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Messaggi del 17/06/2020

Novità interessanti..

Post n°3111 pubblicato il 17 Giugno 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

08 giugno 2020

Gli oceani sequestrano il carbonio prodotto dagli incendi

©Mint Images/AGF Un terzo circa del carbonio che si

produce con la combustione dei vegetali finisce negli

oceani attraverso i fiumi e non viene immesso in atmosfera

come gas serra prima di decine di migliaia di anni.

Il fenomeno può mitigare in parte gli effetti degli incendi boschivi

sempre più frequenti dovuti al riscaldamento climatico

Parte del carbonio prodotto dalla combustione della vegetazione

rimane sequestrato negli oceani per un periodo di tempo molto

lungo, addirittura decine di millenni, mitigando parzialmente

l'emissione di gas serra.

Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista "Nature Communications"

 da Matthew Jones e colleghi dall'Università dell'East Anglia (UEA)

e colleghi di una collaborazione internazionale, fornendo

un'informazione fondamentale su una parte del ciclo del carbonio

e sulla sua influenza sul clima globale.

La ricerca è focalizzata sul particolato carbonioso (black carbon),

una forma di carbonio prodotto dalla combustione di combustibili

fossili, biocombustibili e biomasse.

Gli autori erano interessati nello specifico al ciclo del particolato

carbonioso che si produce con gli incendi boschivi, sia naturali

sia programmati.

"Gli incendi producono due miliardi di tonnellate di carbonio ogni

anno, e lasciano dietro di sé anche 250 milioni di tonnellate di

carbonio in forma di residui combusti ricchi di carbonio, come

il carbone di legna e la cenere; circa metà di questi residui si

trovano nella forma particolarmente persistente del particolato

carbonioso e si decompongono molto lentamente nei terreni",

ha spiegato Jones.

"Ci occupiamo di questo carbonio prodotto dalle combustioni

perché rimane sequestrato e non raggiunge l'atmosfera per

moltissimo tempo, dato che si decompone in gas serra molto

lentamente rispetto alla maggior parte del carbonio di diversa origine".

Inoltre, gli studi mostrano che il particolato carbonioso impiega

circa 10 volte più tempo per decomporsi negli oceani che sulla

terraferma.

E per arrivare al mare, le vie di accesso principali sono i corsi d'acqua.

Per determinare quanto particolato carbonioso raggiunge gli oceani

attraverso i fiumi alle diverse latitudini e in diversi ecosistemi, Jones

e colleghi hanno considerato un ampio database di 409 osservazioni

condotte su 78 fiumi in tutto il mondo.

Hanno così potuto stimare che ogni anno vengono dilavate e trasportate

dai fiumi 18 milioni di tonnellate di particolato carbonioso.

Combinato con quello che viene trasportato con i sedimenti, la

stima sale a 43 milioni di tonnellate all'anno, vale a dire che circa

un terzo del particolato carbonioso prodotto dagli incendi raggiunge

gli oceani.

"E' una buona notizia perché quel carbonio viene così sequestrato

per periodi molto lunghi: ci vogliono decine di millenni perché il il

particolato carbonioso si degradi in anidride carbonica negli oceani",

ha concluso Jones.

"Bisogna tenere conto poi che a causa del cambiamento climatico,

si prevedere che in futuro aumenteranno gli incendi: possiamo

interpretare questo fenomeno come un'anomalia naturale del sistema

Terra, un 'feedback negativo' che potrebbe intrappolare un po' di

carbonio mitigando gli effetti di questi disastri sempre più frequenti". 

(red)

 
 
 

Altre notizie.

Post n°3110 pubblicato il 17 Giugno 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

06 maggio 2020Comunicato stampa

I ricercatori dell'azoto perduto (nel pianeta Terra?)

© A.Caracausi L'atmosfera terrestre è composta per il 78% di azoto

e il 21% di ossigeno, una miscela unica nel sistema solare.

L'ossigeno è stato prodotto da alcuni dei primi organismi viventi.

Ma da dove viene l'azoto? È fuggito dal mantello terrestre attraverso

l'attività vulcanica?

Per cercare di rispondere a queste domande, un team internazionale

di ricercatori anche dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

(INGV), ha raccolto e studiato campioni di gas da diversi sistemi

vulcanici sul nostro pianeta, tra cui lo Yellowstone, l'Islanda, il rift

continentale Africano.

Il loro studio "Hydrothermal 15N15N abundances constrain the origins

of mantle nitrogen", recentemente pubblicato sulla rivista Nature, mostra

che l'azoto del mantello terrestre non ha la stessa composizione isotopica

dell'azoto atmosferico, il che implica che quest'ultimo non proviene dal

degassamento del mantello.

"È stato scoperto che la contaminazione dell'aria stava mascherando

la 'firma originale' di molti campioni di gas vulcanici", afferma Antonio

Caracausi, ricercatore dell'INGV e coautore della ricerca.

Senza questa distinzione, gli scienziati non erano in grado di rispondere

a domande di base come: l'azoto è rimasto dalla formazione terrestre o

è stato consegnato al pianeta in seguito? In che modo l'azoto

dell'atmosfera è collegato all'azoto che esce dai vulcani?

Lo studio è basato su una nuova e innovativa metodologia per studiare

gli isotopi dell'azoto.

