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Messaggi del 14/09/2021

Un esperimento eccezionale.

Post n°3453 pubblicato il 14 Settembre 2021 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

 

L'esperimento per ricreare la luna di Saturno in una provettaFonte foto: 123rfSCIENZA

L'esperimento per ricreare la luna di Saturno in una provetta

Riprodurne una copia potrebbe svelare alcuni segreti dello Spazio.

Il gelido Titano è l'unico altro mondo nel nostro sistema solare

dominato da molecole organiche e con laghi e fiumi.

Titano è gelida luna di Saturno ed l'unico altro mondo nel nostro

sistema solare dominato da molecole organiche e solcato da laghi

e fiumi.

Ha anche un'atmosfera densa, un clima stagionale e precipitazioni,

simili a quanto avviene sulla Terra.

La differenza è che i suoi bacini sono pieni di metano e la pioggia

probabilmente brucerebbe la nostra pelle.

Allo stesso tempo il satellite saturniano potrebbe essere un ottimo

punto di partenza per cercare segni di vita extraterrestre.

Un nuovo esperimento, condotto dai ricercatori della Southern

Methodist University, sta cercando di riprodurre in provetta le

condizioni di Titano proprio per provare ad analizzare

il suo ambiente.

L'imitazione della luna di Saturno in provetta

Mentre la Nasa ha in programma di lanciare una sorta di

"grande drone" su Titano nel 2027, con la missione Dragonfly,

alcuni scienziati stanno provando ad anticipare i possibili risultati

dell'osservazione diretta, ricreando in provetta l'atmosfera della

fredda luna di Saturno, in particolare le molecole organiche che

condivide con il nostro pianeta.

"Se vogliamo studiare i minerali su Titano, dobbiamo dare un'occhiata

a queste comuni molecole organiche - ha spiegato Tomče Runčevski,

autore principale dell'esperimento presentato al meeting autunnale

dell'American Chemical Society - ma guardandole con occhi diversi,

attraverso il prisma di Titano".

L'esperimento "Titan in a glass" di Runčevski ha combinato le

caratteristiche della luna saturniana, come le sue temperature di

immersione e i liquidi caratteristici, all'interno di cilindri di vetro

ai quali ha aggiunto due molecole, acetonitrile e propionitrile,

presenti nell'atmosfera lunare. Su Titano, questi composti sono sotto

forma di cristalli solidi che contengono sequenze di "polimorfi", o

variazioni nella struttura, che dipendono dalla temperatura.

La composizione chimica è la stessa, ma il modo in cui le sostanze

chimiche si legano è leggermente diverso in base a quanto è caldo

o freddo.

I risultati dell'esperimenti hanno mostrato che le sequenze strutturali

delle due molecole sono cambiate, con la stabilizzazione dei polimorfi s

ia ad alta che a bassa temperatura.

Anche le proprietà dei composti sono state modificate.

Le temperature di Titano scendono fino a -290 gradi Fahrenheit.

Ma ciò non ha impedito la formazione di polimorfi ad alta temperatura.

L'ipotesi è che non è solo la temperatura a influenzare la chimica di

Titano e le nuove proprietà individuate dell'acetonitrile e del propionitrile

possono anche riaprire domande sulla chimica terrestre.

Intanto un'altra ricerca ha studiato gli anelli di Saturno riuscendo a

osservare cosa c'è nel cuore del pianeta.

Stefania Bernardini

 
 
 

Le stelle che non invecchiano.

Post n°3452 pubblicato il 14 Settembre 2021 da blogtecaolivelli

Fonte:

SCIENZA

Alcune stelle nascondono un segreto anti invecchiamento

Questi astri possono avere una seconda vita.

Le nane bianche, le meteore più comuni nell'universo, sono

in grado di rallentare il loro processo d'invecchiamento.

9 Settembre 2021 

Le stelle più comuni nell'universo sono in grado di rallentare

il loro processo d'invecchiamento.

Si tratta delle nane bianche che riescono a ringiovanire e avere

una vera e propria seconda vita.

La scoperta è stata fatta da un gruppo di ricerca internazionale

coordinato dall'italiano Francesco Ferraro, dell'università di

Bologna e associato all'Istituto nazionale di astrofisica (Inaf),

ed è stata pubblicata sulla rivista Nature Astronomy.

Il risultato dello studio cambia completamente le conoscenze

finora ritenute valide sul ciclo di vita delle piccole stelle.

Il segreto anti invecchiamento delle stelle

Le stelle piccole e medie, come il nostro Sole, diventano nane

bianche nell'ultima fase del ciclo di sviluppo e si ritiene

rappresentino la stragrande maggioranza di tutti i corpi celesti, f

ino al 98%.

Secondo quanto si è ritenuto finora, questo tipo di meteore, quando

esauriscono il loro combustibile, si "gonfiano" fino a espellere

gli strati più esterni, mentre al centro rimane un nucleo nudo, molto

caldo, in cui non avvengono più reazioni nucleari.

Da questo momento vanno gradualmente a raffreddarsi fino a

spegnersi del tutto.

