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Messaggi del 11/05/2020

News su un problema moderno.

Post n°2902 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet
Sono nel cervello le 'radici' della dislessia

I neuroni faticano ad adattarsi a stimoli ripetitivi

24 dicembre, 04:37

Le radici della dislessia sono nella difficoltà del cervello ad abituarsi a ritmi ripetitivi (fonte: Tim Kwee)Le radici della dislessia sono nella difficoltà del cervello

ad abituarsi a ritmi ripetitivi (fonte: Tim Kwee)

Ogni volta è come la prima volta.

Ogni parola letta e riletta suona sempre come se fosse nuova.

E' per questa difficoltà ad abituarsi agli stimoli ripetitivi, che

il cervello delle persone dislessiche ingaggia una 'guerra con le

parole', percepite come estranee, trovandone difficile la lettura.

Lo hanno scoperto i neuroscienziati del Massachusetts Institute

of Technology (Mit) di Boston, nello studio pubblicato sulla

rivista Neuron.

L'esperimento 

Per individuare il 'blocco' all'origine della dislessia, i ricercatori

hanno messo a confronto l'attività cerebrale di alcuni giovani con

e senza difficoltà nella lettura, sottoponendoli a risonanza magnetica

durante l'esecuzione di diverse attività (come l'ascolto di parole lette

da altre persone o il riconoscimento di parole scritte, oggetti e facce).

Meno capacità di adattarsi a stimoli ripetuti

E' emerso così che il cervello dei dislessici ha una minore plasticità

e adattabilità agli stimoli ripetuti nel tempo.

''I neuroni che rispondono ad un particolare input sensoriale di solito

reagiscono la prima volta in maniera più forte, mentre le volte

successive danno una risposta più debole'', spiegano i neuroscienziati.

''Questo adattamento riflette i cambiamenti chimici che avvengono

nei neuroni e che facilitano la reazione agli stimoli via via che

diventano familiari''.

Coinvolte più aree del cervello

Nei dislessici, però, questo fenomeno chiave per l'apprendimento sembra

essere difettoso in diverse aree: non solo quelle legate al linguaggio,

ma anche quelle coinvolte nel riconoscimento di facce e oggetti.

Questa scoperta ha lasciato a bocca aperta gli stessi ricercatori, perché

le persone dislessiche di solito non hanno alcuna difficoltà a identificare

volti ed oggetti.

Da qui l'ipotesi che la ridotta plasticità del cervello si manifesti palese-

mente solo durante la lettura perché si tratta di un compito estremamente

complesso, che richiede di decifrare le lettere e ricondurle a dei suoni.

Difficoltà che compaiono precocemente

Queste difficoltà sono presenti anche in giovanissima età, come dimostra

la risonanza magnetica fatta su bambini di prima e seconda elementare.

''Abbiamo osservato la stessa identica riduzione della plasticità cerebrale,

e ciò - spiegano i ricercatori - indica che questo problema compare

precocemente quando si impara a leggere e non è il risultato di diverse

esperienze di apprendimento''.

Il prossimo obiettivo sarà quello di verificare se lo stesso accada anche

in età prescolare, prima ancora che si cominci a leggere.

 
 
 

La Madre Natura è vivente in Bolivia

Post n°2901 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Oggi venerdì 8 Maggio 2020 *Speciale 

Decisione storica in Bolivia in quanto il paese sudamericano ha

concesso 11 diritti legali a Madre Natura.

E' la prima volta nel mondo che una legge del...

Scritto da Estrella Herrera, Aggiornamento lunedì 05/11/2018, in EsteriTop-News

Bolivia riconosce legalmente Madre Natura come un essere vivo.

Decisione storica in Bolivia in quanto il paese sudamericano ha concesso

11 diritti legali a Madre Natura.

E' la prima volta nel mondo che una legge del genere viene emessa: si riconosce

in forma legale la naturalezza come un essere vivo.

Durante la cerimonia di promulgazione della innovativa legge, è stato affermato

che "se non esiste naturalezza, se riceve danno, semplicemente no c'è vita e

nemmeno umanità.

Con questa legge vogliamo proponere come vivere in equilibrio con la Madre Terra".

Sono passati alcuni anni da quando nel 2012 è stata varata la "Legge della Madre

Terra e sviluppo integrale per vivere bene", che è stata approvata dai deputati

boliviani nel dicembre 2010 e poi dal Senato nel giugno 2012.

Sarebbe bello vedere anche in Italia una legge del genere.

Tra i diritti che sono concessi alla natura vi sono il diritto alla vita, a continuare i

cicli vitali e i processi liberi dall'alterazione umana, all'aria e all'acqua pura,

all'equilibrio, a non essere contaminata, a non avere

la sua struttura cellulare contaminata o geneticamente alterata.

Inoltre, il diritto "di non essere toccato da mega infrastrutture e progetti di

sviluppo che colpiscono l'equilibrio degli ecosistemi e delle comunità degli

abitanti locali".

La legge riconosce infine le risorse naturali del paese come "benedizioni"

e propone misure radicali di conservazione per ridurre l'inquinamento e

controllare l'industria.

Se pensiamo che questa legge è stata diffusa in un paese sudamericano, non

possiamo non arrivare alla conclusione che dovrebbe essere una legge che

vale per tutto il mondo, anche in Italia, e non solo per Bolivia.

Un'altra misura che si distingue all'interno della legge, è che lo Stato e ogni

individuo, collettività o comunità che causa un danno accidentale o intenzionale

ai componenti e alle zone vitali della Terra, è obbligato a eseguire un

ripristino integrale o efficace o la riabilitazione di essi, in modo che si avvicinino

alle condizioni pre-esistenti al danno.

In questo modo si cerca di stabilire una "visione e fondamenti dello sviluppo

integrale in armonia ed equilibrio con la Madre Terra (Gaia), garantendo la

continuità della capacità di rigenerazione dei componenti della Terra e dei

sistemi di vita".

 
 
 

Un preistorico sconosciuto.

Post n°2900 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Una nuova incredibile ricerca

mette in discussione le origini

dell'uomo: ecco chi era il nostro

più sconosciuto antenato

Nei geni di quattro popolazioni dell'Africa occidentale potrebbero

nascondersi le prove dell'esistenza di un nostro antico e sconosciuto antenato

A cura di Monia Sangermano 13 Febbraio 2020 22:09

Nei geni di quattro popolazioni dell'Africa occidentale potrebbero

nascondersi le prove dell'esistenza di un nostro antico e sconosciuto

antenato.

E' questo il risultato di uno studio condotto dai ricercatori dell'Università

della California che hanno pubblicato un articolo su Science Advances per

rendere noti i risultati del loro recente studio.

Stando a quanto riportato dagli scienziati, infatti, un gruppo di ominidi

potrebbe essersi separato dall'antenato comune dei Neanderthal, Denisovan

e uomini moderni circa 800mila anni fa, prima che questi lignaggi di

dividessero.

La contaminazione dei geni di Neanderthal e Denisovan dopo la migrazione

dall'Africa sembrerebbe essere confermata da studi precedenti, ma si sa molto

poco della presenza di geni antichi in individui i cui antenati non avrebbero

mai lasciato l'Africa.

Per colmare queste lacune Sriram Sankararaman e Arun Durvasula dell'Università

della California hanno utilizzato la modellizzazione computerizzata per confrontare

le variazioni genetiche nei 405 genomi dell'Africa occidentale con quelli dei

genomi di Neanderthal e Denisovan, considerando segmenti moderni e antichi

di yoruba di Ibadan, in Nigeria.

