 
 

Brunetta insulta i precari: "Siete l'Italia peggiore"

Post n°4970 pubblicato il 15 Giugno 2011 da mondo.sereno

La precaria insultata Dal Ministro Brunetta

a Repubblica.it: ecco cosa avrei voluto dire

al Ministro. La spiegazione del disagio dei

precari al link

http://tv.repubblica.it/copertina/ecco-quello-che-avrei-voluto-dire-a-brunetta/70827?video=&ref=HREA-1

 
 
 

Attualità

Post n°4969 pubblicato il 15 Giugno 2011 da mondo.sereno

Brunetta insulta i precari:

"Siete l'Italia peggiore".

Guarda il video al link

http://www.youtube.com/watch?v=9pFjw72v_lc

 
 
 

Informazione

Post n°4968 pubblicato il 14 Giugno 2011 da mondo.sereno

Venerdì sera alle ore 21

Michele Santoro condurrà

la trasmissione-manifestazione

"Tutti in piedi - entra il lavoro".

Come per Raiperunanotte, l'evento

sarà trasmesso sulla rete via internet

e su diverse televisioni locali

in tutta Italia.

http://www.newnotizie.it/2011/06/14/michele-santoro-signori-entra-il-lavoro-tutti-in-piedi/

Tanti gli ospiti speciali, tra cui

Serena Dandini, Maurizio Crozza,

Marco Travaglio, Vauro...

Per ulteriori informazioni

visita il sito

www.tuttiinpiedi.it

 
 
 

Attualità

Post n°4967 pubblicato il 14 Giugno 2011 da mondo.sereno

Ai i referendum abrogativi su nucleare, acqua e legittimo impedimento hanno votato il 57% degli aventi diritto secondo i dati forniti finora da circa il 98% dei comuni italiani ed i sì a tutti i quattro quesiti sono intorno al 95% su circa 3.500 sezioni scrutinate su 61.699 in Italia.

Lo rende noto il Viminale.

Con dati riferiti a 7.938 comuni su 8.092 ha votato il 57,07% nel primo referendum sui servizi pubblici locali. Dati simili per gli altri 3 referendum.

Il livello minimo per considerare il voto valido è il 50% più uno degli elettori.

Secondo la Farnesina, nel caso in cui l'Ufficio centrale per il referendum della Cassazione dovesse ritenere validi i voti degli elettori italiani all'estero per la definizione del quorum, la soglia da raggiungere sarebbe al 53,5%.

 
 
 

Quorum raggiunti ai referendum

Post n°4966 pubblicato il 13 Giugno 2011 da mondo.sereno

Raggiunto e abbondantemente superato il quorum per tutti e quattro i quesiti del referendum. Si sta ultimando lo spoglio delle urne. I quesiti erano estremamente importanti, rigurdavano tematiche molto legate alla vita quotidiana di ciascuno di noi: l'acqua, il nucleare e la legalità. Votando SI i cittadini hannos celto di voler vivere in un Paese in cui gli interessi economici non prevalgano sulla tutela della saluite delle persone, hanno cancellato il ritorno al nucleare e hanno riaffermato un principio alla base del nostro Stato di diritto: la legge è uguale per tutti, e i rappresentanti delle istituzioni nno ne sono esenti. I referendum, inoltre, rappresentano una riaffermazione della democrazia forte e chiara. La partecipazione dei cittadini è estremamente importante, è l'anima della nostra democrazia. Votare è alla base della democrazia. Andando a votare i cittadini hanno voluto esprimersi, hanno voluto dire la loro sulle sorti del Paese. Il popolo è sovrano e non è accettabile vedere dei rappresentanti delle istituzioni dire di non andare a votare. Si può dire che la percentuale di votanti così alta è stata la migliore risposta a riguardo. Una risposta civica, una riscossa della società civile.

 
 
 

41,1%. Referendum a un passo dal quorum. Oggi tutti a votare dalle 7 alle 15

Post n°4965 pubblicato il 13 Giugno 2011 da mondo.sereno

Sotto il sole, come in Liguria, o con la pioggia, come in Molise, l'Italia del primo giorno di voto referendario si e' recata alle urne senza farsi condizionare piu' di tanto dalla variabile meteorologica. L'affluenza e' stata abbastanza alta (alle 22 e' andato a votare il 41,1% dei 47,1 milioni di italiani aventi diritto), e anche la prima rilevazione delle ore 12 a due cifre (11,64% dei votanti) fa ben sperare chi, guardando ai precedenti, ambisce al raggiungimento del quorum. Tutto potrebbe pero' giocarsi sul filo di lana: le urne, una volta chiuse alle ore 22 di stasera, torneranno ad aprirsi oggi dalle 7 alle 15. E una manciata di voti in questo caso potrebbe fare la differenza.
Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e' stato tra i primi a votare, come aveva preannunciato, recandosi in una scuola del rione Monti, sotto il sole di una Roma piacevolmente ventilata.