Analizzando le immagini riprese dal telescopio spaziale Hubble

di due distinti ammassi stellari, Messier 3 e Messier 13, considerati

praticamente identici tra loro, i ricercatori hanno scoperto per la

prima volta delle piccole anomalie che però dimostrano che non

tutte le nane bianche invecchiano allo stesso modo.

"La nostra scoperta - ha detto all'Ansa Ferraro - dimostra che alcune

 nane bianche sono in grado di trattenere un sottilissimo strato di

idrogeno, dell'ordine di un decimillesimo della massa del Sole ma

sufficiente per permettere una minima attività termonucleare che

consente di produrre ancora un po' di energia, rallentando così il

processo di spegnimento e di raffreddamento, in pratica rallentando

il loro invecchiamento".

Il segreto di questo "elisir di giovinezza" sarebbe scritto nel loro

passato.

Il differente invecchiamento sarebbe infatti guidato da un processo

di rimescolamento dei gas della stella che avviene nella transizione

che porta alla nascita della nana bianca. In stelle con massa iniziale

più piccole della media l'idrogeno riesce in parte a conservarsi e

consentire così un ringiovanimento.

La scoperta cambierebbe quindi i meccanismi usati finora per

stimare l'età delle nane bianche in funzione della sola luminosità

con una differenza, rispetto ai calcoli precedenti, anche di 1

miliardo di anni.

Lo studio delle meteore continua a rivelare informazioni

sorprendenti su questi astri, per esempio una ricerca di scienziati

del Regno Unito è riuscita a individuare l'origine delle prime stelle,

mentre il telescopio Kepler ha catturato il momento appena

precedente l'esplosione di una supernova.

Stefania Bernardini

 
 
 

Fenomeni celesti.

Post n°3451 pubblicato il 14 Settembre 2021 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Il telescopio Kepler della NASA conferma le teorie degli astronomiFonte foto: getty imagesSCIENZA

Alcune stelle finora sconosciute stanno esplodendo

Il telescopio Kepler ha catturato il momento appena

precedente l'esplosione di una supernova: è la prima

osservazione diretta della fase finale della vita di una

stella, confermata dalla NASA.

Sappiamo praticamente da sempre che l'universo è popolato

di supernove: si tratta di stelle che - più grandi del Sole -

finiscono la propria vita con una massiccia esplosione che

poi le trasforma in stelle di neutroni, o pulsar.

La prima testimonianza scritta di una supernova risale

addirittura al 185 d.C., quando un gruppo di astronomi cinesi

lasciò traccia dell'osservazione della stella SN185; si pensa

però che le prime osservazioni di supernove risalgano a 

Ipparco di Nicea, quindi al II sec.a.C, almeno secondo quanto

riportato dallo scrittore romano Plinio il Vecchio.  

Sappiamo che ci sono, dunque, ma fino ad oggi nessun telescopio

ottico era riuscito a catturare l'immagine di una supernova.

La prima foto di una supernova

È stato pubblicato lo scorso 3 Agosto sulla rivista scientifica

della Royal Astronomical Society lo studio che per la prima

volta riporta l'osservazione di una supernova - cento volte

più grande del Sole. 

Condotto dalla Australian National University (ANU) in

collaborazione con la NASA, il gruppo di ricercatori è così riuscito

nell'impresa di osservare l'esplosione di una supernova.

"È la prima volta che qualcuno riesce ad avere uno sguardo così

preciso sull'intera curva di raffreddamento di una supernova",

afferma Patrick Armstrong, a capo dell'equipe. 

L'immagine mostra un potente lampo di luce provenire dalla stella,

nel momento appena precedente l'esplosione vera e propria:

l'emissione segue il passaggio della prima onda d'urto, in una

successione di shock che condurranno la supernova alla detona-

zione finale.

Si tratta di un'osservazione di importanza storica: come spiega

Armstrong "essendo lo stadio iniziale di una supernova così veloce,

è molto difficile che i telescopi riescano a catturare questo fenomeno".

Ci è riuscito il telescopio della NASA Kepler: progettato per

indagare una specifica regione della Via Lattea alla scoperta di pianeti

simili alla Terra, Kepler non è più operativo dal 2018, ma i dati

raccolti in quasi dieci anni di attività sono ancora in fase di studio.

Tra questi, un evidente fenomeno della durata di tre giorni che mostra

"con una cadenza senza precedenti, lo shock da raffreddamento"

che segue il cosiddetto lampo da urto, quello che non consente

ai telescopi ottici di osservare direttamente la fase finale

dell'esplosione.

Non solo Kepler: il telescopio Spitzer conferma le ipotesi

degli scienziati

Secondo la NASA, quelle delle supernove sono le più grandi

esplosioni mai osservate dagli umani, e si crede che proprio tali

fenomeni siano alla base della creazione di molti elementi fisici

del nostro universo.

Un'ulteriore indagine sul ciclo vitale delle supernove - pubblicata

circa un mese prima della scoperta dell'Università australiana -

ha usato le immagini ad infrarossi del telescopio Spitzer per

individuare, oltre la polvere che ne impedisce l'osservazione diretta,

quelle stelle di cui gli scienziati hanno fino a oggi soltanto potuto

ipotizzare l'esistenza. 

