Canto VI. Un genio al confessionale

Post n°7 pubblicato il 04 Marzo 2009 da Majakovka
 

Intervistare Dostoevskij non è affare quotidiano. Il mio contatto russo mi ha detto che il maestro ha acconsentito a ricevermi solo perché sono italiano e di Firenze ha un bellissimo ricordo. È molto pignolo nota tutti i particolari in una persona e se è di cattivo umore è molto irascibile. Emozionatissimo giungo di fronte alla casa e tiro la cordicella del campanello; un suono opaco si spande dietro al porta manifestando la mia presenza. Mi apre una signora non bella di mezzà età domandandomi:

"Desidera?"
"Anna Grigor'evna?" rispondo "avrei un appuntamento con suo marito."
"Ah si lei è l'italiano... venga..."
Mi introduce in anticamera e mi fa strada verso lo studio. Giungiamo davanti alla porta e lei bussa. Dall'altra parte una voce leggermente nasale risponde: "Avanti."
"È arrivato il ragazzo italiano..." dice la moglie
"Si fallo entrare..." risponde lui

Dalla scrivania si alza un uomo di statura imponente ma dal volto tirato, provato dall'enfisema, vecchio, nonostante barba e capelli ancora nerissimi. Lo sguado è dispari, misterioso: la pupilla di un occhio è dilatata fino a coprire quasi l'iride. Il tavolo è ingombro di carte di qualsiasi genere e sul bordo è collocata una tazza da te vuota usata come posacenere e colma di mozziconi di sigarette.

"Si accomodi... Daniele giusto?" dice porgendomi la mano.
"Si maestro. La ringrazio molto di aver fatto un eccezione e di avermi ricevuto"
"Sa perché l'ho fatto? Perché il nostro comune amico ha detto che lei voleva parlare solamente di letteratura e non di politica."
"Esatto."
"Perciò cominciamo..."

Innanzi tutto come sta?
Come un vecchio malato di enfisema... [sorride].

Ho letto con interesse il suo articolo su Edgar Poe in cui lo descrive uno scrittore singolare, è solo singolare o è qualcosa di più?

Ho letto pochi racconti e quindi riesco a definirlo solo singolare, ma è senz'altro uno scrittore molto talentuoso.


Tanto talentuoso da influenzarla pesantemente nella scena più importante di Delitto e castigo?
Davvero? E con che racconto? Si ricordi che in genere sono io che influenzo gli altri e non il contrario. [Alterandosi un po']

Con Il cuore rivelatore, lo rilegga e vedrà che ho ragione.
Magari un giorno... [Con aria di sufficienza]

Le piace quello che scrive?
Si. Decisamente si. Quando scrivo qualcosa ho sempre tutto sotto controllo e inoltre riesco a valutare sia la bontà di un'idea sia la qualità della scrittura.

Non sembrerebbe visto che Il sosia lo ha riscritto e cambiandolo non poco.
È l'eccezione che conferma la regola, e poi ripensandoci con occhi diversi Belinskij aveva ragione: era troppo gogoliano.

Ma anche il suo stile non è dei più curati.
Ha mai provato a scrivere per forza, anche quando non ha l'ispirazione? Spesso quando ero nei debiti fino al collo scrivevo per forza, perché se quel pescecane di Stellonskij si fosse preso i diritti sulle mie opere, sarebbe diventato ricco alle mie spalle e io avrei pensato sul serio al suicidio.

Ci ha mai pensato?
No sono troppo orgoglioso per pensare a un'idea simile. Solo i falliti si suicidano. Guardi Svidrigajlov e Smerdjakov. Erano degli esseri insulsi, inutili, e quindi hanno deciso di mettere fine alla loro vita. Io non sono come loro, non riuscirei mai ad umiliarmi così, ho troppa paura del giudizio degli altri. Preferisco essere un uomo ridicolo, o forse un pazzo, ma il suicidio no, non è una soluzione accettabile.

 

Quindi lei è l'uomo del sottosuolo, un essere avvizzito e rancoroso che però teme alla follia il suo prossimo.

Ognuno di noi lo è. Lei non ha paura del giudizio altrui? Farebbe qualsiasi cosa anche la più abbietta senza pensarci e senza curarsi di quello che pensano gli altri? No di certo. Questa è la natura umana. Io non sono cattivo, o un genio crudele come molti mi hanno definito, ma semplicemente un uomo con le sue bassezze e le sue debolezze. L'unica cosa che mi differenzia da un Ivan Ivanovič qualsiasi è il fatto che io ho il coraggio di mettere a nudo questo lato dell'uomo.

Esiste un personaggio dei suoi al quale vorrebbe assomigliare totalmente?
Si è il principe Myškin. Vorrei potermi vantare di essere un idiota come lui. Lui è la parte buona di ognuno di noi, è come dovremmo essere tutti. Privi di invidie, rancori, odi. Il principe è l'unico essere in grado di amare veramente e disinteressatamente come Cristo.

Però il principe fallisce, Cristo secondo lei ha fallito?
No assolutamente no. Se avesse fallito il Vangelo sarebbe semplicemente un antico testo religioso, invece è preso come esempio da milioni di persone.

 

Lei propone Aleša Karamazov come uomo nuovo, non era meglio proporre direttamente il principe?

No perché Myškin è un imago Christi. Non è pensabile e possibile che siano in grado di imitare il Messia. Aleša è invece un uomo comune, ma di buona volontà.

 

E se tutti diventassimo come Ivan Karamazov?