Referendum 1 - Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica - Abrogazione

Referendum 2 - Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito - Abrogazione parziale di norma

Referendum 3 - Abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio di energia elettrica nucleare

Referendum 4 - Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte costituzionale

(Da Articolo21.info)

 
 
 

12-13 giugno, referendum: andiamo a votare

Post n°4964 pubblicato il 10 Giugno 2011 da mondo.sereno

Il 12 e il 13 giugno si terrà il referendum. Andiamo a votare

 
 
 

Referendum del 12 e 13 giugno

Post n°4963 pubblicato il 09 Giugno 2011 da mondo.sereno

Acqua ai privati, i numeri del flop
Denunce dai Comuni, utenti infuriati

La privatizzazione dell'acqua pubblica italiana, avvenuta negli ultimi 17 anni, non è stata fin qui un successo. Innanzitutto perché ha peggiorato le cose per gli utenti. Sono 114 le società che gestiscono il ciclo delle acque in Italia: 7 private, 22 a capitale misto con partner selezionato tramite gara, 9 controllate da società quotate in Borsa e 58 interamente pubbliche. Ci sono problemi, sul fronte privato, a Roma e provincia, a Rieti, a Frosinone, in alcuni acquedotti toscani (sei aperture al mercato  realizzate del centrosinistra), in Umbria, in Campania, in Sicilia. Il rapporto fra utenti è gestori è sempre più conflittuale: bollette pazze, distacchi per morosità non riconosciute, letture contestate, calcoli imprecisi. E problemi per la salute, come dimostra l'arsenico trovato in concentrazioni elevate nei rubinetti dei Castelli romani e nel litorale della capitale.

L'Acea holding, quotata in Borsa, in mano al Comune di Roma al 51 per cento e con Francesco Gaetano Caltagirone primo privato con il 15, debiti per due miliardi e 350 milioni di euro, è la società che ha mostrato il maggiore interesse sul controllo dell'acqua. Gestisce il servizio idrico in dodici aree italiane attraverso società controllate. Dalla capitale al Beneventano, dal Senese al Basso Valdarno all'Umbria al Trasimeno: 8 milioni e 400 mila utenti. A Frosinone i cittadini hanno dichiarato guerra alla sua Ato5, società per azioni sull'orlo del crack visto il dissesto da oltre 40
milioni di euro. Investimenti promessi ai Comuni da servire mai realizzati e aumenti tariffari retroattivi (mai incassati per la ribellione degli utenti) nel tentativo di riempire la voragine del debito. Una pessima gestione quella di Acea Ato5, passata nel frattempo dai manager graditi alla sinistra a quelli del centrodestra (con Gianni Alemanno azionista di maggioranza). Oggi i vertici, che hanno preannunciato la consegna dei libri contabili al Tribunale fallimentare, sono sotto inchiesta alla Procura di Frosinone.
Publiacqua, sede a Firenze, copre 49 comuni allargati su quattro province toscane e viaggia con deficit milionari da tre esercizi. Il Comitato di vigilanza sulle risorse idriche del ministero dell'Ambiente ha comminato alla società una sanzione di 6 milioni e 200mila euro: non poteva chiedere ai clienti, insieme all'aumento delle tariffe, un "deposito cauzionale".

Acea Ato2 spa (Roma e Provincia) ha aumentato le tariffe, ma i suoi conti non sono in equilibrio. E' nell'acqua che distribuisce che sono state trovate tracce di arsenico. Ad Aprilia (provincia di Latina) settemila famiglie si rifiutano di pagare gli aumenti alla società Acqualatina, partecipata dalla multinazionale francese Veolia: preferiscono continuare a versare "il giusto", ovvero le tariffe decise dal Consiglio comunale, sul conto corrente del Comune. La spa ha risposto scatenando Equitalia, il riscossore più potente del paese, e mandando i vigilantes ad abbassare la potenza dell'erogazione a chi praticava l'autoriduzione. Il Consiglio comunale di Aprilia, con una sentenza del Consiglio di Stato in mano e sfidando la volontà della Provincia, ha già chiesto la restituzione dell'acquedotto anticipando così le istanze referendarie. Il "giusto" pagato dai settimila ribelli ha portato nelle casse del Comune un milione di euro, base da cui ripartire per ripubblicizzare l'acquedotto.Domenica e lunedì, il Comitato acqua pubblica di Aprilia metterà a disposizione un'auto per accompagnare ai seggi le persone anziane.

Ad Arezzo, prima privatizzazione d'Italia (società Nuove Acque  controllata da Acea e dai francesi di Gdf Suez), si pagano le terze tariffe più care d'Italia: in dieci anni sono raddoppiate. Ad Agrigento dal 2007 governa la Girgenti Acque spa: dopo due anni i sindaci hanno chiesto la rescissione del contratto di gestione. Erano arrivate bollette decuplicate, in alcune zone i comuni avevano dovuto far arrivare l'acqua con autobotti d'emergenza.