La NASA così ha potuto descrivere per la prima volta la fine di una

supernova come una "esplosione che riduce le stelle in frantumi".

Spitzer ha così confermato l'esistenza di stelle ipotetiche, ma ne ha

anche scoperte cinque del tutto nuove, che gli scienziati non

avevano mai considerato. 

Ori Fox, scienziato dello Space Telescope Science Institute di

Baltimora e promotore dello studio, i dati acquisiti da Spitzer

sono fondamentali: "sapere quante stelle stanno esplodendo

ci può aiutare a predire quante stelle si stanno formando", il

che è fondamentale per diverse aree della ricerca astrofisica. 

Il prossimo a tentare di studiare le supernove sarà il telescopio

ad infrarossi James Webb, il cui lancio è previsto per il prossimo

Ottobre e che sarà il più grande telescopio mai inviato nello

spazio dalla NASA. 

 
 
 

A 90 anni luce dalla Terra.

Post n°3450 pubblicato il 14 Settembre 2021 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Scoperto un pianeta a 90 anni luce dalla TerraFonte foto: 123rfSCIENZA

Scoperto un pianeta a 90 anni luce dalla Terra dove

potrebbe esserci vitaTOI-1231 b ed è un mondo gassoso,

molto simile al nostro Nettuno, con un'atmosfera molto

interessante: ci sono le nuvole e, probabilmente,

anche l'acqua.

Nello spazio ci potrebbe essere vita.

Un nuovo esopianeta con un'atmosfera molto interessante

è stato scoperto a 90 anni luce dalla Terra.

Si chiama TOI-1231 b ed è un mondo gassoso molto simile

al nostro Nettuno. Grande 3,5 volte il diametro della Terra,

è un po' più caldo del globo terrestre, con una temperatura

tra i 56°C e i 57°C, ma comunque che rientra tra i pianeti di

questo tipo più freddi che siano mai stati osservati.

Per gli scienziati TOI-1231 b è in una posizione privilegiata

che permette alla sua atmosfera di essere studiata dai telescopi

spaziali.

L'esopianeta orbita attorno a una stella nana rossa, più piccola

ma più longeva del nostro Sole, e un anno su questo mondo

dura 24 giorni.

La scoperta è stata inserita nell'Exoplanet Archive della NASA

 il 3 giugno e gli astronomi ritengono che il pianeta resti relativamente

freddo perché anche la sua stella sarebbe sul lato più freddo.

I dettagli di TOI 1231 b, il pianeta a 90 anni luce dalla Terra

Sebbene non sia abitabile a causa delle sue dimensioni, TOI 1231 b 

potrebbe offrire agli scienziati la possibilità di catturare una sorta

di "codice a barre" dell'atmosfera di un esopianeta temperato delle

dimensioni di Nettuno.

Ciò potrebbe consentire confronti con mondi simili in altre parti

della galassia, portando a intuizioni potenzialmente profonde

sulla composizione e sulla formazione di esopianeti e sistemi planetari,

inclusi la Terra.

Con una tecnica chiamata spettroscopia di trasmissione, gli scienziati 

dovrebbero essere in grado di utilizzare il telescopio spaziale Hubble,

e presto anche il più sensibile telescopio spaziale James Webb,

per catturare la luce delle stelle che brilla attraverso l'atmosfera

di TOI-1231 b e rivelare quali gas sono presenti nella sua atmosfera.

La stella nana rossa del pianeta, sebbene piccola, è piuttosto brillante

nella parte infrarossa dello spettro luminoso.

L'ipotesi è che nell'atmosfera di TOI-1231 b ci siano nuvole, forse

fatte anche di acqua.

L'esomondo si sta muovendo così rapidamente che gli atomi di

idrogeno che fuoriescono dall'atmosfera del pianeta potrebbero

essere facilmente rilevati.

Ogni volta che il pianeta passa davanti alla sua stella, i telescopi

sarebbero in grado di vedere, attraverso la sovrapposizione, nubi 

nella sua atmosfera nelle quali si pensa possa esserci H2O e

probabilmente anche qualche forma di vita.

Lo studio degli esopianeti sta interessando sempre di più gli scienziati

che, oltre a TOI-1231 b, stanno concentrando l'attenzione anche

su altre formazioni nella galassia, una sorta di super Terre ed esolune

gassose e con acqua liquida che potrebbero essere abitabili.

Stefania Bernardini

 
 
 

Esiste un'altra Via Lattea.

Post n°3449 pubblicato il 14 Settembre 2021 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Potrebbe esserci vita ai margini della galassia: la nuova scoperta oltre la via LatteaFonte foto: 123RFSCIENZA

Potrebbe esserci vita ai margini della galassia:

la nuova scoperta oltre la via Lattea

La simulazione di alcuni scienziati individua dove nello

spazio è possibile incontrare gli alieni: potrebbe esserci

vita ai margini della galassia.

Nonostante la calma apparente che emana dalla fotografie

restituiteci dai telescopi in grado di sbirciare nelle profondità

della galassia, l'immenso spazio fuori dai confini della nostra

Terra è tutt'altro che un posto "tranquillo" e adatto alla vita.