Questo metodo ha fornito un modo unico per identificare le molecole di

azoto che provengono dall'aria, ed ha permesso ai ricercatori di individuare

la composizione di gas in profondità all'interno del mantello terrestre.

Questo alla fine ha rivelato la prova che l'azoto nel mantello è molto

probabilmente presente da quando il nostro pianeta si è inizialmente

formato.

Quindi, "una volta presa in considerazione la contaminazione dell'aria,

abbiamo acquisito nuove e preziose informazioni sull'origine dell'azoto e

sull'evoluzione del nostro pianeta", afferma lo scienziato.

Inoltre, questi nuovi risultati hanno permesso di distinguere nei geyser,

nelle fumarole e nelle altre manifestazioni naturali di gas vulcanici, il

contributo dell'atmosfera (sotto forma di acqua piovana riscaldata) da

quello del mantello terrestre (gas magmatico).

Ad esempio, quantità di gas magmatico sono state riconosciute nei

geyser nel Parco Nazionale di Yellowstone, indicando una rinnovata

attività del sistema vulcanico.

Data l'alta precisione di questi dati, essi potrebbero anche contribuire

ad una più approfondita comprensione dei processi magmatici

potenzialmente capaci di generare eruzioni vulcaniche. 

I campioni continuano a essere raccolti a Yellowstone e in altri sistemi

vulcanici attivi nel mondo, tra cui l'Etna che è il vulcano più

attivo d'Europa.

In ogni caso, l'origine dell'azoto atmosferico resta un mistero...

per ora.

 
 
 

CO2 nei magmi del Triassico.

Post n°3109 pubblicato il 17 Giugno 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

08 aprile 2020Comunicato stampa

CO2 nei magmi del Triassico ed emissioni di oggi valori

pericolosamente simili con minaccia di estinzione

Fonte: Università di Padova

© Università di Padova Pubblicato su «Nature Communications»

lo studio di un team internazionale di ricerca coordinato

da Manfredo Capriolo del Dipartimento di Geoscienze dell'Università

di Padova in cui si rileva come i valori delle emissioni di CO2 di

oggi siano pericolosamente simili a quelli che 200 milioni di anni

fa portarono all'estinzione di massa di fine Triassic

Le Large Igneous Provinces (LIPs) sono eventi magmatici eccezionali

con produzione di enormi volumi di magma, fino a milioni di chilometri

cubi.

Esse sono una delle cause principali delle estinzioni di massa e dei

cambiamenti climatici avvenuti su larga scala in epoche passate.

Nelle fasi gassose di origine vulcanica la CO2 è uno dei gas più

abbondanti e più impattanti per clima e ambiente.

Inoltre la CO2 riveste un ruolo chiave nel sistema magmatico: da

un lato controlla l'ascesa e l'eruzione dei magmi, dall'altro influenza

la stabilità e l'evoluzione delle camere magmatiche nella crosta terrestre.
 
Lo studio firmato da Manfredo Capriolo del Dipartimento di Geoscienze

dell'Università di Padova e pubblicato su «Nature Communications» dal

titolo "Deep CO2 in the end-Triassic Central Atlantic Magmatic Province"

si concentra sulla Central Atlantic Magmatic Province (CAMP) e

sull'analisi dei magmi del Triassico particolarmente ricchi di CO2.
 
I magmi CAMP, così come i magmi di ciascuna altra provincia magmatica,

hanno una composizione chimica e isotopica caratteristica, che li rende

peculiari e distinguibili dagli altri, come se avessero una propria firma

geochimica.

La Central Atlantic Magmatic Province è stata scenario dei più vasti

eventi vulcanici della storia della Terra, avvenuto 201 milioni di anni fa,

con vulcani che hanno eruttato nello stesso periodo temporale, dalla

Francia alla Bolivia, su un'area complessiva grande come tutta l'Europa.

La CAMP in questione è stata scoperta ed è oggetto di studio negli ultimi

venti anni dei ricercatori dell'Università di Padova.

Questo vulcanismo collocato alla fine del periodo Triassico è avvenuto

contemporaneamente a una delle cinque estinzioni di massa più devastanti

nella storia della Terra.
 
La ricerca pubblicata ha dimostrato la presenza, nei magmi della CAMP,

di ingenti quantità di CO2 imprigionate in minuscole inclusioni di vetro

vulcanico che hanno preservato le originarie bolle gassose.

I campioni studiati, provenienti da Nord America (Stati Uniti e Canada

orientali), Marocco (Alto Atlante) e Portogallo (Algarve), mostrano che i

magmi CAMP sono particolarmente ricchi in CO2 e che quindi l'emissione

di questo gas serra può aver causato l'estinzione di massa.

Attraverso l'impiego di differenti tecniche analitiche - svolte nei laboratori

di Padova, Budapest, Milano e Parigi - i ricercatori hanno ottenuto la

prima evidenza diretta di abbondanza di carbonio nei basalti delle LIPs.

Non solo, dalla ricerca è emerso come la quantità di CO2 emessa da

un singolo periodo eruttivo sia pari allo scenario di emissioni

antropogeniche

previste per il 21° secolo dall'Intergovernmental Panel on Climate

Change, organismo dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.

In questa ipotesi si avrebbe un incremento della temperatura globale

di circa 2 °C e una grave acidificazione degli oceani.