Non è certo che il ritorno al pubblico nei servizi idrici, auspicato dai referendari, possa restitutire acqua di qualità e a prezzo equo ai cittadini lasciando le casse degli enti locali in ordine. Di certo, il sistema misto, pubblico-privato, in Italia ha fallito. I sindaci si dichiarano impotenti, lasciando il governo dell'acqua ad amministratori spesso lontani dal territorio, e si accontentano di ricevere dividendi e piazzare uomini graditi nel sottogoverno delle società municipalizzate. I cittadini privatizzati sono furiosi: nel 2010 gli aumenti medi, ha testato la Federconsumatori, sono stati del 6,85 per cento con punte del 30 per cento a Carrara, Massa e Rieti. In dieci anni gli aumenti sono arrivati al 6,3 per cento, il triplo dell'inflazione.

(Da Repubblica.it)

La privatizzazione è partita ormai da 17 anni. Da Roma, alla Campania, alla Toscana piovono contestazioni, mentre si fanno strada sospetti per l'attenzione alle norme di sicurezza

 
 
 

Referendum: tutte le risposte per gli scettici

Post n°4962 pubblicato il 07 Giugno 2011 da mondo.sereno

Esiste il nucleare sicuro? Troppo facile rispondere: chiedete agli abitanti di Fukushima. Però, c’è un aspetto per il quale la lezione nipponica è determinante: ed è l’aspetto umano. Tecnici che non avvertono dei rischi segnalati per tempo, l’immensa difficoltà di uno dei paesi più tecnologici al mondo di affrontare l’emergenza, omissioni e omertà ad altissimo livello, scientifico e aziendale. E allora, la risposta potrebbe suonare così: anche se esistesse il nucleare sicuro (e non esiste), è l’umanità che è troppo «insicura» per poterselo permettere. Ma sono tante le domande che i referendum del 12 e 13 giugno portano con sé, dall’acqua privata o pubblica al legittimo impedimento. E meritano risposte precise. Proviamo a vedere, al di là di stereotipi e posizioni preconcette. E così torniamo alla nostra prima domanda.

Esiste un nucleare sicuro?
No, oggi sicuramente no. È di ieri la notizia che per la prima volta sono state rinvenute tracce di plutonio fuori dalla centrale di Fukushima. Probabilmente il territorio colpito non potrà essere abitato per almeno altri cinquant’anni. Si fa un gran parlare di centrali della quarta generazione, capaci di gestire la questione dello smaltimento delle scorie. Ma nel caso di un ritorno al nucleare quelle da costruire sarebbero impianti di terza generazione, ed è ovvio che l’onere dello smaltimento delle scorie si abbatterà sulla cittadinanza del territorio. È bene sapere che il 20 per cento dei reattori attualmente in funzione si trova in aree sismiche e che i danni per la popolazione derivanti da un incidente in una centrale nucleare si trascinano per generazioni: le mutazioni derivate dal disastro di Cernobyl, per esempio, si trasmettono geneticamente.

È vero che il nucleare permetterà ai cittadini di avere delle bollette più basse?
No. Un impianto nucleare costa tra gli 8 e i 10 miliardi di euro, e ovviamente sono imponderabili i costi legati allo smantellamento e la messa in sicurezza delle scorie, senza parlare delle conseguenze di eventuali incidenti. A parte il fatto che secondo i dati del dipartimento per l’energia degli Stati Uniti il nucleare è già il più caro (11,15 cent/kwh contro i 9,61 dell’eolico e gli 8,03 del gas), il nucleare viene considerato spesso una fonte per generare energia elettrica a basso costo. In realtà per individuare un quadro completo dei costi è necessario allargare la visione all’intero ciclo di produzione. Ossia, va considerato anche il costo dello smantellamento di una centrale, la bonifica del territorio e lo stoccaggio delle scorie radioattive. Basti sapere che per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni ‘60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Per smantellarla sono necessari 635 milioni di dollari. Infine, gli esperti mettono l’accento sul fatto che i costi legati al nucleare rimarranno stabili o addirittura aumenteranno (si pensi, per esempio, al fatto che per un paese come l’Italia, che non ne dispone per conto proprio, sarà necessario importare l’uranio: che finirà, prima o poi, proprio come il petrolio). Questo mentre il costo, con investimenti inizialmente sostenuti, per il sostentamento le energie alternative, a cominciare dal fotovoltaico, nel tempo è destinato a diminuire.

Senza il nucleare siamo «meno europei»?
Beh, è un fatto che la Germania, governata dalla democristiana Angela Merkel, abbia appena deciso di abbandonare il nucleare, né è un caso se la Francia, che ospita attualmente 58 centrali nucleari attive, sia seriamente tentata di farne a meno: il 62% dei nostri vicini transalpini vuole che il paese ne esca progressivamente (in 25-30 anni), mentre il 15% vorrebbe un’uscita immediata.