"Abbiamo trovato più casi di variazione genetica nei segmenti antichi rispetto a

quelli osservati nei geni di Neanderthal e Denisovan, questo potrebbe suggerire

che nessuno di questi gruppi fosse la fonte della varianza genomica", spiegano

gli autori, ricordando i risultati simili osservati nei genomi presenti in Sierra

Leone, in Nigeria e nelle aree occidentali della Gambia. 

"Questi gruppi potrebbero condividere una porzione variabile tra 2 e 19 per

cento dei loro geni con un gruppo arcaico in comune", aggiungono.

"Non abbiamo però alcuna documentazione o prova dell'esistenza di questa

specie di homini, che rende tutto davvero intrigante", commenta Sankararaman.

"Queste scoperte complicano la nostra comprensione degli antenati umani e

la nostra immagine della linea temporale dell'evoluzione degli ominidi",

afferma Pontus Skoglund del Francis Crick Institute di Londra.

 "Probabilmente ci manca un tassello di un quadro che ancora non comprendiamo

appieno.

Abbiamo bisogno di ulteriori documentazioni, magari qualche resto in Eurasia,

dove le basse temperature potrebbero aver conservato meglio il Dna.

Questo ci permetterebbe di approfondire le nostre conoscenze riguardo la rela-

zione tra Neanderthal e uomini moderni", conclude Skoglund.

 
 
 

Una tartaruga preistorica.

Post n°2899 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Rinvenuti fossili di una tartaruga

gigante di 13 milioni di anni fa:

grande come un'auto

La tartaruga aveva più o meno le dimensioni e il peso di una berlina e

abitava un'enorme zona umida nel Nord America meridionale prima

che si formassero i fiumi Amazzonia e Orinoco

A cura di Beatrice Raso 13 Febbraio 2020 20:44

Sono stati rinvenuti in Nord America i fossili di una tartaruga che

ha le dimensioni di un'auto. Si tratta della Stupendemys geographicus 

che si ritiene abbia vagato per la regione tra 13 e 7 milioni di anni fa.

I fossili, descritti in uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances,

sono stati trovati precisamente nel deserto di Tatacoa in Colombia e

nella regione di Urumaco in Venezuela.

I primi fossili di Stupendemys furono scoperti negli anni '70, ma molti

misteri sono rimasti irrisolti sull'animale lungo 4 metri.

La tartaruga aveva più o meno le dimensioni e il peso di una berlina e

abitava un'enorme zona umida nel Nord America meridionale prima che

si formassero i fiumi Amazzonia e Orinoco.

Il maschio aveva le corna rivolte in avanti su entrambi i lati del suo guscio.

Le profonde cicatrici trovate nei fossili indicano che le corna erano

probabilmente usate come lance per combattere i rivali.

I ricercatori affermano di aver trovato un guscio lungo 3 metri e un osso

mascellare inferiore che ha dato loro piu' indizi sulla sua dieta.

Pensano che la tartaruga gigante vivesse sul fondo dei laghi e dei fiumi

accanto al coccodrillo gigante e che seguiva una dieta diversificata fatta

di piccoli animali, vegetazione, frutta e semi.

Le grandi dimensioni di Stupendemys furono cruciali per difendersi da altri

grandi predatori. Uno dei fossili di Stupendemys e' stato trovato con un

dente di coccodrillo gigante incorporato

 
 
 

Notizie di in uomo preistorico.

Post n°2898 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Scienza: nuove prove genetiche su un ominide di 800mila anni fa

Sono state recuperate le informazioni genetiche di un fossile appartenente

a un ominide vissuto circa 800mila anni fa, le più antiche mai sequenziate

A cura di Antonella Petris 3 Aprile 2020 15:56dna genetica

Recuperate le informazioni genetiche di un fossile appartenente a un

ominide vissuto circa 800mila anni fa, le più antiche mai sequenziate:

potrebbero completare alcuni passaggi della nostra storia evolutiva.

Questi i risultati di uno studio pubblicato sulla rivista Nature e condotto

dai ricercatori dell'Universita' di Copenaghen in collaborazione con gli

scienziati del Centro nazionale di ricerca sull'evoluzione umana (CENIEH),

che hanno recuperato le informazioni genetiche da uno dei denti di un fossile

appartenente alla specie Homo antecessor, una delle prime specie stabilitesi

in Europa, tra 800mila e 1,2 milioni di anni fa.

"Le analisi hanno dimostrato una stretta correlazione tra questa specie e umani

moderni, Neanderthal e Denisoviani", spiega Frido Welker dell'Università di

Copenaghen.

 Il team ha utilizzato una tecnica nota come spettrometria di massa per ricostruire

le sequenze di Dna dallo smalto dentale e determinare la posizione di questa specie

nella storia della nostra evoluzione.

"I lignaggi umani e scimmieschi si sono separati tra i 7 e i 9 milioni di anni fa,

ma gran parte di cio' che sappiamo oggi si basa sullo studio del Dna antico e

sulle osservazioni della forma e della struttura fisica dei fossili rinvenuti",

 prosegue il ricercatore, specificando però che la degradazione degli acidi proteici

non ha consentito ricostruzioni di materiale genetico antecedente a 400mila anni fa.

"Grazie alla paleoproteomica, una nuova tecnica di indagine, e' ora possibile

superare questo limite", osserva Enrico Cappellini, docente presso l'Universita'

di Copenaghen.

I fossili analizzati nello studio sono stati rinvenuti dal paleoantropologo Jose

Maria Bermudez de Castro e dal suo team nel 1994 in uno dei siti archeologici

della Sierra de Atapuerca, in Spagna.

 "I risultati ottenuti si basano sulla collaborazione di diversi campi di ricerca,

dalla paleoantropologia alla biochimica, alla proteomica e alla genomica delle

popolazioni.

Il recupero di materiale genetico antico dagli esemplari fossili piu' rari richiede

competenze e attrezzature di alta qualita'", commenta Jesper Velgaard Olsen, 

docente presso l'Universita' di Copenaghen.

"Questa ricerca rappresenta una pietra miliare negli studi sulla paleoproteomica.

La spettrometria di massa all'avanguardia ci ha permesso di determinare le sequenze

di DNA all'interno dei resti proteici dello smalto dentale dell"Homo antecessor.

Ora possiamo confrontare le antiche sequenze con i dati relativi ad altri ominidi,

come i Neanderthal o i sapiens, per determinare come e quanto essi siano correlati",

 concludono i ricercatori, che si dichiarano impazienti di scoprire le nuove rivelazioni

della paleoproteomica

 
 
 

La voce di una mummia

Post n°2897 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Riprodotta la voce di una mummia

di 3000 anni fa

Gli scienziati dell'University of London a Royal Holloway hanno

riprodotto il suono emesso dal tratto vocale di una mummia egizia

di 3000 anni fa

A cura di Antonella Petris 23 Gennaio 2020 20:40

Incredibile risultato arriva dalla Gran Bretagna: è stato riprodotto

il suono emesso dal tratto vocale di una mummia egizia di 3000 anni fa.

 L'obiettivo è stato raggiunto dagli scienziati dell'University of London

a Royal Holloway i quali per sintetizzare il suono hanno usando scansioni

Ct, stampa 3D e una laringe elettronica.

I risultati sono descritti in uno studio pubblicato su 'Scientific Reports'.

 Dall'elaborazione si è ottenuto un singolo suono, una vocale: la tecnica

non permette infatti di arrivare a sintetizzare una frase. Al centro dello

studio, un celebre reperto: la mummia di Leeds del 1100 a.C, appartenuta

al sacerdote Nesyamun.

"Le dimensioni precise del tratto vocale di un individuo producono un suono

unico", ricordano i ricercatori.

"Se è possibile risalire alle esatte dimensioni di uno specifico tratto vocale,

i suoni possono essere sintetizzati utilizzando una 'copia' stampata in 3D e

una laringe elettronica.

