"La mia fantasia ricorrente è che alla Carta dei Diritti dell’Uomo venga aggiunta la voce: diritto all’immaginazione. […] Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri." Devo ringraziare Cinzia (che mi ha prestato il libro) se in questi giorni ho in mano “Leggere Lolita a Teheran”, di Azar Nafisi, docente universitaria di Lingue e Letterature Straniere in Iran negli anni ’80, durante il periodo della rivoluzione di Khomeini. Il romanzo è una digressione profonda e dolorosa dell’autrice, che principia la sua personale testimonianza dal momento in cui, nel 1995, Nafisi (che attualmente insegna alla Johns Hopkins University di Washington) viene espulsa dall'Università di Teheran dove insegnava letteratura anglo-americana, dinanzi al suo rifiuto di portare il velo, di farsi “ingabbiare” in un sistema che non approva in quanto incurante dell’identità della persona in quanto tale, che si fa giudice e manipolatore della libertà di ogni essere umano, specialmente di sesso femminile. Da qui nasce l’idea, la consapevolezza di non dover tacere, di non scendere a compromessi, a maggior ragione se si tratta di negare sistematicamente i propri ideali. Nafisi si fa portatrice della personale missione di dar voce alle donne, di restituir loro la libertà di espressione e, soprattutto, di immaginazione, anche solo per qualche ora la settimana, contrastando l’esterno e le sempre più numerose proibizioni imposte dal regime. Da qui la decisione di organizzare nel salotto di casa sua un gruppo di lettura con sette delle sue migliori allieve. Per due anni, il giovedì mattina, il seminario di Nafisi diventa per sette giovani donne un momento di fuga dal mondo esterno, l'unico giorno in cui poter togliere il velo dal proprio volto e dalla propria anima e dar voce ai sogni irrealizzati, ai desideri e ancor più alle proprie personalità inespresse, e guardare il mondo attraverso l'occhio magico della letteratura, che diventa strumento per imparare a difendersi dalla tentazione di vedere il mondo solo in bianco e nero, senza sfumature, e di conseguenza diviene l’unica difesa dall'intolleranza e dal fanatismo, nonché strumento di rivendicazione dell’importanza dell’immaginazione e dei sogni di cui nessuno dovrebbe essere privato. Una letteratura che è un mondo a sé, scissa da intenti politici, ma erroneamente interpretata (e perseguita) come “culla” di ideologie fuorvianti per le giovani menti universitarie, che rappresentano il futuro del paese. Un libro che smuove qualcosa, dal di dentro. che mi ha lasciata incredula, ad immaginare ferita la dignità negata di queste giovani donne iraniane. ad ammirare la loro forza ed il loro coraggio nel prendere posizioni radicali, anche contrarie al regime, nel perenne rischio di essere incarcerate o peggio, giustiziate, per “condotta troppo occidentalizzata” o per “aver mangiato una mela troppo avidamente in pubblico”. parole che lasciano l’amaro in bocca, e l’orrore nel cuore, di fronte a diritti umani negati con tanta leggerezza, perché “la donna vale la metà esatta di un uomo.” Si stringe il cuore dinanzi all’immagine di Nafisi che non sa più se esiste o no, sotto la veste scura e il velo che le toglie a poco a poco l’identità e la dignità. Una Nafisi via via sempre più incredula, indignata ma soprattutto ferita e amareggiata dall’ipocrisia di un regime che tante persone avevano sostenuto ciecamente, prima di esserne definitivamente svuotate, sconfitte, ed infine disilluse. “Le ragazze erano punite se salivano correndo le scale dell'università per non giungere in ritardo alle lezioni: se ridevano nei corridoi, se parlavano a un ragazzo, se portavano la cipria e il mascara, se nascondevano nella borsa romanzi o minicassette o braccialetti, se avevano le unghie o le ciglia troppo lunghe (ci pensava il Preside a tagliarle), se camminavano con la testa eretta, se i lacci delle scarpe erano colorati, o le calze ostentavano un rosa peccaminosissimo. In autobus, dovevano sedere nelle ultime file. Il chador - che un tempo era stato un segno di discrezione e di grazia - assunse una minacciosa connotazione politica. Sotto le vesti nere fino alle caviglie e i veli neri, le donne avevano l'impressione che i loro corpi diventassero fantasmi. Intanto, le strade erano pattugliate da squadre di miliziani armati, chiamate il Sangue di Dio, che controllavano il colore dei cappotti, la pesantezza del velo, la forma delle scarpe, la misura degli anelli.” Forse mi sono dilungata troppo … ma credo ne valesse la pena: il libro trova il modo di essere anche un meraviglioso atto d’amore verso la letteratura, passione e ragione di vita di Nafisi. sicuramente starò parlando a sproposito, appartenendo io ad una religione diversa. faccio parte proprio di quel mondo che così fanaticamente è stato ed è tutt'ora guardato con diffidenza. Forse sono solo io che non comprendo … ma tutto questo mi lascia dentro solo sdegno per quello che è stato … per quello che forse ancora è.