Questo paragone suggerisce che i cambiamenti climatici e ambientali

di fine Triassico, guidati da emissioni di CO2 e che portarono a

un'estinzione di massa, siano ipotizzabili negli esiti finali in un

immediato futuro.
 
«Il presente lavoro mostra come ingenti quantità di CO2 di origine

vulcanica possano aver modificato il clima sulla Terra circa 201 milioni

di anni fa, causando una drammatica estinzione di circa la metà

delle specie esistenti all'epoca.

Nella storia della Terra - dice Manfredo Capriolo primo autore della

ricerca - la maggior parte delle principali estinzioni di massa avviene

in concomitanza di eruzioni delle grandi province magmatiche e più

raramente da impatti di asteroidi.

L'attività di una provincia magmatica è infatti in grado di immettere

in atmosfera ingenti quantità di CO2, causando cambiamenti climatici

e ambientali su scala globale.

L'estinzione di massa di fine Triassico, una delle cinque principali estinzioni

di massa degli ultimi 500 milioni di anni, è sincrona alle eruzioni della

CAMP e non ci sono evidenze di contemporanei impatti meteoritici

eccezionali, indicando questa provincia magmatica come la causa di

quella devastante estinzione di massa.

La CO2 vulcanica, preservata in minuscole bolle gassose all'interno di

rocce basaltiche, testimonia - continua Capriolo - il ruolo chiave di

questo volatile nell'ascesa e nell'eruzione dei magmi così come nelle

conseguenze climatiche e ambientali, attraverso pulsi vulcanici di

breve durata ed elevata intensità.

Una significativa osservazione derivante da questa nostra pubblicazione

è che la quantità di CO2 emessa dalle eruzioni vulcaniche studiate è

paragonabile alla quantità di CO2 prevista per le emissioni antropogeniche

nel XXI secolo.

Questa considerazione, frutto dello studio di mutamenti climatici e

ambientali passati, dovrebbe farci riflettere sul nostro futuro prossimo».
 
«La provincia magmatica chiamata Central Atlantic Magmatic Province -

afferma il Professor Andrea Marzoli coautore del lavoro scientifico

pubblicato e supervisore al dottorato di Capriolo nel Dipartimento di

Geoscienze dell'Ateneo patavino - rappresenta uno dei principali eventi

vulcanici avvenuti sulla Terra.

A partire dagli anni Novanta del XX secolo, i ricercatori del nostro Dipartimento

hanno contribuito alla scoperta della CAMP, coniandone il nome, tramite studi

su età e composizione chimica di rocce campionate nei quattro continenti intorno

all'Oceano Atlantico.

Le nostre pubblicazioni scientifiche, inoltre, hanno definito la concomitanza

temporale fra il vulcanismo e l'estinzione di massa di fine Triassico,

avvenuta circa 201,5 milioni di anni fa come conferma quest'ultima

ricerca su Nature Communications».
 
Link alla ricerca: https://www.nature.com/articles/s41467-020-15325-6

 
 
 

La minaccia dello spillover inverso.

Post n°3108 pubblicato il 17 Giugno 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

 MICROBIOLOGIA COVID-19 ANIMALI 
25 maggio 2020

La minaccia dello spillover inversodi

Stacey McKenna/Scientific American

© Monty Rakusen/AGF Il passaggio dei virus dagli esseri

umani agli animali è un fenomeno poco noto, ma che sta

avvenendo sempre più spesso, soprattutto negli allevamenti

di bestiame, e in particolare di maiali, e rappresenta un

ulteriore fattore di rischio di epidemie.

La soluzione, secondo gli esperti, è un approccio che consideri

la salute umana nel contesto più ampio del benessere degli animali e

dell'ambiente.

Quando il nuovo coronavirus è passato agli esseri umani alla fine

del 2019, adattandosi così bene alla nuova specie ospite da causare

una pandemia, stava sfidando ogni calcolo delle probabilità.

Anche se gli scienziati stimano che circa il 60 per cento degli agenti

patogeni umani conosciuti e fino al 75 per cento di quelli associati

alle malattie emergenti hanno origine negli animali, il successo dello

spillover rimane estremamente raro.

Secondo gli studiosi, in natura esistono da 260.000 a più di 1,6

milioni di virus animali. Eppure, con poco più di 200 virus di cui

è documentato che colpiscono l'uomo, molto meno dello 0,1 per

cento di quelli di altre specie hanno "mai causato un'infezione

umana", sottolinea un articolo di "PLOS Biology" del 2019.

Affinché un virus salti dagli animali all'uomo e poi sopravviva, si

riproduca e si diffonda in modo efficiente tra i suoi nuovi ospiti, è

necessario che siano compresenti diversi fattori, incluse le

caratteristiche ecologiche e virali.

Negli ultimi decenni, la crescita della popolazione, le perturbazioni

ambientali e l'aumento dell'agricoltura industriale hanno alterato

la cosiddetta interfaccia uomo-animale.

Questo cambiamento ha portato alla comparsa di diverse malattie

zoonotiche, dall'Ebola alle influenze aviarie e suine e a diversi coronavirus.

I microbi, però, non fanno il salto di specie in una sola direzione.

Sono stati segnalati diversi casi di pazienti COVID-19 che hanno

infettato cani e gatti da compagnia.