Ma affinché ciò sia fattibile, i tessuti molli del tratto vocale originario devono

essere discretamente intatti."

 Il team di David Howard e John Schofield ha usato la tomografia computeriz-

zata per confermare che una parte significativa della struttura della laringe e

della gola della mummia del sacerdote egiziano Nesyamun fosse rimasta

intatta a seguito del processo di mummificazione.

Ciò ha permesso agli autori di misurare e rilevare la forma del tratto vocale del

sacerdote, proprio sulla base delle immagini rilevate dall'esame.

In base a queste misurazioni, gli autori hanno ri-creato un tratto vocale stampato

in 3D per Nesyamun e lo hanno utilizzato insieme ad una laringe artificiale.

I ricercatori sono stati così in grado di riprodurre un singolo suono, una via di

mezzo tra la vocale della parola inglese 'bed' e quella di 'bad'.

Secondo gli studiosi si tratta della dimostrazione del fatto che un tratto vocale

conservato per tre millenni ha importanti implicazioni sul modo in cui il passato

viene proposto nel presente.

E potrà permetterci di riascoltare la voce di personaggi che vivevano nell'antichità.

 
 
 

Come sfruttare le potenzialità del Sahara.

Post n°2896 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Quanta energia solare potrebbe produrre il Sahara?

L'irraggiamento solare del Nord Africa è 3 volte superiore alla media europea.

Basterebbe trasformarne una piccola parte in una "centrale solare gigante" per

coprire il fabbisogno europeo. Ma i problemi da superare sarebbero comunque

notevoli.

Una centrale elettrica fotovoltaica nell'Oasi Bahariya, in Egitto.Una centrale elettrica fotovoltaica nell'Oasi Bahariya, in Egitto.

 | SHUTTERSTOCK  

Nel 1986, all'indomani del disastro nucleare di Chernobyl, il tedesco

 Gerhard Knies, esperto in fisica delle particelle, tentò alcuni calcoli sulla

quantità di energia necessaria a soddisfare il fabbisogno dell'umanità,

pensando di sfruttare l'energia pulita, quella del Sole, da raccogliere nelle

zone desertiche del nostro pianeta. Knies stimò infatti che in sei ore i deserti

di tutto il mondo ricevono più energia di quanto l'umanità ne consumi in

un anno.

Secondo il ricercatore, un'area di circa 28mila chilometri quadrati (estesa

poco più della Sicilia), se ricoperta di pannelli solari potrebbe produrre energia

sufficiente alle esigenze europee, riducendo, fra l'altro, la necessità del

Vecchio Continente di importare petrolio e gas da altri Paesi.

L'attenzione, già da molti anni, si è ovviamente concentrata sul deserto

africano del Sahara: talmente esteso che, se fosse una nazione, sarebbe

la quinta più grande del mondo.

MILIARDI DI BARILI.

 Secondo Amin Al Habaibeh, docente di Intelligent Engineering Systems

dell'Università inglese di Nottingham Trent, il deserto del Sahara potrebbe

soddisfare oltre 7.000 volte il fabbisogno elettrico europeo, con una

produzione equivalente a oltre 36 miliardi di barili di petrolio al giorno e

con emissioni di carbonio ridotte quasi a zero.

Dati della Nasa alla mano, Al-Habaibeh considera che ogni metro quadro

sulla Terra riceve ogni anno, in media, fra 2.000 e 3.000 chilowattora

(in sigla KWh) di energia solare. In teoria, quella assorbita da ogni centimetro

dei 9 milioni di kmq del deserto africano potrebbe rendere oltre 22 miliardi

di gigawattora (GWh) all'anno. 


Il mega impianto solare del Marocco. Costruito nel deserto del Sahara,

vicino alla città di Ouarzazate (che significa Porta del deserto),

 Noor 1 è la più grande centrale solare termodinamica del mondo.

Copre una superficie di 1,4 km quadrati (equivalente a circa 200 campi

di calcio). | NOOR/WORLD BANK

DALL'AFRICA ALL'EUROPA. Un GWh corrisponde a 1 x 10^9 wattora

(Wh), l'unità di misura definita come l'energia complessiva fornita se una

potenza di un watt viene mantenuta per un'ora.

Sempre a livello ipotetico, una fattoria solare che coprisse tutto il Sahara

fornirebbe 2.000 volte più energia delle più grandi centrali elettriche del

mondo, la cui produzione non va oltre i 100.000 GWh all'anno.

 La vicinanza geografica del deserto all'Europa rappresenterebbe un ulteriore

vantaggio, considerando per esempio che il più lungo cavo di alimentazione

sottomarino copre 600 km fra Paesi Bassi e Norvegia, mentre la distanza

minima fra Africa ed Europa è rappresentata dai 15 km dello Stretto di

Gibilterra.

 Non sono mancati, fino a oggi, i progetti mirati a estrarre l'energia solare

dal deserto del Sahara: il più clamoroso, Desertec, era stato promosso nel

2009 dallo stesso Knies per realizzare entro il 2050 una vasta rete di campi

di energia eolica e di pannelli solari in Medio Oriente e nel Nord Africa,

connessi all'Europa attraverso cavi ad alta tensione.

Il progetto però si arenò pochi anni dopo, quando gli investitori si

ritirarono per i costi molto alti, oltre che per le inevitabili complessità

di natura politica e commerciale.

Altri progetti sono ora in fase di studio o di realizzazione, con l'idea di

soddisfare in maniera sostenibile innanzitutto il fabbisogno energetico

locale, ma anche una parte progressivamente crescente dell'Europa.

Sono comunque numerosi gli impianti di dimensioni relativamente contenute

che già operano nel Sahara. 

TECNOLOGIE COMPLESSE.

 Le tecnologie utilizzate per produrre elettricità dal Sole sono principalmente

due: la Csp (Concentrating solar power), energia solare concentrata, e i

comuni pannelli solari fotovoltaici.

La Csp focalizza in un punto l'energia solare attraverso lenti o specchi,

accumulando in quell'area un immenso calore che genera elettricità per

mezzo di turbine a vapore: è probabilmente la più indicata per l'ambiente

desertico e le elevate temperature da gestire, ma lo svantaggio maggiore è

che i sistemi di riscaldamento a turbina e vapore non rappresentano

tecnologie semplici da gestire.

 IMMENSO SERBATOIO.

 I pannelli solari fotovoltaici utilizzano invece i semiconduttori per convertire

direttamente l'energia solare in elettricità; sono più pratici da utilizzare, soprat-

tutto in impianti di piccola portata, ma diventano meno efficienti quando si

riscaldano, dunque le temperature diurne del deserto possono rappresentare

un grosso ostacolo.

È da considerare poi come la sabbia trasportata dal vento possa facilmente

ricoprire lenti, specchi e pannelli; nell'uso di entrambe le tecnologie, quindi,

molte componenti necessitano di una costante pulizia, non facilissima nel

deserto a causa della scarsità delle risorse idriche.

Secondo gli esperti, dunque, la soluzione migliore sarebbe quella di integrare

in qualche modo le due tecnologie in un sistema ibrido, in grado di sfruttare

nella maniera più efficiente l'immenso serbatoio di radiazioni solari che

si riversa in uno dei posti meno ospitali del nostro pianeta.

Roberto Mammì per Focus Domande & Risposte

 
 
 

Le uova di 5000 pasquali preistoriche...

Post n°2895 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Prima della Pasqua:

le uova decorate di 5.000 anni faNell'Età del Bronzo

e del Ferro, le uova di struzzo intagliate erano una

merce di lusso molto in voga: uno studio rivela le

loro affascinanti origini.

uova-di-struzzoUno struzzo custodisce gelosamente le sue uova:

illustrazione dal Libro degli Animali dell'erudito arabo

Al-Jāḥiẓ (IX secolo). | WIKIMEDIA COMMONS  

Se tra i 2.500 e i 500 anni prima di Cristo si voleva fare

colpo su qualcuno, conveniva puntare su dono fragile ed

esotico: per esempio il guscio di un uovo di struzzo

finemente intagliato e decorato.

