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Aiuto...la concorrenza sleale cinese ci sta distruggendo l'economia italiana. (tratto da Repubblica)
Post n°3 pubblicato il 30 Dicembre 2007 da misterxb
Giocattoli, abbigliamento e high tech, si acquista sempre più in Cina CI SONO quattro bocchettoni da doccia sul bancone del negozio. Tre costano 20 euro l'uno, il quarto 15. E' di qualità inferiore? "Niente affatto. E' esattamente uguale agli altri tre" risponde il venditore. E allora? "E allora, è cinese, tutto qui. Se lei dovesse comprare una Jacuzzi, le direi di pensarci bene. Ma per prodotti come questo, la differenza è zero. Compri pure il cinese". Il mondo cambia, dieci anni fa al rubinetto cinese non ci avremmo neanche pensato, ma anche oggi, a prima vista, sembra tutto relativamente facile. Se il prodotto che ci interessa è relativamente semplice (una banale pentola, ad esempio) compriamo cinese: è uguale e costa meno. Se è tecnologicamente sofisticato (una pentola a pressione o antiaderente) cercheremo un marchio europeo o americano, accettando di pagare di più per la miglior qualità. Purtroppo, il mondo è più complicato di così e questa ricetta non funziona. Secondo, perché, nel mondo globalizzato, il marchio dice poco e non ci spiega se quel telefonino arriva dalla Finlandia o, in larga misura, dalla Cina. Terzo, perché stiamo vivendo in diretta una grande e rapidissima rivoluzione industriale, che ha già fatto della Cina "la fabbrica del mondo". Vent'anni fa, dalle parti di Brescia e di Lumezzane, sognavano il giorno in cui i cinesi avrebbero imparato a mangiare con le posate, invece delle bacchette. "Pensi - fantasticavano gli industriali del settore - 700 milioni di forchette". La realtà è che noi, oggi, importiamo in massa dalla Cina oltre 40 mila tonnellate di stoviglie, pentolame, articoli da cucina, coltelli e forchette e ne esportiamo lì solo per 300. Importiamo più coltelli che forchette, magari, perché sono più facili da fare. "Ma è meglio non sottovalutare i cinesi" dice Virgilio Bugatti, che presiede la Fiac, la federazione degli articoli casalinghi all'interno dell'Anima, l'associazione della meccanica varia: "Imparano in fretta". Insomma, quello che era vero ieri non sarà vero domani e, magari, non lo è neanche oggi. Il made in China sta risalendo velocemente quello che gli economisti chiamano "la catena del valore aggiunto": presto la Jacuzzi cinese sarà ottima, le giacche a vento lo sono già. I cinesi hanno smesso di fare accendini di plastica, siamo circondati da computer e tv che arrivano da Shanghai o da Xian. Risultato? Siamo sommersi da un fiume di prodotti cinesi (a volte ottimi, a volte pericolosi) molto più grande di quello che pensiamo. Attenzione, non stiamo parlando di falsi e contraffazioni, che pure pesano e non poco: 7 miliardi di euro l'anno nella sola Italia, per metà nel comparto abbigliamento-borse-valigie. Stiamo parlando del resto. Che si divide in tre categorie. I prodotti cinesi che si vedono. I prodotti cinesi che non si vedono (perché stanno dentro altri prodotti). I prodotti che non sappiamo (e non sapremo mai) essere cinesi. I cinesi sono assoluti protagonisti anche nel settore a cui abbiamo dedicato la fetta più grossa della nostra tredicesima: l'abbigliamento. Maglie, magliette, maglioni, camicie, jeans e reggiseni: c'è una possibilità su cinque che l'abitino artisticamente impacchettato sotto l'abete per vostra moglie o vostra figlia venga dalla Cina. Questa è la quota dell'import cinese sull'abbigliamento femminile e anche quella sul settore in generale. Ma la statistica si basa sul valore delle importazioni. Poiché la roba cinese costa meno, in quantità la quota è assai maggiore. Lo vediamo se abbiamo comprato delle scarpe. Su duecento milioni di paia di scarpe vendute in Italia l'anno scorso, quattro quinti venivano dalla Cina: soprattutto calzature in gomma, ma crescono anche quelle in pelle, soprattutto gli