E all'inizio di aprile è stata confermata la presenza del virus in una

tigre allo zoo del Bronx (sette degli altri grandi felini sono risultati

positivi al test).

Le analisi genetiche evolutive indicano che durante l'epidemia di SARS

del 2002-2003, la trasmissione tra l'uomo e i piccoli carnivori è

avvenuta in entrambi i sensi.

Inoltre, durante la pandemia di influenza A H1N1 del 2009, 21 Paesi

hanno riferito di infezioni tra gli animali, la maggior parte delle quali

si è manifestata in seguito all'epidemia umana.

Infatti, a partire dagli anni Ottanta, i ricercatori hanno documentato

casi di esseri umani che hanno infettato la fauna selvatica, gli animali

da compagnia e il bestiame con una vasta gamma di agenti patogeni,

tra cui virus, funghi e batteri.

Mentre questa "zoonosi inversa" ha a volte conseguenze gravi, anche

mortali, per gli animali, gli esperti dicono che può anche avere

importanti implicazioni per la probabilità di future epidemie tra esseri

umani.

Un nuovo virus emerge tipicamente in seguito a una mutazione o a

uno scambio di materiale genetico tra due o più virus quando infettano

un ospite allo stesso tempo.

Anche se entrambi i fattori giocano un ruolo nell'evoluzione virale e

nel potenziale pandemico, è quest'ultimo processo - noto come

riassortimento nei virus segmentati (agenti patogeni il cui genoma è

diviso in più parti) come i virus dell'influenza e la ricombinazione in

quelli non segmentati come i coronavirus - che rende la zoonosi da

uomo a animale così rischiosa.

"Ogni volta che i virus hanno il potenziale di mescolarsi con gli altri,

possono causare seri problemi, soprattutto quando possono spostarsi

tra animali e persone in entrambe le direzioni", dice Casey Barton

Behravesh, direttore dell'One Health Office presso il National

Center for Emerging and Zoonotic Infectious Diseases dei

Centers for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti.

Si dà il caso che i maiali siano ottimi serbatoi di miscelazione.

Il virus dell'influenza H1N1 del 2009, che ha ucciso 151.700-575.400

persone in tutto il mondo nel suo primo anno di circolazione, è partito

dagli animali.

Ma quel virus conteneva singoli segmenti genetici provenienti da

quattro fonti distinte: gli esseri umani, gli uccelli, i maiali nordamericani

e quelli eurasiatici. In effetti, molti dei virus ospitano maiali provenienti

dall'uomo.

Negli ultimi anni, i ricercatori hanno identificato decine di casi sporadici

in tutto il mondo in cui virus dell'influenza pandemica e stagionale sono

saltati dall'uomo per circolare tra le popolazioni suine.

"Abbiamo avuto due salti di virus aviari che sono finiti nei maiali.

E rispetto a questo, probabilmente abbiamo avuto decine, se non

centinaia, di virus umani".

Quindi la [diversità genetica dell'influenza nei suini] è prevalentemente

di origine umana", dice Martha Nelson, ricercatrice del Fogarty

International Center dei National Institutes of Health.

Dal 2011 i virus dell'influenza suina contenenti geni di origine

umana sono stati associati a più di 450 infezioni zoonotiche, per

lo più nelle fiere agricole in tutti gli Stati Uniti.

Anche se questi particolari ceppi hanno mostrato solo una blanda

capacità di trasmissione interumana, quanto più elevata è la diversità

genetica dei virus trovati in un ospite che fa da reservoir, tanto più è

probabile che emerga una variante in grado di diffondersi in modo

efficiente tra gli esseri umani.

"È un po' come giocare alla roulette russa", dice Nelson.

"Sappiamo che questi [virus possono far salto tra specie per infettare

le persone.

Ma è solo questione di tempo prima che uno di essi sia in grado di

diffondersi da uomo a uomo".

La trasmissione dell'influenza da uomo a maiale è diventata un

fattore di rischio maggiore nell'era moderna perché presenta costanti

opportunità di spillover in entrambe le direzioni.

Nell'agricoltura industriale, i suini si spostano all'interno delle regioni e

tra i continenti, incontrando sia i virus suini che quelli umani provenienti

da tutto il mondo.

Spesso vivono a stretto contatto sia con gli esseri umani che con altri

maiali.

Queste condizioni offrono ai virus numerose possibilità di trovare la

"giusta" mutazione o una nuova combinazione di geni non solo per

saltare tra le specie, ma anche per circolare attivamente.

I virus e i loro componenti rimbalzano tra esseri umani e suini commerciali

statunitensi e maiali da esposizione, dice Nelson, fino a quando alla

fine non emergono come qualcosa di nuovo nelle persone che passano

la loro vita a prendersi cura degli animali: i lavoratori di fattorie e

allevamenti e coloro che si occupano di esposizioni di bestiame.

Da noi a loro: l'altra faccia del contagio fra speciedi Enrico Nicosia

Il grado in cui la zoonosi inversa aumenta i rischi di pandemie o di

grandi epidemie in senso lato rimane meno chiaro.

Anche se la maggior parte delle malattie zoonotiche emergenti ha avuto

origine nella fauna selvatica, non nel bestiame o negli animali domestici,

Barton Behravesh osserva che le interazioni tra gli esseri umani e le

altre specie sono incredibilmente complesse.