Nel corso dei decenni ne sono stati trovati diversi, nelle

tombe dei più ricchi rappresentanti delle civiltà mediter-

ranee e mediorientali vissuti nelle Età del Bronzo e del

Ferro.

Finora però origine e produzione di questi articoli di lusso

erano rimaste avvolte dal mistero.

SPEDITE DA LONTANO.

 Per vederci più chiaro, un gruppo di archeologi del Regno

Unito ha analizzato più da vicino una collezione di uova di

struzzo conservata al British Museum di Londra, che

comprende cinque gusci intatti e finemente decorati scoperti

nella Tomba d'Iside, nella Necropoli etrusca della Polledrara

presso Vulci, nel Lazio.

La tomba, rinvenuta nel 1839 da Luciano Bonaparte (fratello

di Napoleone), risale al 600 a.C..

Quando fu trovata, conteneva un corredo di oggetti preziosi

come gioielli in oro e posate in bronzo, oltre a una serie di

manufatti che testimoniavano i contatti commerciali tra

Etruschi ed Egizi. 

Tutte e cinque le uova sono dipinte e quattro risultano

anche intagliate con figure geometriche e disegni di animali,

carri e soldati.

L'analisi isotopica dei reperti e di altri frammenti di guscio

rinvenuti in una dozzina di siti archeologici del Mediterraneo

e del Medio Oriente ha permesso di confrontare la composi-

zione chimica dei gusci e ricostruire i viaggi di queste delicate

merci.

Le uova furono raccolte e intagliate da artigiani assiri e fenici,

per essere poi scambiate su rotte commerciali più intricate

del previsto: in una stessa tomba erano presenti uova

prodotte in aree geografiche diverse.

ATTESA E PERICOLI.

 Le analisi dei gusci al microscopio elettronico a scansione

hanno rivelato una grande quantità di tecniche di incisione

e pittura, a testimonianza di una particolare cura nella

lavorazione.

Prima di essere decorate, le uova dovevano essere lasciate

ad asciugare per un certo periodo: questo passaggio

richiedeva un investimento di spazio e di denaro non

trascurabile, che faceva salire ulteriormente il valore di

questi doni.

Inoltre, gli scienziati sono convinti che le uova venissero

sottratte direttamente dai nidi di struzzo selvatico e non

da quelli di uccelli allevati in cattività.

Una sorta di caccia all'uovo pasquale ante litteram, ma un

po' più adrenalinica: uno struzzo innervosito può essere

molto aggressivo, e procurarsi le uova comportava una

certa dose di rischio.

 
 
 

Il Nilo preistorico.

Post n°2894 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet.

Prima dei Faraoni: un antico insediamento nel delta

del NiloScoperto un insediamento del Neolitico, risalente

a 2.500 anni prima della costruzione delle Piramidi di Giza,

con gli indizi sulla nascita dell'agricoltura in Egitto.

satellite_picture_of_the_nile_delta_egyptIl Delta del Nilo in una foto da satellite.

Vedi anche: l'Antico Egitto dall'alto: un insolito

punto di vista. | NASA  

I resti di un insediamento umano abitato cinquemila

anni prima di Cristo sono venuti alla luce in un area

molto fertile del delta del Nilo, a Tell el-Samara, 140

km a nord del Cairo.

Il villaggio del Neolitico, scoperto grazie al lavoro di

un team di archeologi francesi ed egiziani, era vitale

e attivo circa 7.000 anni fa, ossia 2.500 anni prima

della costruzione delle Piramidi di Giza e 2.000 anni

prima che il semi leggendario faraone Menes unificasse

Alto e Basso Egitto. Si tratta di uno dei più antichi resti

di comunità umana mai ritrovati nella regione.

PROVVISTE MILLENARIE.

 Gli scienziati hanno rinvenuto silos contenenti resti di

ossa animali e materiale vegetale (reperti importanti

ai fini della datazione), nonché strumenti di pietra e

vasellame compatibili con la presenza di una comunità

stanziale. La notizia del ritrovamento è stata data il 2

settembre dal Ministero delle Antichità egiziane.

LE RADICI DELLA FORTUNA.

 L'analisi del materiale biologico scoperto nei silos fornirà

un quadro più completo sulle prime comunità che

popolarono il delta del Nilo e sulle origini di agricoltura e

allevamento in Egitto.

Secondo gli archeologi, le pratiche di sussistenza nel

villaggio erano fortemente dipendenti dalla pioggia, e

l'analisi dei reperti potrebbe fare luce sullo sviluppo dei

sistemi di irrigazione che resero l'ampia foce del fiume

sacro così ricca - dal punto di vista agricolo - nei millenni

che seguirono.

IMBALSAMATORI PRECOCI.

 Restando in tema di antico Egitto, un paio di settimane

fa un'altra scoperta ha rivelato che anche la "ricetta"

di sostanze usate per la mummificazione era già conosciuta

e diffusa almeno 1.500 anni prima di quanto comunemente

accettato, ed era già praticata 5.600 anni fa.

Benché nell'area di Tell el-Samara non siano stati ritrovati

reperti funebri, il quadro dell'Egitto pre-faraonico inizia

gradualmente a farsi più chiaro.

 
 
 

Notizie dalla Mesamerica preistorica.

Post n°2893 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

  • Fonte: articolo riportato dall'Internet  

Uno scheletro riscrive la storia delle popolazioni precolombiane?

Uno scheletro trovato nelle grotte messicane di Tulum porta

a nuove ipotesi sulle origini delle popolazioni precolombiane.

Scheletro tulumLo scheletro rinvenuto in Messico, che sta fornendo

nuove preziose informazioni sulle popolazioni

precolombiane. | STINNESBECK ET AL.  

Tulum, in Messico, è un enorme sistema di grotte, dove,

di tanto in tanto, si fanno scoperte archeologiche di

grande valore.

L'ultima, di un ricercatore della Universität Heidelberg,

Germania, è stata appena pubblicata sulla rivista Plos One.

Era noto che quell'area fosse abitata fin dal tardo Pleistocene,

ossia attorno a 12.000 anni fa: quel che sappiamo di quelle

popolazioni ci è arrivato proprio grazie agli studi su nove

scheletri ben conservati rinvenuti nelle caverne sommerse

presso lo doline di Tulum.

UN NUOVO SCHELETRO.

 Quello che è venuto alla luce ora è un nuovo scheletro,

completo al 30 per cento che è stato chiamato "Chan Hol 3",

dal nome della grotta sottomarina di Chan Hol, dove è stato

trovato.

Il cranio è stato sottoposto ad una approfondita analisi non

invasiva che ne ha permesso la datazione. 

Si è scoperto che apparteneva ad una donna vissuta quasi

10mila anni fa e che al momento della morte aveva circa

30 anni.

Il cranio è stato definito di tipo "mesocefalico", cioè non

particolarmente largo, né stretto, con zigomi larghi e fronte

piatta.

Così come gli altri crani trovati nello stesso luogo anche questo

presenta carie nei denti, il che significa che quelle popolazioni

avevano una dieta piuttosto ricca in zuccheri.

IL CONFRONTO.

 Le analisi craniometriche poi, sono state messe a confronto con

altri 452 teschi provenienti dal Nord, Centro e Sud America

oltre a quelli presenti nelle grotte di Tulum.

Il risultato di tale confronto ha portato gli archeologi a stabilire

che in Messico vivevano almeno due gruppi umani, morfologica-

mente diversi tra loro, nel periodo di passaggio tra il Pleistocene

e l'Olocene (la nostra epoca attuale).