Secondo gli scienziati, infatti, una serie di aspetti, molto

rappresentati nelle profondità siderali, riducono le chances

di vita su altri pianeti (almeno di vita per come la conosciamo).

Nello specifico, si tratta di collisioni tra piccole galassie,

radiazioni cosmiche, esplosioni di supernove.

Avvenimenti dalle dimensioni colossali e dalla portata distruttiva

inimmaginabile che rendono la placida staticità del cosmo

qualcosa di più simile a un inferno.

Al di là delle premesse, però, nel cosmo c'è ancora abbastanza

spazio da ipotizzare l'esistenza di qualche oasi felice in cui la 

vita (per come la conosciamo, è bene ripeterlo) potrebbe

prosperare rigogliosa.

I ricercatori guidati dal fisico Duncan Forgan dell'Università di

St. Andrews, a Fife, nel Regno Unito, hanno quindi messo a

punto una simulazione per provare a comprendere quali zone

del cosmo presenterebbero le maggiori probabilità di ospitare la vita.

Come la vita verrebbe distrutta nella parte sbagliata dello spazio

Innanzitutto gli scienziati si sono premurati di individuare le

condizioni necessarie alla vita: si tratterebbe della presenza di 

acqua liquida su pianeti che non sono né troppo vicini, né troppo

distanti dalla stella intorno alla quale orbitano, insomma pianeti

 temperati. I centri delle galassie invece sono tempestati di 

esplosioni, causate dall'elevata densità di stelle.

Ciò brucerebbe l'ozono di un pianeta simile alla Terra uccidendo

qualsiasi forma di vita con i raggi ultravioletti.

E allora, dove è possibile che nasca la vita?

Gli scienziati hanno ragionato sul lunghissimo termine, simulando

al pc l'evoluzione di una galassia basandosi sulle conoscenze

attualmente a nostra disposizione, non soltanto riguardanti la

via Lattea, ma anche delle galassie vicino al nostro "quartiere spaziale":

Andromeda e Triangulum. "Siamo i primi a vedere come la storia

delle galassie influisce sulla loro abitabilità", spiega Forgan.

Come influisce?

Ebbene, sembra che la distribuzione di gas, stelle e sistemi planetari

all'interno dei vortici di stelle renda abitabili le zone periferiche delle

galassie, dove tra l'altro si trova la Terra, collocata nella fascia interna

della cerchia esterna della Via Lattea.

La galassia è immensa e le possibilità di trovare esseri viventi sono

davvero ridottissime, ma se dovessimo mai cominciare a cercare,

sarà bene cominciare dal bordo. Nel frattempo c'è comunque chi

ipotizza l'esistenza di funghi su Marte e chi vede 

tracce aliene sul fondo dell'oceano.

Giuseppe Giordano

 
 
 

Alcune scienze non invecchiano.

Post n°3448 pubblicato il 14 Settembre 2021 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Alcune stelle nascondono un segreto anti invecchiamentoFonte foto: 123rfSCIENZA

Alcune stelle nascondono un segreto anti invecchiamento

Questi astri possono avere una seconda vita.

Le nane bianche, le meteore più comuni nell'universo, sono in

grado di rallentare il loro processo d'invecchiamento.

9 Settembre 2021 

Le stelle più comuni nell'universo sono in grado di rallentare

il loro processo d'invecchiamento.

Si tratta delle nane bianche che riescono a ringiovanire e avere

una vera e propria seconda vita.

La scoperta è stata fatta da un gruppo di ricerca internazionale

coordinato dall'italiano Francesco Ferraro, dell'università di

Bologna e associato all'Istituto nazionale di astrofisica (Inaf),

ed è stata pubblicata sulla rivista Nature Astronomy.

Il risultato dello studio cambia completamente le conoscenze

finora ritenute valide sul ciclo di vita delle piccole stelle.

Il segreto anti invecchiamento delle stelle

Le stelle piccole e medie, come il nostro Sole, diventano nane

bianche nell'ultima fase del ciclo di sviluppo e si ritiene

rappresentino la stragrande maggioranza di tutti i corpi celesti,

fino al 98%. Secondo quanto si è ritenuto finora, questo tipo

di meteore, quando esauriscono il loro combustibile, si "gonfiano"

fino a espellere gli strati più esterni, mentre al centro rimane un 

nucleo nudo, molto caldo, in cui non avvengono più reazioni nucleari.

Da questo momento vanno gradualmente a raffreddarsi fino a

spegnersi del tutto.

Analizzando le immagini riprese dal telescopio spaziale Hubble

di due distinti ammassi stellari, Messier 3 e Messier 13, considerati

praticamente identici tra loro, i ricercatori hanno scoperto per la

prima volta delle piccole anomalie che però dimostrano che non

tutte le nane bianche invecchiano allo stesso modo.