Capitolo acqua. Quali sono i vantaggi per i cittadini se la gestione dei servizi idrici avrà una corsia preferenziale per i privati?
Nessuno. A parte la questione morale generale, secondo cui l’acqua di per sé deve rimanere il bene pubblico per eccellenza ed esser sottratto a logiche di mercato, è comunque assai dubbio che un suo parziale passaggio ai privati possa comportare un risparmio per la collettività. Vediamo perché. Tra gli altri, il referendum propone l’abrogazione del decreto per la parte che dispone che la tariffa per il servizio idrico sia determinata tenendo conto dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito. Detto così pare arabo, ma la sostanza è che la normativa permette al gestore del servizio idrico di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito: ebbene, cominciamo col dire che non vi è nessun collegamento a logiche di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio stesso. Detto ancora più in chiaro, la bolletta includerà, oltre ai lavori ordinari, anche gli utili delle aziende. Ovviamente, tutto il costo della gestione del servizio, compresi gli investimenti, è scaricato in bolletta. Dopodiché, oggi come oggi l’acqua in Italia costa circa un euro ogni mille litri, accessibile alla quasi totalità della cittadinanza praticamente senza limiti. È vero che la rete idrica del Bel Paese perde circa 40 litri ogni cento (ogni giorno circa 104 litri per abitante, il 27% di quella prelevata), ma gran parte di ciò che si perde comunque rientra in falda, e dunque torna agli acquedotti. Certo, nel campo dell’agricoltura va perduto circa il 60%, ma è praticamente impossibile che un qualsivoglia privato possa o intenda affrontare una spesa per ristrutturare la rete idrica nazionale che secondo il Conviri (commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche), supera i 64 miliardi di euro nei prossimi trenta anni.

È vero che laddove è stata attivata la gestione privata si sono abbassate le tariffe?
Ovvio che no. Anzi. Basta confrontare le tariffe della gestione privata con quelle pubbliche. Risultato? Nel primo caso sono aumentate del 12% rispetto alle previsioni, nel secondo il dato è rimasto quasi costante (solo l’1% in più). Per esempio, si segnalano significativi aumenti in bolletta in Calabria, ad Agrigento, a Latina, dove gli acquedotti sono passati ai privati. Le bollette di Milano e Roma, al contrario, nello stesso tempo sono rimaste quasi invariate.

Legittimo impedimento: è vero che esiste anche negli altri paesi europei?
No. Esiste l’immunità parlamentare, per esempio in Germania, Belgio, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito. In Francia e in Spagna è limitata ai reati commessi nell’esercizio della funzione. In Portogallo l’immunità non vale nei casi di flagranza di reato. In Italia il legittimo impedimento permette al premier di non presentarsi ai processi perché impegnato in attività di governo, preparatorie o consequenziali. La Consulta ha imposto modifiche di rilievo, conferendo il potere decisionale al giudice anziché al premier. Si vota per confermare la legge nella versione “riformulata” o cancellarla del tutto.

(Da l'Unità.it)

 
 
 

Divorzio tra Santoro e la Rai

Post n°4961 pubblicato il 07 Giugno 2011 da mondo.sereno

Michele Santoro lascia la Rai
Mentana: “A un passo da La7″

Michele Santoro lascia la Rai. E si avvicina sempre più a La7, con cui ha pronto l’accordo di massima con la rete. Lo conferma anche Enrico Mentana, direttore del tg della rete, che durante l’edizione serale dichiara: “Santoro a un passo da La7. Se verrà da noi potrà fare quello che vuole”. Ad attenderlo, non solo l’attualità, ma anche le docufiction. Dopo anni di battaglie, anche giudiziarie, arriva così la separazione tra il conduttore e la tv pubblica. Separazione però “consensuale” e in parte anticipata nel pomeriggio dalla misteriosa sparizione di ‘Annozero’ dal palinsesto di Rai2 e dalle voci degli ultimi giorni. Assenza spiegata poco dopo dalla stessa azienda, che in una nota definisce “risolto” il contratto di lavoro con Santoro. “Si è ritenuto – prosegue il documento – di far cessare gli effetti della sentenza del Tribunale di Roma, confermata in appello, in materia di modalità di impiego di Michele Santoro, per recuperare la piena reciproca autonomia decisionale”. A seguito del comunicato dell’azienda è stata quindi annullata la conferenza stampa di domani, in cui il conduttore e il direttore di Rai2, Msssimo Liofredi, avrebbero dovuto fare un bilancio della stagione appena conclusa. A viale Mazzini circola una voce: la Rai non avrebbe voluto che Santoro tenesse la conferenza, tanto più insieme al direttore di rete, che averebbe potuto snocciolare i dati record del programma. Il giornalista sarebbe adesso in cerca di una sede alternativa in cui tenere una conferenza stampa indipendente domani pomeriggio.

In attesa della decisione della Cassazione sulla causa tra il conduttore e l’azienda, la vicenda sarebbe stata discussa una decina di giorni fa dallo stesso Santoro con il presidente Rai Paolo Garimberti e il direttore generale Lorenza Lei, alla ricerca di un accordo. Il presidente avrebbe fatto capire chiaramente al giornalista di non voler fare un passo indietro sul contenzioso in corso. Una buona soluzione sarebbe stata invece quella di chiudere la vicenda giudiziaria con un allontanamento spontaneo del giornalista. Tanto che oggi arriva l’annuncio della separazione “consensuale”. Nella versione di Garimberti, invece, il vertice Rai avrebbe appreso solo qualche giorno fa di “riservatissimi contatti” tra Santoro e la Lei, di cui oggi avrebbe appreso l’esito. Decisione, comunque, presa “a totale insaputa del Consiglio d’amministrazione”, lamentano i consiglieri Nino Rizzo Nervo Giorgio Van Straten, convinti che “questa uscita sia un danno per la Rai”. “Spiace sempre perdere un professionista come Michele Santoro – commenta il presidente in una nota – ma, come ebbi modo di dire un anno fa quando già si polemizzava su un suo possibile addio alla Rai, ho profondo rispetto per il diritto di ciascuno di essere artefice del proprio destino”.