Spiega Wolfgang Stinnesbeck, responsabile dello studio:

«Gli scheletri di Tulum portano ad avanzare alcune ipotesi da

approfondire.

La prima vuole che in Messico arrivarono popolazioni in periodi

molto diversi tra loro così da essere già diversificate, la seconda

invece sostiene che fossero arrivate più meno nello stesso

periodo, ma che, successivamente, si siano separate in gruppi

diversi tra loro fino al punto da assumere aspetti morfologici

differenti.

Se questa seconda ipotesi fosse corretta, è assai probabile allora

che l'arrivo dei primi coloni in Centro America sia avvenuto molto

prima rispetto a quanto creduto finora»

 
 
 

Quando il Sahara era un mare immenso

Post n°2892 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Quando il Sahara era pieno di pesci

Scavo record nel deserto del Sahara, nel sud-ovest della Libia:

oltre 17.000 fossili, l'80% dei quali appartenenti a pesci.

SaharaLe montagne del Tadrart Acacus, in Libia.

 | PATRICK POENDL / SHUTTERSTOCK  

Il deserto del Sahara è... un deserto: un'immensa distesa di sabbia

dove l'acqua è quasi introvabile e dove certamente nessuno si aspetta

di incontrare dei pesci.

Eppure fino a meno di 5.000 anni fa quella che oggi è una zona arida

e bollente era umida, ricca d'acqua, di piante, di fauna inaspettata e

anche di insediamenti umani; lo sappiamo da tempo e lo dimostra in

maniera spettacolare uno studio pubblicato su PLOS One e condotto

su oltre 17.000 esemplari fossili ritrovati nel sud-ovest della Libia da

un team misto del Natural History Museum del Belgio e dell'Università

La Sapienza di Roma.

UN BANCHETTO PREISTORICO. 

La zona degli scavi, le montagne del Tadrart Acacus in Libia,

è ben nota ai paleontologi e agli archeologi: l'intera area è

patrimonio dell'umanità UNESCO per l'enorme quantità di

pitture rupestri che vi si trovano.

Lo studio di Van Neer e Di Lernia, però, si è concentrato sui

resti animali ritrovati nella zona, in particolare dove si trovano

anche tracce di insediamenti umani.

Il team ha identificato qualcosa come 17.551 resti fossili, che

risalgono a un periodo che va da 10.200 a 4.650 anni fa e che

appartengono a una gamma vastissima di gruppi animali, dai

molluschi agli uccelli, dai rettili agli anfibi.

ANCHE QUESTA SERA, GRIGLIATA DI PESCE.

 I veri protagonisti del ritrovamento sono però i pesci, ai quali

appartengono quasi l'80% dei fossili rinvenuti (contro il 19%

dei mammiferi - agli altri rimangono le briciole).

In particolare sono stati riportati alla luce molti esemplari di

ciclidi e di pesce gatto, ambedue con evidenti segni di bruciature

e tagli - segnale che venivano preparati e mangiati dagli umani

che lì avevano stabilito le loro dimore.

Non solo, i ricercatori hanno scoperto che la percentuale di pesci

cala con il passare del tempo: nei resti di 10.000 anni fa, ciclidi

e pesci gatto costituiscono il 90% del totale, mentre in quelli di

4.650 anni fa scendono al 40%, sostituiti dai mammiferi.

Secondo gli autori dello studio la causa è l'inizio del processo di

desertificazione del Sahara, che ha fatto gradualmente sparire

le zone umide favorevoli ai pesci.

I ciclidi in particolare sono quelli più colpiti, mentre i pesci gatto

se la sono cavata meglio, almeno per un po', dal momento che

sono dotati di organi che consentono loro di respirare aria e di

sopravvivere anche in pozze d'acqua molto calda e poco profonda.

1 MARZO 2020 | GABRIELE FERRARI

 
 
 

Rituali preistorici terribili.

Post n°2891 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Sepolti col caschetto: una macabra scoperta archeologica

in EcuadorDue bambini vissuti 2100 anni fa furono sepolti

con un casco di ossa attorno al capo, ottenuto dal cranio di

altri ragazzi.

Si indaga sul motivo del lugubre rituale.

archeologia-una-macabra-scoperta-3Il cranio di un bambino protetto da quello di un altro: è la

prima volta che si osserva questa forma di sepoltura. | 

SARA JEUNGST  

Una serie di scavi condotti in Ecuador ha riportato alla luce

un tipo di sepoltura mai documentata prima in archeologia,

tanto insolita quanto "forte", per la sensibilità moderna.

In un tumulo di 2.100 anni fa sono stati rinvenuti i resti di

due bambini con il cranio avvolto da una specie di casco osseo:

analisi più accurate hanno poi rivelato che l'elmetto altro non

era che il cranio di altri bambini, deceduti nello stesso periodo.

La scoperta è descritta su Latin American Antiquity.

UNO ATTORNO ALL'ALTRO. Gli archeologi dell'Università del

North Carolina di Charlotte si sono imbattuti nel macabro

ritrovamento mentre lavoravano in uno scavo precolombiano

di Salango, nel nord del Paese, tra il 2014 e il 2016.

In due piccoli tumuli funebri hanno ritrovato i resti di otto

bambini di pochi mesi, di uno un po' più grande e di due adulti.

I corpi erano circondati da statuine di pietra e conchiglie,

una consuetudine osservata anche in altre sepolture.

Ma le spoglie di due neonati hanno in particolare attirato

l'attenzione.

La loro testa era infatti circondata da una più grande calotta

cranica, un'usanza mai documentata prima d'ora.

In un caso, il corpo principale apparteneva a un bambino di

18 mesi, e il cranio attorno al suo capo a un altro bambino

di età compresa tra i 4 e i 12 anni.

Tra i due strati di ossa sono stati ritrovati una conchiglia e

una falange.

Il secondo neonato doveva avere tra i 6 e i 9 mesi al momento

della morte: attorno al cranio, aveva quello di un bambino

dai 2 ai 12 anni di età.

Secondo gli scienziati il fatto che i "caschi" calzassero perfet-

tamente, e che non fossero danneggiati al momento della giustap-

posizione, rivela che i decessi dei quattro bambini dovettero

avvenire nello stesso periodo di tempo, e che i crani usati

come rivestimento erano, al momento del rituale, ancora

completi di carne.

PROTEZIONE. 

Qual è dunque il motivo del cruento - e per quanto ne sappiamo

insolito - rituale? Secondo gli archeologi, la testa aveva una

forte valenza simbolica presso le culture precolombiane: era

considerata un simbolo di indentità e molto sfruttata con

questo significato nell'iconografia.

«Le teste rappresentano in genere potere, antenati, e possono

servire a mostrare predominio su altri gruppi - per esempio,

attraverso la creazione di teste trofeo dei nemici sottomessi»

spiega Sara Jeungst, a capo dello studio.

Accompagnare bambini così piccoli con il cranio di altri minori

era forse un modo per proteggere la loro anima.

STESSA SORTE. 

Quanto alle ragioni della morte dei piccoli, essa non sembra

legata ai sacrifici umani diffusi tra queste culture. I bambini,

malnutriti, sono stati trovati sopra uno strato di ceneri

vulcaniche associato a un'eruzione nei rilievi vicini.

Potrebbero essere stati tutti vittime dello stress nutrizionale

successivo agli eventi eruttivi (problemi nelle coltivazioni,

diffusione di epidemie).

Si comprenderebbe così anche la necessità di circondarli

di figure protettive, rappresentanti gli antenati: tutta questa

cura serviva forse anche a placare un vulcano attivo.

