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La tecnologia preistorica...

Post n°2989 pubblicato il 29 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Il muro del Neolitico contro

l'innalzamento del livello

del mare

Una barriera anti inondazioni proteggeva un villaggio israeliano

oggi sommerso: da 7000 anni lottiamo contro l'innalzamento

del livello del mare.

innalzamento-del-livello-dei-mariInnalzamento del livello dei mari: oggi ne siamo i diretti responsabili. |

 SHUTTERSTOCK  

Anche nella preistoria, i popoli che abitavano vicino al mare dovevano

fare i conti con il rischio inondazioni.

I resti di quello che è stato interpretato come uno sbarramento di difesa

costiera sono venuti alla luce al largo della costa israeliana: il muro che

si estende per oltre 100 metri fu eretto a protezione di un piccolo villaggio

neolitico, fiorito intorno a 7000 anni fa.

Secondo gli archeologi dell'Università di Haifa (Israele), si tratta della

più antica e imponente barriera marittima mai identificata: purtroppo

però non servì ad evitare che l'insediamento finisse sott'acqua.

 

Thonis-Heracleion: la città sommersa

Heracleion, la città egizia sommersa: la storia può ripetersi? |

ARGINE DI MARE. Il muro di protezione si trova oggi a circa 200

metri al largo della costa di Carmel, nel nord dell'attuale Israele, in

un'area in cui sono stati scoperti almeno 15 villaggi neolitici sommersi.

Il sito archeologico noto da decenni è protetto da vari strati di sabbia,

ma occasionalmente una tempesta più intensa delle altre ne lascia esposte

nuove parti.

Due burrasche invernali nel 2012 e nel 2015 lasciarono scoperte lunghe

porzioni di una strana struttura allungata, composta da grossi massi di un

metro di diametro per oltre una tonnellata di peso.

Sub e archeologi si affrettarono a fotografarne i resti prima che sparissero

di nuovo nel fondale.

La barriera sorgeva a difesa del lato occidentale del villaggio di Tel Hreiz,

quello esposto verso il mare: nel Neolitico, l'insediamento ospitava poche

centinaia di persone che vivevano di agricoltura.


I resti della barriera anti inondazioni di Tel Hreiz e di alcuni reperti archeologici

rinvenuti nel villaggio. | E. GALILI / V. ESHED

ESPOSTI AL DISASTRO. Il nucleo abitato risentì del progressivo innalzamento

del livello del mare dovuto alla fine dell'Era glaciale.

Quando fu costruita, 7000 anni fa, Tel Hreiz si trovava a 2-3 metri sopra il livello

del mare.

Ma la fusione dei ghiacci con il progressivo apporto di acqua e l'espansione

termica dei mari fece salire il livello del Mediterraneo di 70 cm nell'arco di un

secolo: una crescita persino più rapida di quella a cui assistiamo oggi (e della

quale però siamo, a differenza di allora, anche la causa).

Gli abitanti di Tel Hreiz erano consapevoli di questi cambiamenti: l'innalzamento

del livello del mare non era sufficiente da solo a sommergere l'abitato, ma rese

estremamente più frequente il rischio di inondazioni costiere.

Queste informazioni, insieme alla particolare posizione del muro (che scherma

solo la parte del villaggio rivolta verso il mare) hanno fatto propendere per

l'ipotesi di una barriera frangionde.

 

TUTTO INUTILE.

 Nonostante le energie spese nella sua costruzione, il muro da solo non riuscì

ad evitare il peggio.

La datazione al radiocarbonio suggerisce che dopo un centinaio di anni, 250 al

massimo, di occupazione stabile il villaggio fu definitivamente abbandonato,

prima che il mare lo inghiottisse del tutto.

Il destino di Tel Hreiz ricorda quello di molti insediamenti costieri oggi esposti

all'innalzamento del livello del mare.

Entro tre decenni soltanto, se i tagli alle emissioni serra seguiranno un andamento

"moderato", oltre 300 milioni di persone correranno un rischio annuale

 di inondazioni costiere.

 
 
 

Le abitudini degli antenati preistorici.

Post n°2988 pubblicato il 29 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

5 cose che hai in comune con gli uomini e le donne della

preistoria e (forse) non lo saiLa dieta alimentare, l'amore

per gli animali domestici, le droghe, la birra e persino...

l'uso di sex toys.

Strano ma vero, sono tutte cose che abbiamo ereditato

dai nostri antenati.

