Ho sempre provato un fastidio atroce nei confronti del Carnevale. C’è qualcosa di artificioso che ho sempre avvertito come assolutamente falso nelle mascherate, nei ritrovi, nei luoghi dove si tengono le feste di Carnevale. Avverto sempre una specie di disagio di fronte a stelle filanti, coriandoli e frittelle. Ho visto e fotografato alla mia maniera il Carnevale di Venezia. Di solito fotografavo le maschere che se ne tornavano a casa stanche, sfatte, esauste, col trucco un po’ sciolto dopo tanta fatica, le gambe molli, le ginocchia fiacche. Era come immortalare il finale di un baccanale. Ma questo è un altro discorso. Il Carnevale non mi appartiene, ad ogni modo. Da piccolo, a Torino, venni invitato una volta dalla padrona di mia madre ad una festa che si teneva nella grande villa in collina. Era una festa data per i figli, una cosa orribile a cui fui costretto a partecipare perché se no mia madre avrebbe fatto brutta figura se non ci fossi andato, dato che avevano avuto la bontà di invitare anche me. Non ci dormivo la notte tanto era forte l’ansia. Non avevo un costume, ovviamente, e di questo non mi davo pace. Mia madre trovò la maniera di cucirmi con due stracci un costume da Dracula. La mia povera mamma desiderava cucirmi un costume da principe o da mago o da pagliaccio, ma io volevo travestirmi da vampiro. Ancora mi ci vedo col mio mantello nero, i miei capelli ricci e scuri come l’inchiostro, il borotalco in faccia e un rivoletto di sangue disegnato col rossetto di mia madre, che colava ai lati della bocca! Protestai e gridai così tanto che lei decise di accontentarmi pur che ci andassi a quella festa. Tremavo di paura in quella casa di veri autentici ricchi, ma cercai di mantenere un contegno adeguato al mio ruolo e di farmi coraggio. lI figlio della padrona era un pappamolla che in altre circostanze, sui marciapiedi del mio quartiere popolare,avrei fatto a pezzettini ad occhi chiusi e in un istante e Marina S., la borghese sporcacciona e sconcia che mi avrebbe accompagnato, senza che io lo avessi voluto mai, attraverso tanti e tanti anni della mia vita fino alla fine del liceo, era così algida e altera nella sua consapevolezza di potere che là, nel loro ambiente naturale, quei due non facevano altro che incutermi una grande soggezione. Soffrivo soprattutto per mia madre che doveva servirci la merenda e le frittelle che aveva cucinato tutto il giorno e la cioccolata calda con la panna, e che poi avrebbe dovuto pulire tutto quel casino, e solo dopo che la villa fosse stata tirata di nuovo a lucido, avrebbe avuto il permesso di lasciare quel posto e di avviarsi a piedi verso casa nostra. Soffrivo le pene dell’inferno. E fu così che, preso dall’ira, dallo spavento o dalla commozione per mia madre, mi trovai faccia a faccia con un biondino cattivo ed altero, quello che poco prima aveva fatto cadere con noncuranza una frittella sul pavimento e, con una faccetta falsa ed insulsa, aveva chiesto timidamente scusa a Marina S, già procace, provocante e porca nella sua mediocrità di borghese viziata a 12 anni, quasi una proiezione della donna bastarda che sarebbe diventata in seguito, mi trovo faccia a faccia col biondino,dicevo, e lo sento che chiede scusa a Marina S e lei che risponde “ non fa niente, tanto abbiamo la serva” e allora il biondino guarda la frittella per terra, ci sale sopra col piede destro e la spiaccica tutta sul pavimento, facendoci uscire tutta la crema. E fu allora che io presi il biondino per le spallette magre, gli piegai la testa all’indietro e gli cacciai in gola il resto della frittella con la crema fra le urla d’indignazione generale, mentre con l’altra mano gli torcevo il braccino esile fino a farlo piangere dal male. Non venni mai più invitato alla villa per nessun' altra festa, ovviamente. L’ultima volta che vidi Marina S. fu in un bar di Torino, poco prima di trasferirmi a Treviso. Era la solita Marina S. a cui la vita non aveva mai insegnato assolutamente nulla, colei che è passata indenne, nella sua cretineria da cerebrolesa di lusso, attraverso i mutamenti e le tempeste della vita, non avendone mai subita realmente una. Ed è così che odio da sempre il Carnevale.