 
 
 

Quando gli umani sono in lockdown

Post n°2890 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

La natura esplode con gli umani in lockdown

Il reportage FOTO e VIDEO dalle coste tra Sorrento, Napoli e Ischia

Procida, Marina Corricella FOTO di Pasquale Vassallo per Ansa,it © ANSA

FOTOProcida, Marina Corricella FOTO di Pasquale Vassallo per Ansa,it -

RIPRODUZIONE RISERVATA+CLICCA PER INGRANDIRE

Martino Iannone07 maggio 202019:01NEWS

La bellezza della natura mentre gli umani sono in lockdown esplode

in tutta la sua magia lungo le coste tra Sorrento, Procida e Ischia.

Ad immortalare in questi giorni di pandemia i colori e le suggestioni

di questi luoghi, dalle falesie della costiera amalfitana al promontorio

di Sant'Angelo d'Ischia, dalle antiche torri di avvistamento di Massa

Lubrense alla variopinta Marina Corricella, a Procida, passando per la

baia di Ieranto e la baia Cartaromana ai piedi del Castello aragonese,

tra pesci luna e aguglie imperiali, madrepore, gorgonie e prateria di

posidonia, è #LeMeraviglieDelleAreeProtetteAcasa. 

Si tratta di una campagna promossa dal Ministero dell'ambiente e

 della tutela del territorio e del mare. Gli scatti sono del fotografo

subacqueo Pasquale Vassallo mentre il video dall'alto è stato realizzato

dal drone manovrato da Francesco Rastrelli.

 I due,  scortati dalla Guardia Costiera, hanno perlustrato una serie

di punti dei due Parchi marini.

In volo su Punta Campanella: ripartire senza mortificare l'ambiente

La biodiversità delle aree marine protette "Punta Campanella" e

"Regno di Nettuno", corroborata da una consistente riduzione

dell'inquinamento acustico e del traffico da diporto, il mare del golfo

di Napoli ,si mostra in ottima salute. L'obiettivo del reportage, in linea

con quanto sottolineato dalla direttrice generale del Ministero, Maria

Carmela Giarratano, non è solo quello di rilanciare la conoscenza

delle aree di maggior pregio ambientale del nostro territorio, ma è

anche quello di costruire insieme con chi ci seguirà da casa un percorso

che favorisca, nel post Covid-19, un maggior rispetto delle

bellezze naturali, della biodiversità di quell'Italia Paese parco che

può costituire una auspicabile leva per la crescita del turismo

sostenibile".


"Mostrare la bellezza sommersa delle nostre Aree Marine Protette-

 spiega il direttore di Punta Campanella e del Regno di Nettuno, 

Antonino Miccio - è il modo più efficace per sensibilizzare la popola-

zione verso una tutela sempre maggiore degli ecosistemi marini, mettendo

a frutto il grande insegnamento di una drammatica pandemia per favorire

un cambio di paradigma che si traduca in un rapporto il più armonico

possibile con l'ambiente che ci circonda".

 ( martino.iannone@ansa.it )

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

 
 
 

Il Sahara preistorico

Post n°2889 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Il posto più pericoloso della storia della Terra

100 milioni di anni fa il Sahara era un luogo pericoloso, una pianura

fertile abitata da predatori di ogni forma e dimensione.

MaroccoLe montagne di Errachidia, alle porte dei Kem Kem Beds | JOERG STEBER / SHUTTERSTOCK  

Qual è il posto più pericoloso del Pianeta? Forse il cratere di qualche

vulcano, d'accordo, o il fondo della fossa delle Marianne.

Ma se escludiamo questi casi estremi, qual è l'angolo della Terra nel quale

nessuna potenziale preda vorrebbe mai dover mettere piede?

La risposta oggi sceglietela voi, ma se guardassimo all'intera storia della

vita sulla Terra c'è un luogo sul quale tutti i paleontologi concorderebbero,

in particolare dopo la pubblicazione del più grande studio paleontologico

mai condotto sull'area: si tratta di quello che oggi è il deserto del Sahara,

che 100 milioni di anni fa, durante l'era dei dinosauri, era, secondo il primo

autore dello studio Nizar Ibrahim, «il posto più pericoloso della storia

del Pianeta».

CENT'ANNI DI FOSSILI.

 Ibrahim e i suoi colleghi hanno visitato collezioni paleontologiche di tutto

il mondo per raccogliere dati sui fossili ritrovati nei Kem Kem Beds, una

formazione geologica del Marocco sudorientale al confine con l'Algeria che

risale al Cretaceo e che contiene moltissime tracce fossili della fauna che

popolava il continente africano durante l'epoca dei dinosauri.

Il risultato è, stando a uno dei co-autori dello studio, «il lavoro più completo

sui vertebrati fossili del Sahara da almeno un secolo a questa parte», che ci

regala un ritratto dettagliato di un'area che oggi conosciamo come un deserto,

ma che 100 milioni di anni fa era fertile e popolosa.

IL POSTO PIÙ PERICOLOSO DEL PIANETA. 

Il Kem Kem nel Cretaceo era un'area verde e attraversata da fiumi

ricchissimi di pesci, che da soli sostenevano gran parte della fauna terrestre.

E non parliamo di pesciolini rossi, ma di giganti come il celacanto, che già

oggi può raggiungere 2 metri di lunghezza, e che al tempo era quattro o

cinque volte più grosso.

Non sorprende quindi che anche i loro predatori fossero altrettanto enormi:

nel Kem Kem si trovano tre tra i dinosauri carnivori più grossi di sempre, tra

cui Carcharodontosaurus e Deltadromeus, entrambi lunghi circa 8 metri.

E ovviamente non mancavano gli pterosauri, i rettili volanti, alcuni dei quali

(per esempio gli Azhdarchidae) potevano raggiungere i 12 metri di apertura

alare.

Secondo Ibrahim, «un viaggiatore del tempo umano non durerebbe

a lungo in un posto simile».

 
 
 

NUOVA SCOPERTA: Spino-sauro:

Post n°2888 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

5 metri di coda che riscrivono i libri sui dinosauri

Spinosauro: 5 metri di coda che riscrivono i libri sui dinosauriRicostruzione dell'aspetto di Spinosaurus in vita.

Illustrazione: Davide Bonadonna.

Un nuovo capitolo si è aggiunto all'affascinante storia

che riguarda il più grande dinosauro predatore di tutti

i tempi, lo Spinosauro, ed è la ricostruzione completa

della sua enorme coda.

Rimasta sepolta per milioni di anni sotto la sabbia del

Sahara, è stata presentata al mondo proprio qualche

giorno fa da un team internazionale di paleontologi, tra

cui Cristiano Dal Sasso del Museo di Storia Naturale di

Milano e Simone Maganuco (affiliato alla associazione APPI

e al Museo di Milano).

Da sinistra, Marco Auditore, Cristiano Dal Sasso, Gabriele Bindellini,

Simone Maganuco e Ajoub Amane alle prese con la ricostruzione

della coda di Spinosauro all'Università di Casablanca.

Foto: Gabriele Bindellini.

La scoperta, pubblicata in un articolo scientifico su Nature, dimostra

quello che i paleontologi avevano supposto da tempo.

E cioè che questo animale, vissuto 100 milioni anni fa, aveva una 

spiccata predilezione per il nuoto.

La sua lunga coda pinnata - di cui è stato trovato l'80% delle ossa

per una lunghezza di 5 metri - alta e piatta come in certi tritoni,

lascia immaginare la potenza di avanzamento nel fluido di questo

super predatore.

Che da adulto misurava 15 metri, 2 metri in più del

Tyrannosaurus rex.

"Lavorando ai modelli tridimensionali ci siamo subito accorti che

questa coda a nastro era un potente organo di propulsione,

perfetto per cacciare nei grandi fiumi del Cretaceo", spiega

Simone Maganuco.