Dio ci salvi da tale evenienza!! È un ateo e un uomo davvero libero, se tutti fossero come lui saremmo al caos. Si ricordi che se Dio non c'è tutto è concesso. La libertà è un fardello troppo pesante per la maggior parte degli uomini. È, al contrario, necessaria un'autorità forte che soddisfi i bisogni materiali, richieda obbedienza e indichi la via.

 

Ma allora che bisogno c'è della Chiesa, lo stato non è sufficiente?

No ed è qui dove voi progressisti sbagliate. Lo stato non può prendersi cura delle anime, mentre la Chiesa Ortodossa si.

Mi scusi però maestro questa è una contraddizione: da una parte lei sostiene la causa di Cristo che è uno dei più grandi rivoluzionari della storia, dall'altra sostiene la necessità di un'autorità forte e conservatrice.

Nessuna contraddizione. Cristo dona all'umanità il fardello pesantissimo della libertà che la maggior parte degli uomini non può sopportare, perché i ribelli non possono essere felici. Gesù non riesce a fornire all'uomo la felicità terrrena, ma solo la promessa di quella eterna. L'Inquisitore, invece, è l'autorità forte che si occupa delle anime, dei bisogni materiali e indica una via; egli, contrariamente al Messia, è capace di comprendere la debolezza umana.

 

Quindi lei parteggia per L'Inquisitore.

No perché essendo un cattolico è il responsabile della trasformazione della Chiesa da pastore di anime a un sistema statalistico autoritario e complice, o probabilmente artefice, di un nichilismo cristiano che permette l'avanzamento di quelle forze come socialismo, tecnica, industrializzazione e positivismo che condurranno l'uomo nel deserto dei valori e verso una fine apocalittica. Il cristianesimo così com'è ora è il responsabile delle rivoluzioni anti-cristiane.

Come mai dopo i Fratelli Karamazov ha deciso di non scrivere il romanzo sul grande peccatore?
La mia salute andava peggiorando e poi non trovavo una buona idea sulla quale cominciare a lavorare e quindi ho deciso di non farlo. Per di più ora ho una certa serenità economica e sono finiti i tempi in cui scrivevo i romanzi di corsa per onorare i miei debiti e per far si che quello sciacallo di Stellonskij non prendesse i diritti sulle mie opere. Il Signore fortunatamente mi ha liberato dal demone del gioco.

 

Cambiamo argomento: quanta esperienza autobiografica c'è nelle sue opere?

Come tutti gli scrittori scrivo sia basandomi sull'esperienza della vita, sia ispirandomi al mondo che mi circonda. Direi che il termine autografia sia più appropriato.

 

Molti hanno interpretato Goljadkin come una sorta di autoconfessione, lei è davvero una persona così bassa e abbietta?

Senz'altro io ho un amor proprio e un orgoglio infiniti e smisurati. Ma Goljadkin è caricato all'inverosimile per ottenere un effetto grottesco e tragicomico. Pensavo che lei avesse un'opinione un po' più alta di me [Sorridendo].

 

Assolutamente si era solo una provocazione. Il ravvedimento di Raskol'ninov è il ravvedimento dell'intera umanità: tutti attraverso il percorso del dolore possiamo trovare la giusta via?

Assolutamente si. L'umanità può ravvedersi solo attraverso il dolore.

 

Lei si definirebbe un realista?

No perché mi sono cimentato in molti generi: ho scritto romanzi sociali come Povera gente o Umiliati e offesi, racconti fantastici come Il sosia o Il sogno dell'uomo ridicolo, romanzi teologici come I fratelli Karamazov. Ma amo molto mischiare i vari generi.

Bene grazie maestro per il tempo concessomi.
Mi chiami Fedor Michajlovič.

Un'ultima domanda Fedor Michajlovič: scrive ancora adesso?
No ora non più. Ho già detto la mia nella storia della letteratura e del mondo.

 

 

 
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Canto V. Michail A. Bulgakov

Post n°5 pubblicato il 13 Gennaio 2009 da Majakovka
 

La domanda nasce spontanea, perchè proprio Bulgakov? La risposta sembra ovvia, scontata, ma in realtà...Il mio interesse per questo autore ancora così poco conosciuto, nasce in un qualunque triste pomeriggio di inverno, quando per sfuggire alla noia ho preso in mano un libretto dalla copertina grigia dal titolo buffo, "Cuore di Cane". Mi misi a leggerlo e, senza quasi accorgermene, mi ritrovai a ridere di gusto. Beh, quel "pomeriggio qualunque" non solo mi aveva aperto le porte verso un mondo meraviglioso, quello della letteratura russa, ma mi aveva permesso di conoscere uno scrittore di grande valore. Gli studi che ne sono seguiti mi hanno portato alla laurea, che vide trionfare proprio Bulgakov, quasi a volergli rendere quella fama che, fino ad ora, gli era stata negata.
Resta comunque, anche senza il mio intervento, uno dei più grandi autori del XXsecolo..a voi scoprire, o capire perchè.