"La nostra scoperta - ha detto all'Ansa Ferraro - dimostra che alcune 

nane bianche sono in grado di trattenere un sottilissimo strato di

idrogeno, dell'ordine di un decimillesimo della massa del Sole ma

sufficiente per permettere una minima attività termonucleare che

consente di produrre ancora un po' di energia, rallentando così il

processo di spegnimento e di raffreddamento, in pratica rallentando

il loro invecchiamento".

Il segreto di questo "elisir di giovinezza" sarebbe scritto nel loro passato.

Il differente invecchiamento sarebbe infatti guidato da un processo

di rimescolamento dei gas della stella che avviene nella transizione

che porta alla nascita della nana bianca.

In stelle con massa iniziale più piccole della media l'idrogeno riesce

in parte a conservarsi e consentire così un ringiovanimento.

La scoperta cambierebbe quindi i meccanismi usati finora per stimare

l'età delle nane bianche in funzione della sola luminosità con una

differenza, rispetto ai calcoli precedenti, anche di 1 miliardo di anni.

Lo studio delle meteore continua a rivelare informazioni sorprendenti

su questi astri, per esempio una ricerca di scienziati del Regno

Unito è riuscita a individuare l'origine delle prime stelle, mentre

il telescopio Kepler ha catturato il momento appena precedente

l'esplosione di una supernova.

Stefania Bernardini

 
 
 

La nascita delle prime stelle.

Post n°3447 pubblicato il 14 Settembre 2021 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

La nascita delle prime stelle non è più un misteroFonte foto: 123rfSCIENZA

La nascita delle prime stelle non è più un mistero:

la scoperta degli astronomiPresto le prime galassie

potrebbero diventare osservabili.

Uno studio di scienziati del Regno Unito colloca l'alba

cosmica tra 250 e 350 milioni di anni dopo il Big Bang.

C'è finalmente una collocazione temporale riguardo a

quando le prime stelle hanno iniziato a brillare nel cielo.

Uno studio di scienziati del Regno Unito è riuscito a

individuare l'alba cosmica tra 250 e 350 milioni di anni dopo

il Big Bang. La scoperta è collegata all'idea che presto le

prime galassie che ospitano queste stelle primordiali

potrebbero diventare osservabili con i nostri nuovi 

strumenti tecnologici.

La ricerca è stata pubblicata negli avvisi mensili della Royal

Astronomical Society e l'obiettivo è quello di ampliare la

comprensione di uno dei più misteriosi periodi dell'universo:

le oscure età cosmiche.

La nascita delle prime stelle

Nel cosmo nessuna meteora ha brillato per centinaia di milioni

di anni. Poi, lentamente, il gas ha iniziato ad ammassarsi in grandi

nubi fino a causare un collasso gravitazionale dal quale nacquero

le prime stelle.

Il team di ricercatori ha stimato questo evento esaminando

sei delle galassie più lontane mai scoperte.

La luce di questa mezza dozzina di oggetti ci arriva da quando

l'Universo aveva appena 550 milioni di anni.

Gli scienziati hanno quindi stimato l'età di queste galassie, suggerendo

quando possano essere nate le stelle al loro interno.

"Le nostre osservazioni indicano che l'alba cosmica è avvenuta

tra 250 e 350 milioni di anni dopo l'inizio dell'universo e, al

momento della loro formazione, galassie come quelle che abbiamo

studiato sarebbero state sufficientemente luminose da poter

essere osservate con il telescopio James Webb", ha affermato in

una dichiarazione l'autore principale della ricerca, il dott.Nicolas

Laporte dell'università di Cambridge.

Grazie alle osservazioni dei telescopi spaziali Hubble e Spitzer,

il team è stato in grado di stimare la presenza di idrogeno atomico.

Durante le età cosmiche oscure, tutto l'idrogeno era atomico,

ma la luce delle stelle strappava gli elettroni da quegli atomi di

idrogeno in un processo chiamato ionizzazione.

Alla fine dell'alba cosmica, la stragrande maggioranza dell'idrogeno

nell'universo è stata nuovamente ionizzata e dalla stima di quanto

idrogeno rimane ionizzato in una galassia si può calcolare da quanto

tempo sono attive le sue stelle.

"Questo indicatore di età viene utilizzato per datare le stelle

intorno alla Via Lattea, ma può anche essere utilizzato per

datare galassie estremamente remote, viste in un periodo molto antico 

dell'universo", ha aggiunto il co-autore Romain Meyer, dell'Università

College London e del Max Planck Institute for Astronomy di

Heidelberg, in Germania.

Da questi calcoli gli astronomi hanno indicato che le prime galassie 

hanno tra i 200 e i 300 milioni di anni e sono abbastanza sicuri che

presto i nostri telescopi riusciranno a osservarle.

Un'altra ricerca ha invece individuato che i buchi neri risucchiano le stelle.

Stefania Bernardini

 
 
 

Le ultime sull'intelligenza artificiale.

Post n°3446 pubblicato il 14 Settembre 2021 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet.

L'intelligenza artificiale al servizio del benessere globaleFonte foto: iStockSCIENZA

L'intelligenza artificiale che può eliminare povertà e disuguaglianze

L'intelligenza artificiale può aiutarci a eliminare povertà e disuguaglianze:

gestisce le risorse, crea cibo sintetico e sa anche insegnare le emozioni.

