ass. casello13

Ilderosa Laudisa


Ilderosa Laudisa e le cappelle votive di strada20.9.2006- registrazione                                     ….appartiene a tutto un patrimonio che oggi noi definiamo di cultura materiale,una cultura che così denominata finisce con l’essere ridotta a qualcosa di poco significativo e sembrerebbe che quasi debba costituire una sorta di archivio da conservare per la memoria dei posteri, come se avesse perso assolutamente una valenza di vitalità. Quindi, pur accogliendo la dizione di cultura materiale, intendo partire da questa riflessione per verificare con voi un mio pensiero e vedere se poi esiste, dai vostri interventi, un accordo. A mio avviso nel nostro territorio questa cultura non è morta, non è morta anche se apparentemente in degrado perché vedo dei segnali che indicano che questa cultura ci appartiene ancora e continua a lavorare dentro di noi.Nelle cappelle, per esempio, che costituiscono uno degli aspetti della cultura materiale, c’è la componente devozionale che persiste anche se va trasformandosi e tramutando in qual cosa che non sempre ci consente di essere collegata al tema di cui ci stiamo occupando questa sera.Io che ho girato per i cimiteri del Salento tantissimo, perché ne abbiamo di molto belli, mi interessa proprio sul piano, oltre che estetico, quello che abbiamo è notevole: ci sono opere di artisti ecc., ma  mi ha colpito molto  l’uso sociale che si fa dei cimiteri. A Galatina, per esempio, nel cimitero si trovano i fidanzati di pomeriggio, una cosa che mi ha sbalordita è ci sono anche persone molto anziane che stanno lì fino alla chiusura, e si fanno spingere fuori dal custode . Ci sono cimiteri dei paesi del Capo dove le donne vanno quasi tutti i giorni al cimitero e lavano la tomba e accudiscono i fiori; c’è un rapporto sociale incredibile lì le donne si raccontano i problemi dei loro figli,  i problemi di lavoro, ecc.Quindi la devozione si è spostata molto nel cimitero e nelle cappelle del cimitero, per cui pensiamo che quasi non esista più. Le cappelle votive o non assolvono più ad una funzione e non assolvono più ad una funzione perché è cambiata l’attività economica: cioè noi da civiltà  agraria,  quale eravamo fino agli anni 50 inizio 60, ci siamo man mano trasformati e non siamo prettamente una civiltà industriale, la mentalità, tutto sommato, è ancora quella agraria. Però pian piano ci siamo  allontanati e le cappelle votive appartenevano a quella parte storicizzata, diciamo, ormai dalla nostra cultura, ma la devozione non è finita e io penso che recuperarle sia un contributo importante sia per relazionare i nostri giovani, che hanno ripreso da circa 15 anni, quasi 20, a frequentare le chiese cosa che avevano negletto per tanti  anni , per mostrare loro quale tipo di religiosità gli appartiene come passato ma anche quali risorse noi abbiamo per uno sviluppo del nostro territorio.L’amico Pino Sansò ci ha parlato di questa ipotesi di fare le piste ciclabili e anche la possibilità di percorrerlo con i carri, i nostri così detti traini e calessini  ecc. Sono tutte iniziative molto belle che potrebbero costituire un percorso tematico qui a Copertino, ma ad integrarsi con percorsi tematici Salentini, perché quello che dobbiamo fare è non dividerci. Ogni comune deve ragionare come un granello di sabbia che va a fondersi con gli altri granelli di sabbia.Noi ce la stiamo spuntando come Salento dacchè abbiamo incominciato a capire che anche Lecce non deve pensare solo a se stessa e ricordo che abbiamo organizzato tante iniziative collegandoci con altri centri. Quindi Copertino si può inserire meglio in itinerari di carattere devozionale, spesso anche divertenti, divertente proprio sul piano pratico delle  escursioni,  delle diversità del territorio. Ci sono le cripte, ci sono i calvari, noi abbiamo un territorio in cui per fortuna sopravvivono ancora tanti calvari, se voi girate nel resto d’Italia esistono i Sacri Monti, sono le ultime sopravvivenze di una devozione legata alla Via Crucis e alla morte di Cristo alla settimana della pasqua  che è collegata anche ad una specificità del nostro territorio Noi abbiamo una tendenza alla rappresentazione spettacolare e non a caso il nostro Natale sta un’altra volta cavalcando la tigre e si sta manifestando con tutta la sua forza. Noi abbiamo a Tricase un episodio macroscopico con la ricostruzione grandiosa del paesaggio della devozione natalizia, ma a Neviano ecc, ci sono un sacco di posti dove il natale rappresenta un momento di manifestazione di comunicazione di adesione spirituale al tema Natalizio. Anche per quello Pasquale c’è una forte tradizione: non solo a Gallipoli, nel Tarantino. Il Salento era ricco e tutt’ora lo è. Anche a Maglie, per esempio, c’è la grande processione con le statue in cartapesta del Guacci , che è meravigliosa!  