Giulia

 
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Canto IV. L'Ucraina dei destini incrociati

Post n°4 pubblicato il 13 Gennaio 2009 da Majakovka
 

“Tra gli scrittori preferisco Gogol': dal mio punto di vista nessuno può uguagliarlo”.1
Così Bulgakov parlava dello scrittore che definiva come il suo maestro. La prima cosa che colpisce e che accomuna i due autori sono le origini, infatti entrambi nacquero in Ucraina. Andando però oltre si viene a scoprire, non senza restarne sorpresi, che Gogol’ nelle opere di Bulgakov è molto presente, anzi si può osare di affermare che sia quasi essenziale.
A questo proposito in un saggio di critica, V. Laškin, disse: “..da Gogol’ [Bulgakov] ereditò la pittoresca chiarezza del racconto satirico, la capacità di riprodurre la fantasmagoria della vita di ogni giorno.”2 Non è però solo lo stile ad avvicinarli; anche le loro vite hanno tratti comuni, sebbene i due autori siano vissuti in secoli molto diversi e non abbiano, purtroppo, potuto incontrarsi.
Bulgakov, nato alla fine del XIX secolo (1891, 3 maggio), fu segnato in giovane età dalla perdita del padre, professore di teologia, che aveva cercato di educare i figli secondo i dettami del cristianesimo. Con la sua morte anche l’idea di religione, che fino a quel momento Bulgakov aveva recepito, cambia diventando una sorta di misticismo senza però essere scontato e provinciale fatto, di luoghi comuni e superstizioni, come era invece per Gogol’, anzi, la sua è un’ esperienza tra le più singolari che hanno caratterizzato il XX secolo. Un’ idea che si sviluppa in una società razionalista e atea sino alla paranoia, ma che tuttavia continua ad accettare la religione senza ritornare alle credenze del passato. É dunque un nuovo pensiero in cui egli non solo ribalta il misticismo, secondo il quale la realtà non si vede e ciò che si vede non è la realtà, ma lo arricchisce di particolari quali lo scambio e l’inversione di quei procedimenti mentali che differenziano il credo religioso dal pensiero scientifico. Alla realtà si applicano, quindi, le tecniche conoscitive del mito e al mito quelle della realtà.
Anche Gogol’ seguì per lungo tempo il cristianesimo nella sua forma più elementare ma, al contrario di Bulgakov, usava la sua fede nelle sue opere come mezzo per giustificare sia la servitù della gleba che l’ autocrazia zarista, cosa che espresse nella sua raccolta intitolata Passi scelti di una corrispondenza fra amici. Fu un insuccesso clamoroso al punto che arrivò a dover affrontare una profonda crisi spirituale che lo portò all’ isolamento letterario. A dimostrazione di ciò, penso basti citare una parte della lettera che Belinskij scrisse a Gogol': “Profeta dello knut, apostolo dell' ignoranza, propugnatore dell' oscurantismo e dell' ottenebramento, panegirista di costumi tartari, che cosa state facendo? Guardate sotto i vostri piedi siete in bilico su un baratro...”3
Sebbene la figura paterna non sia mai menzionata, né se ne faccia richiamo, nelle opere di Bulgakov la posizione conciliatrice verso le riforme ecclesiastiche che il padre mantenne durante la sua vita caratterizzano anche il figlio, che restò sempre al di fuori della vita politica. Rimase un conservatore, un nemico di ogni trasformazione dell’ ordine esistente, che non solo gli causò numerosi problemi nel corso della sua vita, ma che traspare anche nelle sue opere. Un esempio del suo conservatorismo lo si può trovare nel racconto Cuore di cane, quando durante una discussione fra il professor Preobraženskij e il dottor Bromental’, il suo assistente, quest’ultimo esordisce dicendo: “Dite delle cose delle cose controrivoluzionarie, Filipp Filoppovič.”4
Un secolo prima lo stesso Gogol’ fu un conservatore, un sostenitore convinto del regime zarista, della servitù della gleba; lo si può vedere anche nella seconda parte delle Anime Morte, oltre che nella sua raccolta intitolata Passi scelti di una corrispondenza fra amici. Proprio per questi motivi la seconda parte delle Anime Morte fu bruciata da Gogol’.
Entrambi gli autori, quindi, vissero un percorso pressoché identico. É evidente che la Russia fosse per loro un paese che poteva offrire grosse possibilità, rispetto alla piccola e provinciale Ucraina. Carichi di sogni e di aspettative arrivarono in due città allora molto importanti, Gogol’ a Pietroburgo e Bulgakov a Mosca. Per il primo Pietroburgo (la capitale di allora) rappresentava la realizzazione di un sogno, diventare un attore importante. Ma questo si infranse presto, così come il suo primo tentativo letterario, infatti la sua opera Hans Kükhelgarten fu un insuccesso. Nonostante la delusione che la "Palmira del nord" gli aveva procurato, accompagnata da una profonda frustrazione, riuscì comunque a diventare importante, seppur non come attore, grazie anche alle sue amicizie nel mondo della letteratura, prima fra tutte quella con Puškin, e alla sua fantasia così geniale.
Sebbene fosse un medico, Bulgakov si fece conoscere come scrittore. Sicuramente la sua esperienza medica lo aiutò molto per lo stile accurato e particolare (lo stesso fu per Čechov), ma anche perché la sua vera professione ritorna spesso nelle sue opere, soprattutto nei racconti, ad esempio nelle Memorie di un giovane medico, al già menzionato Cuore di cane, a Uova fatali, ma anche nel racconto Morfina scritto nel 1927, tratto dalle sue esperienze di medico condotto nel governatorato di Smolensk, considerato per questo un racconto autobiografico. Ogni sua esperienza gli permise di potersi ispirare per i suoi romanzi o racconti. Ma poco prima della fine della guerra civile, e della successiva rivoluzione in Ucraina, nel '19 decise di abbandonare la professione medica per dedicarsi alla sua vera passione, cioè la letteratura. Viaggiò molto; tornò a Kiev, arrivando fino al Caucaso. Nei suoi progetti c'era l' idea di andare all'estero. Ma fu Mosca, la nuova capitale russa dal 1917, ad attirare la sua attenzione. Lì si trasferì e iniziò a lavorare nei vari giornali della città. Anche per lui, però, la grande città fu un' esperienza deludente. Si ritrovò spesso senza lavoro, ma riuscì comunque con tenacia a proseguire, continuando a collaborare con i giornali e scrivendo feuilletons, fino a quando nel 1923 non venne pubblicato Diavoleide.
II suo percorso non fu però né facile né felice, infatti negli anni ’30 la sua figura, ma più in generale la letteratura russa al di fuori dei canoni del realismo socialista, divenne scomoda. Già col racconto Uova fatali (1924) aveva riscontrato il disappunto della RAPP (Associazione degli Scrittori Proletari) che lo definì “emigrato interno”, o addirittura ”scrittore borghese”; ma fu con la rappresentazione teatrale de I giorni del Turbin (tratto dal romanzo La Guardia Bianca, ambientato durante la guerra civile a Kiev) del 1929 che si segnò la scomparsa da ogni tipo di teatro, o manifesto, del nome di Bulgakov e delle sue opere. Furono gli anni della censura più efferata, anni di oscurantismo, tant’è che molti scrittori fino ad allora importanti ed acclamati morirono, pare da suicidi, oppure scelsero la fuga come via di salvezza, alle volte volontaria altre no. Si possono quindi ricordare alcuni degli scrittori e poeti che condivisero con Bulgakov quei momenti, quali: Vladimir V. Majakovskij, Sergej A. Esenin, Evgenij I. Zamjatin, Aleksandr I. Solženicyn, Boris L. Pasternak, e molti altri ancora. Sull’ onta di coloro che riuscirono a fuggire, o ad ottenere l’ esilio volontario, anche Bulgakov espresse tale richiesta dettata dall’impossibilità di lavorare, di vivere. Scrisse personalmente a Stalin, manifestandogli il suo desiderio, il quale gli telefonò e gli promise che avrebbe posto fine alla sua situazione e, cosa più importante, che avrebbe potuto ricominciare a lavorare come aiuto regista di Stanislavskij presso il MChAT (il teatro d’ arte di Mosca). Gli promise anche un incontro mai avvenuto, arrivando così a deludere ancor di più le sue speranze.
Seppur con motivazioni diverse anche Gogol’ scelse di abbandonare la Russia. Si scontrò con l’incomprensione della classe nobile, che spesso era rappresentata nei suoi racconti e romanzi, alla quale cercò di trasmettere un messaggio di denuncia sociale sull’inettitudine, o la meschinità, della classe dirigente. Subito dopo la rappresentazione de L’ispettore generale, la sala scoppiò a ridere. Questo fu il momento in cui capì di essere stato frainteso e decise di abbandonare il paese.
Purtroppo le opere di Bulgakov furono scritte in quegli anni di oscurantismo, cioè dalla fine degli anni ’20 ai ’40 (non solo l’ anno in cui finì il suo più celebre e bel romanzo II Maestro e Margherita ma anche l’anno della sua morte), perciò non vennero pubblicate e se lo furono vennero ritirate; si pensi solo che II Maestro e Margherita uscì in URSS, rivisitato dall’ ancora vigente censura che continuava a considerare Bulgakov come uno scomodo personaggio per la letteratura, solamente tra il 1966 e il 1967 e lo stesso fu per i suoi racconti.