5 Agosto 2021 

Il discorso sulle Intelligenze Artificiali è, sin dall'inizio della sua storia,

lastricato di timori: colpa forse di un immaginario distopico che va da

Hal 9000 a Skynet, spesso le paure superano l'entusiasmo, in materia.

È anche per analizzare le radici di tanti dubbi che il CNR, Consiglio

Nazionale delle Ricerche, ha recentemente pubblicato "L'Intelligenza

Artificiale per lo Sviluppo Sostenibile", un volume che spiega come le

Intelligenze Artificiali possono - e in realtà già lo fanno - contribuire al

benessere della popolazione mondiale e allo sviluppo sociale ed economico.

Lo studio è promosso da CISV-ONG 2.0, Associazione Italiana per

l'Intelligenza Artificiale (AIxIA) e dal Dipartimento di Informatica

dell'Università degli Studi di Bari Aldo Moro. 

Dopo un'attenta definizione del concetto di Intelligenza Artificiale e

dello stato attuale delle ricerche, il volume fornisce uno sguardo d'insieme

su i tanti progetti che, in tutto il mondo, usano l'IA per migliorare

benessere dei cittadini e sostenibilità ambientale.  

I 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile

Nel Settembre del 2015 più di 150 leader internazionali, riuniti alle

Nazioni Unite, hanno approvato l'Agenda 2030 per uno sviluppo

sostenibile: il documento illustra una strategia globale che intende

porre fine a povertà e disuguaglianze in nome di uno sviluppo economico

che sia sostenibile in termini umani, ambientali ed economici. 

Alla base dell'Agenda 2030, ci sono i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile:

 eliminazione di fame e povertà ma anche diritto all'istruzione ed

accesso a fonti d'acqua pulita, tutela del clima e contrasto alle

disuguaglianze. 

Il volume del CNR illustra nel dettaglio le opportunità offerte dall'impiego

delle IA nel raggiungimento di uno sviluppo sostenibile dal punto di vista 

ambientale, sociale ed economico, senza però fare mistero dei potenziali

rischi connessi all'impiego di queste tecnologie. 

Una delle più note implicazioni dell'uso di Intelligenze Artificiali

particolarmente complesse è il grave impatto ambientale: le IA che

elaborano i linguaggi naturali (deep neural network) emettono, in un

anno, quasi cinque volte la CO2 prodotta da un'automobile americana. 

Secondo di dati ufficiali, inoltre, nel 2040 il 14% dell'emissione totale

di gas serra sarà riferibile al comparto delle tecnologie informatiche,

Intelligenze Artificiali e quantum computer compresi.

D'altro canto, sono diversi i progetti che già utilizzano le IA per attività

tese al raggiungimento della sostenibilità ambientale: monitoraggio,

assegnazione delle risorse e razionalizzazione dei processi sono compiti

che le Intelligenze Artificiali svolgono con grande successo. 

Migliorare il mondo con l'IA: alcuni progetti rivoluzionari

Un uso delle Intelligenze Artificiali teso a favorire il benessere e la

sostenibilità ambientale può aumentare la produttività agricola dei

terreni, pre-diagnosticare malattie, ridurre gli sprechi alimentari,

individuare discriminazioni.

Nel 2019, 42 Paesi hanno sottoscritto i Principi Ocse sull'IA:

l'Intelligenza Artificiale deve andare a vantaggio delle persone e del

pianeta promuovendo una crescita inclusiva e uno sviluppo

sostenibile, e deve tener conto della legge, dei diritti umani e dei

valori democratici.

In definitiva, le intelligenze artificiali non sono buone né cattive,

tutto dipende da come le si programma, da quel che gli si chiede,

dagli eventuali pregiudizi che il programmatore può inconsapevolmente

trasferire nel ragionamento della macchina. 

L'IA può individuare, grazie ai dati delle immagini satellitari, le aree

più povere dei villaggi africani e le zone in cui, per esempio dopo un

disastro naturale, è più urgente veicolare gli aiuti umanitari.

È ormai dal terremoto che devastò Haiti nel 2010 che i soccorsi

vengono guidati con il supporto delle intelligenze artificiali di

Northrop Grumman.

In Sud America diversi progetti rivoluzionari usano l'IA per produrre

cibo sano a poco prezzo: l'intelligenza artificiale è usata per combinare

gli ingredienti in modo tale da poter creare gelato senza latte e carne

senza animali. 

Sono inoltre molteplici i progetti che usano la capacità di previsione

dell'IA per razionalizzare i processi e la distribuzione delle risorse

in agricoltura: l'indiana Conserwater aiuta gli agricoltori, grazie alle

immagini satellitari, a distribuire le risorse idriche in base al tipo

di coltura.

Un contributo essenziale, in un Paese in cui due terzi delle acque

dolci sono usati a scopo agricolo.

In ambito sanitario, l'IA è molto usata come strumento di pre-diagnosi 

per alcune malattie, ma è anche alla base dei servizi sanitari via telefono

di Babylon Health, che aiuta i medici a fornire una diagnosi in remoto

a pazienti, per esempio, affetti da Covid. 