“Biagi, Luttazzi e Santoro hanno fatto un uso criminoso della televisione pubblica”. E’ il 2002 quando il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi emana, da Sofia, il cosiddetto ‘Editto bulgaro’. Risultato: i tre vengono allontanati dalla Rai. Il posto di Santoro viene occupato da Antonio Socci con ‘Excalibus’. Il conduttore avvia allora
una causa che porta al suo reintegro e alla bocciatura da parte della corte d’Appello di Roma del ricorso dell’azienda. Sempre dal premier, intanto, arrivano nuove pressioni. Come quelle a Giancarlo Innocenzi, ex membro dell’Autorità garante per le Comunicazioni, finite anche al centro di un’inchiesta. Dalle intercettazioni tra i due e di Innocenzi con l’allora direttore generale della Rai, Mauro Masi, risulta che il Cavaliere mandava l’ex dipendente “a fare in culo ogni tre ore” perché, ripeteva, se l’Agcom non riusciva a bloccare Santoro faceva “schifo”.

Ma le polemiche tra il giornalista e l’azienda cominciano da lontano. E’ il 1987 quando Santoro arriva a Rai3 con ‘Samarcanda’. Dopo altri due programmi e tre anni, l’annuncio: il conduttore molla l’azienda e passa a Mediaset, per condurre ‘Moby Dick’ su Italia1. Tornato a viale Mazzini nel 1999, inizia la fase turbolenta mai conclusa. Nel 2001 il primo scontro con il Cavaliere, che lo accusa di faziosità. L’anno dopo è la volta dell”Editto bulgaro’. Dopo il reintegro nel 2006, i rapporti con la Rai continuano ad essere sempe più tesi. L’addio del conduttore era stato annunciato già poco più di un anno fa: c’era un accordo consensuale, ma mancava una firma. Che, tra vari scontri con Masi, non è mai arrivata. Fino alla telefonata dello stesso ex direttore generale in trasmissione, a gennaio, e la rottura. Sancita adesso con il suo successore, Lorenza Lei. ”Finalmente la Rai ha coronato il suo sogno: hanno distrutto la trasmissione più vista e redditizia dell’approfondimento giornalistico del servizio pubblico. Complimenti a chi ci è riuscito e complimenti a chi ha ordinato tutto ciò”, è il commento del giornalista, ospite fisso di ‘Annozero’, Marco Travaglio.

Nel pomeriggio, le agenzie di stampa avevano in parte anticipato la notizia. Il sospetto è nato quando ‘Annozero’ è scomparso dai palinsesti Rai, oggi discussi dal Consiglio d’amministrazione di viale Mazzini. Stamattina il vice direttore generale Antonio Marano, responsabile per l’offerta televisiva, ha incontrato i direttori di Rai1, Rai2 e Rai3. E pare che la trasmissione condotta da Michele Santoro fosse inserita nel progetto del direttore della seconda rete, Massimo Liofredi. Poco più tardi, non compariva già più nell’intero dossier palinsesti nelle mani del direttore generale Lorenza Lei.

Due giorni fa una mezza ammissione era arrivata dall’ad Giovanni Stella, che aveva dichiarato sicuro: “Uno o due fra Michele Santoro, Milena Gabanelli, Giovanni Floris e Fabio Fazio verranno a La7″. “Il rapporto tra la Rai e ‘Annozero’ in questi anni e’ stato difficile, lo sanno tutti – è il commento del vignettista Vauro, ospite fisso della trasmissione -Michele ha dovuto difendersi da tante pressioni”. Il vignettista, all’ipotesi sempre più concreta secondo cui Santoro passerebbe a La7, risponde:  ”Nel caso ci andrei, è normale”. Meno interessato all’argomento è invece il sottosegretario Carlo Giovanardi, che ai microfoni della ‘Zanzara’ su Radio24, commenta: “Non me ne può fregare di meno, oramai erano anni che non faceva più servizio pubblico”. “E ora comunque prenderà una liquidazione miliardaria – continua – questi signori sono bravissimi a farsi valutare per quello che valgono”. A chiedere spiegazioni all’azienda è invece l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai. “Sono stati dati dei soldi per cancellare ‘transattivamente’ una trasmissione di successo? – chiede il segretario Carlo Verna – Che partita ha giocato il nuovo Direttore generale? Che gioco ha fatto Michele Santoro? Aspettiamo risposte e immaginiamo che anche chi paga il canone voglia sapere”.
(Da Il Fatto quotidiano)

 
 
 