42-21549085

Nella foto: un'illustrazione di Walter Haskell Hinton, che ritrae

una coppia preistorica con un cane. |  

Quello che sappiamo della vita ai tempi delle caverne lo dobbiamo

al lavoro certosino di archeologi e ricercatori: con i loro ritrovamenti

ci permettono di saperne sempre di più sui nostri antenati preistorici.

I quali, avendo vissuto prima dell'invenzione della scrittura, non ci

hanno lasciato molti indizi sul loro passaggio.

Ma per fortuna i ritrovamenti di alcuni oggetti allo stato attuale sono

in grado di rivelarci verità sorprendenti.

Proprio come noi, le donne e gli uomini delle caverne...

1. Possedevano animali domestici

Ci sono varie evidenze archeologiche che alcuni gruppi di individui

vivevano assieme ad animali simili agli odierni cani.

Secondo uno studio pubblicato su PLoS ONE, in Siberia orientale

sono stati scoperti fossili di cani in vasi funerari appositamente

realizzati per loro. In alcuni casi, i proprietari li avevano seppelliti

anche con alcuni oggetti "preziosi" (ornamenti, utensili, pietre, ecc).

I cani, dunque, non erano utilizzati solo per la caccia, ma erano

considerati membri a tutti gli effetti del gruppo.

I ricercatori asseriscono che la maggior parte delle sepolture canine

in questa zona si è verificato durante il Neolitico antico, 7.000-8.000

anni fa.

2. Usavano i sex toys

Nel 2005, in una grotta in Germania è stato ritrovato un fallo composto

da 14 frammenti di siltite, che può essere considerato una delle prime

rappresentazioni della sessualità maschile della storia.

Per i professori del dipartimento studi preistorici dell'Università di

Tübingen, potrebbe essere stato usato come un aiutino sessuale dai suoi

creatori nell'Era Glaciale.

Il ritrovamento è avvenuto a Hohle Fels, nella valle del fiume Ach, un

sito archeologico che fino ad oggi ci ha restituito migliaia di oggetti

del Paleolitico Superiore.


3. Bevevano birra

Alcuni archeologi a Cipro hanno portato alla luce i resti di quella che

potrebbe essere stata una fabbrica di birra di 3500 anni fa, nel sito di

Kissonerga-Skalia. Ma altri loro colleghi, come Brian Hayden della

Simon Fraser University in Canada, ritengono che la prima produzione

di birra risalga ad almeno 11.500 anni fa, e veniva usata durante le feste.

"Queste erano essenziali nelle società tradizionali per l'economia e la

creazione di legami tra le persone e di reti di sostegno, tutte cose

fondamentali per lo sviluppo di una società", ha spiegato Hayden.

"E da che mondo è mondo, nelle feste sono tre gli ingredienti presenti

quasi sempre: la carne, i cereali in forma di pane o polenta e l'alcol,

usato per impressionare gli ospiti, renderli felici e... più favorevoli nei

confronti padroni di casa".

4. Facevano uso di droghe

Credevate che i nostri antenati preistorici fossero esenti da tentazioni?

Non è proprio così: anche loro apprezzavano le droghe ricreative.

Lo ha rivelato uno scavo archeologico nell'isola caraibica di Carriacou,

dove sono state scoperte ciotole in ceramica e tubi usati per inalare fumi

allucinogeni e polveri. Gli archeologi Quetta Kaye (University College

di Londra) e Scott Fitzpatrick (North Carolina State University) ritengono

che si utilizzassero le droghe per raggiungere uno stato di trance per scopi

spirituali.

La sostanza in questione è il cohoba, un allucinogeno derivato da una

specie di mimosa.

5. Cercavano di seguire una dieta equilibrata

Secondo l'antropologo Glynn L. Isaac che ha dedicato parte della sua vita

alle ricerche sul cibo nella preistoria, anche senza consultare riviste di salute,

i nostri antenati preferivano seguire una dieta equilibrata a base di carne e

verdure, simile alla nostra. Isaac il suo team hanno infatti scoperto che gli

uomini preistorici avevano una serie di strumenti per tagliare la carne e un

altro set di utensili da taglio per la raccolta di frutta a guscio e altre piante

commestibili. Sarebbe la prova che si nutrivano di entrambi.

24 DICEMBRE 2013 | EUGENIO SPAGNUOLO

 
 
 

Notizie dall'alveare...