"C'è ogni sorta di caratteristiche che possono portare a quella tempesta

perfetta in grado di causare il passaggio di una malattia tra animali e

persone", dice.

"Sappiamo che il contatto molto stretto con gli animali e il loro ambiente

offre maggiori possibilità di trasmissione delle malattie tra animali ed

esseri umani".

Finora la zoonosi inversa non sembra aver influito sulla traiettoria della

pandemia COVID-19.

Come i virus dell'influenza, i coronavirus sono noti per saltare da una

specie all'altra con relativa facilità. SARS-CoV-2 - il virus che causa

COVID-19 - ha dimostrato la sua capacità di saltare dagli esseri umani

ad altri animali, specialmente i gatti.

I casi sono stati comunque rari. E prove limitate suggeriscono che i

gatti potrebbero essere in grado di trasmettersi il virus l'un l'altro a

distanza ravvicinata, ma attualmente non ci sono prove che i gatti

possano infettare gli esseri umani, secondo Gregg Dean, professore

e capo del dipartimento di microbiologia, immunologia e patologia

della Colorado State University.

Anche se le persone sono comprensibilmente preoccupate per la salute

dei loro animali domestici, Dean dice che è improbabile che gli animali da

compagnia diventino vettori principali di trasmissione.

Anche se il SARS-CoV-2 fosse in grado di saltare dai gatti alle persone,

le particolari circostanze delle interazioni felino-felino e umano-felino

riducono notevolmente la probabilità che queste trasmissioni diventino

un problema.

Al di fuori delle colonie o dei rifugi di felini, la maggior parte dei gatti

domestici si trova raramente in ambienti ad alta densità che comportano

la dispersione di cluster di casi nella comunità.

E i gatti sono più facili da testare e da mettere in quarantena rispetto agli

esseri umani. "I nostri gatti domestici sono probabilmente più a rischio

di prendere il COVID-19 da noi di quanto lo saremo noi a prenderlo da

loro", dice Dean.

Tuttavia, riesaminare le nostre ipotesi sul modo in cui le malattie

fluiscono sarà la chiave per prevenire future pandemie.

E di conseguenza, molti esperti stanno spingendo per un approccio

One Health che consideri la salute umana nel contesto più ampio del

benessere degli animali e dell'ambiente.

"Pensiamo ancora agli esseri umani come a una specie pulita e di livello

superiore, mentre gli animali sono quelli con tutti gli agenti patogeni",

dice Nelson.

"Ma se si pensa alla società umana e alle nostre densità e alle nostre

strutture di contatto, siamo noi gli incubatori di agenti patogeni".

(L'originale di questo articolo è stato pubblicato

su "Scientific American" il 20 maggio 2020.

Traduzione ed editing a cura di Le Scienze.

Riproduzione autorizzata, tutti i diritti riservati.) 

 
 
 

La nascita di un pianeta

Post n°3107 pubblicato il 17 Giugno 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet
Kids

eso2008it - Foto Comunicato StampaUn telescopio

dell'ESO vede i segni della nascita di un pianeta

20 Maggio 2020

 

Alcune osservazioni realizzate con il VLT (Very Large

Telescope) dell'ESO (l'Osservatorio Europeo Australe)

hanno rivelato chiari indizi della nascita di un sistema stellare.

Intorno alla giovane stella AB Aurigae si trova un denso disco

di polvere e gas in cui gli astronomi hanno individuato una

struttura a spirale prominente con un "nodo" che segna il

luogo in cui si starebbe formando un pianeta.

La struttura osservata potrebbe essere la prima prova diretta

della nascita di un pianeta.

"Migliaia di esopianeti sono stati identificati finora, ma non si

sa ancora molto sul loro processo di formazione", afferma

Anthony Boccaletti, dell'Osservatorio di Parigi, Università PSL,

Francia, alla guida dello studio.

Gli astronomi sanno che i pianeti nascono all'interno dei dischi

polverosi che circondano le stelle giovani, come AB Aurigae,

a mano a mano che il gas freddo e la polvere si aggregano.

Le nuove osservazioni con il VLT dell'ESO, pubblicate dalla

rivista Astronomy & Astrophysics, forniscono indizi cruciali per

aiutare gli scienziati a comprendere meglio questo processo.

"Dobbiamo osservare sistemi molto giovani per catturare davvero

il momento in cui i pianeti si formano", continua Boccaletti.

Ma finora gli astronomi non erano stati in grado di acquisire

immagini sufficientemente nitide e profonde di questi giovani

dischi per trovare l'indicazione che segna il punto in cui un piccolo

pianeta potrebbe nascere.

Le nuove immagini mostrano una straordinaria spirale di polvere

e gas intorno a AB Aurigae, una stella a 520 anni luce dalla Terra

nella costellazione dell'Auriga.

Spirali di questo tipo segnalano la presenza di pianeti neonati,

che "scalciano" il gas, creando "disturbi nel disco sotto forma di

un'onda, un po' come la scia di una barca su un lago", spiega

Emmanuel Di Folco del Laboratorio Astrofisico di Bordeaux (LAB),

Francia, che ha partecipato allo studio.

Mentre il pianeta ruota intorno alla stella centrale, questa onda

prende la forma di un braccio a spirale.

