Alessandro Petrucci

...JAZZ STORY...


Il locale era semivuoto, tuttavia il sax della jazz band continuava a vibrare nella notte e a penetrare nel cuore dei pochi randagi seduti ai tavolini accanto ai loro whisky ed alle loro sigarette. Fra quello sparuto gruppo vi ero anch'io : capelli lunghi e nerissimi, barba incolta, occhiali, camicia beige di lino, jeans sdruciti e scarpe da tennis di tela, mi rendevano ancor più parte del locale, di cui, senza accorgermene, facevo da tappezzeria. Erano le tre del mattino, fuori, per strada, la notte passeggiava mano nella mano con la pioggia battente sotto una luna felliniana ; bevvi un sorso di vino rosso e chiusi gli occhi per un istante lasciando che la musica si impadronisse del mio corpo e della mia anima. Finché, una voce di donna mi destò… ed al mio risveglio la vidi. Era a circa dieci metri da me, sul palco, con il microfono fra le dita e la sua morbida pelle nera che si confondeva tra le luci basse e soffuse di quel locale nel "Village" newyorkese. Stava intonando un pezzo di Billie Holiday quando, improvvisamente, i nostri sguardi s'incontrarono. Come per magia i randagi attorno a noi sgattaiolarono via miagolando e venni catturato dall'immenso dei suoi occhi e dalla profondità del suo sguardo che mi condussero, insieme alla sua calda voce, nel suo camerino colmo di fumo ed alcool. Bussai garbatamente alla porta e prima di poter finir di dire :"permesso", lei mi aveva già fatto accomodare sul piccolo divano di fronte allo specchio e offerto un drink…"non sei di queste parti, tu, giusto?" disse lei con voce leggermente rauca. "no, sono italiano. Sono qui a New York perché devo scrivere un pezzo per una rivista e…" . "…calmati piccolo non correre, ci conosciamo solo da un minuto e pretendi già di raccontarmi tutta la tua vita. Non sei un tipo molto "cool" mi sembra. Comunque io mi chiamo Melanie, Mel per gli amici…" . "Beh, allora ciao Mel…" . "Senti piccolo se per sapere il tuo nome ti devo mandare un fax è meglio chiudere qui la conversazione e bye bye." . "Già, scusa, mi chiamo Dennis, sia per gli amici che per i nemici. E' da molto che fai jazz, voglio dire, in questo posto?" . "Piccolo il jazz non si fa, il jazz si ha. Il jazz è un dono divino che ti porti dentro fin dalla nascita aspettando il momento buono per farlo uscire. Il jazz è uno stile di vita, una vita fatta di sacrifici e di dolori, di applausi e di fischi, di rose di spine, di meravigliose storie d'amore e di scopate in piedi in un vicolo del bronx…questo è jazz…" . "…Scusa se mi intrometto, ma che ne diresti di uscire da qui e continuare la conversazione magari davanti ad una bella birra?" . "Bravo piccolo, finalmente hai detto una cosa intelligente, finisco di cambiarmi e poi usciamo". Uscii dal camerino e mi accesi una Winston, la pioggia era cessata e con essa i miagolii dei randagi che popolavano il "Village", erano le sei di mattina e forse, piuttosto che di una birra avevo bisogno di un bel caffè nero bollente e di una ciambella calda. "Eccomi sono pronta!" . "Dio, sei bellissima…ehm, vieni Mel ho la macchina qui fuori, una vecchia Dodge del '72 sai questo tipo di macchine sono…" . "Ehi piccolo rilassati, stiamo solo uscendo per bere una birra, comunque grazie per il bellissima era da troppo tempo che non ricevevo un complimento, di questo tipo, da un uomo". Scendemmo le scale, Mel salutò gli amici della Session ed il padrone del locale, un vecchio ciccione alcoolizzato con i capelli brizzolati ed un lungo sigaro in bocca, poi ci dirigemmo verso la macchina mentre il sole spuntava lentamente fra i grattacieli della Grande Mela. Aprii lo sportello e la feci accomodare, lei mi guardò per un attimo accennando una specie di sorriso che, in fondo, mi fece piacere. Richiusi lo sportello dalla sua parte ed entrai anch'io in macchina. Accesi il motore e partii, anche se non sapevo per dove, visto che era la prima volta che mi trovavo a New York. "Conosco un posticino tranquillo proprio a due isolati da qui, ecco gira a destra adesso…" , intervenne Mel con tempismo quasi incredibile. Seguii le sue indicazioni ed arrivammo al "Cafè de Flaubert", il dialogo durante il tragitto non fu molto brillante lo riconosco : lei che mi dava le indicazioni ed io che annuivo senza dire una parola quasi ipnotizzato dal fascino che emanava quella donna misteriosa. Entrammo e ci sedemmo ad un tavolino accanto al Juke Box, poi ordinammo due birre, il caffè non mi andava più e le ciambelle le avevano finite. "Allora piccolo, per quale giornale scrivi in Italia?" . "Scrivo per una rivista culturale fondata da me e da altri amici ex compagni di università, si chiama "Arte Mese", ma non penso che tu ne abbia mai sentito parlare, abbiamo una tiratura limitata in Italia, figuriamoci se è conosciuto