4 SI al referendum del 12 e 13 giugno

Post n°4960 pubblicato il 07 Giugno 2011 da mondo.sereno

Il 12 e 13 giugno vota 4 SI al referendum per fermare la privatizzazione della gestione dell'acqua, il nucleare e il legittimo impedimento

 
 
 

Verso il referendum del 12-13 giugno

Post n°4959 pubblicato il 07 Giugno 2011 da mondo.sereno

Acqua, in borsa il tesoro vale 300 milioni di euro per i sindaci

La partita di giro dei gestori idrici a Piazza Affari: molti amministratori locali hanno bisogno di assicurarsi dividendi e poltrone

Oltre 300 milioni di euro. È questa la cifra che, alla vigilia del referendum, le utilities quotate in Borsa con attività nell’acqua distribuiscono ai loro soci sotto forma di dividendi. Naturalmente dopo aver pagato 8,6 milioni di compensi ad amministratori e sindaci. Le municipalizzate quotate a Piazza Affari che oltre all’acqua gestiscono servizi di energia l’anno scorso hanno realizzato utili per complessivi 443 milioni e dichiarato investimenti per 1,4 miliardi. La più generosa è Iren. Terzo operatore italiano dei servizi idrici integrati nato nel 2010 dalla fusione tra Iride (a sua volta frutto delle nozze tra Aem Torino e Amga Genova) ed Enia (Agac Reggio Emilia e Amps Parma e Tesa Piacenza), l’azienda, che vanta tra i soci i comuni di Torino, Genova, Parma e Reggio Emilia, oltre a un folto gruppo di piccoli comuni delle province di Reggio, Parma e Piacenza, ha guadagnato 178 milioni, un centinaio dei quali torneranno agli azionisti.

Nel dettaglio nelle casse degli enti pubblici andranno complessivamente 52,6 milioni, ben 30 dei quali ai comuni di Torino e Genova. Il resto è per Intesa San Paolo (3 milioni) e la Fondazione Crt (2,5 milioni) di Fabrizio Palenzona. Per Iride, che tra i partner più rilevanti conta il fondo F2I di Vito Gamberale, suo socio in Mediterranea delle Acque e che dà lavoro a 4.572 persone, il business dell’acqua è però solo una piccola fetta del totale, pari a circa un quinto dei margini.

Decisamente più importante è invece per la romana Acea, 6.700 dipendenti e già campo di battaglia tra il comune di Roma, i francesi di Gdf e il costruttore-editore Francesco Gaetano Caltagirone. Quest’ultimo infatti è molto interessato proprio all’oro blu e non è disposto a cedere ai francesi, che pure in Italia hanno diverse alleanze con enti pubblici per la gestione del servizio idrico. Il punto è che il business dell’acqua fa gola ai privati perchè nei prossimi trent’anni servono 64 miliardi di investimenti, 14 per cento dei quali dovrebbe arrivare dalle casse pubbliche. Di qui l’interesse per Acea, che gestisce il servizio idrico negli ambiti ottimali territoriali (Ato) di Roma, Frosinone e province, oltre a significative presenze in Toscana, Umbria, Campania e altre aree del Lazio, per un totale di 8,5 milioni di abitanti.

Il gruppo, che nel 2010 ha speso in pubblicità e sponsorizzazioni oltre 8 milioni, deve infatti quasi il 43 per cento dei suoi 666,5 milioni di margini all’acqua, nella quale dichiara di aver investito, nello scorso esercizio, 202,8 milioni. E dopo aver chiuso il bilancio con utili per 92,1 milioni, investimenti in calo di quasi 45 milioni a 473 milioni per “l’esigenza di calmierare l’espansione dell’indebitamento” che al 31 dicembre ammontava a 2,2 miliardi, si appresta a distribuire 95 milioni agli azionisti: poco più della metà, 48 milioni, al comune di Roma, mentre a Caltagirone sono destinati 14 milioni e ai francesi quasi 11. Ad amministratori e sindaci, invece, è già andato più di 1 milione e mezzo, 72mila euro dei quali al consigliere indipendente in quota Campidoglio Luigi Pelaggi, già noto per il suo contemporaneo ruolo di capo della segreteria tecnica del ministro dell’Ambiente.

Conflitti d’interesse a parte, gli organi di amministrazione e controllo meglio retribuiti, però, sono quelli della bolognese Hera (oltre 6.400 dipendenti), che nel 2010 hanno percepito in totale ben 2,56 milioni. Del resto il secondo operatore italiano dell’acqua – l’anno scorso gli ha portato il 23 per cento dei 607 milioni di margine – ha chiuso l’esercizio con utili per 142 milioni e debiti per 1,86 miliardi, dopo investimenti per 341,9 milioni, il 27 per cento dei quali nel servizio idrico integrato che copre sette province dell’Emilia Romagna e del nord delle Marche. Ai soci andranno un centinaio di milioni in cedole, il 12,5 per cento in più del 2009. Quindi una quindicina di milioni al comune di Bologna, poco più di una dozzina a Modena, 7 a Ravenna, 5 a Imola, mentre a Rimini, Cesena e Ferrara andranno quote comprese tra 2 e 2,7 milioni, somme simili a quelle destinate agli investitori di Lazard e a Carimonte Holding.