La regione in cui si vede il "nodo" giallo e brillante vicino al

centro della nuova immagine di AB Aurigae, che si trova a una

distanza dalla stella pari a circa quella di Nettuno dal Sole,

è uno di questi siti di disturbo in cui il gruppo di lavoro ritiene

si stia formando un pianeta.

Le osservazioni del sistema AB Aurigae fatte alcuni anni fa

con ALMA (Atacama Large Millimeter/submillimeter Array), di cui

ESO è un partner, hanno fornito i primi indizi sulla formazione

del pianeta in corso intorno alla stella.

Nelle immagini di ALMA, gli scienziati hanno individuato due

bracci di gas a spirale vicino alla stella, all'interno della regione

interna del disco.

Quindi, nel 2019 e all'inizio del 2020, Boccaletti e un gruppo di

astronomi provenienti da Francia, Taiwan, Stati Uniti d'America

e Belgio si sono dedicati a catturarne un'immagine più chiara

puntando verso la stella lo strumento SPHERE montato sul VLT 

dell'ESO in Cile.

Le immagini di SPHERE sono le più profonde del sistema AB

Aurigae ottenute fino a oggi.

Con il potente sistema per produrre immagini di SPHERE, gli

astronomi hanno potuto vedere la debole luce emessa dai piccoli

granelli di polvere e l'emissione proveniente dal disco interno.

Hanno confermato la presenza dei bracci a spirale rilevati per

la prima volta da ALMA e hanno anche individuato un'altra

caratteristica notevole, un 'nodo', che indica la presenza di

formazione planetaria in corso nel disco.

"Il 'nodo' è previsto secondo alcuni modelli teorici di formazione

dei pianeti", afferma la coautrice Anne Dutrey, che lavora a LAB.

"Corrisponde alla connessione di due spirali - una che si avvolge

verso l'interno dell'orbita del pianeta, l'altra che si espande

verso l'esterno - che si uniscono proprio alla posizione del pianeta.

Consentono al gas e alla polvere del disco di accumularsi sul

pianeta in formazione e farlo crescere."

L'ESO sta costruendo l'ELT, il telescopio estremamente grande

da 39 metri, che attingerà al lavoro all'avanguardia di ALMA e

SPHERE per studiare mondi extrasolari. Come spiega Boccaletti,

questo potente telescopio consentirà agli astronomi di ottenere

vedute ancora più dettagliate dei pianeti mentre si formano.

"Dovremmo essere in grado di vedere direttamente e più

precisamente come la dinamica del gas contribuisce alla

formazione dei pianeti", conclude.

 
 
 

La nebulosa dell' uovo fritto

Post n°3106 pubblicato il 17 Giugno 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

23 Agosto 2012 Vincenzo Zappalà News 3.606 13

A parte il nome (spesso gli astronomi si divertono

con i loro paragoni fantasiosi), l'oggetto osservato

al VLT dell'ESO è veramente una rarità.

Tra non molto si trasformerà in una supernova, forse la

prossima della nostra galassia.

Ve ne sono pochissime conosciute e IRAS 17163-3907 è

quella a noi più vicina (solo 13000 anni luce, intendendo

-come al solito- che la sua luce ha impiegato 13000 anni

per giungere fino a noi) ed è nella costellazione dello Scorpione.

Essa è veramente un mostro celeste.

La sua luminosità è 500 000 volte quella del Sole ed è classificata

come iper-gigante gialla.

In questa fase evolutiva, le sue dimensioni raggiungono mille

volte quelle della nostra stella e una massa venti volte superiore.

  Se la nebulosa dell'uovo fritto fosse al centro del nostro Sistema

Solare, la Terra sarebbe ben all'interno della stella e la sua

superficie rasenterebbe l'orbita di Giove.

La nebulosa che la circonda ingoierebbe tutti i pianeti e i pianeti

nani e anche molte comete esterne all'orbita di Nettuno.

La parte più esterna della nebulosa arriverebbe a circa 10000

Unità Astronomiche.

IRAS 17163-3907 mostra chiaramente due quasi perfetti

involucri di gas e polvere.

Le stelle iper-giganti gialle sono in una fase terminale estremamente

attiva e sono caratterizzate da episodi di espulsione violenta di

materiale.

Questa, in particolare, ha già espulso almeno quattro masse solari

nel giro di poche centinaia di anni.

Nell'immagine del VLT si vedono chiaramente due involucri

differenti, composti essenzialmente da polvere ricca di silicati,

mischiata a gas.

Tra non molto esploderà come supernova, arricchendo i suoi

dintorni di elementi pesanti e innescando probabilmente la

nascita di nuove stelle e di nuovi pianeti attorno a esse.

L'immagine è stata ottenuta nel medio infrarosso.

La stella è una delle trenta più luminose del cielo a 12 micron

di lunghezza d'onda.

Ora non ci resta che attendere i suoi fuochi artificiali...

nebulosa uovo fritto

la nebulosa dell' uovo fritto

 
 
 

La rapida migrazione di Titano.

Post n°3105 pubblicato il 17 Giugno 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

14 GIU 2020 LA RAPIDA MIGRAZIONE DI TITANO

Posted at 13:25h in AstronewsLune e satelliti

PianetiSistema Solare by Barbara Bubbi  Share

Utilizzando dati della sonda Cassini, gli scienziati hanno

scoperto che la luna di Saturno Titano si sta allontanando

sempre più dal suo pianeta, un centinaio di volte più

velocemente del previsto.