negli States." . "Infatti piccolo non ho neppure la più pallida idea di che cosa si tratti…" . "Beh, ad essere sincero lo sospettavo, comunque il motivo per cui sono a New York è che devo incontrare Allen Ginsberg per un'intervista." . "Cazzo! Ginsberg hai detto! Il grande scrittore Beat, porca vacca amico, adesso sì che ci capiamo!", esclamò Mel entusiasta. "Sai Dennis ti avevo sottovalutato, all'inizio quando ti vidi non ho potuto fare a meno di guardarti perché sei davvero niente male e poi ho sempre avuto un debole per gli pseudo-intellettuali, quindi ti ho lasciato entrare nel mio camerino molto volentieri. Ma poi parlando non mi sei sembrato abbastanza "cool" e così non vedevo l'ora di mandarti al diavolo con una scusa qualsiasi…" . "Grazie per la tua sincerità, tolgo subito il disturbo…cameriere!" . "No, aspetta, non andartene. Forse sono stata un po' dura con te ma io sono fatta così, non mi fido degli uomini, ho preso troppe scottature durante il corso della mia vita, ti prego rimani…ti prego…". La tigre selvaggia si era trasformata in una docile gattina proprio come avevo previsto, pagai il conto e la invitai a salire in albergo da me, lei annuì, molto probabilmente perché era rimasta incuriosita da Ginsberg e ne voleva certo sapere di più. Dopo circa mezz'ora, quindi verso le nove del mattino, arrivammo davanti al portone dell'hotel, parcheggiammo la macchina ed entrammo. Ero stanco morto ed i miei indumenti puzzavano di fumo da fare schifo, lei invece era splendente ed il suo corpo sinuoso ondeggiava nella hall dell'albergo come un odalisca araba di fronte al sultano. Un'ultima sigaretta per le scale, io odio le ascensori, ed eccoci in camera mia. "Vado un attimo in bagno, intanto se vuoi ho una bottiglia di vino bianco in fresco e un po' di frutta, almeno credo, sono da te tra cinque minuti" le dissi. Mel girovagò per la stanza scuriosando da tutte le parti poi aprì il frigo e prese la bottiglia e due bicchieri. Quando uscii dal bagno in vestaglia e con la braba sempre più lunga, misi un cd di Chet Baker nelle stereo e mi avvicinai a lei..."Sai Mel, non avevo mai incontrato una donna come te prima…" . "Che fantasia Dennis, adesso non mi dirai che è stato il destino a farci incontrare, risparmia queste stronzate con me piccolo. Se sono qui nella tua stanza adesso è perché anch'io ho voglia di fare l'amore con te, quindi beviamoci quest'ultimo bicchiere di vino e facciamola finita". Presi il bicchiere e mi sedetti vicino a lei, emanava uno strano profumo, un profumo che racchiudeva in sé tutto il sapore di quella folle notte, nata per caso. Le accarezzai i capelli come fa una bambina al suo pelouche preferito ed incominciai ed incominciai a baciarla delicatamente sul collo, lei lasciò cadere il bicchiere dalla mano ed il suono del vetro che si frantumava ai nostri piedi la fece sobbalzare per un secondo. Volevo dirle mille parole, volevo farla sentire per la prima volta importante, ma non una parola, non una frase uscirono dalla mia bocca in quell'istante. Solo baci, carezze, gemiti di piacere…il suo vestito blu scivolò lentamente sul tappeto seguito dalla mia vestaglia, la presi fra le braccia e la condussi sul letto dove, cullati dalle note di "I should care", ci spogliammo di tutto e ci abbandonammo all'estasi dei sensi. Mel era tornata ad essere la tigre di prima e le sue unghie entravano nella mia pelle come artigli, mentre la sua lingua leccava le mie ferite, la domai, mi domò…passavano le ore ma i nostri corpi erano insaziabili ed i nostri cuori troppo bisognosi di amore. Alla fine distrutto mi arresi e mi addormentai, quella sera avevo appuntamento con Ginsberg in un locale di Manhattan e non potevo permettermi di mancare, ne sarebbe andato della mia carriera di giornalista e poi trepidavo di gioia all'idea di conoscerlo. Mi sveglia verso le sette di sera, avevo solo un'ora per prepararmi ed ero in condizioni pietose. Ma al mio risveglio non la vidi, Mel non era più nel mio letto. La cercai per tutto l'appartamento, ma non riuscii a trovarla. Se n'era andata e con lei il suo profumo di donna. Strisciai verso il bagno e con mio grande stupore lessi il messaggio che Mel mi aveva scritto , probabilmente qualche ora prima, con il rossetto sullo specchio. "Tutto è stato bello ieri notte e Mel ti ringrazia per questo ma io sono come il Jazz…non sei tu che lo cerchi ma è lui che ti trova…Kisses Mel.". Mi feci una doccia e la barba, poi spensi lo stereo e mi vestii, scesi le scale e presi la mia Dodge per dirigermi all'appuntamento con Ginsberg, d'altra parte ero già in ritardo, ed io odio arrivare in ritardo.
di http://www.pedro.it/webs/spazioautori/autori/Sa62_FULIGNATI.htm
http://www.youtube.com/watch?v=YZY2U4aOh4k&feature=PlayList&p=20A07BD80A06BA81&index=0&playnext=1
tuo