Giulia

 
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Canto III. Ponzio Pilato

Post n°3 pubblicato il 10 Novembre 2008 da Majakovka
 

 

Il Maestro e Margherita non è solo un romanzo sullo stalinismo, o anti stalinista, è invece un romanzo totale, un capolavoro in cui l'autore, Michail A. Bulgakov mescola, con la maestria di un druido celtico, fantasia e ironia, satira sociale e politica, le inquietudini della metafisica, i conflitti tra la fede e la ragione, la visionarietà ora comica ora ansiogena all'interno di un unico calderone, il romanzo, riuscendo a fonderli in un meraviglioso equilibrio.

Chiunque abbia letto, legga o leggerà questo capolavoro ne sarà certo rimasto affascinato. Il romanzo, col suo ritmo incalzante ma per niente pedante, non lascia spazio alla noia o alla riflessione o alla pausa; il tutto avverrà in un secondo momento, perché come ogni grande romanzo, non lo si dimentica più.

Michail A. Bulgakov terminò il romanzo nel 1940, poco prima di morire; a causa del suo travagliato rapporto con la critica, ma più in generale con il sistema politico, dell'epoca non ebbe mai il piacere di vedere pubblicata la sua opera che in URSS uscì solo nel 1966.

Bulgakov era conservatore, come suo padre, e proprio questa sua caratteristica ha fatto sì che vivesse in un clima di costante allerta; è stato infatti vittima di sequestri, persecuzioni, ecc. La sua carriera di scrittore non fu mai esplicitamente interrotta, lo fu solo informalmente. Grazie all'appoggio di Stalin, infatti, poté continuare a lavorare a Mosca (non gli fu concesso l'espatrio, come in realtà aveva chiesto) come aiuto regista, ma di fatto dal 1930 nessuna delle sue opere sia teatrali che di prosa fu pubblicata. È solo dagli anni '60 che l'URSS e l'occidente hanno cominciato a conoscere, a capire e ad apprezzare, ciò che fino a quel momento gli era stato sottratto.