«Nessuno si aspettava una coda di questa forma; ora si dovranno

riscrivere tutti i libri sui dinosauri - precisa Cristiano Dal Sasso -.

Infatti, fino ad ora, non avendone mai trovata una, la coda dello

Spinosauro è sempre stata ricostruita come quella di tutti gli altr

i dinosauri".

Quest'ultima raccolta di ossa, straordinariamente ricca, permette

inoltre di affermare che Spinosauro è il dinosauro predatore più

completo di tutta l'Africa continentale.

 

Il deserto di Kem Kem (Marocco sud -orientale) dal sito di scavo

dello Spinosauro. Foto: Diego Mattarelli.

40 vertebre e un nuovo identikit

Le ossa della coda sono state estratte durante una serie di

campagne di scavo eseguite tra il 2015 e il 2019 nel deserto

del Sahara marocchino sudorientale.

I paleontologi hanno lavorato nelle stesse alture che tra il

2008 e il 2014 avevano restituito altri importanti tasselli

per la ricostruzione di Spinosaurus aegyptiacus e che avevano

portato alla pubblicazione della scoperta sulla rivista Science.

Si tratta dei "letti del Kem Kem", pendii desertici e rocciosi

appartenenti a un antico sistema fluviale che si estendeva

dal Marocco all'Egitto.

Le ossa della coda erano lì, a pochissima distanza dal punto in

cui i paleontologi avevano estratto i precedenti reperti, nello

stesso strato di roccia e fanno dunque parte dello stesso animale.

Si tratta di quasi 40 vertebre e altre ossa della coda che hanno

consentito di tracciare un identikit più completo di questo dinosauro

predatore, che aveva fauci da coccodrillo, una grande vela sul

dorso e, soprattutto, una possente coda appiattita.

Che si tratti dello stesso esemplare lo conferma anche l'analisi

paleoistologica, condotta alla Yale University da Matteo Fabbri, in

seguito alla quale si è potuto stabilire che si trattava un individuo

subadulto.

 

In alto, la ricostruzione della coda di Spinosauro (in bianco,

le poche ossa mancanti).

Al centro, vertebre e relative sezioni, con aggiunta della

muscolatura, in tre punti della coda.

In basso, il nuovo e insospettato aspetto dello spinosauro.

Disegni: Marco Auditore. Foto: Gabriele Bindellini.

Un nuoto ondulatorio

Poco deformate dalla fossilizzazione, le ossa hanno permesso

di giungere alla conclusione che la coda avesse articolazioni

molto snodate e una flessibilità laterale elevata.

Alla base erano presenti grandi fasci muscolari, mentre lunghe

spine sulle vertebre la rendevano alta e piatta, adatta a spostare

l'acqua come una pagaia.

Lo Spinosauro aveva, dunque, un nuoto ondulatorio e la grande

coda era il suo motore.

Questo dimostra definitivamente che mentre alcuni dinosauri

riuscirono a spiccare il volo, dando origine agli uccelli, altri si adat-

tarono invece alla vita acquatica, appropriandosi di nuovi habitat.

Non solo: dimostra che non tutti i dinosauri privi di penne furono

confinati agli ecosistemi di terraferma, come invece si era

creduto sino ad ora.

In alto, Spinosauro e la sua coda nastriforme.

Sopra, test sulla efficienza propulsiva di una sagoma in plastica

della coda di Spinosauro, immersa in un flusso d'acqua e

confrontata con altri tipi di code (a destra). Modello digitale:

Davide Bonadonna. Foto e grafica: Stephanie Pierce.

Disegni: Marco Auditore.

Nel tunnel dell'acqua

Gli esperti di biomeccanica dell'Università di Harvard hanno

realizzato diversi prototipi di code per cercare di capire la forza

propulsiva di Spinosauro.

Immerse nel tunnel dell'acqua, come in una galleria del vento,

le sagome - di uguale lunghezza, ma di forme differenti - hanno

rivelato che la coda di Spinosauro era più performante di quella

di altri dinosauri predatori terrestri e molto più vicina nelle

prestazioni a quelle dei coccodrilli.

Spinosauro nuotava bene anche controcorrente e la grande vela

dorsale lo stabilizzava, impedendogli di inclinarsi su un lato.

Le zampe avevano un ruolo secondario, potevano aiutare nel

nuoto, ma non erano essenziali.

Un aspetto non del tutto compreso fino a questa determinante

scoperta della coda.

La ricostruzione dell'aspetto di Spinosauro, realizzata in digitale

da Davide Bonadonna, ha permesso di capire le abitudini di vita

di questo animale, il cui peso doveva essere di 3,5 tonnellate

per 10 metri di lunghezza.

Il suo baricentro, avanzato rispetto ai piedi e al bacino, fa

supporre che sulla terraferma avanzasse piuttosto goffamente

sulle quattro zampe, a riprova che era una creatura

spiccatamente acquatica.

Nuovi scenari dell'evoluzione

Gli spinosauridi appartengono ai Tetanuri, lo stesso ceppo che

ha dato vita agli uccelli. La cosa curiosa è che i Tetanuri sono

caratterizzati da code lunghe e rigide...

Per i paleontologi Spinosauro rappresenta, dunque, un

 "esperimento evolutivo" unico, senza eguali nel regno animale.

«Da 220 milioni di anni a questa parte, nella lunga storia dei

dinosauri non ne è mai comparso nessun altro con una coda così.

Questa scoperta - spiegano - amplia incredibilmente le

conoscenze attuali sulla paleobiologia dei dinosauri e apre

orizzonti eccitanti e inaspettati».

Gli spinosauridi furono presenti su tutto il Pianeta per più di 30

milioni di anni e da oggi dovranno essere reinterpretati alla luce

di Spinosauro.

C'è da aspettarsi che invasero gli habitat acquatici di molte aree,

diventandone i dominatori.

Le ossa di Spinosauro sono conservate all'Università di Casablanca.

Un modello in grandezza naturale sarà presto esposto in Baviera

al Centro Esposizioni Lokschuppen di Rosenheim, uno degli enti

sostenitori delle ricerche.

La riproduzione in carne e ossa è italiana ed è il risultato di una

collaborazione tra Prehistoric Minds e Di.Ma. Dino Makers.

 

Il team che ha scavato la coda dello spinosauro (settembre 2018).

Da sinistra a destra, procedendo dall'alto: Simone Maganuco,

Ayoub Amane, M'Barek Fouadassi, Nizar Ibrahim, Samir Zouhri,

Cristiano Dal Sasso, Gabriele Bindellini, Marco Auditore, Matteo

Fabbri, Diego Mattarelli, Hamid Azroal, Mhamed Azroal.

Foto: Gabriele Bindellini.

Il gruppo di ricerca

Il gruppo di scavo e di studio è stato coordinato da Nizar

Ibrahim (Università di Detroit Mercy). Oltre a Cristiano Dal Sasso 

e Simone Maganuco, ne hanno fatto parte altri 14 ricercatori tra

cui gli italiani Matteo Fabbri, Marco Auditore, Gabriele Bindellini,

Diego Mattarelli e Davide Bonadonna.

Altri autori della ricerca sono David Martill (University of Portsmouth,

UK), Samir Zouhri e Ayoub Amane (Université de Casablanca,

Maroc co), David Unwin (University of Leicester, UK), Jasmina

Wiemann (Yale University, USA), Juliana Jakubczak (University

of Detroit Mercy, USA), Ulrich Joger (Staatliches

Naturhistorisches Museum, Braunschweig, Germania), George

Lauder e Stephanie Pierce (Harvard University, USA).

A sostenere le campagne di scavo, la National Geographic Society

con il supporto di varie università e del Museo di Storia Naturale

di Milano.