Lo studio, pubblicato su Nature Astronomy, suggerisce che

Titano si sia formato molto più vicino a Saturno e che abbia

raggiunto la sua posizione attuale nel corso dei suoi oltre 4

miliardi e mezzo di anni di età.

Per gli standard terrestri, Titano è un luogo davvero strano:

più grande di Mercurio, è avvolto da una densa atmosfera e

la sua superficie è percorsa da fiumi e laghi composti di

idrocarburi liquidi come metano ed etano. Al di sotto della spessa

crosta ghiacciata, potrebbe persino essere presente un oceano

di acqua liquida, potenzialmente adatto a ospitare la vita.

"Gran parte degli studi precedenti hanno ipotizzato che le lune

come Titano si siano formate ad una distanza orbitale simile a

quella che osserviamo oggi", afferma Jim Fuller del Caltech,

tra gli autori dello studio.

"Le nostre scoperte implicano che il sistema di lune di Saturno, e

forse i suoi anelli, si siano formati e siano evoluti in maniera molto

più dinamica rispetto a quanto si pensava".

Per comprendere le dinamiche della migrazione orbitale, possiamo

riferirci al sistema Terra-Luna: mano che orbita attorno al nostro

pianeta, la Luna esercita un piccola influenza gravitazionale sulla

Terra, un meccanismo che è alla base del fenomeno delle maree.

L'attrazione della Luna fa sì che le masse d'acqua terrestre si

protendano verso il nostro satellite, generando un rigonfiamento. 

Il campo gravitazionale della Terra viene distorto, fornendo alla

Luna una spinta che tende ad allontanarla dal nostro pianeta,

ad un tasso di circa 3,8 centimetri all'anno.

I processi mareali allargano l'orbita lunare, sottraendo energia

rotazionale al nostro pianeta.

Titano esercita su Saturno un'influenza gravitazionale analoga,

ma i processi in atto nel gigante gassoso dovrebbero essere più

deboli rispetto a quelli terrestri, data la composizione gassosa

del pianeta.

Secondo le teorie precedenti, data la distanza attuale di 1,2

milioni di chilometri da Saturno, Titano dovrebbe allontanarsi a

un tasso di appena 0,1 centimetri per anno.

Ma i nuovi dati suggeriscono una stima ben diversa.

Due diversi team di astronomi hanno utilizzato tecniche differenti,

basate sui dati della sonda Cassini, per misurare l'orbita di Titano

lungo un periodo di dieci anni.

Una tecnica, l'astrometria, permette di misurare precisamente la

posizione di Titano rispetto allo sfondo stellare nelle riprese di

Cassini, mentre l'altra tecnica misura gli effetti dell'influsso

gravitazionale di Titano sulla sonda spaziale.

I risultati dei due metodi si sono rivelati in perfetto accordo,

suggerendo che Titano si allontani dal suo pianeta ad un tasso

di 11 centimentri per anno, almeno cento volte più rapidamente

del previsto.

Una teoria, chiamata "resonance locking" e ideata quattro anni fa

da Fuller, potrebbe spiegare questo risultato sorprendente.

In base a questa ipotesi, le lune esterne si allontanano dal pianeta

ad una velocità simile a quella delle lune interne, a causa di

risonanze tra oscillazioni del pianeta e moto orbitale dei satelliti.

Questo processo di forzatura delle maree può far migrare le lune

più rapidamente.

"Le nuove misurazioni suggeriscono che questo tipo di interazioni

lune-pianeta potrebbe essere più incisivo del previsto e potrebbe

essere applicato a molti sistemi, ad esempio alle esolune in orbita

attorno ad altri mondi o persino a sistemi stellari binari", conclude

Fuller.

Nell'immagine Saturno e Titano ripresi da Cassini nel 2012
Image credit: NASA/JPL-Caltech/Space Science Institute

 
 
 

La vita su Titano?

Post n°3104 pubblicato il 17 Giugno 2020 da blogtecaolivelli

 

03 FEB 2018 POSSIBILI CULLE DELLA VITA SU TITANO

Posted at 15:10h in AstronewsLune e satelliti,

 Sistema Solare by Barbara Bubbi  Share

I ricercatori della NASA hanno confermato nell'atmosfera

di Titano la presenza di acrilonitrile, o cianuro di vinile,

un composto organico che sarebbe in grado di formare

strutture stabili, flessibili, simili a membrane cellulari.

La conferma rafforza l'ipotesi che possa formarsi vita

microbica nei vasti mari di metano della luna di Saturno,

anche in assenza di acqua.

In passato gli scienziati avevano già affrontato la questione

se qualche molecola organica, presente su Titano nonostante

le condizioni inospitali, potesse formare strutture simili alle

membrane lipidiche a due strati che delimitano le cellule viventi

sulla Terra.

Sottili e flessibili, i lipidi a due strati sono i principali componenti

della membrana cellulare che separa l'interno di una cellula dal

mondo esterno.

Secondo i ricercatori l'acrilonitrile sarebbe il miglior candidato

per svolgere questo compito.

La sonda Cassini aveva rilevato per la prima volta questa sostanza

nell'atmosfera di Titano, ma recentemente è giunta la conferma

grazie a osservazioni del telescopio ALMA (Atacama Large

Millimeter/submillimeter Array).