La tematica cristiana, in Bulgakov, non la si trova solo in questo romanzo. Si può azzardare di pensare che faccia da sfondo a quasi tutta la sua produzione. In uno dei suoi racconti, oserei dire il più bello, intitolato Cuore di Cane si parla non a caso di trasfigurazione e a renderlo più esplicito è il nome del professore che opera tali esperimenti, Preobraženskij, il cui sostantivo in russo significa proprio trasfigurazione. Ma non solo, nel racconto ricorrono anche sentimenti come la pietà e addirittura, se proprio si vuol cercare il "pelo nell'uovo", tutti o quasi i 7 vizi capitali. Ma certo è che l'opera omnia in fatto di cristianità è il Master.

Questo lo si deve alle origini dell'autore il cui padre, infatti, era un teologo rettore dell'università di Kiev e la sua famiglia, quindi, era praticante. Lo stesso Bulgakov nella sua biografia racconta di come il padre insegnava alla usa famiglia i precetti della religione. Nonostante la prematura perdita del padre, l'autore, è comunque riuscito a coltivare questi insegnamenti, tant'è che si può dire o pensare che, grazie anche alla sua fervida fantasia, si sia inventato una religione.

Il mio lavoro vuole essere proprio questo, osservare in che modo egli sia riuscito a mettere in relazione le sue conoscenze in fatto di religione all'interno di alcuni capitoli del Master, in particolare del II.

Il capitolo II del romanzo, dall'eloquente titolo Ponzio Pilato,riguarda appunto il procuratore romano in Terra Santa.

A differenza dei Vangeli Canonici, qui nel romanzo la sua è una figura essenziale, anche se secondaria; è infatti intorno a lui che ruota il tutto. Bulgakov però non si limita a descrivere solo ciò che è riportato nei Testi, ma addirittura va ad arricchire di particolari la scena e il personaggio, creando una vera e propria "variazione sul tema".

La stesura di questo capitolo si può dire sia "a due piani": il primo é legato ai Vangeli Canonici, soprattutto quello di Giovanni, il secondo invece agli Apocrifi. L'autore, con un procedimento pittorico, utilizza il piano canonico come sfondo del quadro, mentre lascia la parte più importante, e succulenta, agli Apocrifi. Per non cadere nella mera trascrizione i dialoghi tra i due protagonisti, Yeshua Hanozri (Gesù, come lo chiama Bulgakov) e Pilato, riprendono per la maggior parte quelli che, nel Vangelo di Nicodemo, vedono coinvolti i Giudei e l'egemone.


I Giudei dicono a Pilato: "Costui ha detto: Io posso distruggere questo Tempio e riedificarlo in tre giorni" (Vangelo di Nicodemo, Testo greco A, IV-I).


Gli anziani e i sacerdoti e i leviti dicono a Pilato: "Se uno bestemmia contro Cesare, é degno di morte o no?" (Vangelo di Nicodemo, Testo greco A, IV-I,2).


Pilato tacque per un istante, poi chiese piano in aramaico: "Sei tu che inciti il popolo a distruggere il tempio della città di Jerushalajim?"


"Senti, Hanozri,- disse il procuratore guardando Yeshua con una strana espressione: il suo volto era minaccioso, ma gli occhi inquieti,- Hai mai parlato del grande Cesare? Rispondi! Ne hai parlato? ... O ... non ... ne hai parlato?- Pilato prolungò la parola "non" alquanto più di quanto si convenga in tribunale, e lanciò un'occhiata a Yeshua come se volesse suggerirgli un pensiero. (p. 34)


Anche per certi stati d'animo, soprattutto l'inquietudine o la paura, di Pilato l'ispirazione al modello di Nicodemo é evidente.


Allora il governatore cominciò a tremare e disse a tutta la folla dei Giudei: "Perché volete versare il sangue di un innocente?" (Vangelo di Nicodemo, Testo greco A, VII).


Il procuratore si alzò allora dalla scranna, strinse la testa fra le mani, e sul giallognolo volto sbarbato si dipinse il terrore. (p. 29).


La costruzione del personaggio é anch'essa debitrice a Nicodemo. In questa sede la statura dell'egemone assume uno spessore che nei Canonici é impensabile. Solo l'evangelista Giovanni si distacca leggermente dall'evanescenza dei Sinottici, presentandoci un procuratore più dubbioso, ansioso di capire chi sia l'uomo che sta processando e poco incline ad adempiere alla volontà del Sinedrio.


Pilato quindi disse loro: "Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge." I Giudei gli dissero: "A noi non é lecito far morire nessuno". [...] Allora Pilato gli disse: "Ma dunque, sei tu re?" Gesù rispose: "Tu lo dici; sono re; io sono nato per questo e per questo sono venuto nel mondo: per testimoniare della verità. Chiunque é dalla verità ascolta la mia voce". Pilato gli disse: "Che cos'è la verità?". (Giovanni 18 31,37-38).


Questa tendenza é ancor più marcata nel Vangelo di Nicodemo dove l'egemone, dopo aver interrogato Gesù e ascoltato i testimoni guariti da lui , accusa i Giudei di essere una razza sempre in ribellione e di contrastare continuamente i propri benefattori. Ancora una volta Bulgakov mescola sapientemente i vari ingredienti creando un personaggio profondo e controverso. Il Pilato bulgakoviano é un uomo amante della giustizia e, allo stesso tempo, consapevole del delicato compito di governatore. L'autore inoltre solleva un legittimo sospetto nel procuratore: Yeshua é un medico, uno stregone o cos'altro? Di nuovo il debito verso Nicodemo si fa sentire e le citazioni che ora proporrò penso basteranno per dimostrarlo.


