come le nuvole

Post N° 200


 Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto "Non c'è altro da vedere", sapeva che non era vero. (Josè Saramago) Il viaggio compiuto, questa estate, in Portogallo è stato bello, sereno e soddisfacente.La nazione portoghese si avvia, (se già non lo ha fatto), a lasciarci indietro  a “mordere la polvere”, per quanto riguarda strutture turistiche, pulizia, servizi, musei aperti, spiagge e bellezze naturali valorizzate, centri storici chiusi al traffico, autostrade e scorrimenti veloce. Come già, peraltro, hanno fatto Spagna e Irlanda. In questo viaggio ho potuto ammirare il tramonto del sole, inerpicata sulle scogliere, a picco sull'Oceano Atlantico, di Sagrés.                                                     
Ho guardato, con un misto di ripulsa, pena e ammirazione, persone strisciare sulle ginocchia o sul ventre, sciogliendo voti davanti al Santuario di Fatima.Ho osservato, con occhi sgranati e animo da bambina, da dietro enormi vetrate azzurre immerse nel buio, il nuotare di grossi pesci e altre specie acquatiche, mai viste prima, dentro l'Oceanario di Lisbona.                              
Mi sono aggirata, fotografando ( peggio di un giapponese in crisi Nikon),
  ogni scorcio, ogni fanale, ogni geranio, delle case bianche e delle stradine di quel piccolo gioiello che è la città medievale di Obidos.
Ho desiderato vivere come guardiana di un faro, ipnotizzata dalla nebbia che saliva lenta e misteriosa da un mare in tempesta, nel silenzio di Cabo da Roca, la punta più occidentale del continente europeo.                             
Sono stata soccorsa (“Posso essere utile?)dall'immancabile italiano, in un piccolo ristorantino di Leiria dove, certa di essere “incompresa straniera”, sfruculiavo disperata il menù ipotizzando, ad alta voce, ingredienti e preparazione dei piatti.Sono stata tradita da un qualsiasi Tom Tom 
  che, se già mi dava sui nervi quando, stizzoso, mi ordinava di “invertire la marcia e tornare indietro appena possibile”, mi ha irritato ancora di più quando ha cessato le comunicazioni proprio all'ingresso di Lisbona, costringendomi a chiedere informazioni col tradizionale metodo del “buon uomo” e domandando, in Totòiese puro, (Escusè muà, mi sapreben dir per andar dove voglios andar da doves debben andar?).                            
Ho girato centri storici e chiostri, monasteri e chiese, negozi di souvenir e parcheggi sotterranei, svolgendo, con diligenza e puntualità, il mio compito di turista “no-Alpitour ahi ahi ahi”. Insomma, mi sono confermata nel mio già pervicace convincimento che, viaggiare, sia il modo migliore per trascorrere la vita, anche perché, pure il “tornar” è dolce fonte di piacere e maniera per apprezzare ciò che abbiamo a casa. Obrigada.