Viene dall'Olanda invece il robot che vuole insegnare ai bambini autistici:

si chiama De-Enigma e si basa sul riconoscimento delle emozioni e

sulla loro espressione. 

I potenziali effetti distopici attribuiti all'AI, secondo i promotori dello

studio, dipendono solo dagli obiettivi verso cui vengono indirizzate le

tecnologie.

Un dato è certo: l'uso virtuoso dell'IA, insieme alla piena consapevolezza

delle criticità che porta con sé, può contribuire al raggiungimento di

uno sviluppo sostenibile in maniera a volte più decisiva di quanto si

possa fare ricorrendo esclusivamente all'intelligenza umana.

Alessandra Caraffa

 
 
 

La vita è possibile su Marte.

Post n°3445 pubblicato il 14 Settembre 2021 da blogtecaolivelli

Secondo un nuova teoria, la vita su Marte è possibileFonte foto: ISTOCKSCIENZA

Secondo una nuova teoria, la vita su Marte è possibile

Secondo un nuovo studio, non è da escludere la presenza

di microbi alimentati dalla radioattività.

Secondo un nuova teoria, la vita su Marte è possibile.

15 Agosto 2021306 

La nostra conoscenza di Marte fa ogni mese importanti passi

in avanti.

Il Pianeta Rosso affascina gli scienziati che, anche grazie alle

informazioni spedite sulla Terra dal rover marziano della NASA

Perseverance, sono riusciti a "guardare" nel nucleo, ipotizzando

così cosa c'è nel cuore di Marte.

Non solo, il quarto pianeta del Sistema Solare canalizza anche

l'interesse della Cina - che è lì fuori anch'essa con il suo rover,

eccolo in un tenero selfie - e di uno tra gli uomini più ricchi del

mondo, quell'Elon Musk che ormai si dedica, un po' come altri

due multimiliardari, al superamento delle frontiere galattiche.

Dato che non passa settimana senza che Marte ci regali qualche

sorpresa, ecco l'ultima in ordine di tempo.

Perché ora gli scienziati immaginano che la vita su Marte sia possibile

La teoria è stata messa a punto da un team internazionale di

ricercatori guidati dalla NASA, secondo i quali la vita su Marte 

sarebbe possibile. In particolare, si tratterebbe di un ecosistema

di organismi microbici la cui sopravvivenza avviene grazie alla 

radioattività presente sotto la superficie del Pianeta Rosso.

Sulla Terra, la simbiosi tra microrganismi e radioattività esiste,

quindi i ricercatori si sono chiesti se lo stesso non potesse

succedere anche su Marte.

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica "Astrobiology".

Un elemento darebbe forza alle ipotesi degli studiosi: ecco quale

"L'ambiente con le migliori possibilità di abitabilità su Marte è il

sottosuolo", ha detto l'autore principale dello studio Jesse

Tarnas, scienziato planetario del Jet Propulsion Laboratory

della NASA.

È bene sottolineare il fatto che, quello citato, è uno studio ampiamente s

peculativo, perché, ad oggi, non non stati rinvenuti microbi alieni

alimentati dalla radioattività nel sottosuolo di Marte.

Anche se non li trovassimo adesso, però, non è escluso che ci siano

stati a un certo punto nel tempo.

C'è poi il rebus dell'acqua, che consiste più o meno in questa cosa qui:

se c'è, sotto terra, sul Pianeta Rosso, dell'acqua, allora, magari nelle

crepe o nei pori, il processo di radiolisi potrebbe teoricamente supportare

i microbi alieni.

Di colpo lo studio appena citato diventerebbe più plausibile: perché

dove ci sono acque sotterranee, potrebbe anche esserci vita.

Giuseppe Giordano

 
 
 

Ultime novità dallo spazio.

Post n°3444 pubblicato il 14 Settembre 2021 da blogtecaolivelli

Fonte: risorse libere dell'Internet

Nel Fonte foto: AnsaSCIENZA

Nel "cuore" di Marte potrebbe esserci un minerale mai visto prima

Il materiale potrebbe essere presente in abbondanza sul Pianeta Rosso.

È stato identificato, in un frammento di meteorite, l'elgoresyte, un

nuovo minerale dalle caratteristiche inedite.

18 Agosto 2021 

Nel cuore di Marte ci potrebbe essere, in abbondanza, un nuovo 

minerale dalle caratteristiche mai viste prima: l'elgoresyte.

Il materiale è stato identificato, per la prima volta, in un frammento

di un meteorite.

A scoprirlo è stato un ricercatore italiano, Luca Bindi, dell'università di

Firenze e a capo di un gruppo internazionale di studiosi che coinvolge

esperti dell'università di Bayreuth, in Germania, dell'università di Meiji,

in Giappone, dell'Accademia delle Scienze Russe, di ESFR in Francia e

del Guangzhou Institute of Geochemistry in Cina.

Il nuovo minerale è stato isolato in una meteora caduta nel 1986,

chiamata Suizhou.

La scoperta del nuovo minerale che potrebbe essere su Marte

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista ACS Earth and Space Chemistry.