Il giudeo disse: "Per trentotto anni sono giaciuto in un letto, tormentato dai dolori. quando venne Gesù, molti, posseduti dai demoni e soggetti a malattie diverse, furono da lui curati." (Vangelo di Nicodemo, Testo greco A, VI)


"La verità innanzitutto é che ti fa male la testa, ti fa talmente male che pavidamente pensi alla morte. Non solo non sei in grado di parlare con me, ma ti é perfino difficile guardarmi. E adesso sono involontariamente il tuo torturatore, il che mi amareggia. Non riesci neppure a pensare e sogni solo che venga il tuo cane, l'unico essere, evidentemente, al quale sei affezionato. Ma il tuo tormento cesserà subito, la testa non ti farà più male." (p. 29)

Si udì allora la voce rotta e rauca del procuratore che disse in latino:"Slegategli le mani." Uno dei legionari della scorta batté la lancia in terra, la passò a un altro, si avvicinò e tolse le corde all'arrestato. [...] "Confessa- disse piano in greco il procuratore- sei un grande medico?". (p. 30)

Fedele alla complessità che lo caratterizza l'egemone bulgakoviano, come quello apocrifo, continua ad interrogarsi sulla correttezza del suo operato. Chiuso nel suo palazzo, reso spettrale nella notte palestinese illuminata solo dalla luna, egli si tormenta nel sonno straziando la propria coscienza con la certezza di aver condannato a morte un giusto. Un sogno premonitore gli annuncerà il perdono:

"D'ora in poi staremo sempre insieme, - gli diceva in sogno il lacero filosofo vagabondo, comparso non si sa come sulla strada del Cavaliere Lancia d'Oro, - non ci sarà l'uno senza l'altro! Se parleranno di me parleranno subito anche di te!" (p. 361)

"Ed ecco, appena Pilato ebbe terminata la preghiera, venne una voce dal cielo che disse: - Tutte le generazione e le stirpi dei Gentili ti chiameranno beato, perché sotto di te hanno avuto adempimento tutte queste cose preannunciate dai profeti, e tu stesso, come mio testimone, comparirai alla mia seconda venuta." (Ciclo di Pilato, Paradosis di Pilato, 10.)

Il perdono giungerà alla fine del romanzo, col procuratore che assieme al suo fedele cane, Banga, salirà al cielo con il filosofo-vagabondo.

Le precedenti comparazioni tra i due testi hanno dato un sufficiente sguardo d'insieme, nell'ambito limitato di questa relazione, sulle influenze apocrife in Bulgakov. Nel romanzo la tematica della passione ricompare ancora ma, in questo caso, l'autore salda il suo debito con le fonti apocrife aprendone uno nuovo con quelle canoniche. Infatti nel capitolo dal titolo Il supplizio la Via Crucis e gli eventi ad essa conseguenti sono palesemente ispirati ai Vangeli del Canone; l'unico personaggio che potrebbe essere ispirato alla figura della Vergine del vangelo di Nicodemo è Levi Matteo,fedele seguace di Cristo-Yeshua.

La conclusione del romanzo vede tutti i personaggi ascendere alla pace, seguendo ancora la scia dei precetti cristiani: "Io non sono venuto a chiamare dei giusti ma dei peccatori a ravvedimento"(Luca, 5, 32).



Giulia

 
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 Canto II. L'idiota e il solitario.

Post n°2 pubblicato il 10 Novembre 2008 da Majakovka
 

 


"Dio mio, Dio mio,perché mi hai abbandonato?"

Matteo 15,34


La Bibbia è una cornucopia artistica, un'età dell'oro, un eden di immagini, temi, affreschi, motti e massime. Da millenni uomini comuni, sabini, notabili, porporati, schiere di artisti di ogni genere e grado leggono, interpretano, soggiogano, truffano, creano, o più semplicemente pensano basandosi sui testi del Libro dei Libri. Personaggi come Dante Alighieri, sommo cantore del Medioevo e della lingua patria; Bonifacio VIII lestofante in cremisi; Michelangelo Buonarroti, maestro poliedrico e sezionatore di cadaveri; Fedor Dostoevskij, genio crudele. Questa, tuttavia, non è la sede adatta per menzionare e parlare di tutti quegli uomini che nel bene o nel male si sono legati indissolubilmente al Verbo. Nelle pagine che seguono, invece, mi limiterò solo a un breve excursus all'interno di due opere, che sebbene siano piuttosto lontane nello spazio - sia fisico che culturale - e nel tempo, sono tuttavia avvicinate da motivi cristiani comuni: L'idiota1 di Fedor Michajlovič Dostoevskij e Diario di un parroco di campagna di Geoerges Bernanos.

Secondo nella cronologia dei grandi romanzi dopo Delitto e Castigo, L'idiota venne scritto da Dostoevskij fra il 1867 e il 1868, in uno stato di eccitazione creativa quasi di schizofrenia dove le idee apparivano e svanivano a guisa di spettri, ma in tempi dove purtroppo i creditori esigenti i denari scialacquati dallo scrittore al tavolo verde erano fin troppo reali. In alcune epistole Dostoevskij confessa di essere quasi intimorito dal progetto del nuovo romanzo; la rappresentazione di un uomo "positivamente bello" e "totalmente buono" è un problema di ardua soluzione: tutti hanno fallito. - È un compito sconfinato - scrive Dostoevskij alla nipote - Al mondo c'è una sola persona positivamente bella: Cristo...

