ass. casello13

Antonio Prete a Casole


Associazione Casello13Omaggio ad Antonio Prete :“l’ombra del Menhir è ospitale”Lunedì 13 agosto 2007 alle Ore 20.00 nella piazza del Convento di Santa Maria di Casole Giovanni Invitto introdurrà Antonio Prete L'esordio alla poesia di uno dei massimi studiosi di letteratura italiani, Antonio Prete docente di Letterature comparate all'Università di Siena. Una biografia interiore, estesa in un ventaglio molto vasto di registri, di toni, di misure, ma unificata dalla presenza forte della natura. Una natura percepita come lingua del paesaggio ma soprattutto come silenzioso mostrarsi delle cose, come movimento di apparizione e sparizione, come annuncio e declino, come fulgore e ferita. La presenza - dei viventi e delle cose - confina, in questi versi, con l'ombra di un senso che sempre si ritrae, fluttuante tra l'impossibile e il metafisico. Temi e motivi propri dei libri teorici e critici di Prete (la luce e l'ombra, l'elemento stellare e lunare, la vertigine della parola) affiorano consegnati alla musica del verso. Il titolo è un omaggio al paesaggio salentino, da cui l'autore proviene, terra dove si possono incontrare quelle misteriose antiche pietre. E indica il senso della verticalità, della interrogazione estrema e in certo senso originaria che trascorre in questi versi.Info: ambrabiscuso@hotmail.com / 3395607242L'OMBRA DELLE COSE: VIAGGIO POETICO TRA REALTA' E IMMAGINAZIONE Che la poesia appartenesse alla natura di Antonio Prete, che improntasse e conformasse il suo modo di confrontarsi con la vita, ...  Che la poesia appartenesse alla natura di Antonio Prete, che improntasse e conformasse il suo modo di confrontarsi con la vita, di pensare l'universo, di ascoltare il tempo, di configurare lo spazio, di sentire le creature, di misurare le esperienze, di vagliare le conoscenze, era una cosa che si capiva - anche facilmente - da qualsiasi passo di critica o frammento di prosa, dalle scelte lessicali, dall'andamento della sintassi, dal taglio dello stile.Che la sua fosse una direzione obliqua, trasversale, ulteriore, multidimensionale e altra rispetto ai codici e alle codificazioni della critica letteraria, della comparazione testuale, rispetto ai canoni tradizionali della scrittura saggistica, era una cifra che risultava evidente nell'impostazione del discorso, nell'articolazione degli argomenti, nella predilezione per i frammenti, nella forma che portava i contenuti, essa stessa sostanza, portatrice di senso, rielaborazione di realtà, elaborazione di immaginario, reinvenzione del passato, figurazione di memoria, riflessione sul tempo e sulla scrittura.Così non arriva inaspettato questo libro poetico che s'intitola "Menhir", edito da Donzelli. È coerente con tutta la sua scrittura. È contiguo, parallelo.Perché Antonio Prete è attratto dall'ombra delle cose, dal loro riflesso, dalla loro riverberanza, dalla stratificazione di memoria che si portano dentro, è attratto dal disegno che si compone di ogni scaglia, di ogni frammento di vita e di universo, di realtà e di sogno, dal silenzio delle creature e dal loro ininterrotto racconto, dalle voci dentro i vichi, dal richiamo di una madre, dal desiderio di un ritorno ad un tempo forse mai finito, o forse mai venuto.È attratto da tutto quello che non si può pronunciare, perché appartiene solo ad un soffio originario, alle pulsioni della natura, ad una increspatura di mare, ad un movimento del vento, ad un trasalimento, un batticuore, un segreto, leggerissimo o schiacciante tormento, un'idea di poesia che è come sangue nelle vene, un rapporto con le storie che è come lievito esistenziale, una relazione con la terra profondissima e scandita da partenze e da ritorni. "Perché amo le forme che non sono, / la loro trasognata trasparenza,/ Il battito di luce che le scuote,/ visibile soltanto nei pensieri".E' in questa dimensione oscillante fra realtà e immaginario, nel tempo sospeso tra sentimento e ragione, nello spazio determinato dalla percezione di un mondo composto soltanto di linguaggio, regolato con il respiro che hanno le parole, la radice della poesia di Antonio Prete, salentino di Copertino e docente di letterature comparate all'università di Siena.E' nel pensiero che si rende visibile, che si manifesta con il suo ritmo; è nello sguardo che incontra la luce, nell'emozione per gli anni che vanno; è nella voce di madre che scende dalla luna, in una domanda che torna per consolare e ossessionare ("che cosa dimentico, madre, che cosa dimentico"), nell'ombra che si spande sulle creature e sulle loro storie, nell'abbaglio e nella luce smorta delle stagioni.La poesia di Prete è nel tremore dell'infanzia, nei suoi incantamenti, nelle scoperte di luoghi che si distendono nelle pagine dei libri e di esistenze fatte di pensiero e d'inchiostro.Nelle pagine di un altro libro, Prete scrive: "della poesia, come dell'amore, non si può dare una definizione. Della poesia, come dell'amore, si può avere, però, esperienza".L'esperienza della poesia non è dissimile dall'esperienza del vivere; anzi, talvolta diventa indistinguibile, è esattamente la stessa cosa, è l'esistenza che si fa "alfabeto,/ suono, verbo di presenza"; talvolta è preesistente alla parola, è pura percezione della significanza della natura, del fiato della terra, del cuore delle cose, della bellezza che si disfa, dell'armonia e del caos che sono all'origine del mondo, dell'incognita sulla sua evoluzione. E poi - semplicemente - dell'acqua di una pioggia breve, del frastuono delle cicale nel vespro, dello scintillio del mare, della luce che divora gli alberi, del pulviscolo, del silenzio che dorme nelle sillabe.Semplicemente, dunque. La poesia di Antonio Prete cerca la semplicità d'espressione che costituisce forse l'unica modalità - l'unico espediente? - con cui si può tentare di dire l'indicibile, di raccontare - e soprattutto raccontarsi - l'incomprensibile.  Fonte: Antonio Errico, Nuovo Quotidiano di Puglia