Cifre lontane anni luce dalle piccole Acegas-Aps e Acsm-Agam, che però quanto a debito e stipendi degli amministratori, fatte le dovute proporzioni, non hanno nulla da invidiare alle grandi. Soprattutto la prima, che distribuisce l’acqua nelle aree di Trieste e Padova e ha chiuso il 2010 con 22 milioni di utili, 96,7 milioni di investimenti e ben 439 milioni di indebitamento. In attesa di trovare una soluzione al debito generato negli anni da una serie di operazioni finanziarie che hanno coinvolto i due comuni azionisti, con l’incombente rata da 250 milioni verso Intesa Sanpaolo che scadrà nel 2012, la municipalizzata del nord-est (1.700 dipendenti e il 35% dei margini generati dall’acqua) quest’anno ha stanziato per le cedole poco meno della metà dei profitti: 9,89 milioni. Il 62,84%, cioè 6,17 milioni, sono per Acegas-Aps holding, che a sua volta è controllata dai comuni di Padova e Trieste. A seguire, la Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste con circa 500mila euro e il socio-creditore Intesa con 360mila euro. É andata meglio agli amministratori e ai sindaci che hanno incassato quasi 1,4 milioni. Circa il doppio dei colleghi brianzoli di Acsm-Agam, 423 dipendenti, poco più di 8 milioni di utili nel 2010 dopo investimenti per 7,7 milioni e margini per quasi 40 milioni (solo 4 riferibili all’acqua) e un debito di 115 milioni. A spartirsi 4,6 milioni di cedola sono stati i comuni di Monza (29%), Como (25%) e la collega di Milano e Brescia A2A (22%). Pochi ma buoni, commenterebbero da Torino, dopo che Acque Potabili, affossata dalle attività siciliane, ha lasciato i soci a secco. Perché l’oro non luccica per tutti, anche se è un’indubbia fonte di cupidigia.

Da Il Fatto Quotidiano del 7 giugno 2011

 
 
 

Referendum del 12-13 giugno

Post n°4958 pubblicato il 05 Giugno 2011 da mondo.sereno

Costi, dispersione, efficienza
i falsi miti dell'acqua privata

In vista dell'appuntamento del 12 e 13 giugno, Altraeconomia ha realizzato un dossier che sfata, punto per punto, tutte le false credenze nate intorno alla privatizzazione del servizio idrico italiano. Gli acquedotti pubblici non sono affatto dei "colabrodo". E gestione privata il più delle volte fa rima con bolletta salata

MITO numero uno: gli acquedotti "pubblici" sono dei colabrodo. "Falso: secondo i dati di Mediobanca, il peggiore, se consideriamo la dispersione idrica (litri immessi in rete e non fatturati/abitanti/lunghezza della rete gestita), è quello di Roma, dove l'acquedotto è affidato ad Acea, una spa quotata in borsa i cui principali azionisti sono il Comune di Roma, Francesco Gaetano Caltagirone e Suez". In vista del referendum del 12 e 13 giugno, Altraeconomia ha pubblicato un dossier "speciale" 1. Lo scopo? Sfatare punto per punto tutte le false credenze nate intorno alla privatizzazione del servizio idrico italiano. A partire dai costi. Secondo il Conviri (Commissione nazionale di vigilanza sulle risorse idriche), per i prossimi 30 anni servono circa 64 miliardi di euro per la manutenzione e l'ammodernamento delle reti idriche di casa nostra. Due miliardi l'anno, una cifra standard necessaria in ogni caso, a prescindere dall'esito del referendum. Di questi, il 49,7% è diretto al comparto acquedottistico (per nuove reti,  impianti e per manutenzione) mentre il 48,3% alle fognature e alla depurazione. A metterci i quattrini dovrebbero essere lo Stato, le Regioni e i Comuni d'Italia dato che quelli - spiega Pietro Raitano, direttore del mensile Altreconomia e curatore del dossier Speciale Referendum - sono "soldi delle nostre tasse, gli stessi che vengono usati anche per riparare le strade, per costruire il ponte sullo Stretto o per la Difesa".

Ed ecco sfatato il secondo mito. Con l'ingresso dei privati, la bolletta non si ridimensionerà. Al contrario, ai costi standard appena elencati se ne aggiungono altri. Per fare i lavori infatti (gli stessi che dovrebbero fare gli enti pubblici) le aziende punteranno al risparmio tentando di "scaricare l'investimento sulle bollette, come previsto dalla legge". Dunque, nel conto di ogni italiano saranno inclusi, oltre ai lavori ordinari, "anche gli utili delle aziende", spiega Raitano. La concorrenza tra privati non basterà a contenere i costi. Anzi. In assenza di ulteriori interventi normativi e in virtù della legge Galli del 1994, come modificata dal dl 152/2006, i costi di tutti gli investimenti sulla rete acquedottistica finiranno in bolletta. Il business ringrazia. I consumatori non proprio perché - conclude Raitano - pretendere tariffe più basse significherebbe - trattando con dei privati - "necessariamente un blocco degli investimenti".