Fedele al significato di "diverso", straniero" dell'aggettivo "idiota" che lo accompagna per tutto il romanzo, il principe Lev Nikolaevič Myškin compare dal nulla su di un treno che da Varsavia porta a Pietroburgo. Di lui Dostoevskij non dice praticamente nulla: si sa solo che rientra dalla Svizzera dopo un periodo di cure e che è in cerca di una sua lontana parente, la generalessa Epančina. Introdotto da quest'ultima nell'alta società, Myškin stupisce, turba, diverte per la sua bontà e la sua innocenza che a giudizio di molti sconfina nell'idiozia. Ma non basta: egli, sprovvisto di "intelligenza sociale", non è in grado di adattarsi agli schemi, ai giochi di potere, alle gelosie imperanti nel mondo degli uomini e pertanto spesso è emarginato, deriso e sbeffeggiato. La sola intelligenza di cui è fornito è quella "primaria", ossia una straordinaria sensibilità verso gli stati d'animo e i procedimenti psicologici altrui. Grazie a questa virtù, il principe tenterà, fallendo, di salvare l'unico essere che è stato in grado di amare fino in fondo: Nastas'ja Filipovna. Ella è, seguendo un allegoria cristiana, Maria Maddalena, la donna perduta che viene salvata da Cristo. Tuttavia Dostoevskij scrive un finale diverso: Nastas'ja morirà uccisa da Rogožin - vero e proprio sosia negativo del principe - ribaltando così le scritture. Maddalena seguirà in fine il demonio (Rogožin) non perché sia malvagia, piuttosto rinuncia alla sua salvezza per preservare la purezza e l'innocenza del Cristo-Idiota che non ha la forza per salvarla e amarla come lei vorrebbe essere amata. Myškin, come unico dono ed estremo atto di pietà di cui è capace, veglierà il suo cadavere e consolerà Rogožin, l'assassino, ormai posseduto e schiavo del suo delirio. Tuttavia, è possibile parlare di fallimento totale del principe? No non lo è. La sua venuta non salva il mondo ma tuttavia lo scuote, lo fa riflettere, lo confonde e forse lo rende più conscio della sua abiezione. Insomma, il sottosuolo dostoievskiano fatto di urla, ansie, dubbio, cattiveria, disperazione, si agita, si contorce, esce quasi allo scoperto, scavato ed eccitato proprio da quell'uomo che avrebbe dovuto quietarlo. Il sottosuolo però non si domina, non piega; la cattiveria dell'uomo, la sua aridità, la sua sofferenza restano tali. La sentenza del fallimento dell'Idiota lucida e terribile è pronunciata da Ippolit in punto di morte: la sofferenza è sofferenza, e non può essere un'idea, benché si tratti della Salvezza e della Redenzione, a redimerla.

Dal punto di vista figurale, sebbene sia forte la tentazione di leggere in Myškin un nuovo Cristo, un'analisi più profonda, in tal senso, invita alla cautela. Il compito del Messia è chiaramente anticipato nel libro di Isaia:


Ecco il mio servo io lo sosterrò; il mio eletto di cui mi compiaccio; io ho messo il mio spirito su di lui, egli manifesterà la giustizia alle nazioni (Isaia 42,1)



E ripreso nel vangelo di Matteo:



Ecco il mio servitore che ho scelto, il mio diletto, in cui l'anima mia si è compiaciuta. Io metterò lo Spirito sopra di lui ed egli annuncerà la giustizia alle genti (Matteo 12,18)



Cristo, secondo la Bibbia, è il portatore della giustizia, il Figlio prediletto a cui Dio ha affidato la missione più importante e difficile: farsi uomo e soffrire sulla croce per portare salvezza e redenzione all'intera umanità.


Disprezzato e abbandonato agli uomini, familiare con la sofferenza, pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia, era spregiato e noi non ne facemmo stima alcuna [...] maltrattato si lasciò umiliare e non aprì bocca.

Come l'agnello condotto al mattatoio come la pecora muta davanti a chi la tosa, egli non aprì bocca. Dopo l'arresto e la condanna fu tolto di mezzo

(Isaia 53,3,7-8)

A mio avviso credo che siano sufficienti questi passi biblici a far risaltare le differenze fra i due personaggi. Il principe non deve portare e annunciare la giustizia, non è sostenuto ed eletto da nessuno. Egli, al contrario, incarna in sé la giustizia la applica e la annuncia incosciente del messaggio che porta; non pronuncia dure arringhe contro i farisei, non scaccia i mercanti dal tempio, ma confonde, turba scuote attraverso la sua innocenza, la sua "intelligenza primaria", come un Cristo-bambino. Ma il muro che divide più di tutti le due personalità è quello del fallimento, tanto che il personaggio di Dostoevskij è stato classificato dalla critica russa nella categoria dei lišnie ljudi2.


