Vivere il proprio tempo.Stasera al nostro gruppo di donne, tra molti discorsi interessanti, ne è venuto fuori uno particolarmente stimolante. Abbiamo tutte superato i cinquant'anni, abbiamo storie e percorsi differenti, e stiamo facendo un esperimento di "autocoscienza nel terzo millennio", come la chiamo io affettuosamente.Tutto è nato da un fraintendimento, una frase che ho detto, qualcosa tipo "Io vivo il mio tempo". Io intendevo che sento di vivere immersa nella mia epoca, nel flusso attuale degli anni che stiamo vivendo.Conservando interamente il valore di un passato che è stato fondante e perciò per me attualissimo, tuttavia questa mia epoca mi appartiene pienamente, e io appartengo ad essa, con tutto quello che vi si muove: le crisi, le globalizzazioni, la rete, i movimenti, i nuovi modi di vivere e di morire, le terre di mezzo, le migrazioni, le evoluzioni e involuzioni delle relazioni, i nuovi significati del corpo, mutante, trafitto, tatuato. Tutto. Mi ha sorpreso realizzare che poteva significare qualcosa di molto diverso, direi di opposto, quando è stata colta nel senso di vivere la fase attuale della propria vita, i propri anni ( nel senso dell'età) con tutto ciò che ne consegue, tipo: c'è un tempo per ogni cosa.. non si può vivere a cinquant'anni come a trenta.. ogni fase della vita è un passaggio che si lascia alle spalle scelte e modi di vivere e ne apre di nuovi.. bisogna accettare la propria età.. etc. La prima spontanea reazione è: ma chi ha stabilito che si debba vivere secondo la propria età anagrafica? Chi decide cosa è adeguato e cosa no, cosa è conveniente e cosa è sconveniente?Le aspettative che si possono fare gli altri nei miei confronti, riguardano solo loro, e io non giudico (quasi) nessuna scelta, ma neppure mi sogno di adeguarmi. Ci mancherebbe. Ho passato tutta la vita a cercare di capire e di praticare la libertà, a smontare modelli di vita prefabbricati, a cercare di sbucciarmi dei condizionamenti familiari e sociali, in quell'impresa impossibile ma ineludibile di arrivare al nocciolo dell'autentica me stessa, non vedo perché adesso debba smettere. Anzi. A me sembra necessario essere rivoluzionaria, ora più che mai. Tornando a casa, poco fa sul tram, mi domandavo: ma poi cosa significa per me avere cinquantadue anni? e cosa dovrebbe significare vivere "da cinquantaduenne"? Davvero non lo so. Non più di quanto lo sapessi a 40, a 30, a 20 anni. E, per la verità, mai mi è venuto in mente di domandarmelo, fino ai discorsi di stasera.Sono sempre stata troppo occupata a vivere. L'unica risposta che mi è venuta in mente è che che la misura di ciò che è adeguato a ciascuna fase della vita, dovrebbe essere la fedeltà a se stessi e l'agio. Nient'altro. Sono solo pensieri sparsi, lo so, ma è tardissimo.
Post N° 201
Vivere il proprio tempo.Stasera al nostro gruppo di donne, tra molti discorsi interessanti, ne è venuto fuori uno particolarmente stimolante. Abbiamo tutte superato i cinquant'anni, abbiamo storie e percorsi differenti, e stiamo facendo un esperimento di "autocoscienza nel terzo millennio", come la chiamo io affettuosamente.Tutto è nato da un fraintendimento, una frase che ho detto, qualcosa tipo "Io vivo il mio tempo". Io intendevo che sento di vivere immersa nella mia epoca, nel flusso attuale degli anni che stiamo vivendo.Conservando interamente il valore di un passato che è stato fondante e perciò per me attualissimo, tuttavia questa mia epoca mi appartiene pienamente, e io appartengo ad essa, con tutto quello che vi si muove: le crisi, le globalizzazioni, la rete, i movimenti, i nuovi modi di vivere e di morire, le terre di mezzo, le migrazioni, le evoluzioni e involuzioni delle relazioni, i nuovi significati del corpo, mutante, trafitto, tatuato. Tutto. Mi ha sorpreso realizzare che poteva significare qualcosa di molto diverso, direi di opposto, quando è stata colta nel senso di vivere la fase attuale della propria vita, i propri anni ( nel senso dell'età) con tutto ciò che ne consegue, tipo: c'è un tempo per ogni cosa.. non si può vivere a cinquant'anni come a trenta.. ogni fase della vita è un passaggio che si lascia alle spalle scelte e modi di vivere e ne apre di nuovi.. bisogna accettare la propria età.. etc. La prima spontanea reazione è: ma chi ha stabilito che si debba vivere secondo la propria età anagrafica? Chi decide cosa è adeguato e cosa no, cosa è conveniente e cosa è sconveniente?Le aspettative che si possono fare gli altri nei miei confronti, riguardano solo loro, e io non giudico (quasi) nessuna scelta, ma neppure mi sogno di adeguarmi. Ci mancherebbe. Ho passato tutta la vita a cercare di capire e di praticare la libertà, a smontare modelli di vita prefabbricati, a cercare di sbucciarmi dei condizionamenti familiari e sociali, in quell'impresa impossibile ma ineludibile di arrivare al nocciolo dell'autentica me stessa, non vedo perché adesso debba smettere. Anzi. A me sembra necessario essere rivoluzionaria, ora più che mai. Tornando a casa, poco fa sul tram, mi domandavo: ma poi cosa significa per me avere cinquantadue anni? e cosa dovrebbe significare vivere "da cinquantaduenne"? Davvero non lo so. Non più di quanto lo sapessi a 40, a 30, a 20 anni. E, per la verità, mai mi è venuto in mente di domandarmelo, fino ai discorsi di stasera.Sono sempre stata troppo occupata a vivere. L'unica risposta che mi è venuta in mente è che che la misura di ciò che è adeguato a ciascuna fase della vita, dovrebbe essere la fedeltà a se stessi e l'agio. Nient'altro. Sono solo pensieri sparsi, lo so, ma è tardissimo.