Post n°2987 pubblicato il 29 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

Giornata mondiale delle api amara:

il maltempo azzera la raccolta di

miele

Le piogge e il maltempo hanno ostacolato il lavoro delle api, che per

sopravvivere consumano le scorte di miele già negli alveari.

arnie-alveariIl miele: un regalo che, in tempi di ristrettezze, le api non possono farci.

Vedi anche: miele, come si fa e si sceglie. | SHUTTERSTOCK  

Come se non bastasse la minaccia di pesticidi e parassiti, a funestare la

 Giornata mondiale delle apiistituita dall'ONU il 20 maggio (per la

prima volta nel 2018), in riconoscimento del ruolo fondamentale di

questi impollinatori, ci si è messo il maltempo.

Secondo Coldiretti, le piogge e le basse temperature dei mesi di aprile

e maggio, dopo la siccità e le giornate estive del mese di marzo, non hanno

permesso alle api di raccogliere il nettare necessario alla loro sussistenza.

Per sopravvivere, gli insetti stanno consumando le esigue scorte di miele

che erano riuscite a mettere da parte: di conseguenza, la raccolta di miele

quest'anno sarà compromessa, forse addirittura azzerata.

PRIMAVERA PERDUTA.

 Quanto sta accadendo è una prova tangibile degli effetti dei cambiamenti

climatici sull'andamento regolare delle stagioni.

Con buona pace di chi ancora non distingue tra clima e meteo, e coglie nelle

temperature "autunnali" di questi giorni il pretesto per esporre posizioni

negazioniste, il global warming si manifesta anche con rapidi passaggi da

giornate di sole a intense precipitazioni tropicali, fluttuazioni a cui le api sono

estremamente sensibili.


Il tuo supermercato, se sparissero le api. | CJONELC

LE CONSEGUENZE SULLA PRODUZIONE DI CIBO.

 A rimetterci non è soltanto il settore dell'apicoltura, importante per

l'economia italiana, con 50 mila addetti e un giro d'affari di 70

milioni di euro.

In gioco c'è la sopravvivenza degli alveari stessi, e con essa la resa

di gran parte delle coltivazioni agricole nostrane.

Se le condizioni meteo non miglioreranno sensibilmente, saranno a

rischio, per Coldiretti, le colture di "mele, pere, mandorle, agrumi,

pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri,

pomodori, zucchine, soia, girasole e colza", che dipendono del tutto

o in buona parte dall'attività delle api e di altri impollinatori.

In pericolo sono anche le coltivazioni foraggere destinate agli animali da

pascolo: la carestia che le api stanno fronteggiando potrebbe mettere in

crisi anche il settore della produzione di carne.

 
 
 

Dalla Cina antica...

Post n°2986 pubblicato il 29 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

L'antico gioco da tavolo cinese

È stato ritrovato in Cina in una tomba vecchia di 2mila anni: ci sono

un dado con quattordici facce, un tabellone decorato e diverse pedine,

ma le regole rimangono un mistero.

 

dado-gioco-cineseIl dado a 14 facce, su cui sono incisi numeri da 1 a 6. |

 CHINESE CULTURAL RELICS  

In una tomba ultramillenaria nei pressi di Qingzhou, in Cina, sono

stati rinvenuti i pezzi di un misterioso gioco da tavolo, caduto in

disuso da circa 1.500 anni.

I cimeli sono stati descritti per la prima volta nel 2014, ma la scoperta

ha trovato risalto di recente, dopo che il relativo paper è stato tradotto

in inglese e pubblicato sulla rivista Chinese Cultural Relics.

IL LUOGO DEL RITROVAMENTO. 

La tomba fu costruita 2.300 anni fa nell'allora Stato di Qi, poco prima

che Qin Shi Huang unificasse la Cina autoproclamandosi Imperatore.

Accessibile mediante due rampe di scale che dalla superficie scendono

in profondità, la camera sepolcrale servì forse per ospitare le salme di

alcuni aristocratici locali, che vennero sotterrati insieme a oggetti personali

di uso quotidiano.

Nei secoli, le fosse hanno subito diversi saccheggi, comprovati dalla

presenza dei resti di uno sfortunato tombarolo.


Vista panoramica dell'antica tomba cinese nelle vicinanze di Qingzhou. |

CHINESE CULTURAL RELICS

SVAGO PERDUTO. Tra i reperti sfuggiti alle razzie, gli archeologi hanno

recuperato i tasselli di un antico gioco, che secondo le ricostruzioni si chiamava

 Bo o Liubo.