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Ho sempre provato un fastidio atroce nei confronti del Carnevale. C’è qualcosa di artificioso che ho sempre avvertito come assolutamente falso nelle mascherate, nei ritrovi, nei luoghi dove si tengono le feste di Carnevale. Avverto sempre una specie di disagio di fronte a stelle filanti, coriandoli e frittelle. Ho visto e fotografato alla mia maniera il Carnevale di Venezia. Di solito fotografavo le maschere che se ne tornavano a casa stanche, sfatte, esauste, col trucco un po’ sciolto dopo tanta fatica, le gambe molli, le ginocchia fiacche. Era come immortalare il finale di un baccanale. Ma questo è un altro discorso. Il Carnevale non mi appartiene, ad ogni modo. Da piccolo, a Torino, venni invitato una volta dalla padrona di mia madre ad una festa che si teneva nella grande villa in collina. Era una festa data per i figli, una cosa orribile a cui fui costretto a partecipare perché se no mia madre avrebbe fatto brutta figura se non ci fossi andato, dato che avevano avuto la bontà di invitare anche me. Non ci dormivo la notte tanto era forte l’ansia. Non avevo un costume, ovviamente, e di questo non mi davo pace. Mia madre trovò la maniera di cucirmi con due stracci un costume da Dracula. La mia povera mamma desiderava cucirmi un costume da principe o da mago o da pagliaccio, ma io volevo travestirmi da vampiro. Ancora mi ci vedo col mio mantello nero, i miei capelli ricci e scuri come l’inchiostro, il borotalco in faccia e un rivoletto di sangue disegnato col rossetto di mia madre, che colava ai lati della bocca! Protestai e gridai così tanto che lei decise di accontentarmi pur che ci andassi a quella festa. Tremavo di paura in quella casa di veri autentici ricchi, ma cercai di mantenere un contegno adeguato al mio ruolo e di farmi coraggio. lI figlio della padrona era un pappamolla che in altre circostanze, sui marciapiedi del mio quartiere popolare,avrei fatto a pezzettini ad occhi chiusi e in un istante e Marina S., la borghese sporcacciona e sconcia che mi avrebbe accompagnato, senza che io lo avessi voluto mai, attraverso tanti e tanti anni della mia vita fino alla fine del liceo, era così algida e altera nella sua consapevolezza di potere che là, nel loro ambiente naturale, quei due non facevano altro che incutermi una grande soggezione. Soffrivo soprattutto per mia madre che doveva servirci la merenda e le frittelle che aveva cucinato tutto il giorno e la cioccolata calda con la panna, e che poi avrebbe dovuto pulire tutto quel casino, e solo dopo che la villa fosse stata tirata di nuovo a lucido, avrebbe avuto il permesso di lasciare quel posto e di avviarsi a piedi verso casa nostra. Soffrivo le pene dell’inferno. E fu così che, preso dall’ira, dallo spavento o dalla commozione per mia madre, mi trovai faccia a faccia con un biondino cattivo ed altero, quello che poco prima aveva fatto cadere con noncuranza una frittella sul pavimento e, con una faccetta falsa ed insulsa, aveva chiesto timidamente scusa a Marina S, già procace, provocante e porca nella sua mediocrità di borghese viziata a 12 anni, quasi una proiezione della donna bastarda che sarebbe diventata in seguito, mi trovo faccia a faccia col biondino,dicevo, e lo sento che chiede scusa a Marina S e lei che risponde “ non fa niente, tanto abbiamo la serva” e allora il biondino guarda la frittella per terra, ci sale sopra col piede destro e la spiaccica tutta sul pavimento, facendoci uscire tutta la crema. E fu allora che io presi il biondino per le spallette magre, gli piegai la testa all’indietro e gli cacciai in gola il resto della frittella con la crema fra le urla d’indignazione generale, mentre con l’altra mano gli torcevo il braccino esile fino a farlo piangere dal male. Non venni mai più invitato alla villa per nessun' altra festa, ovviamente. L’ultima volta che vidi Marina S. fu in un bar di Torino, poco prima di trasferirmi a Treviso. Era la solita Marina S. a cui la vita non aveva mai insegnato assolutamente nulla, colei che è passata indenne, nella sua cretineria da cerebrolesa di lusso, attraverso i mutamenti e le tempeste della vita, non avendone mai subita realmente una. Ed è così che odio da sempre il Carnevale.