stivali. Anche negli articoli sportivi l'invasione cinese è in atto. Sotto l'albero, il 60 per cento di zaini, zainetti e borsoni, metà delle tute da ginnastica, di quelle da sci, guanti compresi, il 65-70 per cento delle giacche a vento viene dalla Cina, anche quelle con le fibre più sofisticate. Un altro decimo della tredicesima è finito in elettrodomestici. L'import dalla Cina copre meno del 7 per cento di questo mercato. C'è poco, infatti, nei grandi elettrodomestici (frigo, lavastoviglie), dove l'egemonia è ancora italiana e l'unica marca cinese che comincia ad avere qualche peso è la Haier. Ma l'avvitatore per papà, l'asciugacapelli per la figlia, lo scaldavivande con alimentazione a cavo Usb, per attaccarlo direttamente al computer, per il nipote all'università, in generale tutti i piccoli elettrodomestici fra i 5 e i 20 euro vengono quasi certamente dalla Cina. E, ormai, anche la nuova tv a schermo piatto che ci siamo voluti regalare per Natale, il lettore dvd o Mp3, il videofonino, lo stereo hanno buone probabilità di essere stati fabbricati in Cina: viene da lì, ufficialmente, il 12 per cento dei prodotti di questo tipo venduti in Italia. Non è però affare solo di supermercati e centri commerciali. Il marchio che cancella il made in China è, spesso, il frutto di procedure scorrevoli, semplici ed efficienti. Se c'è qualcun altro che si prende cura operativamente della distribuzione, ci potete riuscire da un sottoscala. Esiste un ventaglio di siti web a cui connettersi. Si sceglie il prodotto (telefonini, fotocamere digitali, bluetooth, ma anche spugnette e spazzolini da denti), esattamente come fareste per comprarne uno per casa vostra su uno dei tanti siti di vendite online al dettaglio. La differenza è che, alla voce quantità, potete scrivere mille o centomila (il prezzo cambia, naturalmente). Uno o più produttori cinesi vi faranno avere quanto richiesto. "Senza marchio, ovviamente" spiega uno di questi siti "a quello ci pensate voi". Il problema è che il cinese "che non si vede" non riguarda solo cellulari e spugnette. Per esempio, l'italianissimo sugo che pensate di preparare stasera per i vostri italianissimi spaghetti è, con ogni probabilità, cinese. E anche la zuppa che vostro figlio mangia a scuola. Importiamo dalla Cina cospicue quantità di aglio e di mele, ma, soprattutto "semilavorati per ortofrutta", legumi secchi e funghi che finiscono nei succhi e nelle minestre del catering, nelle mense di scuole ed uffici. E, in quantità imponente, importiamo pomodori. Quest'anno abbiamo importato 150 mila tonnellate di pomodori, una cifra pari ad un quarto della produzione italiana. Non li mangeremo mai in insalata con olio e sale. Arrivano in fusti da 200 chili, che vengono aperti, lavorati e mischiati insieme ai pomodori nostrani dall'industria delle conserve che, per legge, deve indicare solo dove è stato confezionato il prodotto finito, non da dove viene quello che, a noi consumatori, viene venduto, per dire, come "profumo del Golfo" (di Napoli). Se la denazionalizzazione della pasta al pomodoro vi sembra un sacrilegio, pensate alla mozzarella. Quella la fanno ancora nelle campagne italiane, ma il fermento con cui produrre il caglio che, alla fine, farà la mozzarella, è ormai un monopolio cinese. Del resto, la stessa cosa vale per buona parte degli additivi e dei conservanti alimentari. Non sapevate di mangiare tanta Cina? In realtà, fate un passo anche più importante, ogni volta, o quasi, che vi prendete cura della vostra salute. La compressa di antibiotico, la bustina di antinfiammatorio a cui ricorrete quando state male, è stata prodotta e confezionata in Italia o in qualche altro paese europeo. (29 dicembre 2007) |
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Post n°1 pubblicato il 21 Settembre 2007 da misterxb
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Inviato da: misterxb
il 30/12/2007 alle 12:40
Inviato da: Gastonepap
il 30/12/2007 alle 12:29