Nel report vengono descritti un dado a 14 facce ricavato dal dente di un animale,

21 pezzi rettangolari dipinti e un piastrella rotta che doveva fungere da plancia

per le pedine.

Delle 14 facce del dado, due risultano vuote, mentre le restanti 12 raffigurano

un numero da 1 a 6, inciso mediante un antico stile calligrafico cinese, noto

come Zhuanshu (in inglese seal script).

La ricomposizione della superficie di gioco ha invece evidenziato una

decorazione in cui si distinguono un paio di occhi e delle nuvole tuonanti.

SOTTO A CHI TOCCA.

 I ricercatori ipotizzano che di questo gioco da tavolo si fosse persa traccia

da più di mille anni, anche se non è da escludere l'esistenza di qualche

intrattenimento simile o derivato dall'originale.

Nonostante sia impossibile capire quali fossero le regole, gli studi rivelano

l'esistenza di una poesia scritta 2200 anni fa, in cui si parla di pedine che

avanzano, punti che raddoppiano, e contendenti che urlano «Cinque bianco!»,

dando un'idea (a dire il vero molto vaga) di come si svolgesse una partita

 
 
 

I pipistrelli non hanno vita facile, decisamente.

Post n°2985 pubblicato il 29 Maggio 2020 da blogtecaolivelli

Fonte: articolo riportato dall'Internet

I pipistrelli furono usati come armi segrete?

Pipistrelli Bat Bomb: un costoso fallimento dei servizi segreti e degli

scienziati USA impegnati a costruire armi micidiali durante la Seconda

guerra mondiale.

Pipistrelli armi segrete - Bat bomb| SHUTTERSTOCK  

Per i pipistrelli, così sotto osservazione perché si sospetta che il nuovo

coronavirus Sars-CoV-2, responsabile della Covid-19, arrivi da loro, non

è mai stata vita facile.

Nel loro curriculum vitae di mammiferi volanti bruttini e inquietanti -

benché molto utili all'agricoltura e nonostante si cibino anche di insetti

per noi molto fastidiosi, come le zanzare) - c'è anche un'esperienza in

cui furono utilizzati come armi sperimentali: le cosiddette Bat Bomb.


Bomba pipistrello

La Bat Bomb: il contenitore-bomba lungo 23 cm conteneva migliaia di

 mini-pipistrelli al napalm da sganciare sulle case giapponesi durante la

Seconda guerra mondiale. | WIKIPEDIA

MAMMIFERI AL NAPALM.

 Durante la Seconda guerra mondiale, tra i tanti progetti bizzarri concepiti

dai servizi segreti americani (e che non andarono a segno), ce ne fu anche

uno che prevedeva l'uso di pipistrelli della specie  Tadarida brasiliensis,

grandi pochi millimetri e del peso massimo di 13 grammi.

 L'idea era questa: all'interno di contenitori a forma di bomba lunghi 23 cm

venivano disposti migliaia di pipistrelli ibernati, ciascuno dei quali dotato

di un piccolo dispositivo incendiario al napalm (altra invenzione USA

dell'epoca) programmato con un timer. La Bat Bomb, sganciata dai

bombardieri sull'area e rallentata da un paracadute, si sarebbe riscaldata

durante la discesa, risvegliando i suoi ospiti.

A 1.500 metri di altitudine circa, la Bat Bomb si sarebbe aperta e oltre un

migliaio di pipistrelli sarebbero volati in un raggio di 30-60 chilometri,

per poi posarsi sulle case in legno e carta dei giapponesi, altamente

infiammabili. I dispositivi al napalm sarebbero stati innescati contemporanea-

mente, provocando migliaia di incendi.

OBIETTIVO IN FIAMME.

 Il risultato del primo test, condotto nel maggio del 1943 nel deserto del Mojave,

fu uno schianto (letteralmente): 35.000 pipistrelli ibernati, caricati su un

bombardiere B52 e sganciati a 1.500 metri, si spiaccicarono ancora congelati al

suolo.

Al test successivo alcuni si risvegliarono e colpirono l'obiettivo (un villaggio

finto), altri invece tornarono all'hangar di partenza, che, insieme agli uffici e

alla torre di controllo, bruciò sotto gli occhi dei militari.

Il terzo test in programma fu cancellato nel 1944.

L'operazione pipistrelli costò al governo degli Stati Uniti circa 2 milioni di dollari

dell'epoca, circa 30 di oggi.

 
 
 

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