Una processione  che è proprio la ricostruzione  della Via Crucis.Quindi i calvari ci appartengono ancora dobbiamo solo recuperarli alla nostra città, laddove esistono devono costituire parte integrante della nostra vita solo così li salviamo. Quelli che li capiscono sono i turisti perché il turista che viene ed entra in una cappella votiva, come quella che stiamo andando a guardare ora, rimane affascinato come rimane affascinato dalle nostre processioni.Noi dobbiamo imparare a guardarci con gli occhi degli altri per eliminare molti dei nostri difetti, per cercare di offrire i servizi migliori, ma anche per capire i valori che abbiamo laddove la nostra identità  si manifesta nella diversità rispetto agli altri,  una diversità positiva .Noi stiamo imparando e anche i più riottosi dovranno farlo a   confrontarsi con le diversità .LA DIVERSITA E’UN INGREDIENTE POSITIVO che il turista va a cercare quando si sposta,  non cerca tutto ciò che è omogeneo,che già conosce,  non avrebbe alcun interesse a venire da noi nel Salento.Interessano i nostri ulivi, che non sono come quelli della Grecia, che hanno divelto per condurre una coltivazione forzata,  hanno messo degli alberelli piccolini, noi che abbiamo i grandi alberi  plurisecolari  che testimoniano il nostro paesaggio, ma anche la nostra  immaginerè. Se ne sono occupati i nostri pittori, i nostri fotografi, già all’inizio del secolo  Palumbo, Michele Palumbo, con i suoi quadri,Giuseppe Palumbo con le sue fotografie  meravigliose, già all’inizio del secolo avevano scoperto  che noi avevamo un nostro genio logico: l’ulivo .Le cappelle sicuramente costituirono, insieme con le cripte, che pure sono abbandonate da morire, degli itinerari non solo spirituali, non solo culturali ma anche di turismo divertente. L’importante è offrire un servizio diverso, purtroppo lo hanno perduto a Lecce un itinerario che aveva fatto Tito Schipa: l’itinerario dei teatri, dal teatro Romano all’Anfiteatro, al Paisiello, al Politeama anche l’Apollo, che dice molto, fino al teatro Massimo e qui si è fermato.Quindi fargli vedere, come noi abbiamo deciso il tema del teatro, come l’abbiamo sviluppato attraverso il tempo, come lo sviluppiamo oggi . Il turista ci conosce così, quindi questi itinerari tematici sono fondamentali per offrire agli altri un’immagine di noi. Poi concludo con questa osservazione: noi adesso vediamo le cappelle isolate in una campagna che risente enormemente della trasformazione agricola, noi abbiamo, se le abbiamo per lo più culture estensive,  laddove ci sono,  oppure c’è la macchia  o l’abbandono,  o, nei casi peggiori,  una discarica .Qui ci è difficile immaginare cosa rappresentassero in effetti le cappelle  per  quelli che erano i fruitori del tempo che erano i contadini .I contadini andavano a lavorare in campagna  e si trattenevano  nella campagna  nei periodi estivi  anche 15 giorni  di seguito, e mangiavano e dormivano lì nelle  cappelle, intorno alla cappella ci sono le tracce di questa loro permanenza,  di questo loro  dormire,  non  all’addiaccio perché si  mettevano dei ripari  intorno, intorno alle cappelle ci sono dei segni, o di  cocci  o di tetti  o di coperture  addirittura semi circolari o circolari.            Evidentemente anche di un certo impegno costruttivo, quindi le cappelle rappresentavano nell’arco dell’anno della vita contadina un momento di aggregazione e un momento che, diciamo, scandiva la vita spirituale, come l’Angelus, come l’Ave Maria, nei campi, quando suonava nel villaggio la campana indicava l’ora della preghiera, l’ora quando si doveva sospendere un attimo il lavoro, quando si poteva mangiare qualcosa oppure si ritornava a casa. Dinanzi alla Cappella ci si fermava per parlare, per raccontarsi le storie, cantare e poi si entrava nella Cappella al mattino per pregare  prima di iniziare il lavoro.Quindi la Cappella se noi la vediamo come momento veramente importante  della vita dei contadini  ne capiamo meglio il senso.Un altro personaggio vorrei ricordare di quelli che circolavano tantissimo: I Pellegrini. Oggi non esiste più la figura del Pellegrino che è andata scomparendo. Già alla fine del 1700 nasce il viaggiatore ricco, che si muove con la servitù, inventano addirittura dei mobiletti che si aprono e c’è tutto l’occorrente. Prima c’era il pellegrino che girava a cavallo, se era benestante, sennò girava a piedi e si fermava lungo le strade e conosceva soste di vario tipo, le soste diciamo laiche, civili che erano quelle delle masserie che si dotavano apposta di alberi di Pinus Pinea che servivano per quello, per i Pellegrini. Il viandante si fermava all’ombra dei pini e mangiava quello che gli veniva offerto  dal proprietario della masseria  o della villa o del caseggiato e poi riprendeva il suo cammino .Un’ altra sosta frequente era quella vicino alle Cappelle, quindi guardiamole tenendo conto di quello che praticamente rappresentavano e cerchiamo di capire che cosa potrebbero rappresentare ancora  oggi per noi.