Maureen Palmer del Goddard Space Flight Center della NASA,

a guida dello studio pubblicato su Science Advances, ha analizzato

dati d'archivio di ALMA individuando acrilonitrile nell'alta atmosfera

di Titano, ad altitudini maggiori di 200 chilometri, con concentrazione

maggiore in aree al di sopra del polo sud della luna.

Alle basse temperature di Titano, che raggiungono -179 gradi

Celsius, le molecole organiche presenti in atmosfera formano

gocce che piovono in basso a riempire i laghi, nel corso di un

ciclo simile a quello dell'acqua sulla Terra.

In superficie le molecole organiche potrebbero formare forme

di vita semplici, microscopiche.

Il team ha realizzato modelli per dimostrare che in Ligeia Mare,

uno dei laghi di Saturno, è presente abbastanza acrilonitrile da

formare circa 10 milioni di cellule per centimetro cubo.

Non è stato ancora dimostrato che l'acrilonitrile possa contribuire

alla comparsa della vita, ma uno studio precedente di scienziati

della Cornell University ha reso questa ipotesi una prospettiva

interessante.

I ricercatori avevano ipotizzato che le molecole di acrilonitrile potessero

unirsi in uno strato di materiale simile a quello delle cellule viventi.

Questo foglio formerebbe una cavità, una sfera microscopica chiamata

azotosoma, che potrebbe servire come piccolo serbatoio di immagaz-

zinamento e trasporto.

Fosforo e ossigeno, che si trovano nelle membrane cellulari sulla Terra,

non esistono nei freddi oceani di metano su Titano, quindi eventuali

membrane di tipo cellulare dovrebbero basarsi su azoto, idrogeno e

carbonio, elementi abbondanti sulla luna di Saturno.

Eventuale vita basata su acrilonitrile, come ogni altra, dovrebbe fronteg-

giare circostanze davvero difficili su Titano.

Tuttavia Palmer ha aggiunto: "Se le membrane potessero essere ricreate

in laboratorio simulando le condizioni dei mari di Titano, questo ci

renderebbe più ottimisti relativamente alla loro reale formazione sul

satellite di Saturno".

Secondo il team, Titano, grazie alla vasta chimica atmosferica e alla

presenza di liquidi in superficie, è un laboratorio chimico interessante

per studiare i confini della possibile biochimica coinvolta nella nascita

della vita.
[ Barbara Bubbi ]

https://phys.org/news/2018-02-titan-hydrocarbon-soup-

recipe-life.html

L'immagine mostra Titano nell'ultravioletto e infrarosso.

I colori rosso e verde indicano le zone in cui il metano

nell'atmosfera assorbe la luce, mentre il blu mostra nebbia

atmosferica.
Credit: NASA/JPL/Space Science Institute

 
 
 

Bollicine nei mari di Titano.

Post n°3103 pubblicato il 17 Giugno 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet 

19 APR 2017 BOLLICINE NEI MARI DI TITANO

Posted at 15:20h in AstronewsLune e satellitiPianeti,

 Sistema Solare by Barbara Bubbi  Share

Un team di ricercatori di diverse istituzioni in Francia e

Messico ha sviluppato modelli a computer che simulano

le condizioni sulla più grande luna di Saturno, Titano,

dimostrando che alcune isole visibili sulla superficie del

pianeta potrebbero essere in realtà flussi di bolle.

Lo studio è stato pubblicato su Nature Astronomy.

Precedenti ricerche avevano suggerito che i mari esistenti

sulla superficie di Titano fossero composti di metano in

superficie ed etano a maggiori profondità, e che l'atmosfera

della luna fosse costituita principalmente di azoto.

Inoltre i dati della sonda Cassini avevano rilevato isole

misteriose che comparivano e sparivano nel corso del

tempo in alcuni mari della luna, come riportato in questo

articolo https://www.universoastronomia.com/2016/03/07

/misteriose-formazioni-sui-laghi-titano/

Studi relativi a queste isole avevano consentito di appurare

che non erano dovute a cambiamenti nel livello del mare, il

che aveva portato alcuni scienziati a teorizzare che si trattasse

di bolle in risalita dal fondale verso la superficie.

Nel nuovo studio i ricercatori hanno costruito modelli a computer

per scoprire se le bolle potessero davvero essere la causa

delle enigmatiche isole.

Il risultato riportato nello studio dimostra che le isole potrebbero,

in effetti, essere costituite da flussi di bolle in risalita, e fornisce

una spiegazione sulla dinamica del fenomeno.

Gli scienziati suggeriscono che fattori come maree, venti o persino

cambiamenti nella temperatura atmosferica potrebbero far sì che

l'azoto nell'atmosfera si mescoli con il metano in superficie, che

verrebbe di conseguenza spinto giù in profondità nelle pozze di etano.

La differenza di pressione a varie profondità potrebbe provocare

la separazione delle componenti, causando la formazione di bolle

di azoto, che risalirebbero naturalmente verso la superficie.

Simili bolle sarebbero molto riflettenti, il che spiegherebbe le

rilevazioni della sonda Cassini.
[ Barbara Bubbi ]

https://phys.org/news/2017-04-islands-titan-streams.html

Credit NASA, JPL

 
 
 

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