La privatizzazione della gestione dell'acqua prevista dal decreto Ronchi (numero 135 del 2009) ha dunque di fatto provocato un aumento dei costi. A dimostrarlo sono anche le cifre del rapporto Blue Book 4 che ha pensato di confrontare le tariffe della gestione privata con quelle in house. Risultato? Nel primo caso sono aumentate del 12% rispetto alle previsioni, nel secondo il dato è rimasto quasi costante (solo l'1% in più). Conferma la tendenza anche l'annuale dossier 5, realizzato dall'Osservatorio Prezzi & Tariffe di Cittadinanzattiva, dal quale si scopre che dal 2008 il costo dell'acqua non ha fatto che aumentare: la media è del più 6,7%, con aumenti del 53,4% a Viterbo (record nazionale), Treviso (+44,7%) Palermo (+34%) e in altre sette città, dove gli incrementi hanno superato il 20%: Venezia (+25,8%), Udine (+25,8%), Asti (+25,3%), Ragusa (+20,9%), Carrara (+20,7%), Massa (+20,7%) e Parma (+20,2%).

In generale, gli incrementi si sono registrati in 80 capoluoghi di provincia ma è la Toscana che si conferma la regione con le tariffe mediamente più alte (369 euro). Costi più elevati della media nazionale anche in Umbria (339 euro), Emilia Romagna (319 euro), Marche, Puglia (312 euro) e Sicilia (279 euro) mentre capita spesso di trovarsi di fronte a differenze all'interno di una stessa regione: l'acqua di Lucca costa 185 euro in meno di quella di Firenze, Pistoia e Prato. Stessa cosa in Sicilia: tra Agrigento e Catania lo scarto è di 232 euro. D'altra parte, la logica che muove ogni business degno di tale nome - scrive Luigino Bruni, docente di economia politica all'università Milano-Bicocca - è quella di fare utili, possibilmente a breve termine. Il ragionamento fila: "Le imprese private hanno per scopo il profitto. Chi massimizza il profitto non tiene conto dell'ottimo sociale e difficilmente può essere controllato, nemmeno con un meccanismo di sanzioni".

Sul tema dell'acqua poi sembra circolino tanti altri falsi miti. Si dice, ad esempio, che la gestione privata della rete idrica sia molto efficiente. Sbagliato. "Uno dei migliori acquedotti del nostro Paese - spiega Raitano - è quello di Milano, al cento per cento di gestione pubblica, dove l'acqua viene controllata più volte al giorno e le dispersioni sono minime". E' quindi "dogmatico dire che la gestione privata garantisce una migliore gestione della rete. Le esperienze che si sono fatte in questi anni in Calabria, ad Agrigento, a Latina dimostrano che dove gli acquedotti sono passati in mano ai privati c'è stato solo un aumento delle tariffe". E' successo in Calabria, dove alcuni sindaci della Piana di Gioia Tauro si sono visti raddoppiare la bolletta. A San Lorenzo del Vallo, comune di 3.521 abitanti della provincia di Cosenza, il conto è salito da 100 a 190 mila euro l'anno perché  -  spiega il sindaco  -  l'azienda che gestisce l'acqua in tutta la Calabria (la So.Ri.Cal) con concessione trentennale ha arbitrariamente aumentato la tariffa del 5%. Una cifra, questa, pari all'intero bilancio del piccolo comune che, non avendo saldato il debito, e stato dichiarato moroso.

Privati o no, la gestione idrica pubblica in Italia sembra aver fallito. Il Belpaese spreca acqua continuamente. Ogni giorno si perdono circa 104 litri di sangue blu per abitante, il 27% di quella prelevata. Considerando ogni singolo italiano si scopre che consumiamo a testa in media 237 litri di liquido al giorno: 39% per bagno e doccia, 20% per sanitari, 12% per bucato, 10% per stoviglie, 6% per giardino, lavaggi auto e cucina, 1% per bere e 6% per altri usi. A fronte di un terzo dei cittadini che non ha un accesso regolare e sufficiente alla risorsa idrica, otto milioni di italiani non ne hanno di potabile e 95 milioni di litri di acqua che, ogni anno, vengono usati per l'innevamento artificiale. Dunque il problema - conclude il dossier - non si risolve nemmeno affidando l'acqua ai privati che - per loro natura  - tenderebbero a spostare le reti idriche nelle zone d'Italia più fruttuose. Il punto semmai è la totale assenza di un piano normativo, economico ed amministrativo nazionale volto a finanziare e supportare le tecnologie necessarie. In alcune regioni d'Italia mancano ancora gli Ato, ambiti territoriali ottimali, territori appunto su cui sono organizzati servizi pubblici integrati. Come quello dell'acqua o dei rifiuti.

(Da Repubblica.it) 

 
 
 

Il 12-13 giugno vai a votare al referendum

Post n°4957 pubblicato il 03 Giugno 2011 da mondo.sereno

Votando quattro SI al referendum del 12-13 giugno puoi fermare la privatizzazione della gestione dell'acqua, il ritorno al nucleare e il legittimo impedimento!

 

 
 
 

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