Il principe allora tendeva la mano tremante verso di lui [Rogožin] e gli accarezzava la testa, i capelli, le guance... più di quello non poteva fare [...] Una sensazione completamente nuova gli tormentava il cuore con un'angoscia infinita [...] Il principe era seduto immobile accanto a lui, e ogni volta che il malato gridava o delirava, si affrettava a passargli la mano tremante fra i capelli e sulle guance per calmarlo con le carezze. Ma non comprendeva più quanto gli veniva chiesto, non riconosceva la gente che lo circondava e se Schneider in persona fosse giunto dalla Svizzera per visitare l'allievo e paziente d'un tempo [...] avrebbe detto come allora: "Idiota!"3



Quanta pietà, quanta sofferenza, quanto amore cristiano in questo quadro. Il precetto del perdono portato alle sue estreme conseguenze: l'assassino consolato e assistito dall'innamorato dell'assassinata. Ed è proprio qui che il principe si avvicina di più a Gesù: per la sua comprensione dell'umana sofferenza, per la sua capacità di perdono, per la sua bontà incorruttibile. La sua tragedia umana ricorda quella di Cristo, deriso sbeffeggiato e infine ucciso da un mondo che non lo ha voluto capire e accettare.



Il filo che lega più strettamente Dostoevskij a Bernanos è il fatto di essere entrambi due scrittori cristiani. Il francese, vissuto a cavallo fra XIX e XX secolo, fu uno dei protagonisti intellettuali del suo tempo. Scrittore cattolico e filomonarchico fu un personaggio polemico e spesso scomodo sia per i suoi alleati, che per i suoi avversari. Nella sua opera ripropose con forza la dimensione cristiana dell'esistenza umana contrapponendola alla freddezza e all'aridità che dominavano il mondo borghese circostante. La sua è una religiosità calda, appassionata, mai scontata o ben pensante, che si focalizza sull'apostolo, imago Christi, e per questo spesso imbarazzante anche per la Chiesa stessa. Il suo modo di approcciare la sfera religiosa nell'animo umano può essere tranquillamente definito dostoievskiano. Infatti, il curato di Ambricourt è un'estensione, una modernizzazione dell'Idiota ma con delle differenze rilevanti che non possono essere taciute o passare inosservate.

L'incipit del romanzo è simile: il giovane parroco giunge ad Ambricourt, uno piccolo villaggio sperduto nelle Fiandre, come spuntasse dal nulla. Del suo passato Bernanos dice pochissimo, ricalcando così la tecnica di Dostoevskij: il curato è, come Myškin, un idiota, un estraneo, un forestiero. Nella realtà del piccolo paesino, dove la gente è diffidente, arida, gretta e l'unica consolazione del parroco è un diario che con lo scorrere del romanzo diventa un dialogo a cuore aperto con Gesù. Questo continuo rivolgersi a Dio e a suo Figlio, segna una prima grande discrepanza col principe, il quale non si appella mai direttamente al Signore, ma si "limita" a operare secondo i dettami della bontà e della carità cristiana, caratteristica questa che fa sì che sia accettato, con un sorriso di scherno, dalle persone che lo circondano. Il giovane curato, al contrario, è subito mal voluto a causa del suo cattolicesimo sincero, non convenzionale che suscita immediatamente il sospetto del piccolo paesino, così immerso nella sua sonnolenza, nella sua noia esistenziale. Gli insuccessi del prelato si susseguono l'uno dopo l'altro (il gruppo sportivo non raggiunge iscritti a sufficienza, il conte non vuole cedere il terreno per le attività parrocchiali, il catechismo va male, la parrocchia è piena di debiti ecc...), ma tuttavia questi lo avvicinano sempre più a Dio, attraverso una radicale spoliazione di sé che gli consente l' esercizio di un vero apostolato. Come il principe, il parroco di Ambricourt è dotato di una grande "intelligenza primaria" attraverso la quale riuscirà a liberare la contessa dal dolore insopportabile in cui l'aveva sprofondata la morte del figlio. Questa è la sua unica vittoria. Contrariamente all'Idiota, egli, attraverso uno sforzo sovrumano, salva dalla perdizione Maria Maddalena - la contessa -, permettendole di rendere l'anima a Dio in pace.

L'agonia e la sofferenza si intrecciano alla vicenda del "piccolo" parroco che, seguendo fedelmente i principi di Cristo e degli Apostoli, accoglie i tormenti altrui su di sé, soffre per gli altri, avanzando penosamente per il cammino della sua via crucis personale. Il cancro allo stomaco lo divora, lo strazia, ma egli tuttavia insiste nel negare la sua condizione misera, continuando a esercitare il suo ministero arrivando, con l'avanzare del male, ad una vera e propria imitatio Christi. Questa condizione di apostolo consapevole della sua missione, lo differenzia profondamente dal Cristo-Idiota dostoievskiano; ciò che li accomuna è "l'intelligenza primaria", il sincero slancio di pietà umana, la consapevolezza dei propri fallimenti umani e materiali.

Bernanos e Dostoevskij hanno narrato due storie di uomini giusti, illusi, coscientemente o meno, di riuscire a scuotere e a cambiare il mondo attraverso la bontà, l'esercizio dell'apostolato. Quell'illusione, in entrambi i casi, si andrà ad infrangere sulla miseria umana, sul sottosuolo; ma il fallimento è insito nel destino di questi uomini e loro alla fine perdonano, come Cristo, coloro che li hanno scherniti, derisi, che hanno fatto loro del male. In questa prospettiva le ultime parole del curato di Ambricourt sono le più appropriate: "Tutto è grazia".

1Il termine idiòt in russo non ha accezione spregiativa di "sciocco" o "stupido" (resa col termine duràk), ma piuttosto di "diverso", straniero", fedele all'etimo greco.

2Uomini inutili. Tuttavia nella traduzione italiana si perde buona parte della sfumatura dell'aggettivo lišnij che ha accezione sia di "inutile", sia di "superfluo".

3F.M. Dostoevskij, L'idiota, 2004, Garzanti, Milano, pp. 704-705.

 
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