Il meteorite Suizhou è caduto nell'aprile di 35 anni fa a Dayanpo, in Cina.

Il corpo celeste si sarebbe formato nello scontro tra asteroidi nello spazio,

in condizioni di altissime pressioni e temperature, paragonabili a quelle

presenti nel mantello della Terra.

La sua composizione chimica è però particolare, con una elevata quantità

di magnesio e ferro, e ha fatto pensare ai ricercatori che potrebbe essere il

materiale che compone il mantello di Marte.

"Sebbene i dettagli della composizione del mantello di Marte siano ancora

oggetto di discussione - ha spiegato Bindi - sembra certo che contenga

una quantità di ferro e magnesio più alta rispetto alla Terra".

L'ordinario di Mineralogia dell'ateneo fiorentino ha poi evidenziato che

sul nostro pianeta non è mai stato osservato un minerale con le stesse

caratteristiche.

Il materiale sarebbe un silicato di magnesio contenenteferro e alluminio.

"Se pensiamo che il minerale che fino a oggi è attestato come componente

principale del mantello terrestre è la bridgmanite, quello che abbiamo scoperto

- ha aggiunto il ricercatore italiano - ha una quantità di magnesio e ferro

talmente elevata da farne il candidato ideale per la composizione del mantello

marziano".

I risultati dello studio del team internazionale sono stati approvati dalla

Commission on New Minerals, Nomenclature and Classification della

International Mineralogical Association.

La elgoresyte prende il nome da Ahmed El Goresy, scienziato egiziano

famoso per la caratterizzazione di meteoriti che hanno subito fenomeni di

shock ed è stata riconosciuta ufficialmente come nuovo minerale.

La scoperta aggiunge un tassello a quanto si sa fino a oggi del Pianeta Rosso 

e potrebbe aiutare gli scienziati a comprendere meglio quali materiali lo

compongono. Intanto, secondo un nuovo studio, la vita su Marte non è

da escludere perché potrebbero esservi presenti microbi alimentati

dalla radioattività.

Stefania Bernardini

 
 
 

La vita su Marte.

Post n°3443 pubblicato il 14 Settembre 2021 da blogtecaolivelli

 

Fonte: libere risorse dell'Internet

Secondo un nuova teoria, la vita su Marte è possibileFonte foto: ISTOCKSCIENZA

Secondo una nuova teoria, la vita su Marte è possibile

Secondo un nuovo studio, non è da escludere la presenza

di microbi alimentati dalla radioattività.

Secondo un nuova teoria, la vita su Marte è possibile.

15 Agosto 2021306 

La nostra conoscenza di Marte fa ogni mese importanti passi in

avanti.

Il Pianeta Rosso affascina gli scienziati che, anche grazie alle

informazioni spedite sulla Terra dal rover marziano della NASA

Perseverance, sono riusciti a "guardare" nel nucleo, ipotizzando

così cosa c'è nel cuore di Marte.

Non solo, il quarto pianeta del Sistema Solare canalizza anche

l'interesse della Cina - che è lì fuori anch'essa con il suo rover,

eccolo in un tenero selfie - e di uno tra gli uomini più ricchi del mondo,

quell'Elon Musk che ormai si dedica, un po' come altri due multimiliardari,

al superamento delle frontiere galattiche.

Dato che non passa settimana senza che Marte ci regali qualche

sorpresa, ecco l'ultima in ordine di tempo.

Perché ora gli scienziati immaginano che la vita su Marte sia possibile

La teoria è stata messa a punto da un team internazionale di ricercatori

guidati dalla NASA, secondo i quali la vita su Marte sarebbe possibile.

In particolare, si tratterebbe di un ecosistema di organismi microbici la

cui sopravvivenza avviene grazie alla radioattività presente sotto la

superficie del Pianeta Rosso.

Sulla Terra, la simbiosi tra microrganismi e radioattività esiste, quindi i

ricercatori si sono chiesti se lo stesso non potesse succedere anche su

Marte.

La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica "Astrobiology".

Un elemento darebbe forza alle ipotesi degli studiosi: ecco quale

"L'ambiente con le migliori possibilità di abitabilità su Marte è il

sottosuolo", ha detto l'autore principale dello studio Jesse Tarnas,

scienziato planetario del Jet Propulsion Laboratory della NASA.

È bene sottolineare il fatto che, quello citato, è uno studio ampiamente

speculativo, perché, ad oggi, non non stati rinvenuti microbi alieni

alimentati dalla radioattività nel sottosuolo di Marte.

Anche se non li trovassimo adesso, però, non è escluso che ci siano

stati a un certo punto nel tempo.

C'è poi il rebus dell'acqua, che consiste più o meno in questa cosa qui:

se c'è, sotto terra, sul Pianeta Rosso, dell'acqua, allora, magari nelle

crepe o nei pori, il processo di radiolisi potrebbe teoricamente

supportare i microbi alieni.

Di colpo lo studio appena citato diventerebbe più plausibile: perché

dove ci sono acque sotterranee, potrebbe anche esserci vita.

Giuseppe Giordano

 
 
 

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