Autrice: Laura Floris

© RIPRODUZIONE RISERVATA
RIPRODUZIONE CONSENTITA CON LINK A ORIGINALE

E CITAZIONE FONTE: RIVISTANATURA.COM

 
 
 

Impariamo dagli islandesi.

Post n°2887 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Impariamo dagli islandesi

Un modo apparentemente indiretto ma importantissimo

per sviluppare un adeguata coscienza ambientale (e non

solo) è ovviamente quello di leggere ed approfondire,

possibilmente in modo attivo, ovvero "accendendo il cervello",

pensando e scegliendo le fonti informative giuste.

Un percorso che solo la lettura vera, non distratta e di corsa,

può dare.

In tal senso la lettura cartacea, quella di un buon libro o di una

bella rivista (compresa la nostra), è ancora il modo migliore per

fare ciò.

Purtroppo, come noto, in Italia il settore dell'editoria è in crisi da

tempo, sebbene negli ultimi tempi vi siano timidi cenni di rallenta-

mento di tale tendenza, almeno a livello di libri (per i quotidiani

e le riviste invece la situazione continua ad essere durissima).

Mercato in ripresa ma molti non leggono

Secondo l'ultimo "Rapporto sullo stato dell'editoria in Italia 2019",

 infatti, il mercato nazionale del libro ha chiuso il 2018 con un

fatturato di 3,170 miliardi di euro, in crescita del 2,1% rispetto

all'anno precedente, consolidando il risultato del 2017 (+4,5%).

Sono 4.972 le case editrici che hanno pubblicato almeno un titolo

nel corso dell'anno (+1,4% rispetto al 2017), per un totale di

78.875 nuovi titoli cartacei pubblicati lo scorso anno.

Quella che continua a mostrare segni deprimenti è invece

l'abitudine alla lettura degli italiani, dove solo il 62% della

popolazione tra i 15 e i 75 anni legge almeno un libro all'anno 

(sigh!), un dato certo non confortante, ma più attenuato rispetto

al calo ancora maggiore rilevato tra il 2011 e il 2014.

Niente pranzi infiniti

E allora viene in mente una bella tradizione che potrebbe

invogliare un ulteriore ritorno alla lettura, almeno in questo

periodo, dove si sta più volentieri a casa.

L'esempio positivo viene dalla fredda Islanda: si chiama 

Jólabókaflód ed è la tradizione tutta locale di regalare libri

a Natale e iniziare subito a leggerli. 

Ovvero non li accumulano sul comodino e, senza aspettare,

gli islandesi dedicano tutto il 25 dicembre alla lettura di uno

dei libri ricevuti in regalo.

Niente pranzi infiniti, niente tombola o Mercante in fiera, niente

TV ma solo sana lettura, e rigorosamente in carta.

Magari davanti a un camino o ad una stufa, con un buon tè,

sul divano o seduti sulla poltrona preferita, da soli o in

compagnia.   

Un bellissimo viaggio

Jólabókaflód vuol dire letteralmente "inondazione di libri" 

ed è una consuetudine a cui gli islandesi non vogliono proprio

rinunciare e che risale alle Seconda Guerra Mondiale, quando

ricevere dei libri era un regalo indimenticabile.

Tutto comincia già a novembre, quando i cittadini ricevono il

catalogo con le nuove pubblicazioni dal Bókatídindi, l'Associazione

degli editori islandesi.

Da qui, le persone scelgono cosa vogliono leggere e regalare:

è così che inizia un viaggio bellissimo nei libri che termina la

notte di Natale.

Una bella usanza che potremmo riprendere anche noi, magari

con un occhio particolare ai libri dedicati alla natura, che anche

in italiano sono ormai sempre più belli ed interessanti.

Autore: Armando Gariboldi

© RIPRODUZIONE RISERVATA
RIPRODUZIONE CONSENTITA CON LINK A ORIGINALE E CITAZIONE

FONTE: RIVISTANATURA.COM

 
 
 

Altre notizie sui Neanderthal.

Post n°2886 pubblicato il 11 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

10 aprile 2020

E il Neanderthal filava le fibre naturali

Immagine al microscopio elettronico dei resti di fibre

trovati nel sito di Abri du Maras (©PM-H. Monce) 

Più di 40.000 anni fa, i nostri antichi cugini estinti

avevano le conoscenze necessarie per ricavare fibre

naturali dalle cortecce degli alberi e ottenere filati che

poi potevano usare per produrre oggetti di uso quotidiano,

dalle corde ai cesti, dai vestiti alle reti da pesca.

È quanto emerge dall'analisi di nuovi resti archeologici, che

si aggiungono ad altri che mostrano complesse capacità

cognitive dei Neanderthal.

Le capacità cognitive dei Neanderthal continuano a stupire.

Da qualche anno ormai emerge un nuovo quadro che

testimonia la ricchezza culturale dei nostri antichi cugini

estinti, grazie a una documentazione archeologica sempre più

ampia che costringe a rivedere, in meglio, la visione dei

neanderthaliani come bruti, incapaci di espressioni sofisticate

e intelligenti.

A questa documentazione si aggiunge ora la scoperta di alcuni

resti nel sito di Abri du Maras, in Francia, risalenti a 41.000-

52.000 anni fa, che testimoniano l'uso di fibre naturali per

produrre filati.

Bruce Hardy del Kenyon College a Gambier, negli Stati Uniti,

e colleghi di una collaborazione internazionale descrivono il

reperto su "Scientific Reports": si tratta di un frammento di

corda lungo sei millimetri, costituito da tre fasci di fibre

attorcigliate tra loro, ottenute probabilmente dalla corteccia

interna di un albero, come una conifera, secondo l'analisi

effettuata con tecniche spettroscopiche e microscopiche.

Le fibre aderiscono a uno strumento in pietra sottile e lungo

60 millimetri: l'ipotesi è che la corda fosse avvolta attorno

allo strumento come un manico o facesse parte di una rete

o di un sacchetto contenente lo strumento. 

Secondo gli autori, il reperto fornisce numerosi indizi su quali

potessero essere gli oggetti di uso quotidiano di questi

neanderthaliani, sulle loro conoscenze dell'ambiente circostante

e sulle possibilità di sfruttarne le risorse.

Per ottenere fibre naturali così intrecciate, i Neanderthal

dovevano sapere come reperire la materia prima, e di

conseguenza avere una conoscenza approfondita degli alberi

più utili a questo scopo, nonché della loro crescita e stagionalità:

le fibre sono infatti più facili da staccare dalla parte interna

delle cortecce in primavera.

Inoltre, una volta acquisita la tecnica dell'intreccio, il filato

poteva essere la base per produrre corde, vestiti, cesti, tappeti,

reti da pesca o addirittura imbarcazioni, come si osserva in

quasi tutte le culture tradizionali o arcaiche.

La conoscenza di una tecnologia con diverse fasi produttive

implica a sua volta il possesso di basilari concetti matematici e

anche capacità di calcolo di base, necessarie per creare per

esempio filati avvolgendo le fibre in senso orario e poi diversi

filati tra loro in senso anti-orario per produrre una corda. 

In definitiva, i risultati vanno ad aggiungersi ai recenti ritrova-

menti di resti di catrame di betulla, conchiglie e manufatti

artistici, componendo un quadro molto complesso e articolato

delle capacità dei Neanderthal.

Gli autori concludono che è sempre più insostenibile l'idea di

un'inferiorità cognitiva di questa specie rispetto agli esseri

umani moderni.

Un'altra conclusione importante è che che la tecnologia delle fibre

è molto più antica di quanto stimato in precedenza, dato che

prima di questo studio i più antichi frammenti di fibra scoperti

provenivano dal sito di Ohalo II in Israele, risalente a circa

19.000 anni fa. (red)

 
 
 

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